25/02/2026 – Lezione 1
La questione di Dio
Diario di Etty Hillesum, 1941-1943
Il primo testo è tratto dal diario di Etty Hillesum, una giovane donna ebrea di Amsterdam che pur potendo scegliere di salvarsi, sceglie di condividere la sorte del suo popolo finendo ad Auschwitz e morendo lì. Lei stessa consegna il suo diario per farlo pubblicare.
Lei pone la questione di Dio da un punto di vista più esistenziale. Il suo contributo è quello di una donna che sta vivendo una bruttissima condizione e che si pone quindi la questione di Dio.
Il testo è autobiografico, è scritto da una giovane donna rinchiusa in un campo di concentramento, le sue parole hanno quindi una consistenza notevole.
Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso prometterti nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzetto di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono oramai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio.
(Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi 1996, pp. 169-170).
È un testo denso se ce lo immaginiamo uscire dalla penna di una donna rinchiusa in un campo di concentramento. Per lei la questione di Dio non è una questione teorica, è una questione esistenziale, potremmo dire che è una questione di vita o di morte.
Si pone la questione di Dio non per capriccio intellettivo, ma per lei diventa la possibilità di affrontare il percorso che le si prefigura davanti accompagnata, con la compagnia di Dio dentro di sé.
Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto in me.
L'unica cosa che veramente conta è un piccolo pezzetto di te in noi.
Etty Hillesum attraverserà la tragedia della Shoah con la consapevolezza di una presenza che vuole custodire dentro di sé, per lei Dio non è un teorema da dimostrare o qualcosa a cui pensare, ma è una presenza amica. Questa è una prospettiva più esistenziale sulla questione di Dio.
Perché credere?
Simona Segoloni, docente di teologia
Il secondo testo è un articolo della professoressa Simona Seggioloni, una docente di teologia di Perugia.
Il suo profilo non è tanto esistenziale, la sua è una riflessione contestualizzata nel mondo d'oggi sul tema di Dio. La domanda che lei si pone è: perché credere? Perché qualcuno crede oggi?
Alla luce di questa domanda lei ripercorre le ragioni del credere dei tempi passati che oggi non sono più valide e non persuadono più. Addirittura, lei le definisce “tentazioni” queste ragioni di un tempo, le tradizioni culturali.
Nei decenni scorsi, almeno in Italia, nel nostro contesto cattolico, era ovvio credere. Il contesto culturale (ragioni culturali e sociali, pressione sociale) era una delle ragioni. Adesso non lo è più, non si riceve più la fede per tradizione.
Un'altra ragione che individua e che dice non essere più una buona motivazione è il bisogno di sentirsi amati e di lenire le proprie ferite emotive, la ricerca di un benessere psicologico. Oggi possiamo infatti andare da uno psicoterapeuta e queste ferite emotive possono essere risanate. Quindi forse nei decenni precedenti la fede poteva supplire a questo bisogno, oggi non più. 1
Se nei secoli passati, fino a qualche decina d'anni fa, la fede era offerta come consolazione per le vite più sofferte, per i sacrifici e le ingiustizie che sembravano ineluttabili, oggi non è più così.
Una ragione sociale che induce a portare il peso del sacrificio a combattere per le ingiustizie anche collettive non è più una ragione sufficiente per credere. Può esserlo stato nei decenni precedenti, ma oggi si combatte per le ingiustizie anche senza una ragione di fede.
L'ultima ragione che lei non trova più plausibile è la paura della morte o la ricerca esistenziale di senso.
Oggi c'è una pluralità di saperi a cui attingere senso, la fede non è l'unico, l'unico sapere a cui attingere senso a livello esistenziale. Quindi anche questa ragione che forse poteva funzionare nei decenni scorsi è venuta meno.
Che cos'è allora qual è la ragione per cui oggi qualcuno crede?
Rimane solo il Vangelo. La fede è una questione di attrazione per una bellezza, ed è una questione di amore.
Si può mantenere la fede, anzi la si accresce continuamente solo lasciandosi affascinare sempre più dallo stile, dalle parole e dall'agire di Gesù.
Le ragioni che facevano credere fino a qualche decennio fa oggi possono essere delle tentazioni da cui guardarsi bene.
Oggi chi crede lo fa perché di ha incontrato nella persona di Gesù e nella parola di Gesù, nel suo Vangelo, qualcuno e qualcosa di attraente.
Massimo Apis, docente di teologia
La sua prospettiva è più antropologica. Lui dà un ulteriore punto di vista sul perché riflettere sulla fede.
Lui dice che è insito nell'uomo, dice che ciò che costituisce l'umano è la libertà che si dà dentro la relazione con un tu. Noi ci conosciamo, cresciamo, prendiamo parola, diveniamo noi stessi, dentro le relazioni che ci costruiscono. Nasciamo da una relazione e le relazioni ci fanno rinascere nella vita.
Dentro questo spazio relazionale è costitutiva la relazione con il tu, che è Dio, che fonda la libertà di ciascuno che dà così consistenza alla libertà di ciascuno.
Per questo occorre che riflettiamo su questo “tu” che ci costituisce, che fondiamo antropologicamente.
La legittimità di riflettere sulla fede sulla possibilità di una relazione con il tu di Dio.
Cosa è la fede?
Figure bibliche della fede: Abramo
Che cos'è la fede, su che cosa? Che cosa significa credere? Per rispondere a queste domande ci basiamo sulla Scrittura, sulla Bibbia, ma con la premessa che non troveremo nella Scrittura una riflessione sistematica sulla fede. La Bibbia non è un testo di teologia, la teologia è una riflessione critica sulla fede, la Scrittura invece narra della fede di alcune persone, in particolare del popolo di Israele. Quindi non possiamo aspettarci di leggere dentro alla scrittura dei testi sistematici sulla fede, possiamo solo attingere a delle narrazioni.
Il fatto che la Scrittura ci consegni queste narrazioni ci dice già qualcosa della fede.
Se noi leggiamo una storia non possiamo anticipatamente conoscerne la fine perché dentro la narrazione i personaggi mettono in campo la loro libertà. La narrazione è quindi una forma letteraria che implica la libertà dei personaggi e nello stesso tempo espone il lettore a questo gioco di libertà. Quando noi leggiamo un testo infatti veniamo esposti personalmente al testo. In qualche modo il testo ci tira dentro, ci suscita delle domande, ci suscita dei sentimenti, delle reazioni, delle risonanze.
La Scrittura ci narra della fede di alcuni per suscitare in qualche modo domande sulla fede anche a noi lettori.
Il primo personaggio è Abramo. Per il mondo biblico parlare di Abramo significa parlare di un personaggio paradigmatico della fede.
Di lui si racconta un viaggio che inizia da Ur dei Caldei. Ur è una città dell'Impero babilonese. Abramo è un uomo che emigra, un uomo che viene messo in cammino. La Scrittura racconta di una famiglia, quella di Abramo, che si sposta da Ur dei Caldei diretta alla terra di Canaan, ma si ferma a Carran.
Siamo nel capitolo undicesimo del libro della Genesi, il primo libro della Bibbia. I primi capitoli raccontano della creazione, fino ad arrivare alla fine del capitolo undicesimo in cui entra in scena questo personaggio, Abramo, che occuperà molti altri capitoli, quasi fino alla fine, e che ritornerà perfino nel Nuovo Testamento.
Secondo Paolo, Abramo è il progenitore di coloro che hanno fede, il primo credente.
Terach aveva settant'anni quando generò Abram, Nacor e Aran. Questa è la discendenza di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran; Aran generò Lot. Aran poi morì alla presenza di suo padre Terach nella sua terra natale, in Ur dei Caldei. Abram e Nacor presero moglie; la moglie di Abram si chiamava Sarài e la moglie di Nacor Milca, che era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca. Sarài era sterile e non aveva figli. Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè di suo figlio, e Sarài sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei 2 Caldei per andare nella terra di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono. La vita di Terach fu di duecentocinque anni; Terach morì a Carran.
(Gen 11,26-32)
Abramo viene presentato come il figlio di Terach ed entra nella scena già adulto e sposato con Sarai. Si mette in cammino insieme alla sua famiglia. In questo racconto non si dice niente di Dio, si parla solo di una famiglia che migra da una terra all’altra, non si dice però il perché.
Fin dall'inizio la storia di Abramo è segnata dalla morte perché Aran, fratello di Abramo, morì a Ur prima del padre, questo è un segno di maledizione. L'altro segnale negativo è il fatto che la moglie di Abramo è sterile, la famiglia di Abramo sembra quindi non avere futuro. Il narratore vuole far capire che c’è qualcosa che non va in questa famiglia.
Ci sono poi molti aggettivi possessivi ed è molto sottolineato il legame di parentela.
Inoltre, un altro elemento negativo è che nonostante la meta di Canaan, la famiglia si ferma a Carran (suona molto come “Aran”). A Carran poi il padre di Abramo muore.
Il punto di partenza di Abramo è un viaggio, un viaggio segnato dalla maledizione e dalla morte, un viaggio che non arriva a destinazione, un viaggio interrotto. Abramo entra in scena senza un passato perché la sua patria è lontana, il padre muore, quindi perde le proprie radici e nello stesso tempo non ha futuro perché sua moglie è sterile.
Il racconto prosegue però con l'ingresso di Dio. Entra in campo una voce diversa, che è quella di Dio che lo chiama e lo rimette in cammino.
Il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedrò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra.
Allora Abram partì, come gli aveva ordinato (parlato) il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan. Arrivarono nella terra di Canaan e Abram la attraversò fino alla località di Sichem, presso la Quercia di Morè. Nella terra si trovavano allora i Cananei.
Il Signore apparve ad Abram e gli disse: "Alla tua discendenza io darò questa terra". Allora Abram costruì in quel luogo un altare al Signore che gli era apparso. Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel ad occidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore. Poi Abram levò la tenda per andare ad accamparsi nel Negheb. Venne una carestia nella terra e Abram scese in Egitto per soggiornarvi, perché la carestia gravava su quella terra.»
(Gen 12,1-10)
Abramo e la sua famiglia arrivano a Carran e da qui discendono fino alla terra di Canaan. A un certo punto però va nel Negev, in Egitto.
Che cosa è successo? Dio interviene promuovendo il cammino già intrapreso. Rimette in cammino Abramo con una ripetizione quasi ossessiva di una benedizione. È quindi rimesso in cammino da questa benedizione che fa da contrappunto alla maledizione.
La benedizione è una promessa che sta davanti ad Abramo, che si rimette in cammino dietro di lei.
Però, ci sono delle condizioni che pone questa voce: andarsene. Abramo che era già andato via dalla sua terra deve andarsene ancora. È chiamato a fare dei passi che prendono una direzione diversa dalle sue certezze.
Ci sono poi delle condizioni di arrivo per Abramo: deve andare verso la terra che gli verrà indicata. È un’indicazione molto generica, il che ci dà già una dimensione della fede di Abramo.
In ebraico “vai verso la terra che io ti indicherò” potrebbe essere tradotto con “vai verso la terra che io ti farò vedere” come se fosse una questione di direzione dello sguardo. Il Signore garantisce ad Abramo un orizzonte differente da quello che lui sta vedendo ora, si fa garante di dimostrare ad Abramo qualcosa di nuovo e gli chiede solo di fidarsi della benedizione.
La sua è una benedizione che si diffonde, Abramo viene chiamato perché tutti siano benedetti.
Fin dall'inizio il Signore che si rivolge ad Abramo si mostra come colui che parte dalla disponibilità di uno per benedire tutti. La fede che Abramo sperimenta quindi è inclusiva della fede di tutti. Per questo Abramo è padre della fede.
Tutto nasce da una promessa di benedizione, benedizione che non è ancora certa, ma che è garantita da colui che la pronuncia.
Abramo andrà avanti, andrà indietro, dubiterà, tornerà sui suoi passi, ma il Signore rilancerà sempre il suo cammino e lo rilancerà sempre a partire da una promessa. Gli promette una discendenza, una terra. Qualcosa che fa sbilanciare Abramo nell'affidarsi a colui che gli parla. 3
26/02/2026 – Lezione 2
Abramo, quindi, obbedisce e ascolta la promessa. La sua vicenda però non è tutta lineare, anche lui farà degli scivoloni.
Quando arriva nella terra di Canaan, infatti, fa una cosa che il Signore non gli ha chiesto, costruisce un altare. Nel testo biblico il tema del sacrificio è un po’ ambivalente perché il Signore non chiede di compiere sacrifici, li tollera, ma non viene da lui la richiesta. Anche nel caso di Abramo il testo non registra nessun gradimento da parte del Signore, dà più la sensazione di una cosa che il Signore in qualche modo tollera. Per questo la prima azione di Abramo è un po’ ambigua.
L'altro elemento che fa capire che la manifestazione del Signore ad Abramo non è un percorso lineare è la carestia che grava nella terra che era stata promessa. Questo elemento ci fa capire che la fede non è un’assicurazione sulla vita, il fatto di fidarsi del Signore non rende la vita una passeggiata.
La prima cosa che Abramo affronta nella terra che il Signore gli ha indicato è una carestia, gli manca quindi da mangiare. Anche la soluzione che Abramo trova a questo problema è un’ambiguità.
«Venne una carestia nella terra e Abram scese in Egitto per soggiornarvi, perché la carestia gravava su quella terra. Quando fu sul punto di entrare in Egitto, disse alla moglie Sarài: "Vedi, io so che tu sei donna di aspetto avvenente. Quando gli Egiziani ti vedranno, penseranno: "Costei è sua moglie", e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita. Di', dunque, che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e io viva grazie a te". Quando Abram arrivò in Egitto, gli Egiziani videro che la donna era molto avvenente. La osservarono gli ufficiali del faraone e ne fecero le lodi al faraone, così la donna fu presa e condotta nella casa del faraone. A causa di lei, egli trattò bene Abram, che ricevette greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli. Ma il Signore colpì il faraone e la sua casa con grandi calamità, per il fatto di Sarài, moglie di Abram. Allora il faraone convocò Abram e gli disse: "Che mi hai fatto? Perché non mi hai dichiarato che era tua moglie? Perché hai detto: "È mia sorella", così che io me la sono presa in moglie? E
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