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Ricostruzione del sistema politico italiano

Unificazione e primi sviluppi

È necessario, per ricostruire i meccanismi del sistema politico italiano attuale, tornare indietro fino agli inizi a partire dall'unificazione e sono identificabili, fino alla fine della Seconda guerra mondiale, sette tappe nello sviluppo del sistema politico:

  • Unificazione
  • Governo della Destra storica
  • Governo della Sinistra storica
  • Età giolittiana
  • Dittatura fascista
  • Eredità dittatura fascista
  • Prima repubblica

Unificazione (1861)

Quando, nel 1861, si forma un nuovo sistema politico caratterizzato da vari problemi: è un paese frastagliato da grandi disuguaglianze economiche e culturali (anche dal punto di vista della cultura politica) visibili nel nord Italia, in cui si stavano sviluppando i primi contesti industriali, e al sud, che era molto più arretrato. La risposta dello Stato non fu intervenire sul problema, ma la centralizzazione, dimostrando un’incapacità di intervento. L’errore più grande fu la scelta di mantenere una continuità con il regno precedente e, con essa, il consolidarsi di una debolezza: lo Statuto Albertino.

Lo Statuto, in vigore all'epoca, non era pensato per proteggere l'Italia da una deriva dittatoriale poiché ha delle falle che consentono, nel tempo, l'instaurarsi del fascismo. Il Re, Vittorio Emanuele II (anziché I, come proprio di un nuovo regno), evidenziava questa continuità tra il nuovo stato italiano e il regno di Sardegna. Lo Statuto definisce il nuovo regno come una “monarchia costituzionale pura” dove il sovrano ha la titolarità dell'esecutivo e partecipa con un ruolo determinante al potere legislativo e giudiziario, ponendosi al centro del sistema politico mentre il governo non è citato come istituzione riconosciuta. Il parlamento è bicamerale: diviso in senato (di nomina regia) e Camera dei deputati.

Contestualmente, si verificano evoluzioni nella concezione di Stato grazie a Cavour (ministro del Regno di Sardegna e presidente del Consiglio dei ministri. Nello stesso 1861, con la proclamazione del Regno d'Italia, divenne il primo presidente del Consiglio dei ministri del nuovo Stato) che, nei fatti, inizia a concepire il proprio ruolo come quello di capo di governo introducendo la prassi della richiesta di fiducia del parlamento.

I problemi del nuovo stato Italiano:

  • Manca la completa unificazione (nel 1861 mancano il Veneto e Roma).
  • Manca un’organizzazione amministrativa e giuridica, c'è un puzzle di strutture amministrative varie derivate dagli stati singoli pre-unificazione.
  • È un contesto di grande arretratezza con un tasso di analfabetismo estremamente preoccupante: il 78% della popolazione è analfabeta.
  • Il settore produttivo vede una deformità: il nord iniziava a svilupparsi a livello industriale, il sud produceva a livello agricolo.
  • Problema di infrastrutture e comunicazioni.
  • Questione meridionale e frattura con la chiesa.

Questione meridionale: divario socioeconomico e infrastrutturale tra nord e sud che vede al sud un focus maggiore nell'agricoltura mentre al nord nascono le industrie, questo produce un ritardo nella capacità del meridione di inserirsi nello sviluppo industriale.

Frattura con la chiesa: la chiesa contesta il neonato stato perché sfida lo stato pontificio. La situazione precipita quando (tra il 1859 e il 1860) lo stato italiano accorpa a sé territori pontifici che ebbe come conseguenza la scomunica di tutti coloro che si sono espressi a favore dell'unità d'Italia.

Ad accrescere l’elemento di incapacità dello stato di intervenire nella situazione di disuguaglianza c'è una scarsa legittimità politica poiché il diritto di voto si fonda su un criterio censitario: i diritti politici sono riconosciuti solo a chi li esercita in modo responsabile ed è, cioè, in possesso dei requisiti di indipendenza economica e maturità culturale. Chi ha diritto al voto è il 2% della popolazione (in paesi come Francia o Germania vota quasi il 30%) e ciò inficia sulle istituzioni perché esse dovrebbero rispondere alle esigenze dell’intera collettività, ma poiché solo una minima parte ha modo di votare, la mancanza di rappresentanza della restante parte crea un deficit.

Governi della Destra storica (1861-1876)

La destra storica si configura come espressione delle classi elevate: alta borghesia e aristocrazia che appartenevano a una realtà politica conservatrice. Gli esponenti della destra storica erano mossi dalla logica di seguire le linee già tracciate da Cavour (primo ministro dell'epoca) che, nei fatti, andava a proporre un’idea di ordinamento più vicino all'idea di democrazie liberali.

L’idea era “disegnare” uno stato che fosse in grado di confrontarsi con le principali potenze europee dell'epoca seguendo una politica di accentramento dei poteri e completamento dell'unità di Italia utilizzando, con alleanze, un metodo non militare ma diplomatico. Elemento importante era il rapporto con la chiesa che doveva veicolarsi con un principio di laicità e distinzione netta tra lo stato pontificio e il regno di Italia.

Configurandosi come sola espressione delle élite, la destra non aveva una reale percezione della situazione di disuguaglianza rispetto al sud e queste tensioni erano alimentate dalle crepe con lo stato pontificio che era motivo di divisione anche internamente al regno. Uno degli elementi che contraddistingue l'approccio della destra è quello di un approccio di accentramento: i problemi sociali vengono gestiti in maniera centralistica partendo dall'idea che potessero essere risolti trasferendo i sistemi amministrativi e le modalità di gestione nel nuovo stato ma le fratture restano e si consolidano poiché la classe politica intravede la debolezza e eterogeneità e quindi ritiene che ascoltare o dare risposte a queste problematiche possa aumentare tali debolezze. Viene scelta una modalità repressiva visibile dal modo in cui viene affrontato il problema del brigantaggio (fenomeno di natura criminale, frutto dell'attività di bande di malfattori che infestavano campagne o vie di comunicazione a scopo di rapina e omicidio). Vengono imposte leggi speciali/marziali e interviene l'esercito.

In poco tempo con questo sforzo repressivo i governi della destra riescono a mettere una "pezza" sul fenomeno ma le ragioni che muovevano quel fenomeno non vengono affrontate: era espressione reale di un disagio. Le conseguenze di questa scelta repressiva (lo sforzo economico e militare nella lotta) portano a una crisi economica che ha come conseguenza l’avvio di una politica di tassazione indiretta (tassa sul macinato) che inficia sulle classi povere e origina nuove proteste (anche esse represse).

Questa politica di severità fiscale premia il ministro delle finanze (Quintino Sella) che riesce a ottenere il pareggio di bilancio nel 1875. In questo periodo continua il processo di unificazione diplomatica che si conclude con la conquista del Veneto mentre, la questione di Roma si conclude il 20 settembre 1870 con la sua annessione allo Stato Italiano. La conquista di Roma non risolve le tensioni con il fronte cattolico che si trascineranno a lungo. La destra storica conclude la sua esperienza quando il re decide di lasciare il governo alla sinistra dopo una rivolta parlamentare.

Governi della Sinistra storica (1876-1901)

Periodo caratterizzato da novità importanti: sono anni di una rimodulazione sociale profonda intuita dalla politica che interviene faticosamente nella gestione di questi fenomeni, il regno di Italia inizia a prendere coscienza dei suoi limiti e ad implementare alcuni interventi, tra i principali:

  • Allargamento suffragio: Con la legge elettorale del 1882 si passa da un sistema organizzato in 508 collegi uninominali (uninominale: logica di personalizzazione/personalismo creava fenomeni viziati e inficiava nei processi decisionali) a 135 collegi plurinominali. Il criterio di censo viene dimezzato dalle 40 lire alle 19 lire imposte annue, viene introdotto il requisito dell'istruzione e concesso il voto ai maschi maggiorenni (21 anni) che avessero terminato il triennio elementare obbligatorio. La percentuale di aventi diritto di voto passa dal 2,2% al 6,9%.
  • Interventi sull'istruzione in funzione del suo rafforzamento: Viene introdotto l’obbligo scolastico di almeno 3 anni di istruzione elementare gratuita e sanzioni per le famiglie inadempienti. I tassi di analfabetismo si riducono dal 73% al 56% al 1901 anche se persistono differenze tra nord e sud.
  • Alleggerimento imposte indirette.
  • Decentramento amministrativo: Vengono riconosciuti alcuni enti a livello locale e approvata la possibilità per i cittadini di eleggere i sindaci (prima erano di nomina regia) nei comuni con più di 10 mila abitanti.

Queste sono risposte che iniziano a porsi nella prospettiva di risolvere le criticità che caratterizzavano il contesto del regno di Italia. Trasformismo: fenomeno che anima le relazioni parlamentari in quella fase e vede una convergenza di partiti (destra e sinistra) strategica in risposta e a protezione delle minacce esterne incarnate dal fronte cattolico e dal movimento socialista. Nel 1883 con il nuovo governo i leader parlamentari (Depetris capo destra e Minghetti capo sinistra) convergono in un’intesa politica volta a creare un grande centro.

Verso la fine di questa fase si osserva la "crisi di fine secolo" in cui nuovi movimenti (es. socialista) emergono creando tensioni seguite da repressioni: nascono le leggi anti-anarchiche (1894) che portano a una crisi politica e economica (legata anche a investimenti fatti a livello di infrastrutture sanitarie e per l’istruzione). La spesa pubblica aumenta e anche il fallimento dell'impresa coloniale aiuta l’inasprirsi delle tensioni con conseguenti proteste e repressioni da parte della classe dirigente. Quelle che erano aperture (es. eliminazione pena morte) si risolvono con manifestazioni di dissenso e repressioni segnando, con le dimissioni di Crispi e l'assassinio del re Umberto I, il periodo di governo della Sinistra.

Età giolittiana (primi 900)

I punti cardine attorno cui ruotano gli interventi del governo in questi anni:

  • Depotenziare i conflitti sociali emersi durante la crisi di fine secolo.
  • Consolidare le istituzioni.

Le istituzioni sono deboli e Giolitti (politico italiano, cinque volte presidente del Consiglio dei ministri) tenta di gestire conflitti e tensioni adottando una strategia di neutralità. Stagione delle riforme caratterizzate da un intervento statale nella gestione delle strutture e infrastrutture. Vengono introdotte norme che limitano il lavoro minorile, altre che riguardano le assicurazioni di vecchiaia e gli infortuni sul lavoro. Vengono municipalizzati alcuni servizi pubblici e statalizzate le ferrovie. Approvate leggi speciali per il mezzogiorno con l'obiettivo di modernizzare l’agricoltura e sviluppare l’imprenditoria in una fase di decollo industriale del paese.

Prosegue una strategia trasformista con alleanza tra forze progressiste, moderate e cattoliche per mantenere un equilibrio parlamentare. Nel 1912, l’elettorato attivo viene esteso agli uomini over 30 mentre, per chi è tra i 21 e i 30 anni, rimangono i requisiti di censo e istruzione. Questo implica un’inclusione massiccia giungendo al 23,2% di coloro i quali hanno diritto di voto. Si amplia, contestualmente, la necessità di rappresentanza di molte classi della popolazione.

Nasce la “crisi dell'età giolittiana” alimentata dal fallimentare tentativo di conquistare la Libia, conquista attuata senza approvazione del parlamento. Ciò rafforza le ali estreme dello schieramento politico: due movimenti forti occupano le piazze e manifestano insoddisfazione: movimento nazionalista e partito socialista, due forze opposte ma ugualmente radicali. La crisi sociale nasce dall’incapacità della classe politica di gestire le piazze animate, si teme il movimento socialista senza comprendere che è nel partito nazionalista che si situa il pericolo fascista. Lo scoppio della Prima guerra mondiale apre le porte al fascismo.

Avvento fascismo e dittatura (1919-1925)

Quella italiana, dopo la fine della Prima guerra mondiale, è una società animata da tensioni sociali e movimenti che insinuano domande cui l'élite politica non è in grado di rispondere se non con politiche di repressione. Si afferma un nuovo modello di partito che si propone come canale di raccolta del consenso politico dotato di un’ideologia chiara e organizzazione diffusa sul territorio con l'obiettivo di gestirlo nella dialettica del sistema costituzionale: il partito di massa. Nelle elezioni del 1919 ebbe successo il partito dei socialisti che conquistarono 156 seggi su 508 totali.

I liberali si coalizzano con i popolari per avere la maggioranza in parlamento ma questa coalizione fatica a gestire le agitazioni operaie e contadine del "biennio rosso". La classe politica non capiva a pieno la reale natura del movimento fascista tanto che individuano nei fascisti degli interlocutori capaci di contribuire a sedare le rivendicazioni sociali: Giolitti tenta di coinvolgerli dando loro legittimità come interlocutori politici e questo consente a Mussolini dell’ingresso in parlamento. La strategia di Mussolini è ambivalente: intensifica le azioni di violenza e repressione contro i socialisti e il movimento operaio e, dalle aule parlamentari, tenta di rassicurare i politici.

Le illusioni di chi credeva di poter costituzionalizzare il movimento fascista svaniscono con la marcia su Roma: il re affida a Mussolini il compito di formare un nuovo governo. I partiti di sinistra pensavano che il fascismo fosse un movimento di passaggio paragonato a uno dei tanti governi succeduti precedentemente, dal punto di vista di cattolici e liberali un governo fascista era un buon compromesso che garantiva un ordine sociale. L’insinuarsi del fascismo porta al collasso le istituzioni politiche del regno (recenti quindi fragili con poca esperienza) e conseguentemente il paese sprofonda in una dittatura.

Dal momento dell'insediamento di Mussolini all’avvio di un’effettiva dittatura il processo non è breve (occupa ampia parte degli anni 20) e passa da tre provvedimenti che svuotano di significato lo statuto Albertino senza abrogarlo formalmente:

  • Fondazione gran consiglio fascismo (membri nominati da Mussolini) con l’obiettivo sovraintendere il rapporto tra il partito e il governo.
  • Milizia volontaria per la sicurezza nazionale volta a legalizzare lo squadrismo e a porlo sotto comando del duce.
  • Legge Acerbo che introduce un sistema elettorale a premio di maggioranza.

Le elezioni del 1924 si svolgono in un clima di intimidazione aperto (a causa degli squadroni di repressione) e sono vinte, con il 65% dei voti, dai fascisti che ottengono dunque la maggioranza in parlamento. La svolta è rappresentata dal rapimento e uccisione di Matteotti, la vera dittatura inizia quando il Duce si assume la responsabilità morale e politica dell’assassinio Matteotti e vengono emanate le leggi fascistissime.

Il pilastro fondamentale di uno Stato autoritario è la figura di capo o dittatore: questo uomo forte concentra su di sé tutti i poteri dello Stato, arrivando a confondersi con esso, e assume la funzione di guida suprema della nazione. Si differenzia dallo Stato totalitario perché in quest'ultimo, oltre alla semplice sottomissione al potere centrale, vi è anche l'ambizione di controllare capillarmente la società in tutti i suoi diversi ambiti, mutando e uniformando il modo di pensare e di vivere della società stessa, attraverso l'assimilazione ad una particolare ideologia.

Il processo che porta al fascismo: sottovalutazione del movimento fascista e incapacità di gestire le domande sociali. La classe politica non è stata capace di gestire queste fratture, inizialmente usa il fascismo per sedare i movimenti sociali ma poi prende il sopravvento silenziando non solo il movimento sociale ma anche le istituzioni.

Caratteri del sistema fascista che è possibile rintracciare nell’evoluzione del sistema politico dopo il fascismo:

  • Ruolo della politica nell'economia: Il fascismo si inserì in maniera diretta con interventi mirati ad ampliare la presenza dello stato in alcuni settori pubblici e produttivi strategici.
  • Dottrina corporativista che si contraddistingue per una sovrapposizione tra stato e partito.
  • Rapporto tra cittadini e politica: Il fascismo punta alla mobilitazione politica e all'attivismo politico del cittadino poiché nasce come partito di massa. Dotato di strutture organizzative distribuite sul territorio, questo impianto di mobilitazione viene conservato da partiti democratici dell'Italia repubblicana con altissimi livelli di politicizzazione presenti ancora oggi.
  • Disegno istituzioni democratiche: L’architettura costituzionale elaborata dopo il fascismo è caratterizzata da accorgimenti volti ad evitare un'altra esperienza di deriva autoritaria o totalitaria.

Democratizzazione del paese (1946-57)

Rispetto a quanto avvenuto nel primo periodo post-bellico (Prima guerra mondiale) nel '43, il contesto sociale è differente: gli attori politici hanno maggiore consapevolezza rispetto a ciò che si deve...

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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher spivero di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sistema politico italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Seddone Antonella.
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