DEFINIZIONI E FONTI DELLA STORIA ECONOMICA
1. Che cos’è l’economia
L’economia è la scienza che studia come vengono usate le risorse disponibili, che sono limitate, per soddisfare i bisogni degli individui
e della società.
In particolare studia tre aspetti fondamentali:
1. produzione dei beni;
2. distribuzione dei beni;
3. consumo o uso dei beni.
Quindi l’economia non riguarda solo il denaro, ma il modo in cui una società organizza le proprie attività economiche: chi produce, cosa
produce, come distribuisce le risorse e come queste vengono utilizzate.
2. Che cos’è la storia
La storia è la disciplina che studia il passato attraverso le fonti, cioè tutti quei documenti, oggetti, testimonianze o tracce che
permettono di conoscere eventi e fenomeni avvenuti nel tempo.
La storia non si limita a raccontare ciò che è successo, ma cerca anche di capire i rapporti tra gli eventi, le cause, le conseguenze e il
loro significato per l’umanità.
3. Differenza tra economia e storia economica
Economia e storia economica sono collegate, ma hanno obiettivi diversi.
L’economia guarda soprattutto al presente e al futuro. Usa modelli, dati e variabili economiche per interpretare la realtà e spesso per
prevedere comportamenti o scenari futuri.
La storia economica, invece, guarda soprattutto al passato. Il suo obiettivo è capire come funzionavano i sistemi economici nelle
diverse epoche storiche e come gli uomini hanno affrontato nel tempo i problemi legati alla produzione, alla distribuzione e all’uso dei
beni.
Quindi, mentre l’economia tende a costruire modelli generali, la storia economica studia i fenomeni economici nella loro concretezza
storica, tenendo conto anche del contesto sociale, politico, culturale e istituzionale.
4. Il metodo storico
Per studiare la storia economica bisogna usare il metodo storico, cioè un insieme di tecniche che servono ad analizzare le fonti in
modo critico.
Questo è importante perché le fonti non vanno mai accettate automaticamente come vere. Ogni fonte è stata prodotta da qualcuno, in
un certo contesto, con un certo punto di vista e magari con uno scopo preciso.
Per questo l’atteggiamento fondamentale dello storico è il dubbio. Bisogna sempre chiedersi:
chi ha prodotto questa fonte?
quando è stata prodotta?
perché è stata prodotta?
è autentica?
è attendibile?
rappresenta davvero i fatti o solo un punto di vista?
La verità storica, quindi, non è qualcosa che si trova già pronta, ma è il risultato di un lavoro di analisi, confronto e interpretazione delle
fonti.
5. Periodizzazione della storia economica
La storia viene divisa in grandi periodi per facilitare lo studio. Dal punto di vista economico è importante distinguere tra età
preindustriale ed età industriale.
L’età preindustriale comprende:
Età antica: dall’invenzione della scrittura, circa 3500 a.C., alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, nel 476 d.C.;
Alto Medioevo: dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente all’anno Mille;
Basso Medioevo: dall’anno Mille al XV secolo;
Età moderna: dal XVI secolo alla metà del XVIII secolo.
L’età industriale coincide invece con l’età contemporanea, che va dalla metà del XVIII secolo fino a oggi.
Questa divisione è importante perché la metà del Settecento segna l’inizio della Rivoluzione industriale, cioè una trasformazione
decisiva dei sistemi produttivi, del lavoro, dei consumi e dell’organizzazione economica della società.
6. Che cos’è la storia economica
La storia economica è una “storia speciale”, perché non studia tutti gli aspetti della storia umana, ma si concentra in particolare sui
fenomeni economici.
Studia il passato materiale delle società, cioè il modo in cui gli uomini hanno organizzato nel tempo la produzione, la distribuzione e
l’uso dei beni.
In pratica, cerca di ricostruire il funzionamento dei sistemi economici del passato, utilizzando anche strumenti dell’economia politica
e della statistica economica.
Però la storia economica non guarda solo ai dati economici in senso stretto. Tiene conto anche dei rapporti tra economia e altri aspetti
della società, come politica, istituzioni, cultura, territorio, tecnologia e rapporti sociali.
Quindi non studia mai l’economia come qualcosa di isolato, ma come parte della vita complessiva di una società.
7. Approcci metodologici principali
Scuola storica austriaca e tedesca
La scuola storica austriaca e tedesca comprende studiosi come Knies, Hildebrand, Roscher e von Schmoller.
Questi studiosi proponevano un metodo induttivo. Significa che partivano dall’osservazione dei fatti storici concreti per cercare di
ricavare delle leggi o regolarità del comportamento economico.
Per loro, quindi, non bisognava partire da teorie astratte, ma dallo studio dei fatti realmente accaduti, ricostruiti e verificati
scientificamente.
Scuola degli Annales Annales d’histoire économique et sociale,
La Scuola degli Annales nasce nel 1929 con la rivista fondata da Marc Bloch e Lucien
Febvre.
Questa scuola sostiene che la storia non possa essere studiata solo attraverso eventi politici, militari o diplomatici. Per capire davvero
una società bisogna considerare anche l’economia, la geografia, la cultura, gli usi, i costumi e le strutture sociali.
Un aspetto importante degli Annales è l’attenzione alla lunga durata, cioè ai fenomeni che cambiano lentamente nel tempo, come le
strutture economiche, le mentalità, i modi di vivere e le organizzazioni sociali.
La storia, quindi, non è solo una successione di eventi, ma una struttura in movimento.
New Economic History o Cliometria
La New Economic History, chiamata anche cliometria, è un approccio più quantitativo.
Studia la storia economica usando strumenti matematici, statistici ed econometrici. Cerca quindi di misurare i fenomeni storici
attraverso dati, modelli e tecniche quantitative.
Questo approccio applica la teoria economica e i metodi statistici allo studio del passato. Tuttavia, anche qui l’individuo non viene
studiato da solo, ma sempre all’interno di gruppi sociali, rapporti economici e società organizzate.
8. Le fonti della storia economica
Le fonti sono fondamentali perché permettono allo storico economico di ricostruire i fenomeni del passato.
Prima di tutto bisogna distinguere tra fonti:
disponibili, cioè arrivate fino a noi;
non disponibili, cioè mancanti.
Le fonti non disponibili possono essere:
mai prodotte;
prodotte ma distrutte volontariamente;
prodotte ma distrutte involontariamente, per esempio a causa di guerre, incendi, deterioramento o eventi naturali.
Quando le fonti sono disponibili, bisogna analizzarle criticamente. Questo lavoro si chiama critica delle fonti.
La critica delle fonti comprende vari passaggi:
1. interpretare letteralmente la fonte;
2. verificare se la fonte è autentica;
3. valutare se è attendibile;
4. capire se è una fonte diretta o indiretta;
5. dare un’interpretazione sostanziale, cioè inserirla nel suo contesto storico.
9. Fonti primarie e secondarie
Una distinzione importante è quella tra fonti dirette o primarie e fonti indirette o secondarie.
Le fonti primarie sono prodotte nel periodo storico che si sta studiando. Possono essere documenti amministrativi, registri contabili,
atti notarili, lettere, contratti, documenti fiscali.
Le fonti secondarie sono invece ricostruzioni successive, cioè testi, studi o interpretazioni prodotti da altri studiosi sulla base delle
fonti primarie.
Le fonti primarie sono molto importanti, ma non sono automaticamente “vere”: anche esse devono essere controllate e interpretate.
10. Tipi di fonti
Le fonti della storia economica possono essere divise in due grandi gruppi.
Le fonti comuni o generali comprendono:
fonti archeologiche;
fonti artistiche;
fonti letterarie;
fonti ufficiali o legislative;
fonti notarili;
fonti giudiziarie.
Le fonti dirette o speciali sono invece più specifiche per la storia economica e riguardano soprattutto aziende private e istituzioni
pubbliche.
Tra le fonti delle aziende private troviamo:
manuali e pratiche di mercatura;
carteggi commerciali;
lettere di cambio;
scritture private;
registri contabili.
Tra le fonti delle istituzioni pubbliche troviamo:
atti di deliberazione;
carteggi;
documenti fiscali;
contabilità pubblica.
Queste fonti sono particolarmente utili perché permettono di capire concretamente come funzionavano commerci, imprese, tasse,
bilanci, mercati e istituzioni economiche.
Schema finale da ricordare
La storia economica studia come le società del passato hanno organizzato produzione, distribuzione e consumo dei beni.
Si distingue dall’economia perché non cerca soprattutto modelli per il futuro, ma vuole comprendere i fenomeni economici nel loro
contesto storico.
Per farlo usa il metodo storico, basato sull’analisi critica delle fonti.
Le fonti devono essere sempre controllate, perché possono essere incomplete, parziali o prodotte da soggetti con un certo punto di
vista.
Gli approcci principali sono:
scuola storica austriaca e tedesca: metodo induttivo, partire dai fatti;
scuola degli Annales: storia totale, lunga durata, rapporto tra economia e società;
cliometria: uso di dati, statistica ed econometria per studiare la storia.
La grande divisione economica è tra:
età preindustriale, fino alla metà del XVIII secolo;
età industriale/contemporanea, dalla Rivoluzione industriale a oggi.
LA POPOLAZIONE IN ETÀ PREINDUSTRIALE
1. Dalla comparsa dell’uomo all’età della pietra
Secondo la comunità scientifica, creature simili all’uomo esistevano già circa 2 milioni di anni fa. Si parla degli ominidi, cioè specie
molto vicine alla nostra dal punto di vista evolutivo.
Nel corso delle ere geologiche, questi gruppi si sono evoluti adattandosi ai cambiamenti climatici e ambientali. In particolare, durante il
Pleistocene, cioè il periodo compreso tra circa 2 milioni e 12.000 anni fa, si verificarono numerose glaciazioni. Le glaciazioni
trasformavano profondamente l’ambiente: alcune zone diventavano più fredde e aride, mentre altre potevano trasformarsi in savane o
foreste.
Questi cambiamenti costrinsero gli uomini primitivi ad adattarsi e spesso anche a spostarsi alla ricerca di risorse migliori.
Il principale luogo di origine e sviluppo dei nostri antenati fu l’Africa, dove sono stati trovati resti di specie come Homo habilis e Homo
erectus. L’Homo sapiens compare invece molto più tardi, circa 190.000 anni fa.
2. Tecnologia, gruppi e linguaggio
Con il passare del tempo, gli uomini primitivi migliorarono sempre di più le proprie capacità tecniche. In particolare, impararono a
lavorare meglio la pietra e a costruire strumenti più efficaci per cacciare, tagliare e difendersi.
Questo miglioramento tecnologico ebbe conseguenze importanti:
rese più efficace la caccia;
migliorò l’alimentazione;
aumentò le possibilità di sopravvivenza;
favorì la crescita di gruppi più numerosi;
permise una maggiore divisione dei compiti;
aiutò l’accumulazione e la trasmissione delle conoscenze.
Un altro elemento fondamentale fu il linguaggio. Probabilmente all’inizio la comunicazione avveniva attraverso gesti, ma alcune tracce
nei crani fanno pensare alla presenza di forme di linguaggio verbale. Il linguaggio fu importante perché permise una migliore
organizzazione del gruppo, la cooperazione e la trasmissione dell’esperienza.
3. Le migrazioni dell’Homo sapiens
Circa 125.000 anni fa, probabilmente a causa di nuove trasformazioni climatiche, l’Homo sapiens iniziò a uscire dall’Africa.
Una delle prime direttrici fu quella lungo il Nilo, fino all’area dell’attuale Israele. Da lì partirono successivi flussi migratori verso diverse
zone del mondo: Asia, Australia, Europa e infine America.
Per raggiungere il continente americano, gli uomini avrebbero probabilmente attraversato lo Stretto di Bering durante una fase
glaciale, quando il livello del mare era più basso.
Alla fine dell’ultima glaciazione, circa 10.000 anni fa, si stima che la popolazione mondiale fosse di circa 5 milioni di persone. I
gruppi principali erano concentrati soprattutto in Africa e nelle zone più favorevoli del continente eurasiatico.
4. Le attività economiche primitive
Nelle società più antiche, l’attività principale era la caccia, affiancata dalla raccolta. La sopravvivenza dipendeva direttamente dalle
risorse offerte dall’ambiente.
Con il tempo, le tecniche di caccia migliorarono grazie agli strumenti più avanzati. Un progresso importante fu anche
l’addomesticamento degli animali, tra cui il cavallo, che avvenne molto più tardi, circa 6.000 anni fa.
I rapporti tra gruppi diversi non sono facili da ricostruire, perché mancano fonti scritte per i periodi più antichi. Tuttavia, quando
compaiono le fonti scritte, emerge spesso che l’incontro tra comunità poteva trasformarsi in scontro, con il gruppo vincitore che si
appropriava delle risorse del gruppo sconfitto.
Caratteri dell’economia preindustriale
1. Economia di sussistenza
L’economia preindustriale era soprattutto un’economia di sussistenza. Questo significa che la maggior parte delle risorse prodotte
serviva alla sopravvivenza diretta della popolazione e veniva consumata da chi la produceva.
Le società preindustriali avevano tecnologie limitate e quindi non riuscivano a trasformare profondamente l’ambiente secondo i propri
bisogni. Al contrario, dovevano adattare i propri bisogni alle risorse disponibili.
Per questo il livello di vita rimaneva generalmente basso e la produttività cresceva molto lentamente.
2. Bassa produttività e poca energia disponibile
Nell’economia preindustriale la principale fonte di energia era il lavoro umano, affiancato in parte dal lavoro animale.
L’uso di energie inanimate, come acqua, vento o altre fonti meccaniche, era ancora limitato. Questo rendeva difficile aumentare molto
la produzione.
Di conseguenza:
la produttività era bassa;
i miglioramenti erano lenti e discontinui;
bastavano crisi agricole, guerre o epidemie per annullare i progressi raggiunti;
la specializzazione del lavoro era limitata;
il mercato era poco sviluppato.
3. Centralità dell’agricoltura
Il settore più importante era quasi sempre l’agricoltura. La maggior parte della popolazione viveva nelle campagne e lavorava la terra.
L’agricoltura costituiva la principale fonte di reddito e di sopravvivenza, ma era anche molto fragile perché dipendeva da fattori naturali
come clima, raccolti, carestie e malattie.
Una crisi agricola poteva quindi avere effetti molto gravi su tutta la popolazione, provocando fame, aumento della mortalità e difficoltà
economiche generali.
4. Mercati limitati ma in crescita
Anche se l’economia preindustriale era soprattutto agricola e di sussistenza, non bisogna pensare che fosse completamente ferma.
Nel tempo ci furono alcuni segnali di crescita. In particolare, dopo l’anno Mille, le città iniziarono ad avere un ruolo sempre più
importante. Si svilupparono commerci, attività manifatturiere, mercati locali e gruppi sociali più orientati al profitto, come la borghesia
mercantile.
È importante non confondere preindustriale con precapitalistico. Anche se l’industria moderna non era ancora nata, già nel Basso
Medioevo si svilupparono alcuni elementi capitalistici, come il commercio, la finanza, la ricerca del profitto e l’organizzazione più
complessa delle attività economiche.
La popolazione in età preindustriale
1. Perché la popolazione è importante per la storia economica
La popolazione è centrale nella storia economica perché è sia produttrice sia consumatrice.
Da un lato produce beni e servizi attraverso il lavoro; dall’altro consuma le risorse disponibili. Per questo, studiare la popolazione
significa capire meglio il funzionamento dell’economia.
La storia economica analizza diversi aspetti della popolazione:
il numero totale degli abitanti;
la crescita o diminuzione nel tempo;
la distribuzione sul territorio;
la densità della popolazione;
la divisione tra città e campagna;
la composizione per sesso ed età;
natalità, mortalità e fertilità.
2. Indicatori demografici principali
Per studiare la popolazione si usano alcuni indicatori fondamentali.
Il tasso di natalità misura quanti bambini nascono in un anno rispetto alla popolazione media. Di solito si calcola ogni 1000 abitanti.
Il tasso di mortalità misura quanti individui muoiono in un anno rispetto alla popolazione media, sempre ogni 1000 abitanti.
Il tasso di mortalità infantile misura quanti bambini muoiono entro il primo anno di vita rispetto al numero dei nati nello stesso anno.
Il tasso di crescita naturale si ottiene facendo:
tasso di natalità − tasso di mortalità
Se la natalità supera la mortalità, la popolazione cresce naturalmente. Se invece la mortalità supera la natalità, la popolazione
diminuisce.
Bisogna poi considerare anche le migrazioni, cioè immigrazioni ed emigrazioni, perché una popolazione può crescere o diminuire anche
per effetto degli spostamenti delle persone.
La trappola m
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