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Evoluzione del sistema partitico in Italia

Il processo di unificazione

I caratteri fondamentali sono stati sicuramente il fatto che si è trattato di un processo che non ha coinvolto le masse, per il fatto che non incidevano nella vita politica del Paese, con suffragio universale limitato (poche persone). Nel 1861 poco più del 2% ebbe il diritto di voto. Lo stesso processo è stato condotto da un’élite di intellettuali e militari.

Si trattava di uno stato molto giovane rispetto ad altri (Francia, Regno Unito, Spagna ecc.), ma più anziano di altri come Germania, Norvegia, Austria ecc. È un processo che parte già dalla caduta dell’Impero Romano, in cui vi era quell’idea di “Italia”; si arriva solo successivamente all’Unità d’Italia, il che è un insieme di culture e tradizioni diverse.

Nel processo uno strumento fondamentale è la lingua, ma lingua che nel nuovo territorio italiano, non esiste e non è diffusa. Costruire uno Stato non è alquanto facile, in quanto l’élite parlava di fatto francese, mentre le masse i propri dialetti regionali tra loro praticamente incomprensibili. Vi fu quindi la necessità di costruire e insegnare alle masse, un’entità comune.

La vera diffusione di massa della lingua si ha anni dopo l’Unità, alla quale viene data una grossa mano dalle scuole. Un’altra fase importante di integrazione linguistica fu negli anni '50 con l’avvento della televisione. Possiamo tranquillamente dire che questo è un processo molto lungo e complicato, che si protrae tutt’oggi.

L’unificazione parte dal Piemonte, anche se dovremmo parlare di annessione in quanto è ciò che avvenne nella sostanza, dovuto a tutta una serie di fattori che vedevano il Piemonte in una situazione di vantaggio rispetto agli altri stati/ducati. Possiamo quindi parlare in un certo senso di un percorso di “Piemontesizzazione” (come fosse una sorta di colonizzazione).

Il Piemonte, infatti, aveva delle risorse amministrative e militari maggiori, un più elevato tasso di indipendenza rispetto alle influenze esercitate dalle grandi potenze sugli altri stati della penisola e infine, aveva meglio risolto il problema della legittimità politica con l’introduzione dello Statuto albertino del 1848. L’insieme di ciò rende il Piemonte centrale nel panorama politico, nonostante la sua posizione non centrale geograficamente parlando, si pone davanti ad altre potenze della penisola come: Granducato di Toscana, Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie.

Il processo di unificazione fu spinto anche da personaggi come Mazzini e Garibaldi che avevano però in mente un tipo di unificazione dal basso e l’eliminazione della monarchia. Il regno sabaudo però riuscì a convincere l’ala moderata del movimento nazionale. Il modello che prevalse fu quindi improntato allo smantellamento delle strutture statali preesistenti e alla sostituzione con quelle sabaude; lo stesso valse per la Costituzione e la dinastia regnante.

Non nascerà un partito del Sud, sicuramente tra le varie ipotesi, vi è la mancanza di una certa eterogeneità, la quale non rende possibile la nascita di un partito del Sud. Questo tende a spiegare anche come il processo di unificazione verrà svolto in più tappe: nel 1866 si aggiunse il Veneto, nel 1870 Roma e il suo territorio pontificio, nel 1918 il Trentino e il Tirolo (rinominato Alto Adige), il Friuli e Trieste, parte dell’Istria e alcune coste della Dalmazia.

Possiamo quindi denotare come il processo fu seguito da varie tappe, che non resero per nulla semplice la costruzione dello stato e la definizione dei confini, con gli effetti che si protrarranno fino alle due guerre mondiali.

Le fratture sociali e la nascita dei partiti

Spesso i partiti nascono da conflitti sociali, che sono riconducibili alle 4 fratture individuate da Rokkan:

  • Il processo di formazione di uno Stato
  • Il processo di rivoluzione industriale (arriva alla fine dell’800, da questo processo possono nascere due cleavages tra: città-campagna e capitale-lavoro, tipico cleavages di “classe”).

Fratture (Cleavages): Rivoluzioni nazionali

  • Centro-periferia: nascono partiti per tutelare la propria diversità, nascita di partiti a tutela dell’autonomia locale: in Italia non nascono però questi tipi di partiti. Poteva nascere ad esempio un partito meridionale, a tutela della loro diversità, però ciò non avvenne. L'unificazione del paese fu vista da alcuni come un processo di colonizzazione, ma non nacquero mai partiti di stampo chiaramente meridionale.
  • Stato-Chiesa: siamo un chiaro esempio di questo tipo di frattura, del tutto evidente quando il processo si scontra con la contrarietà del papa (potere temporale e spirituale) che si dichiara: “prigioniero in casa”. Proclama il ‘non expedit’ per i cattolici, cioè un divieto alla partecipazione politica del neonato Regno d’Italia. Il divieto cadrà nel 1913 con il ‘Patto Gentiloni’ che sanciva il ritorno alla partecipazione politica dei cattolici, tanto che nel 1919 vi è la nascita del Partito popolare di chiara impronta cattolica. Il difficile rapporto tra Stato e Chiesa però si protrarrà fino alla stipula dei “Patti Lateranensi”, in periodo fascista.

Essi si articolavano in:

  • Trattato: veniva garantita alla Chiesa la sua sovranità all’interno dello Stato del Vaticano, riguardava le questioni finanziarie e quelle legate all’unificazione.
  • Concordato: che regolava gli aspetti attinenti la presenza della Chiesa nella vita pubblica, la questione scolastica e quella matrimoniale.

I Patti garantiranno anche al regime fascista un certo “appoggio” da parte della Chiesa stessa, e furono la base per l’arrivo della repubblica democratica. I Patti sono stati poi modificati nel 1984.

Rivoluzione industriale

  • Città-campagna: gli interessi commerciali, urbani e quelli aristocratici, questa frattura però non fa nascere nessun partito rilevante.
  • Capitale-lavoro (conflitto di classe): La rivoluzione industriale decolla in Italia solo a fine ‘800, col famoso triangolo industriale: Genova, Torino, Milano. Emerge la famosa classe operaia, che trova rappresentanza non nel mondo liberale (solitamente rappresentante dell’élite, che fino al suffragio universale rappresentava in larga parte l’elettore), vedrà la nascita del partito socialista.

Il primo sistema partitico

Nel periodo del sistema partitico liberale (il primo), non possiamo parlare di partiti di massa, ma più che altro dei partiti dei notabili, ciò dovuto alla mancanza di una mancata organizzazione e dei partiti non ben definiti, vi è una sorta di volatilità. Ciò favorisce quello che succede dal 1876 (nascita del trasformismo) nel Regno d'Italia, il termine «trasformismo» si diffuse a partire dal 1882, durante il governo di Depretis. Il premier della Sinistra liberale auspicò che gli esponenti più progressisti della Destra entrassero nell'orbita della Sinistra.

Il trasformismo ha ovviamente assunto delle caratteristiche negative, a ciò è legata la logica parlamentare, infatti si fa riferimento al trasformismo in situazioni in cui si vuole mantenere il potere e/o in momenti in cui si vuol evitare il confronto parlamentare per ovviare a ragioni di partito. La mancanza di una sorta di “targatura” in un simbolo che desse l’impressione di partito per come la intendiamo noi non esiste. Solo il Partito socialista poteva essere considerato, qualche anno dopo la sua fondazione, un partito di massa abbastanza sviluppato, anche se a causa delle divisioni interne, lo vedrà a lungo ai margini del sistema politico.

Il secondo sistema politico

L’estensione del suffragio universale e l’introduzione di un sistema proporzionale per le elezioni del 1919 dettero l’avvio alla formazione del secondo sistema partitico, che tuttavia non ebbe il tempo di consolidarsi per il crollo della democrazia e la transizione al regime fascista. Questo sistema vide l’ascesa di un secondo partito di massa, il Partito popolare, che poté partecipare solo a due elezioni 1919 e 1921, ottenendo anche un clamoroso successo. Aldilà del PPL il panorama italiano era composto da partiti notabili e scarsamente organizzati. Il tutto aiutò l’ascesa del partito fascista dall’estremo destro e del partito comunista italiano all’estremo sinistro (PCI nasce dalla scissione di Livorno con il PSI).

Il terzo sistema politico italiano

Alla fine della Seconda guerra mondiale, inizia quello che è il processo di democratizzazione dell’Italia, che arriva fino alla Costituente, le elezioni e la Costituzione stessa. Le elezioni vedono la vittoria della DC e la collocazione dell’Italia nell’ambito occidentale o meglio dire “Atlantico”. Da questa elezione parte quella parte che gli storici chiamano ‘centrismo’, la prima fase del centrismo è caratterizzata dai governi De Gasperi e sono governi che si caratterizzano con una certa difficoltà governativa, vista la necessaria alleanza di governo tra DC e partiti tipicamente centristi/laici. Ci sarà una seconda fase ancora più caratterizzata da una paralisi dei governi, anche perché nel 1953 fallisce l’obiettivo di rafforzare l’area centrista di De Gasperi di introdurre una sorta di “premio di maggioranza”, si apre quindi un allargamento verso anche il PSI.

Bipartitismo imperfetto di Giorgio Galli

Le democrazie all’epoca non erano molte, nella sua visione individua appunto due partiti (DC e PCI), ma ciò assume immediatamente delle critiche tra cui anche quelle di Sartori, in quanto ridurre a due i partiti in Italia era alquanto azzardato. Ma cosa intendeva Galli? L’Italia, come molti altri paesi, aveva sì due grandi partiti contrapposti, la Dc e il Pci. Ma a seguito della collocazione italiana nella sfera di influenza americana e della contrapposta fedeltà del Pci all’Urss, per i comunisti italiani era impossibile andare al governo. E questo provocava due ordini di problemi: da una parte la Democrazia cristiana rimaneva sempre alla guida del paese, ma l’assenza di un’opposizione in grado di scalzarla ne limitava la spinta riformista in grado di stare al passo con i cambiamenti della società. Dall’altro il Partito comunista, essendo escluso dal governo, non era in grado di elaborare proposte che andassero oltre una retorica antisistema.

Critiche di Sartori al bipartitismo di Galli

Ciò si basa su due criteri quali:

  • Il numero dei partiti (inteso come partiti che hanno un potere di governo), ma allo stesso modo un partito può non avere un potere di influenza, ma il fatto stesso che il partito esista, ciò comporta comunque una strategia diversa agli altri partiti. Generalmente intesi come un numero uguale o maggiore a 5 partiti (PCI, PSI, PSD, PR, DC, PL, MSI) (Curiosità durante le elezioni del '92 ci fu un vero e proprio “terremoto” di senso elettorale, che vide la Lega prendere l’8% e considerando la cosiddetta prassi, quell’8% fu un vero e proprio terremoto).
  • Destra e sinistra sono delle scorciatoie per i cittadini (considerando che in America, ad esempio, la percezione di destra e sinistra non è inteso come in Italia, in America difatti si valuta la destra e la sinistra in base al livello di intervento dello Stato in economia).

Il pluralismo centripeto

Il pluralismo centripeto è una teoria che è proposta da Farneti e che Sartori ne svilupperà dei punti.

La tipologia dei sistemi di partito democratici di Sartori

Numero di partiti rilevanti Distanza ideologica Tipo di sistema partitico Casi empirici
1 - Sistema partito predominante Svezia (1950-1980), India (1950-1980)
2 piccola Sistema bipartitico USA, UK
Da 3 a 5 piccola Pluralismo moderato Francia, Germania
Più di 5 grande Pluralismo polarizzato Italia (1946-1992), Rep. Weimar (1919-1933), Francia IV Rep. (1946-1958), Cile (1970-1973)

Il pluralismo polarizzato

  • Presenza di più di 5 partiti rilevanti
  • Ampia distanza ideologica tra i partiti laterali (estremi)
  • Multipolarismo (sinistra/centro/destra)
  • Presenza di partiti antisistema
  • Opposizioni bilaterali
  • Il centro è occupato
  • Prevalenza di dinamiche centrifughe sulle dinamiche centripete (radicalizzazione)
  • Scontro ideologico
  • Assenza di alternanza al governo
  • Politiche di scavalcamento (overpromising)

Le derive centrifughe e i rischi di collasso della democrazia

Le derive centrifughe e i rischi di collasso della democrazia, causerebbero appunto delle forze all’estremo con conflitti e tipicamente di quei sistemi che entrano in crisi e che subentri un sistema non democratico. La domanda da porci è il come mai questo in Italia non si verifica, a rispondere a Sartori ci pensa Farneti che pubblica un libro, dicendo che Sartori avesse ragione, ma nei primi vent’anni della Repubblica, però ad un certo punto c’è un’inversione di tendenza, c’è un’attrazione verso il centro-sinistra, successivamente anche il PCI si avvicina al centro (compromesso storico).

Le cause scatenanti della fine della “Prima Repubblica

Fattori internazionali

  • Crollo del muro di Berlino 1989 (fine della guerra fredda e del mondo bipolare)
  • Trattato di Maastricht 1992 (previsione dell’euro, vincoli esterni di bilancio e di politica economica)

Fattori interni

  • Crisi dello Stato (revival del cleavage centro-periferia, domanda di secessione)
  • “Tangentopoli” 1992
  • Attentati della mafia
  • Riforma elettorale 1993

Il sistema elettorale in Italia durante la Prima Repubblica

Prototipo quasi perfetto del proporzionale puro, come si trova tutt’oggi ad esempio in Olanda. Sistema elettorale proporzionale in circoscrizioni (32) e recupero dei resti nel collegio unico nazionale, con accesso al circoscrizionale.

Preferenze multiple (escluse elezioni 1992). Effetti: sistema a multipartitismo estremo. Effetti: governo di coalizione post-elettorale fra molti partiti.

Il referendum del 1993:

  • 18/04/1993 tramite un referendum viene abrogato il sistema elettorale del Senato, rovesciando il principio proporzionalistico a favore di quello maggioritario. In particolare, viene abrogata la parte che stabiliva che i candidati nei collegi venivano eletti solo se ottenevano il 65 per centro dei voti.
  • Il referendum è promosso da Mario Segni (ex DC) e dai Radicali per cambiare la legge elettorale, percepita come il simbolo e una delle cause del sistema partitico “bloccato” e consociativo della prima Repubblica.

La legge Mattarella

Sistema elettorale misto:

  • Maggioritario a turno unico in collegi uninominali per il 75% dei seggi
  • Proporzionale con liste bloccate e soglia di sbarramento del 4% a livello nazionale
  • Meccanismo dello “scorporo”: una quota dei voti dei candidati vincenti nei collegi viene sottratta ai rispettivi partiti nella parte proporzionale (meccanismo di compensazione per i perdenti)
  • Nei collegi il candidato che ottiene un solo voto in più rispetto agli avversari ottiene il seggio in palio: per vincere non è necessaria la maggioranza assoluta, ma relativa

Gli effetti del nuovo sistema elettorale

Per massimizzare le possibilità di vittoria i partiti di piccole e medie dimensioni hanno un forte incentivo a formare coalizioni pre-elettorali, ossia a sostenere candidati comuni nei collegi uninominali piuttosto che presentare separatamente il loro candidato per ciascuno di essi.

Le coalizioni più competitive sono quelle più ampie possibili, ossia quelle che includono il maggior numero di partiti. Nel complesso, l’incentivo dato dalle nuove regole elettorali ai partiti è quello di formare non più di due coalizioni pre-elettorali: una di centro-sinistra e una di centro-destra.

La competizione avviene dunque secondo uno schema bipolare (destra vs sinistra) abbandonando il vecchio schema multipolare della prima Repubblica (sinistra-DC e partiti laici-destra). Il nuovo sistema partitico rimane peraltro frammentato, perché molti partiti sopravvivono all’interno di coalizioni principali.

Alla vigilia del nuovo sistema partitico

Elezioni amministrative 1993: i vecchi partiti, come la DC e il PSI crollano in tutte le città. La Lega Nord di Bossi conquista Milano con Formentini. Leoluca Orlando de La Rete stravince a Palermo. Il PDS di Occhetto trionfa in tutte le altre grandi città e il MSI guidato dal giovane leader Fini emerge come principale avversario della sinistra, ottenendo grandi risultati al Centro-Sud.

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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

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