NASCITA DELL’URBANISTICA
Collochiamo la nascita dell’urbanistica a cavallo della rivoluzione industriale, e dunque in
corrispondenza di un progresso scientifico tale da accelerare l’evoluzione delle tecniche in
molteplici ambiti. In questa situazione, l’essere umano deve abituarsi alle novità, deve riuscire a
domarle, a non farsi sovrastare dalle sue stesse creazioni.
• Per gli avanzamenti della medicina, abbiamo un’esponenziale crescita demografica.
• Per gli avanzamenti dell’edilizia, abbiamo la nascita di nuove tipologie architettoniche.
• Per gli avanzamenti dell’ingegneria, abbiamo l’invenzione dei treni, degli ascensori…
La Città dell’Ottocento deve aggiornarsi, adattarsi alle nuove esigenze. Ci troviamo di fronte alla
centralizzazione delle industrie, dunque ad una scissione sempre più netta tra campagna e città.
Dalle industrie derivano: l’inquinamento, le nuove professioni, i nuovi assetti commerciali,
l’alienazione del proletariato operaio.
La letteratura ci aiuta a comprendere meglio le condizioni dell’epoca: Charles Dickens in “Hard
Times” descriverà una qualunque grande città industriale dell’epoca: una realtà grigia, abitata da
uomini privati della propria personalità, indeboliti nel corpo e nell’animo.
La priorità diventa lo sviluppo economico e tecnico, ed elementi come l’apparato difensivo e le
grandi proprietà religiose diventano obsolescenti, rappresentando degli ostacoli per la crescita; al
contrario, grazie ai nuovi materiali, è possibile costruire grandi magazzini, gallerie in ferro e vetro,
stazioni ferroviarie e grattacieli; tutto ciò diventa emblematico per l’evoluzione delle grandi città.
C’è stata una fase della storiografia in cui l’architettura dell’800 e le trasformazioni avvenute in
questo stesso periodo, sono state fortemente trascurate, probabilmente perché ritenuto assente
un linguaggio stilistico e culturale netto (parliamo di eclettismo). Guido Zucconi è stato uno dei
primi in Italia a comprendere l’importanza dell’analisi storica di questo periodo. Egli individuerà
una serie di formule per denominare la Città dell’Ottocento e descriverne i caratteri:
• Città della rivoluzione industriale.
• Città nell’epoca della crescita.
• Città del progresso tecnico.
• Città del ciclo haussmanniano.
• Città di ieri.
PARIGI
Parigi reincarna alla perfezione il concetto di “città di ieri” descritto da Zucconi: una città, i quali
caratteri e segni attuali permangono sin dagli interventi attuati nell’Ottocento.
Siamo nel 1852, Napoleone III diventa imperatore di Francia, trovandosi tra le mani una capitale
che sta affrontando gravi problematiche urbane: l’enorme crescita demografica compressa
all’interno delle mura, lo smaltimento dei rifiuti e la gestione della rete idrica. In quanto
imperatore, Napoleone III, anche se non dichiarandolo, affronterà le problematiche con lo scopo
di raggiungere un’identità rappresentativa della potenza del suo impero, della sua immagine.
Nel 1853, il piano viene affidato al prefetto Haussmann, prevedendo vari sventramenti (Grand
Travaux) sull’intera città. La scala è ampia e gli interventi sono molti, questo comporterà una
certa complessità nella gestione del piano, sia dal punto di vista amministrativo che finanziario.
Questa complessità viene gestita tramite una ripartizione del lavoro e degli oneri:
• Dal punto di vista amministrativo abbiamo un’articolazione in cinque uffici tecnici, i quali
lavoreranno in maniera coordinata, garantendo un’attuazione di grandissima qualità;
• Dal punto di vista finanziario, a seconda dell’urgenza e dell’importanza di ogni intervento,
abbiamo una ripartizione delle spese tra Stato, Comuni e investimenti pubblici; questi
ultimi sono incentivati tramite una serie di modifiche alla legislatura studiate da
Haussmann, il quale, in realtà, agirà a discapito dei piccoli proprietari.
Ritornando agli sventramenti, essi costituiscono la base fondamentale del piano e consistono
nella demolizione di interi quartieri medievali per far spazio a grandi assi viari. Dal punto di vista
funzionale, migliorano la circolazione (anche militare), la ventilazione e l’illuminazione urbana;
mentre, dal punto di vista estetico e ideologico, le grandi prospettive visive convergono su
monumenti chiave e sottolineano il controllo e l’ordine rappresentante il potere imperiale. Per lo
stesso motivo, ai nuovi edifici viene imposto uno stile architettonico uniforme: facciate in pietra
calcarea chiara, balconi continui, tetti mansardati, cortili interni, altezza regolamentata…
I risultati sono straordinari dal punto di vista dell’immagine e della funzionalità urbana: Parigi
diventa la città modello d’Europa. Tuttavia, non è tutto oro ciò che luccica:
• Esclusione sociale: i ceti popolari vengono espulsi verso la periferia, a causa dell'aumento
degli affitti e della demolizione delle case popolari;
• Indebitamento: il costo totale supera i 2 miliardi di franchi, in buona parte coperti da
prestiti e debito pubblico;
• Autoritarismo urbano: le trasformazioni sono imposte senza la consultazione pubblica, e
spesso giustificate con esigenze di ordine pubblico (come la prevenzione delle barricate).
BARCELLONA
Anche Barcellona rispecchia il concetto di città di ieri. Questa volta, a differenza di Parigi, non si
interverrà tramite sventramenti, ma tramite ampliamenti. Fino alla metà del XIX secolo, la città
medievale reticolo viario, denso e insalubre, compresso tra il mare e le mura, con un
presenta un
elevato tasso di mortalità e una speranza di vita media di soli 25 anni. Ai margini del nucleo
Casco Antiguo Ciutadella
storico ( ), verso il mare, si trovavano altri due insediamenti: la fortificata
Barceloneta
e il borgo marinaro della .
Nel 1854, anno dell’ascesa dei progressisti al potere, le mura vengono abbattute, e
conseguentemente viene commissionato un rilievo dello stato urbano all’ingegnere Ildefons
Cerdà. L’anno successivo si bandisce un concorso per un piano di ampliamento: lo vince Antonio
Rovira i Trias, con una proposta a ventaglio che prevedeva un centro dominante e una
zonizzazione per censo. Tuttavia, il governo decide di adottare d’ufficio il piano di Cerdà, frutto di
analisi tecniche e di una logica socialista fondata su uguaglianza e funzionalità collettiva.
Il piano Cerdà è definito da una maglia ortogonale regolare pensata per espandersi in tutte le
direzioni (eccetto quella verso il mare) ed orientata secondo criteri astronomici ed eliotermici per
proteggere dagli agenti atmosferici e favorire la salubrità. Il modulo base è l’isolato, concepito
per essere edificato su due lati per 1/3 della superficie, e dedicato al verde per i restanti 2/3. Esso
presenta angoli smussati per favorire la visibilità, l’illuminazione e la circolazione dell’aria. La
densità prevista era di 250 abitanti per ettaro, con edifici di massimo tre piani. Cerdà introduce le
“diagonal”, arterie oblique per agevolare la mobilità, e immagina una città policentrica, articolata
servizi distribuiti omogeneamente secondo un sistema a scala: scuole, chiese
in 1200 isolati, con
e caserme ogni 25 isolati; un mercato ogni 100; ospedali e parchi ogni 400.
Con Cerdà, nel 1867 viene usato per la prima volta il termine “urbanizzazione”, nel suo scritto
“Teoria general de la urbanizacion”; in questo testo egli unisce l’approccio sociologico, la
pianificazione scientifica e l’analisi ambientale, fondando un metodo di studio urbano che si
avvale di tre strumenti: numeri (statistiche), disegno (planimetrie) e parola scritta. Tuttavia,
l’ideale razionale della sua città, fondata sulla funzionalità e sull’eguaglianza, si scontra con le
dinamiche reali del mercato fondiario, che eludono molte delle sue prescrizioni: gli isolati
saranno edificati su tutti i lati e con altezze superiori a quelle previste per questioni speculative.
Parc
Il progetto è stato definito da molti “troppo vincolante”, ma osserviamo esempi come il
Guell Sagrada Familia
di Gaudì o la , che dimostrano come la maglia rigida non impedisca la
Hospital de Sant Pau
costruzione di architetture uniche e distinte. Un altro esempio è l’ progettato
da Lluis Domenech Montaner, esempio di grande modernità (infatti ha servito la sua originale
funzione fino a pochi anni fa, è ospitato da ben nove isolati, diviso in padiglioni e dotato di
sistemi funzionali come una rete di collegamenti sotterranea per il trasporto dei pazienti.
Barcellona, e in particolare le sue amministrazioni, hanno il merito di riuscire a sfruttare ogni
occasione per riuscire a migliorare la città stessa:
• Nel 1888 abbiamo la prima Esposizione Universale di Barcellona, realizzata nella
Ciutadella , le quali mura vengono abbattute rendendola un grande parco urbano. Molti
dei padiglioni realizzati sono ancora presenti. Si viene a creare il collegamento del
lungomare tra il Parco e la Rambla, si urbanizza il quartiere Born (vicino al Barrio gotico),
vengono illuminate molte strade e realizzati svariati monumenti come l’Arco di Trionfo.
• Nel 1929 abbiamo la seconda Esposizione Universale di Barcellona. Oltre alla presenza del
Padiglione realizzato da Mies, e quindi all’importanza dal punto di vista storico, vengono
trasformate aree di Barcellona che precedentemente erano poco urbanizzate: da Plaza de
Espana fino alla collina del Montjuïc. È un progetto più moderno rispetto a quello dell’88,
caratterizzato da un ingresso monumentale composto da quattro grandi colonne ioniche
(analoghe dell’arco di trionfo). La zona è rimasta il polo fieristico della città.
• La svolta contemporanea si ha con le Olimpiadi del 1992: Barcellona, fino ad allora
definita “la città che volta le spalle al mare”, recupera il rapporto con il litorale con la
realizzazione del Villaggio Olimpico, che non viene abbandonato come succede spesso,
diventando un polo attrattivo turistico e residenziale.
ma riutilizzato con successo, Superillas
In epoca recente, il Comune lancia il progetto delle : raggruppamenti di isolati dove il
traffico è limitato ai soli residenti, con incremento di aree verdi, spazi pedonali e piste ciclabili. Le
preoccupazioni principali erano l’intasamento del traffico lungo i margini delle Superillas (evento
che non si è verificato) e la gentrificazione (fenomeno in corso che il governo sta tentando di
contenere). L’obiettivo a lungo termine è quello di fare di Barcellona la prima grande città
europea quasi totalmente senza auto.
VIENNA
Nella prima metà dell’Ottocento, Vienna presenta una morfologia urbana fortemente
condizionata dalla sua lunga storia fortificata. Le mura settecentesche (il Linienwall, tracciato nel
1704) racchiudono un vasto territorio comprendente sia l’Altstadt (il nucleo medievale, ancora
avvolto dalle mura rinascimentali del 1533) sia i sobborghi di origine seicentesca. Questo sistema
di cinte murarie, ormai obsoleto dal punto di vista difensivo, finisce per ostacolare l’espansione
urbana in un momento in cui la città conta circa 60.000 abitanti.
Lo sviluppo urbano segue un andamento ad anelli concentrici, con i sobborghi che si dispongono
lungo direttrici radiali. Tra il centro storico e la fascia suburbana si estende un’ampia zona
Glacis , spazio verde di larghezza variabile (dagli 800 ai 1400 metri), demaniale e
inedificata: il
destinato originariamente a scopi militari. Questa cesura fisica e funzionale accentua la
separazione tra città antica e periferia, rendendo evidente la necessità di un ripensamento
strutturale. Al contempo, le difficoltà di collegamento tra i sobborghi e le mura esterne riflettono
anche una dimensione politica: controllare l’accesso e la crescita urbana significava controllare il
potere sociale ed economico.
La svolta arriva con la decisione dell’imperatore Francesco Giuseppe di abbattere le mura e
propone la
riconfigurare il Glacis come spazio urbano. Un primo progetto statale (1857)
realizzazione di una grande fascia anulare destinata a verde pubblico, trasporti e nuove
attrezzature. In parallelo si bandisce un concorso internazionale per un piano di ampliamento
generale della città, da cui emergeranno le linee guida per la trasformazione del Glacis in quella
che diventerà la Ringstrasse, l’imponente viale alberato a forma di U lungo 6,5 km e largo 57 m.
Il piano esecutivo, coordinato dall’architetto Ludwig von Förster, assegna circa quattro quinti
dell’area alle attrezzature pubbliche e monumentali (ministeri, musei, teatri, università, sedi del
potere civile) e solo un quinto all’edilizia privata, riservata comunque a ceti molto abbienti.
L’intervento si distingue per l’equilibrio tra controllo pubblico e impulso privato, con un forte
coinvolgimento della classe professionale locale.
L’influenza parigina è evidente: come nei boulevard Haussmanniani, si adottano tracciati regolari,
ampie vedute e facciate continue. Gli edifici pubblici, però, non seguono un’unità stilistica; al
contrario, si adottano linguaggi architettonici differenti a seconda della funzione e dei valori
evocati: il municipio in stile neogotico (richiamo all’origine medievale dei comuni), gli edifici
dedicati alle arti e alla cultura in stile rinascimentale, evocativo dell’umanesimo.
L’edilizia residenziale trova collocazione nella fascia intermedia tra il Glacis e il vecchio Linienwall.
I nuovi isolati regolari, disposti a scacchiera, si sovrappongono alla maglia radiale preesistente,
fondendo i due sistemi e cancellando le nette discontinuità morfologiche. L’immobile multipiano
a corte si impone come tipologia dominante, anche nel centro storico, dove sostituisce
progressivamente le case gotiche e i palazzi barocchi.
Tuttavia, le aree periferiche meno qualificate ospitano una edilizia speculativa: case in affitto con
corti strette, ballatoi esterni, servizi igienici condivisi. La normativa edilizia, inizialmente rigorosa,
si fa via via più permissiva, determinando una polarizzazione dello spazio urbano. Nasce così una
città divisa: da un lato il centro monumentale, terziario e amministrativo, di alta qualità
architettonica; dall’altro la periferia popolare, cresciuta senza pianificazione, priva di qualità
urbana.
L’esplosione demografica legata all’immigrazione intensifica la crisi abitativa. Tra il 1867 e il 1873
viene istituita una commissione per affrontare la questione delle abitazioni popolari e il
collegamento tra centro e sobborghi mediante una rete ferroviaria metropolitana. Si esaminano
23 progetti. Nel 1890, i sobborghi vengono annessi ufficialmente al comune di Vienna. Due anni
dopo, nel 1892, un concorso per un nuovo piano regolatore punta a imporre un disegno unitario
all’espansione urbana, basato su collegamenti ferroviari e razionalizzazione dell’assetto urbano.
In questo contesto emergono due figure chiave: Otto Wagner e Joseph Stübben. Wagner,
architetto, interpreta la città come opera d’arte totale, in cui ogni elemento è parte di una visione
estetica coerente. Stübben, urbanista di formazione ingegneristica, privilegia invece un approccio
tecnico e funzionale. Le loro visioni procedono su binari paralleli, ma contribuiscono insieme a
definire l’idea di una metropoli moderna. Wagner, in particolare, elabora il concetto di una città
suddivisa in settori autosufficienti, ciascuno di circa 150.000 abitanti, ben collegati tra loro
tramite una rete ferroviaria a maglia regolare. Le stazioni diventano poli organizzativi attorno ai
quali si distribuiscono funzioni e servizi. Questo schema reticolare consente una potenziale
espansione illimitata, in grado di mantenere coerenza strutturale e identità urbana su larga scala.
AMSTERDAM
Nel panorama del modernismo europeo, l’Olanda rappresenta un caso affascinante e per certi
versi unico. Non solo per ragioni culturali o artistiche, ma soprattutto per il carattere stesso del
Questo
suo territorio. Da secoli, gli olandesi convivono con una natura da domare: l’acqua.
continuo confronto ha plasmato non solo un sapere tecnico avanzato, ma anche una vera e
propria cultura della collaborazione, nella quale urbanisti, ingegneri, amministratori e cittadini
imparano a progettare insieme. Amsterdam, in particolare, diventa un luogo in cui questa
tradizione di cooperazione si riflette nella forma stessa della città fatta di equilibri tra il costruito e
il naturale, tra l’adattamento e la pianificazione, tra il fluire dei canali e la stabilità delle strade.
Con l’inizio del Novecento, però, Amsterdam è chiamata ad affrontare una nuova sfida: crescere
in modo ordinato e rispondere ai bisogni di una società sempre più urbana e industriale. È in
questo contesto che nasce la legge Woningwet del 1901, una legge innovativa che ridefinisce il
rapporto tra stato e città. Introdotta con l’obiettivo iniziale di migliorare le condizioni igienico-
abitative, questa norma si rivelerà ben più ampia e ambiziosa: consente l’esproprio per pubblica
utilità, obbliga i comuni con più di 10.000 abitanti a redigere piani regolatori aggiornati
regolarmente e a progettarli su varie scale (regionale, urbana, architettonica), e soprattutto
introduce un sistema di finanziamenti pubblici per l’edilizia residenziale.
È in questo clima che emerge la figura di Hendrik Petrus Berlage. Egli non propone una rottura
netta con il passato, ma neanche si rifugia in nostalgie stilistiche. La sua idea di città è
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