Storia e trasmissione dei testi
Introduzione
La storia della trasmissione dei testi è l’insieme delle vicende e dei fattori storico culturali che hanno determinato le forme e le modalità della trasmissione dei testi, in prevalenza letterari.
È una storia di vicende e opere da un doppio punto di vista: la storia del testo in senso stretto e la storia del libro, formato fisico che veicola il testo; la storia delle vicende storiche, culturali, religiose che hanno condizionato la trasmissione e la sopravvivenza delle opere nel corso dei secoli.
La storia della trasmissione è fortemente legata alla filologia (filos+logos): amore per la parola, scienza che permette di ricostruire il testo risalendo nel tempo, prima che esso iniziasse ad essere corrotto e alterato. Attraverso le testimonianze rimaste cerca di ricostruire come era il testo originariamente, prima degli errori e delle deformazioni che lo hanno modificato, rivisitato, perso. L’obiettivo è quello di restituire al lettore il testo originale, così come l’aveva pensato l’autore. Viene definita la scienza dell’errore perché va a caccia degli errori, cerca di individuarli e capire cosa c’era prima di essi, come si sono generati e come è possibile ricostruire il testo originale; scienza di come il messaggio si altera nei vari passaggi (la stampa ci ha dato l’erronea convinzione che un testo è uguale in ogni circostanza, ma in realtà tra un’edizione e l’altra c’è sempre qualcosa che cambia→qualsiasi testo trasmesso tende a variare, sia oralmente che in maniera scritta, soprattutto nei periodi in cui la stampa non esisteva ed ogni cosa veniva trascritta e copiata a mano).
La filologia guarda all’interno del testo, la storia e trasmissione dei testi, invece, si interroga su una prospettiva storica, materiale, culturale: si chiede cosa succede in un determinato periodo in cui un’opera viene prodotta/trasmessa, si interroga su quando ci sono le biblioteche, si chiede come un’opera sia stata scritta, elaborata, trasmessa e diffusa attraverso i secoli, come si smarrisce e viene recuperata o persa per sempre. La combinazione delle due scienze permette la ricostruzione di un testo originale o un esemplare che sia il più vicino possibile alla volontà di un autore.
Come si componeva un’opera?
Gli antichi avevano la tendenza a dettare, pochi autori scrivevano di propria mano. Era una stesura a voce alta, in alcuni casi autografa (poesia), in altri invece si dettava a scribi, segretaria, amanuensi, con un processo di composizione preceduto da appunti, promemoria, note; per opere più vaste tale procedura era più ampia.
- Plinio il Vecchio, Naturalis historia: Plinio il Vecchio morì nel 79 d.C dall'eruzione del Vesuvio. Il nipote, Plinio il Giovane, racconta in un’epistola che lo zio era talmente appassionato di fenomeni naturali che voleva a tutti i costi osservare il fenomeno. Il suo interesse scientifico e naturalistico si manifestò in tutta la sua produzione letteraria: molte sue opere andarono perdute, ma ci rimane una monumentale enciclopedia in almeno 37 libri composta da digressioni che rimandano ad opere che egli aveva consultato per completare la propria opera (raccolta immensa di fonti andate ormai perdute). Tutto ciò lo sappiamo grazie alla testimonianza di Filodemo di Gadara, filosofo greco che giunge in Italia nel 75 d.C e che fu ospitato a Villa dei papiri (chiamata così perché all’interno conservava una biblioteca con oltre 1800 papiri), o Villa dei Pisoni, una villa di epoca romana appartenente a Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Caio Giulio Cesare. Tale famiglia fu protettrice di Filodemo, le cui opere erano conservate all’interno di tale dimora, che fu poi travolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e riscoperta nel 18° secolo con gli scavi di Ercolano. Tra le opere rinvenute ce n’è una di Filodemo che tratta della storia dell’Accademia in due rotoli: uno è il brogliaccio di lavoro di Filodemo e uno è un esemplare ricopiato dal brogliaccio che risistemava gli appunti del brogliaccio di lavoro stesso (brutta copia e bella copia del lavoro curato da Filodemo stesso). La copia a pulito ci permette di capire che c’era stato un lavoro di ricerca ed estrapolazione delle fonti, una prima stesura che portò a tale brogliaccio di lavoro e infine un esemplare derivato da quel brogliaccio in cui accorgimenti, modifiche e cancellazioni volute da Filodemo sono state messe a pulite. Dopo una prima stesura siamo in realtà ad una prima revisione, l’opera viene rimaneggiata dall’autore, o meglio dagli amici dell’autore a cui la faceva leggere e dai quali accettava correzioni e critiche.
Dal testo originale vengono tratte altre copie, dalle quali ne vengono tratte altre e così via. In epoca antica l’opera veniva consegnata ad un editore che la diffondeva su richiesta, oppure la copia partiva dal protettore a cui l’opera stessa era stata inviata. Alcuni librari, ovvero librai e copisti, avevano a disposizione in bottega opere in voga in un determinato periodo, pertanto una volta licenziata l’opera essa sfuggiva completamente al controllo dell’autore in quanto non esistevano copyright e diritti che proteggessero l’opera. Nell’epoca della stampa, invece, era l’autore che portava la propria copia da un editore, il quale o la accoglieva così com’era o richiedeva delle modifiche. Spesso queste ultime venivano richieste nel mentre del processo di stampa→stampe dello stesso anno, della stessa stamperia, dello stesso processo di stampa con pezzettini di testo, o lezioni, leggermente differenti (in un processo di copiatura si generano inevitabilmente degli errori).
Stemma di Paul Maas
Paul Maas elaborò uno schema ad albero capovolto che rappresenta una sorta di albero genealogico di un’opera, a partire dal suo capostipite, fino al suo ultimo discendente. Si chiama stemma codicum, cioè albero genealogico dei codici, intesi come testimoni o copie dell’originale.
Karl Lachmann, filologo classicista tedesco, nel 1850 pubblicò una delle edizioni più famose del De Rerum Naturae di Lucrezio, considerata un’edizione spartiacque perché diventa un modello della filologia scientifica tanto che è su di essa che il metodo genealogico finì per essere chiamato metodo di Lachmann. Era uno dei più importanti accademici dell’Europa e in questa edizione, citata come fondativa del metodo stemmatico, non compare alcuno stemma codicum. Era considerato un metodo rigido, meccanico, che parlava dei testi in termini anche quantitativi, cosa che non piacque a Joseph Bédier, filologo francese, che mosse una serie di critiche dicendo che il metodo di Lachmann era una forzatura mirata a portare ad una tipologia limitata di schemi. Bédier crede, invece, nel criterio del codex optimum, da lui chiamato il bon manuscrit, ovvero era meglio utilizzare un manoscritto antico su cui editare il proprio testo→molto profonde la differenze tra le tradizione che i due esaminarono, una classicista e uno romanzo, quindi le problematiche testuali erano estremamente diverse.
Le critiche del Bédier spinsero a rafforzare il metodo dello stemma codicum e nel 1927 uscì la Textkritik di Maas, un testo diventato poi fondamentale per la filologia classica e non solo che stabilisce una serie di principi e riflessioni che ancora oggi risultano fondamentali alla lavorazione di un testo.
Giorgio Pasquali, filologo classico italiano, nel 1934 elaborò il suo “storia della tradizione e critica del testo” come recensione alla Textkritik del Maas; in reazione alle critiche del Bédier egli accolse una serie di principi del metodo Lachmanniano salvando alcune affermazioni del Bédier relative alla storia della trasmissione dei testi e al ruolo dei manoscritti e delle fonti come oggetti individuali ma storicamente definiti.
- Recentiores non deteriores (i più recenti non sono i più peggiori): vuol dire che non necessariamente una testimonianza più vicina a noi deve essere intesa per forza come peggiore rispetto ad una testimonianza antica→viene a cadere il criterio del bon manuscrit di Bédier.
A seguito di queste critiche anche Maas torna sulla sua opera e aggiunge nel 1937 un'appendice che dà la definizione di errore e nel 1956 il cosiddetto ‘sguardo retrospettivo’, che dà delle puntualizzazioni sul metodo.
- Originale, indicato al vertice in genere con la X o con la O, è il testo così come lo voleva l'autore.
- Archetipo, indicato con α o ω.
- Le lettere greche indicano snodi della tradizione che sono andati perduti.
- Le lettere in carattere normale indicano testimoni conservati esistenti.
- Le linee rappresentano i rapporti di parentela, i testimoni esistenti e i possibili testimoni perduti di una stessa opera.
- I trattini indicano che tra un passaggio di copiatura e l’altro ci sono stati dei passaggi intermedi di copiatura.
Tradizione ad un testimone
Tradizione ad un testimone O è l’opera licenziata dall’autore. Essa può essere di due tipi:
- Autografa: immediata, scritta dall’autore stesso.
- Idiografa: sorvegliata dall’autore, l’autore dettava indicando cosa correggere.
L’originale può essere:
- Conservato.
- Non conservato: dobbiamo affidarci alle copie per poterlo ricostruire, in questo caso ad A (O è perduto).
A è l’antigrafo (modello da cui si copia, che è apografo di O) di B, B è l’apografo (copia derivata da un modello) di A. Per ricostruire O mi basta utilizzare A (si usa B solo se A è rovinata)→B non serve, si procede quindi alla eliminatio codicum descriptorum, l’eliminazione codici copiati.
Tradizione ramificata
Quando da una copia ne vengono fuori altre non si parla più di trasmissione ad un testimone, ma di tradizione ramificata. Se c’è un errore si può risalire alla prima copia e correggerlo, ma se non ci si accorge esso rimane (copie del testo si perdono nel corso della storia e i rapporti di trasmissione scompaiono).
Il nostro ruolo è riuscire a ricostruire, partendo da pochi elementi sparsi, vedendo cosa è successo all'interno del testo e studiando i fattori storici e culturali che riguardano le singole copie, i rapporti di parentela→rintracciare tali legami e ricostruire uno stemma che mostri l’evoluzione storica del nostro testo. Compito del filologo è ricostruire i rapporti che sono andati perduti tra le copie sopravvissute e capire dove e come sono nati gli errori, i quali ci permettono di capire i rapporti di parentela e di ricostruire il testo fino alla sua copia originale o fino alla prima forma di copiatura. In questo modo si riesce ad ottenere un’edizione critica del testo, composta da:
- Introduzione, in genere di tipo storico, letterario, linguistico.
- Testo critico, che presenta delle fasce di apparato:
- Apparato delle fonti in cui si citano eventuali passi delle scritture o richiami ad altri autori.
- Apparato critico in senso stretto in cui si registrano le varianti, ovvero le lezioni che differiscono da una copia all’altra.
Le fasi del filologo
- Si articola in tre momenti fondamentali: recensio.
- Censimento vero e proprio delle copie e dei manoscritti sopravvissuti: si procede con l’individuazione di tutte le copie esistenti di una medesima opera e si prosegue con la bibliografia dell’opera e dell’autore e dei materiali di chi ha già studiato il testo attraverso biblioteche universitarie o comunque siti affidabili (meglio evitare wikipedia).
- Collazione, ovvero il confronto tra copie dello stesso testo: si prende come punto di riferimento una copia, una vecchia edizione o l’edizione a stampa e sistematicamente si confronta punto per punto, parola per parola, il testo come veicolato da ciascun testimone. Non c’è un criterio di base per scegliere il testo da cui partire (alcuni utilizzano il manoscritto più antico o autorevole, ma non vuol dire che sia il più affidabile).
- Individuazione di errori e ricostruzione dello stemma: ci sono due presupposti di base, senza i quali è impossibile ricostruire il testo:
- Il copista commette errori: se un testo è breve, è probabile che non ci siano errori quindi si fa fatica a capire chi ha copiato da chi; se un testo è lungo, invece, è facile commettere errori permettendo di capire le parentele tra i testimoni.
- Non c’è contaminazione: un apografo è tratto da un unico antigrafo, ovvero una copia B è tratta esclusivamente dalla copia A. Se si copia da più copie si anestetizza l’errore rendendo impossibile capire da dove si è copiato. I copisti, quando contaminavano un testo, cercavano una seconda copia e la utilizzavano per fare delle correzioni nel testo.
Gli errori sono i fondamenti della ricostruzione di un testo e sono di due tipi:
Errore congiuntivo
1. Errore congiuntivo: un errore di natura tale che due copisti non possono essere caduti in esso indipendentemente l’uno dall’altro (congiunge nel senso che identifica l’esistenza di una parentela).
È una lauda drammatica, dove si tratta il tema della passione in forma teatrale; si rappresenta un’azione in cui appaiono una serie di personaggi e viene utilizzato un linguaggio colloquiale.
D’una morte e impiccato sono le lezioni che ha restituito l’editore, tutti i codici in realtà presentano dura morte e abracciato.
Opera anonima di circa 100 versi in lode alla città di Verona.
Omega è il testimone più antico, perduto, appartenente a Raterio da Verona, il quale lo porta con sé quando se ne va da Verona. Raggiunge poi la Francia nel 1600 dove viene trascritto.
A Verona rimane una copia dell’archetipo omega (O’), che viene portato a Rimini per poi tornare a Verona. I codici che discendono da quest’ultima copia di Verona presentano degli errori congiuntivi che dimostrano la loro parentela.
- R: codice perduto del Monastero dei Celestini, Rimini (1184-1185).
- Rp: codice del 1511-1516 del pellegrino di Giacomo Pellegrini, umanista che scrisse “Arimini in Cenobio Caelestinorum in volumine antiquissimo De laudibus Veronae” dimostrando l’esistenza di un codice che doveva trovarsi a Rimini (appartenente al cenobio dei celestini). Sappiamo che è Giacomo di Pellegrini ad averlo copiato a Verona perché al vv. 193 dei codici R e Rp vengono nominati dei santi importanti per la città e si fa riferimento a Papa Lucio III (“In te habitat Lucius pontifex Maximus”) che tra il 1184 e il 1185 ha risieduto a Verona, dimostrando che l’indicazione non è stata aggiunta a Rimini1.
- Rp: codice situato a Verona nella Biblioteca Capitolare, copia pulita, ovvero corretta qua e là, di Rp.
- Z: codice situato nella Biblioteca Capitolare di Verona che possiede solo una parte di versi (45-55) e che, alla fine, presenta l’iscrizione “In Cenobio Arimini Celestinorum in Libro Antiquissimo de Laudibus Veronae: ubi et plura alia”.
- Z1: codice situato nella Biblioteca Comunale di Verona che presenta l’iscrizione “In cenobio Arimini Celestinorum in libro antiquissimo de Laudibus Veronae Ex dictis Isidori Vbi et plura alia”. La nota “Arimini in Cenobio Caelestinorum” dimostra che la nota di possesso del codice R si è trasmessa a tutti i suoi discendenti.
Errore separativo
2. Errore separativo: un errore che non è sanabile per congettura; una volta commesso non si può tornare indietro.
Saut du même au même, o salto dell’occhio, avviene in genere quando alla fine di due frasi consecutive c’è un termine uguale che fa pensare di aver già scritto la frase; è un errore poligenetico, facile da commettere, che non può essere sanato anche se ci si accorge che il senso della frase vacilla e manca qualcosa.
Passio Felicis et Fortunati:
- C22b: quia iste mundus transit et gloria eius→poiché questo mondo passa e (con lui) la sua gloria.
- C15: quia iste mundus et gloria eius (perde il verbo transit)→poiché questo mondo e la sua gloria.
- C13: quia iste mundus et gloria eius (viene inserito ‘transitura est et caduca’ come nota a margine per restituire il senso)→poiché questo mondo e la sua gloria ‘è passeggera e precaria’.
- C10: quia iste mundus et gloria eius transitura est et caduca (la nota diventa parte del testo)→poiché questo mondo e la sua gloria è passeggera e precaria.
→A cosa servono gli errori e in che modo si usano gli errori congiuntivi o separativi per costruire uno stemma? Lo stemma serve per poter andare a lavorare sul testo in seguito. Gli errori si rintracciano per capire i rapporti di parentela, sulla base dei quali si costruisce lo stemma. A e B sono imparentati perché hanno almeno un errore congiuntivo. Gli errori permettono di capire chi è l’antigrafo e chi è l’apografo.
- A è l’antigrafo e B è l'apografo; il copista B copia A riportando tutti gli errori di A e commettendone altri. In particolare B deve avere tutti gli errori separativi di A (quelli congiuntivi possono essere risanati). Criterio della prova latente: bisogna dimostrare che B non manca degli errori separativi di A, cioè non li ha sanati.
- Se B manca anche solo di un errore separativo di A, B non può derivare da A perché l’errore separativo non può mai essere risanato; in questo caso il rapporto si rovescia, quindi B sarà l’antigrafo e A l’apografo.
- A e B sono imparentati: A presenta errori
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