Storia economica – 2° semiciclo
Punti di svolta conosciuti dall’Italia e come ne è uscita
- Il processo di unificazione che consentì un recupero “miracoloso” dell’Italia nei riguardi dei paesi industriali più avanzati.
- Età giolittiana dei primi 15 anni del Novecento, in cui il processo di industrializzazione degli anni ‘80 si consolidò in maniera decisiva.
- Il primo dopoguerra, in cui l’Italia conobbe una crisi sistemica (totalità dei fattori in campo; elementi di natura economica, sociale, politica, istituzionale), i cui esiti della crisi furono: la crisi dello Stato liberale e l’avvento del fascismo (risposta di natura autoritaria).
- La crisi del 1929, che in Italia determinò la creazione di un’economia mista in cui lo Stato conviveva con i privati, che poi venne ereditata dalla I Repubblica.
- I primi anni Novanta del Novecento avvengono 3 cose: lo smantellamento dell’economia mista creata dopo la crisi del 1929 come risposta alle difficoltà della crisi al nostro sistema industriale e bancario; vengono avviate le privatizzazioni delle aziende pubbliche; si registra un crescente disimpegno dello Stato nell’economia. Si privilegiò il mercato rispetto allo Stato.
- L’attuale crisi economica i cui esiti sono ancora incerti (dal centro alla periferia?)
L’Italia e il volo del calabrone
(Titolo di un libro di due giornalisti)
“Non dovrebbe neanche sollevarsi da terra, il calabrone: è tozzo, ha ali piccole. Non è nato per volare, dicono gli ingegneri aeronautici, eppure con grande rumore riesce ad andare veloce e molto in alto.”
L'economia italiana è come un calabrone: le imprese italiane sono apparentemente troppo fragili, ma alla fine sono in grado di produrre un decollo economico. L'Italia è, infatti, diventata una delle sette maggiori potenze industriali del mondo.
1. Primo punto di svolta: Unificazione italiana
L’unificazione italiana portò ad una fortissima discontinuità nella storia economia e sociale italiana, e fu la condizione necessaria per riportare l’Italia al centro dell’economia europea, dopo aver conosciuto secoli di decadenza. L’unificazione modificò, inoltre, le condizioni di svolgimento delle attività economiche.
Il processo di unificazione si avvia a partire dal periodo napoleonico, quando si diffonde tra l’élite colta (intellettuali, ufficiali campagne napoleoniche), l’idea dell’indipendenza nazionale di un’area culturale con grande vitalità ma subordinata al controllo diretto o indiretto di grandi potenze esterne (Francia, Spagna, Austria). L’indipendenza richiedeva l’unificazione, il superamento di divisioni politiche tra Stati.
Unificazione e indipendenza erano i cardini del programma del movimento risorgimentale democratico di Mazzini e Garibaldi (Sinistra), che prevedeva una rivoluzione dal basso.
Ci furono anche motivazioni di carattere economico legate all’unificazione, che erano individuate dalla componente di Destra, enfatizzate nel programma del partito liberal moderato.
Le componenti erano:
- L’esigenza di un processo graduale di unificazione, attraverso step di natura economico-istituzionale (non dal basso), con l’unificazione doganale dell’Italia centrale e settentrionale (come quella in Germania: Zollverein);
- L’unificazione monete e misure;
- L’unificazione legislazione commerciale e marittima;
- La costruzione di una rete ferroviaria.
Questi strumenti avrebbero intensificato gli scambi e avrebbero portato ad un mercato nazionale, portando l’Italia tra i paesi più avanzati.
La prima grande prova del movimento risorgimentale coincide con la primavera dei popoli 1848, nel che segna l’avvio della Prima guerra d’Indipendenza, contro l’Impero asburgico, che induce il Piemonte ad entrare in guerra contro l’Austria. L’esito delle operazioni militari del re Carlo Alberto (re di Sardegna) fu negativo. Questo fece sì che il centro della componente di Destra divenisse il Regno di Sardegna (Piemonte Sabaudo). I Savoia (casa regnante) avevano forti ambizioni di conquista verso la valle Padana. Il Piemonte Sabaudo era l’unico ad aver mantenuto un ordinamento costituzionale, attraverso lo Statuto Albertino che prevedeva una monarchia parlamentare, concessa dal re.
Conte di Cavour, in quest’ambito spicca una figura importante, quella del, che aveva in mente un ideale di sviluppo molto particolare: il modello prevedeva:
- La libera iniziativa privata (come quello inglese) con un sostegno dello Stato;
- Una germinazione dal basso dell’iniziativa imprenditoriale, sorretta da investimenti infrastrutturali dello Stato nei seguenti ambiti:
- Politica doganale → il governo piemontese stipula trattati commerciali liberisti con i principali paesi industriali (Inghilterra, Francia, Belgio, Impero asburgico), che riducevano le tariffe doganali e davano impulso ai commerci, all’agricoltura, alle manifatture;
- Settore del credito → Cavour nel 1850 fonda la banca nazionale del Regno di Sardegna (banca di emissione e di sconto) che avrebbe dovuto svolgere le stesse funzioni della Banca d’Inghilterra; la banca nazionale del regno spa intimamente collegata con lo Stato. Ci fu la creazione delle Casse di Sconto sul modello francese;
- Settore delle infrastrutture → fondamentale per consentire all’iniziativa privata di emergere. Con l’ampliamento della spesa pubblica: viene costruito il canale Cavour per l’irrigazione della campagna piemontese; viene realizzato il traforo Frejus, il primo dei grandi trafori alpini che consentiva un rapido collegamento con la Francia alleata; venne costruita la rete ferroviaria (850 km di ferrovie in Piemonte alla vigilia dell’unificazione).
Le misure che vennero assunte dallo stato sabaudo dimostrano l’importanza del Piemonte Sabaudo, e il peso che partito di Cavour (liberal moderato) ebbe all’interno del movimento dell’unificazione. Però guardavano solo alla parte centrale e settentrionale della penisola.
Questa fu la direzione della Seconda guerra d’indipendenza, nel 1859, con l’alleanza militare tra Piemonte e l’imperatore francese Napoleone III, che cessò con l’armistizio di Villafranca (stipulato tra Napoleone III e Austria) che determinò l’avvio, nelle aree liberate e conquistate dall’esercito piemontese, dei plebisciti. Rimaneva però esclusa, dal disegno del nuovo regno, l’Italia meridionale (Italia borbonica, troppo distante dai territori settentrionali.
Fu la parte sinistra del movimento risorgimentale guidata da Giuseppe Garibaldi a introdurre una forzatura con la spedizione dei Mille, il cui esito positivo fu favorito dall’intervento indiretto dell’Inghilterra che quando i Mille sbarcarono a Marsala, protesse lo sbarco. Per motivi strategici la spedizione comportò l’espansione del processo di unificazione di quella parte che originariamente era esclusa dal disegno.
Il 17 marzo 1861, nel Palazzo Carignano, nasce il nuovo Regno d’Italia.
“Fatta l’Italia occorreva fare gli italiani. La penisola era unificata ma…” (Massimo d’Azeglio), occorreva dare unità di istituzioni all’Italia. Qui risultò egemone la Destra Storica.
La capitale del Regno d’Italia, fino al 1865 rimase a Torino; in seguito fino al 1870 fu spostata a Firenze; e infine con la breccia di Porta Pia (fine dello Stato Pontificio), a Roma.
Al termine dell’unificazione risultò vincitrice la Destra Storica.
Le forze politiche del nuovo Regno
La Destra Storica si chiama così perché nel Parlamento subalpino occupa la posizione destra rispetto al centro. Era un partito liberal-moderato, era la forza egemone; la base sociale era caratterizzata dalla grande proprietà terriera e dall’aristocrazia finanziaria. Gli esponenti furono: Quintino Sella, Marco Minghetti, Bettino Ricàsoli e Stefano Jacini.
Gli uomini della Destra Storica vennero eletti dal 2% della popolazione (suffragio su base censitaria: votava chi era alfabeta e chi pagava un introito, una somma allo Stato) con le elezioni che si vennero indette all’indomani dell’unificazione. L’integrità politico-territoriale venne messa in discussione fin da subito dal cosiddetto fenomeno del brigantaggio (primo problema di natura militare). La sollevazione dei contadini rurali del Mezzogiorno, riuniti in bande, era dovuta a motivi di carattere economico e di carattere politico. Venne però repressa dall’esercito piemontese e proclamò lo stato di guerra.
Alla Destra Storica si contrappone la Sinistra Storica, i cui rappresentanti furono: Agostino de Pretis e Francesco Crispi. La Sinistra era un partito liberal-progressista e democratico con base sociale caratterizzata dalla piccola e media borghesia urbana, commerciale, industriale e delle professioni.
L’Italia economia e sociale nel 1861
All’indomani della proclamazione del Regno, l’Italia si presentava come un paese arretrato:
- La popolazione era di circa 22 milioni di abitanti (nel 1861);
- Il tasso di natalità del 38 per mille;
- Il tasso di mortalità del 30,9 per mille (chi nasceva aveva una speranza di vita media di 31 anni);
- Analfabetismo (circa 75%);
- Km di ferrovia in esercizio erano appena 1829, concentrati soprattutto nel Piemonte Sabaudo;
- Ripartizione del PIL tra i settori produttivi: agricoltura 46%; industria (non moderna) 18%; terziario e Pubblica Amministrazione 35%);
- Quasi il 70% della popolazione era occupato nell’agricoltura; il 18% nell’industria e una % minore nel settore dei servizi. L’80% della popolazione era sparso nelle campagne e nei borghi rurali; solo il 20% era situato nelle città.
Ci fu la I Grande Inchiesta, avviata dal governo dopo l’unificazione (1861), che riguardò il settore assistenziale e fu dedicata alle Opere Pie (oggi sono gli enti non profit). Dalle Opere Pie dipendeva: la capacità del controllo sociale delle masse; l’assistenza dei poveri e dei disagiati. L’inchiesta conferma i giudizi formulati da numerosi esponenti del ceto dirigente liberale sulla rilevanza e la delicatezza della funzione svolta dagli istituti assistenziali. In Italia esistevano 20.123 istituti caritativi, che potevano vantare un patrimonio complessivo di 1.190.932.000 lire, costituito da immobili, da proprietà urbane e rurali, titoli delle rendita pubblica e capitali di censi. Il valore del patrimonio degli istituti caritativi era uguale a due volte le entrate dello Stato e alla metà dell’ingente debito pubblico italiano.
Programma Destra Storica
Punto di vista amministrativo
Dal dopo l’avvio del brigantaggio, la soluzione scelta fu un centralismo rigido (si guardava al modello francese); vengono istituite le prefetture, il cui capo era il prefetto, che ha la delega, da parte del governo centrale, del governo del territorio.
Punto di vista economico
- Unificazione del sistema di pesi e misure, con l’introduzione del sistema decimale (come in Francia);
- Unificazione del sistema monetario → nascita della lira italiana da parte di Giuseppe Pepoli; sistema bimetallico: sia oro che argento avevano la funzione di riserva di valore; emissione da parte delle banche di cartamoneta convertibile in oro e argento;
- Introduzione di una nuova imposta diretta, income tax (imposta progressiva), che gravava sui redditi di natura commerciale e individuale (unificazione del sistema imposte e dei debiti pubblici);
- Unificazione dei nuovi codici civile e commerciale (codici Pisanelli);
- Unificazione doganale realizzata mediante l’abolizione di barriere doganali esistenti tra il regno di Sardegna e i nuovi territori sanciti dai plebisciti; estensione della tariffa doganale piemontese; stipulazione trattati commerciali con i principali paesi industriali (1863 con la Francia);
- Sviluppo di un piano di costruzione di grandi infrastrutture (ferrovie, porti, strade) in modo da integrare le diverse aree del paese e dar vita ad un mercato nazionale.
Stefano Jacini con la relazione sui Lavori Pubblici del 1867, voleva modernizzare l’Italia. Vennero, dunque, costruiti: 21 mila km nuove strade; 7 mila km nuovi tronchi ferroviari; 11 mila km di nuove linee telegrafiche. Nel 1865 ci fu l’istituzione di un regime di convenzione con le 4 principali società ferroviarie italiane (spa):
- Società dell’Alta Italia;
- Società delle strade ferrate romane;
- Società delle strade ferrate meridionali (la più importante società industriale italiana);
- Società Vittorio Emanuele.
Al 1872 circa 7.000 km di linee ferroviarie costruite dalle 4 Società principali. Nei bilanci di previsione di queste società ferroviarie c’era l’utile d’esercizio che, se non fosse stato raggiunto, lo Stato sarebbe dovuto intervenire coprendo la differenza. Le società operavano quasi sempre in negativo e, quindi, lo Stato sborsò molti soldi.
Mantenimento di un accentuato pluralismo bancario nel settore dell'emissione.
Pluralità di banche d’emissione (che rimanda ai circuiti finanziari regionali pre-unitari):
- Banca Nazionale nel Regno d’Italia;
- Banca Nazionale Toscana (1857);
- Banca Toscana di Credito (1860);
- Banco di Napoli;
- Banco di Sicilia;
- Banca Romana (dal 1870).
Solo nel 1874 venne approvata una prima legge bancaria detta della pluralità disciplinata, che puntava a regolare la circolazione cartacea (molto disordinata) e prevedeva l’istituzione di un consorzio tra le banche di emissione.
Al Consorzio lo Stato affidò il compito di emettere biglietti per suo conto sino a 1 miliardo di lire.
Ciascuna banca poteva emettere biglietti per un valore pari a tre volte il proprio patrimonio o il capitale versato.
In tal modo si tentava di:
- Disciplinare la circolazione bancaria;
- Introdurre controlli più stringenti;
- Sopperire alla mancanza di norme sui rapporti interbancari.
L’impatto della politica economica della Destra storica sull’economia italiana
A) L’impatto dell’orientamento liberoscambista sui diversi settori economici;
B) L’impatto dell’intervento statale sulla finanza pubblica.
A) L’impatto dell’orientamento liberoscambista sui diversi settori economici
Per molti aspetti la Destra storica istituì una formazione politica anti-industrialista. L’Italia ebbe, quindi, una vocazione economica come area agricola:
- Nord: agricoltura cerealicola, piccola proprietà, agricoltura capitalistica (Pianura padana);
- Centro: mezzadria;
- Sud e isole: latifondo (più alcune zone di agricoltura specializzata).
L’Italia esportava prodotti agricoli, materie prime e semilavorati, ma non viene sviluppato il settore industriale moderno. L’unica grande impresa pesante (settore siderurgico) fu quella che dopo l’unificazione venne chiamata Ansaldo (Genova). Il Mezzogiorno conobbe un processo di relativa deindustrializzazione.
Inoltre:
- Il settore più florido fu la produzione della seta;
- La produzione laniera arretrò;
- I settori strategici (siderurgico e meccanico) entrarono in crisi;
- La scarsa industria del sud fu soffocata dalla politica libero-scambista.
Gran parte del materiale necessario alle imprese private (per conto dello Stato) per la costruzione delle ferrovie venne preso dall’esterno, dai mercati internazionali, stipulando trattati commerciali.
La Trascuratezza della Destra Storica venne messa in luce dall’Inchiesta industriale Vittorio Ellena (1874). Si svolse anche attraverso interviste rivolte agli imprenditori, per il grado di soddisfazione per la politica economica della Destra Storica e per estrapolare quali potessero essere i rimedi alla situazione del deserto industriale.
I risultati dell’inchiesta furono:
- Denuncia dei limiti del sistema industriale italiano;
- Denuncia della eccessiva pressione fiscale, che non consentiva di operare con margini di profitto abbastanza elevati da parte degli imprenditori;
- Richiesta di protezione doganale.
B) L’impatto dell’intervento statale sulla finanza pubblica
Occorreva che ci fosse uno Stato non letargico, non sonnolento, che fosse in grado di intervenire nella situazione economica del nostro paese, attraverso un continuo aumento della spesa pubblica con:
- Spesa per il sostegno alle società private ferroviarie;
- Spesa per il potenziamento della marina militare e mercantile;
- Spesa per l’edilizia pubblica;
- Spese militari terza guerra di indipendenza (annessione del Veneto);
- Spese per il pagamento degli interessi sul debito consolidato: gli interessi venivano corrisposti sui due principali titoli del debito pubblico in circolazione: il debito pubblico redimibile (non aveva scadenza ma fruttava il 5% nominale d’interesse) e il debito pubblico redimibile (aveva scadenza ed era stato emesso all’indomani dell’unificazione).
La questione finanziaria: pareggiare il bilancio e ristabilire la fiducia
Le entrate coprivano la spesa pubblica solo per il 60% e questo genera un crescente squilibrio, un disavanzo crescente. Vi sono quindi:
- Uno squilibrio entrate\uscite all’indomani dell’Unificazione;
- Un aumento del debito pubblico.
Il debito pubblico (ereditato dal Regno Piemontese) era già elevato dopo l’unificazione e viene iscritto nel “Grande libro del debito pubblico”. Per effetto del disavanzo il debito pubblico aumenta ulteriormente. Il debito conosce un picco nel 1866. Il rapporto tra il debito pubblico e il PIL è del 61,4% e nel 1866 diventa del 76,5% (cifra non sostenibile). Sulla B
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Storia economica - Secondo parziale
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