Estetica - Il bello moderno
Varietà dei gusti
David Hume “Standard of taste”: la bellezza non è una qualità delle cose stesse, esiste nella mente di chi la contempla, e ogni mente percepisce la bellezza in maniera differente. Il gusto estetico si comporterebbe come il gusto gastronomico. Il bello soggettivo. Sui gusti non si discute.
Arte e scienza: ci sono opere d’arte che suscitano ammirazione estetica al di là dei tempi e dei luoghi, quindi universalmente; invece le leggi scientifiche vengono confutate e cambiate.
Un senso comune si oppone. Maggioranza ha un’opinione diversa alla mia, e mi devo confrontare e convincere agli altri; la dimensione di gusto varia (visto da un’altra prospettiva).
Fabbrica interiore: conta il soggetto che giudica il bello, non l’oggetto giudicato. Giudizio di gusto che esprime non una incondizionata universalità, ma una empirica generalità. Partiamo dalla nostra soggettività per arrivare a un accordo culturale, di condivisione, empirica generalità, dove si deve affinare il gusto; si deve educare il gusto. Il gusto va sviluppato.
Empirica generalità: tutti noi tendiamo a dire belle le stesse cose, i nostri giudizi più o meno si incontrano.
Affinare il gusto: dobbiamo ottenere la delicacy, finezza di percepire il bello. Ci sono 4 passaggi per avere un giudizio di gusto competente:
- Natura sana: corretto funzionamento degli organi di senso.
- Natura dotata: possedere delicacy; es. tutti abbiamo l’udito, ma non l’udito musicale. Possedere una capacità specifica rispetto ai sensi. (La natura ci dà questi primi 2 punti)
- Natura educata: affinare i sensi con la pratica; il gusto va educato, esercitato; la natura diventa cultura. Più vedi più capisci, più conosci.
- Assenza di pregiudizio: nella valutazione estetica, di fronte a un oggetto a valutarlo ci deve avere assenza del pregiudizio, si deve conoscere tutto il contesto e la storia dell’oggetto. L’assenza di queste condizioni è il sinonimo di cattivo gusto.
La regola del gusto si fonda sull’accordo dei giudici competenti. Costruzione culturale, un accordo, una convenienza del giudizio.
Immanuel Kant
Immanuel Kant. “Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime”, 1764. Parte dall’eredità di Burke. Il bello piace e ispira amore, mentre il sublime inquieta, commuove. Caratterizza l’antropologia dividendola in vari caratteri: ogni uomo (maschio) predilige una differente bellezza a partire da elementi caratteriali (dal carattere), l’uomo sanguigno è quello simpatico, generoso, inclina al bello e a godersi la vita, un po’ superficiale, il donnaiolo, amerà un determinato tipo di donne o di esperienze estetiche, mentre ci sono gli uomini malinconici, che si inclinano a una bellezza seriosa.
Gli uomini hanno un gusto o sono di un certo gusto; le donne sono oggetti di gusto, l’uomo è un soggetto che ha un gusto, le donne sono oggetto del gusto, elemento passivo di ricezione. La donna manifesta, appare, esibisce delle caratteristiche per la vista dell’uomo. La bellezza si esplora essenzialmente nella bellezza femminile.
La donna espone tre tipi di bellezza:
- La donna piacevole/leggiadra (pretty; hübsche): è la mera bellezza fisica, la donna che ha determinate qualità che piace più o meno a tutti gli uomini. Ha il consenso estetico degli uomini. È una bellezza elementare, è anonima, un bello anonimo. Bello disinteressato.
- La donna attraente/affascinante (charming): bello culturale, fisicamente “meno bella”, ma più potentemente affascinante, conta la personalità, come compiuta espressione della femminilità.
- La donna “veramente bella”: la ragazza ideale, dove la purezza etica diventa predominante, un bello che inclina al sublime, cioè che commuove. (Bellezza naturale, bellezza culturale, e bellezza culturale ed etica).
Il dogmatismo di Winkelmann (fallisce perché a noi piacciono cose diverse) e il soggettivismo di Hume (fallisce perché spesso non ci troviamo d’accordo). Kant dice che c’è una via di mezzo tra questi due indirizzi, il bello non sta né nell’oggetto né nel soggetto, ma nella reazione che il soggetto ha davanti a un oggetto; sorta di risultato chimico tra l’oggetto e il soggetto.
Quando io incontro un oggetto lì esprimo un giudizio. Nell’esperienza io posso esprimere 2 giudizi: determinante (si può avere quando si confronta con un oggetto) e riflettente (giudizio del bello, gusto). Non c’è un concetto universale di bellezza che si possa applicare al caso singolo. Si ricadrebbe nel giudizio di Hume, ma no, il giudizio viene dato dal modo in cui i dati sensoriali vengono processati ed elaborati nella mia mente; questa elaborazione mi dà il bello.
Il giudizio riflettente è una modalità di confrontarmi con la rappresentazione dell’oggetto. Il giudizio determinante è dato universale, ma non il particolare, è il modello del giudizio conosciuto. Il riflettente è il dato, il particolare, il contingente, ma non l’universale, è il modello del giudizio di gusto. Il gusto è la facoltà di giudicare il bello.
Conta il meccanismo del giudizio, cioè il modo, che deve avere 4 proprietà, requisiti:
- Disinteresse: quando io vedo qualcosa di bello non devo desiderarlo (i miei sensi), io, per vedere bello qualcosa, non devo essere interessato a quella cosa; il mio sguardo non deve essere interessato con i sensi, altrimenti sarebbe piacere. Sgancia il bello dagli elementi extra estetici, dalle sensazioni e funzioni. Il disinteresse si esplica in una dimensione contemplativa. Un giudizio puro non lo diamo quasi mai.
- Il giudizio del bello è universale senza concetto. Il nostro gusto personale soggettivo viene a incontrare il consenso degli altri. Ciò che a me piace vuole il consenso altrui (i like), gli altri riconoscano il bello che io riconosco. Il giudizio estetico si apre all’intersoggettività. Il nostro sentimento del gusto aspira a una dimensione di comunicabilità.
- Quando noi giudichiamo bello un oggetto non vediamo necessariamente una finalità pratica, possiamo giudicare un oggetto del tutto inutile.
- Il bello è ciò che, senza concetto, è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario; è un piacere che si impone, non ci si riesce a costringersi per vedere una cosa bella, brutta. Se attivati questi 4 punti, ci dà un giudizio del bello.
Kant apre una considerazione sulla storicità del bello; all’interno di un procedimento soggettivo, quello che ognuno di noi attiva quando si dice che x è bello, io scopro quello che Kant chiama il carattere universale del gusto; questo giudizio è dentro un CI piace, lo chiama senso comune (gusto collettivo).
Questo senso comune si trasforma, è campo modulabile, c’è qualcuno che crea qualcosa che fa cambiare il nostro giudizio del gusto, il GENIO (es. dopo Picasso non possiamo vedere la pittura come la vedevamo prima; dopo Warhol non possiamo vedere gli oggetti industriali come gli vedevamo prima), il bello si apre a dimensioni di storicità, intersoggettività.
Abbiamo due tipi di bellezza: libera (bellezza del giudizio del gusto puro, ciò che ci piace per sé, disinteressato) e aderente (bellezza che si deve aderire a un concetto).
Il bello ottocentesco
Il criterio di valutazione del bello non è più il gusto, ma il sentimento. Tre indirizzi di interpretazione della bellezza: il bello dell’idealismo (Schelling e Hegel), il bello del romanticismo (Schlegel), il bello della modernità (Baudelaire).
Il bello dell’idealismo
Schelling. “L’infinito espresso in modo finito è la bellezza”. Quando l’arte riesce a rappresentare ciò che non è rappresentabile si dà la bellezza.
Hegel. “Il bello si determina perciò come la parvenza sensibile dell’idea”. Il bello naturale si esclude; il bello artistico è quello che conta. La bellezza naturale è bella solo per chi la concepisce, se non ci fossero gli esseri umani che attribuiscano un senso estetico alla natura questa non avrebbe nessun valore in sé, non ha nessuna autonomia, dipende dal nostro giudizio estetico; alla natura manca ciò che abbiamo noi, cioè l’autocoscienza, il logos.
Il bello artistico è bello perché lo facciamo coscientemente, ha dentro di sé autoconsapevolezza, intenzionalità. Solo l’arte ha diritto ad essere chiamata bella. Il bello nella storia si è dato in modi diversi, il bello si dà nell’arte e l’arte ha avuto 3 grandi momenti: l’arte simbolica (pre-greca), arte classica (greco romana, dove si compie il bello autentico), arte del cristianesimo (dal medioevo in poi).
Arte simbolica
Il simbolo non è l’unione di significato e significante. Es. la bandiera è il simbolo di una nazione, per Hegel il simbolo è un segno arbitrario; quindi il simbolo manifesta una discordanza, non una concordanza, l’arte è una dimensione perennemente in contraddizione con se stessa, cioè una dimensione che costantemente cerca di equilibrare forma e contenuto, materia e spirito.
L’arte è la fatica di arrivare a un equilibrio e di mantenere l’equilibrio di forma e contenuto. Arte simbolica non ha un equilibrio. La forma non dice nulla del contenuto, l’architettura è la sua forma d’arte più adeguata, perché è l’arte più materiale, “consumabile”, più funzionale rispetto alle altre, dove la materia è preponderante sullo spirito.
L’arte nasce con:
- I Parsi: quando per la prima volta l’uomo attribuisce alla natura un contributo spirituale, identificazione tra divino e naturale nella luce. È qualcos’altro, e l’uomo inizia a compiere il cammino verso l’autocoscienza. La luce è qualcosa di immateriale, non ha forma.
- Gli Indiani: la deformazione fantastica. Attribuiscono agli animali forme antropomorfe.
- Gli Egizi: l’arte dell’enigma; l’arte simbolica raggiunge il suo apice qui, enormi costruzioni. L’arte egiziana è come una funeraria, perché è come se fosse il funerale della natura, il mondo egizio è la fine del predominio della natura sull’arte. Arte dell’indecifrabile: significato e significanti sono completamente distanti. Una forma che non parla del proprio contenuto.
Arte classica
Il bello artistico nasce quando l’uomo mette al centro se stesso, autonomia dell’uomo si chiama libera soggettività. Uomo è centro dell’arte. Si dà nella scultura, il bello è la rappresentazione dell’uomo, la forma esprime perfettamente il contenuto, la scultura è la sua forma d’arte più adeguata, materia e spirito in equilibrio.
Unici momenti nella storia umana in cui il bello è tale, solo qui. Grecia come unico tempo della bellezza. Dopo i greci, il bello comincia ad andare verso il brutto.
Arte romantica
Esprime l’assoluto. Il contenuto non trova una forma adeguata. Troppo contenuto e le forme sono insufficienti. Pittura, musica e poesia sono le forme espressive, forme sempre più immateriali. Lo spirito è preponderante sulla materia.
Il romantico (cristianesimo) poiché esprime troppi contenuti (Gesù come massimo emblema), deve rappresentare anche il brutto, il romantico spinge l’estetico, l’artistico verso il brutto (il mondo greco si riconosce soltanto nella perfezione formale; per questo la bellezza appartiene solo al mondo greco). Il senso dell’arte, della bellezza artistica è come se fossi fuori dall’arte. Il passare dal simbolico al romantico è la morte dell’arte. L’arte moderna è incapace da sola di tradurre, dar corpo al senso della realtà.
Il romanticismo ha il compito di dar vita a questa sorta di squilibrio tra l’irrappresentabile e una forma artistica. (Es. quadro di Friedrich, 1810. Monaco su una spiaggia nel mare del nord. La gente reagì come reagiamo ancora noi rispetto ad alcune opere contemporanee, non riconosciamo una bellezza d’arte immediata così come si attribuisce alla scultura greca).
Il bello è la traduzione concreta, sensibile di qualcos’altro. Per Schelling è l’assoluto (es. Viandante sul mare di nebbia; tentativo di rappresentare in modo finito l’assoluto), per Hegel è lo spirito (Venere di Milo, classica).
Friedrich Schlegel
Friedrich Schlegel. Il bello non è l’ideale della poesia moderna. Dal bello disinteressante di Kant si passa al bello interessante. Solo nella cultura naturale, nell’antichità la bellezza ha avuto una sua espressione piena. La modernità non appartiene più a questa sfera.
Dal bello idealizzato si deve passare a un bello moderno che è l’interessante, cioè la caratterizzazione, la ricerca di una individualità, soggettività. Idealizzare significa rappresentare qualcosa come dovrebbe essere e non è. Caratterizzare significa trovare qualcosa di unico e irrepetibile (es. Goya, Isabel. È unica, non è ripetibile come Venere).
Caratterizzare quel fascino di ognuno di noi, significa anche valorizzare il difetto di ognuno di noi, il discostarsi dalla norma, accettare il brutto come momento estetico imprescindibile.
Il brutto, l’interessante; il dominio dell’interessante testimonia una crisi transitoria del gusto.
Karl Rosenkranz
Karl Rosenkranz. Dedica il primo testo al brutto nel 1853, “Estetica del brutto”. Il brutto ha 3 grandi campi di attuazione:
- L’assenza di forma:
- Amorfia: se non c’è forma non c’è arte.
- Asimmetria: dall’assenza di forma alla sua irregolarità che ci fanno apparire il brutto. È un problema quantitativo. C’è un non rispetto, geometria messa male.
- Disarmonia: problema qualitativo. Il caos. L’armonia è il perfetto equilibrio di forma e contenuto. Qui c’è la sconfessione, l’equilibrio diventa caos formale (es. giocatori di calcio che giocano bene da soli ma nella squadra non funzionano).
- La scorrettezza: il corretto è il bello tecnico, la scorrettezza è l’errore tecnico, una cosa fatta male. Disegni mali.
- La deformazione: un brutto che riguarda i comportamenti. Si rivela nel carattere, più etico e morale, coincide con il volgare.
- Il volgare: es. il cibo; una persona che mangia in maniera eccessiva è volgare…
- Il ripugnante: … se vomita è ripugnante. L’assurdo sensibile; la natura viene contraddetta, il cibo non deve essere espulso dalla bocca, quindi il ripugnante è ciò che contraddice la natura, è un rovesciamento della natura, il disgustoso è la perenne confutazione del naturale.
- La caricatura: il comico va sempre contro il bello, è una perenne decostruzione del gusto.
Charles Baudelaire
Charles Baudelaire. Il bello moderno raggiunge la sua sintesi definitiva. Il bello non è più indagato in dimensioni quali l’arte, il gusto, con lui si affaccia l’interrogazione di un bello quotidiano, un’estetica del quotidiano, nei vestiti, nella moda. Processo di estetizzazione della vita.
Il bello duplice: “Salon del 1846”: per la prima volta intuisce la natura duplice del bello, ha la capacità di cogliere ciò che passa e ciò che resta; la bellezza assoluta ed eterna non esiste. Bellezza con doppia natura, eterna e transitoria; la bellezza che ci attira e ci dà soddisfazione estetica è l’estetica in cui ci imbattiamo quotidianamente.
“Il pittore della vita moderna” (1863): il bello è inevitabilmente di una condizione duplice. L’epoca, la moda, la morale, la passione è il bello di cui facciamo esperienza, è la dimensione con la quale noi indichiamo bella una cosa, non è il bello invariabile; questo è dettato dall’epoca.
La moda come dimensione transitoria ed effimera. Noi abbiamo spesso difficoltà a riconoscere la bellezza eterna ed invariabile, perché non nasce dalle nostre passioni, è una bellezza che ci viene già data dalla storia, dalla tradizione; questa s’impone al di là del nostro gusto. Il passato, la tradizione ci dà un campionario al quale noi dobbiamo fare riferimento, questo è il bello eterno che sempre è alle nostre spalle. Quello che ci piace e viviamo come bello effimero può essere recuperato
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