Scienze delle finanze
L’economia pubblica o la scienza delle finanze è la disciplina che studia il ruolo economico dello Stato, cioè il ruolo svolto dallo Stato in un’economia di mercato.
Domande chiave della disciplina
1. Perché esiste lo Stato
Lo Stato è una unità politica autonoma che ha, in un territorio ben delimitato, il potere di introdurre ed applicare leggi (regole) che devono essere rispettate da tutti i cittadini.
Lo Stato moderno, ossia quello che conosciamo oggi, è andato sviluppandosi per grandi nel corso della storia: c’è stata una prima fase (secoli XIV-XV) di accentramento del potere e definizione della territorialità, successivamente una costruzione nazione, dell’apparato burocratico e del corpo di polizia (secoli XV-XVII). Infine, l’affermazione dello Stato democratico, di diritto e sociale (secoli XVIII-XIX).
Un dato di fatto: non esistono attualmente società senza Stato. Al più, esistono rari casi di estrema debolezza dello Stato, dove la vita quotidiana è dominata da anarchia e violenza.
Le prime forme di Stato
- Circa 150mila anni fa, gli organismi appartenenti alla specie Homo sapiens popolano l’Africa orientale.
- Circa 70mila anni fa avviene la Rivoluzione cognitiva → Gli Homo sapiens iniziano a pensare, comunicare e formare le prime ‘società’ (fino a 150 individui).
- Circa 12mila anni fa avviene la Rivoluzione agricola → Gli Homo sapiens diventano sedentari e creano i primi villaggi.
- Circa 5mila anni fa alcuni villaggi cominciarono ad aggregarsi in unità politiche più ampie → Nascono i primi Stati della storia.
- Da allora lo Stato è sempre esistito, perché evidentemente svolge funzioni essenziali per la vita collettiva.
2. Perché interviene nell’economia
Un primo filone di pensiero di economia liberale potrebbe forse ripugnare l’intervento dello Stato in ogni sua forma, lasciando che il mercato funzioni grazie alla «mano invisibile» teorizzata da Adam Smith.
Nel corso del tempo però anche economisti di pensiero liberale come per esempio Luigi Einaudi, dopo avere descritto il ruolo e le funzioni positive del mercato prendendo come esempio quello di una fiera di campagna, sente tuttavia il bisogno di scrivere nel 1949 quello che segue:
Tutti coloro i quali vanno alla fiera, sanno che questa non potrebbe avere luogo se, oltre ai banchi dei venditori i quali vantano a gran voce la bontà della loro merce, ed oltre la folla dei compratori che ammira la bella voce, ma prima vuole prendere in mano le scarpe per vedere se sono di cuoio o di cartone, non ci fosse qualcos’altro: il cappello a due punte della coppia di carabinieri che si vede passare sulla piazza, la divisa della guardia municipale che fa tacere due che si sono presi a male parole, il palazzo del municipio, col segretario ed il sindaco, la pretura e la conciliatura, il notaio che redige i contratti, l’avvocato a cui si ricorre quando si crede di essere a torto imbrogliati in un contratto, il parroco, il quale ricorda i doveri del buon cristiano, doveri che non bisogna dimenticare nemmeno alla fiera. E ci sono le strade, le une dure e le altre fangose che conducono dai casolari della campagna al centro, ci sono le scuole dove i ragazzi vanno a studiare. E tante altre cose ci sono, che se non ci fossero, anche quella fiera non si potrebbe tenere o sarebbe tutta diversa da quel che effettivamente è.
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La più importante funzione dello Stato consiste dunque nel garantire il rispetto della legge (rule of law o Stato di diritto) e la difesa dei diritti di libertà e di proprietà.
Ma in un’economia in cui lo Stato si limita a fare soltanto questo, potrebbe prosperare? Un sistema di mercati senza alcuna forma di intervento pubblico (ulteriore alla rule of law) potrebbe raggiungere un equilibrio grazie alle decisioni di agenti auto interessati? Sì! A patto che esista un vettore di prezzi che garantiscano domanda = offerta in ogni mercato.
Questa economia in equilibrio sarebbe tuttavia «efficiente» e/o «equa»?
Il primo teorema dell’economia del benessere asserisce che: “Se non ci sono fallimenti del mercato, un equilibrio di concorrenza perfetta è efficiente” (riferimento al concetto di efficienza paretiana).
Se l’economia è efficiente, l’equilibrio di mercato massimizza la dimensione del PIL/benessere; tuttavia, dei «fallimenti del mercato» possono ridurre la dimensione dell’economia al di sotto del livello efficiente. Lo Stato deve dunque intervenire anche per risolvere i problemi creati dai fallimenti del mercato, consentendo così una crescita economica.
Fallimenti dello Stato
- Beni pubblici o collettivi: Beni che in un’economia di mercato tendono a non essere prodotti in quantità adeguata, poiché tutti li vogliono ma sperano di goderne senza partecipare alla spesa per il loro finanziamento (free riding).
- Esternalità: Attività che producono effetti (positivi o negativi) su soggetti che non partecipano direttamente allo scambio (esempi: inquinamento, ricerca e sviluppo). In equilibrio, i beni con esternalità negative tendono ad essere sovradimensionati e quelli con esternalità positive sottodimensionati.
- Monopolio: Rispetto alla concorrenza perfetta, prezzo maggiore e quantità inferiore in equilibrio.
- Asimmetrie informative: Compratore e venditore non hanno le stesse informazioni.
Se esistono fallimenti del mercato, l’economia non raggiunge una allocazione efficiente; lo Stato è dunque legittimato ad intervenire per aumentare l’efficienza del sistema e quindi la produzione.
Oltre ad essere efficiente ci si aspetta che il punto di equilibrio sia anche equo. Non esiste però un concetto universale di equità, questa è soggettiva, dipende dal concetto di giustizia che ognuno di noi ha; motivo per il quale esistono diversi livelli e percezioni di equità.
Se la collettività non dovesse quindi ritenere equo l’equilibrio, lo Stato sarebbe legittimato ad intervenire al fine di aumentare l’equità del sistema (es. redistribuire le risorse tra i cittadini).
Cercando di aumentare l’equità del sistema, l’intervento pubblico può ridurne l’efficienza; imponendo ad esempio forti imposte sui redditi alti scoraggiano l’impegno lavorativo e incoraggiano evasione fiscale e lavoro nero, oppure forti trasferimenti a favore dei poveri riducono l’offerta di lavoro delle persone a basso salario potenziale.
Esistono tuttavia anche esempi di redistribuzione che incrementano l’efficienza del sistema:
- Sussidi alle famiglie povere con figli → Aumento capitale umano e crescita economica.
- Sistema sanitario pubblico gratuito (o a prezzi molto contenuti) → Aumento salute e produttività.
Ci può essere dunque un trade-off tra i due obiettivi di equità ed efficienza.
Funzioni dello Stato
L’economista pubblico Richard Musgrave nel 1959, propone una classificazione delle funzioni dello Stato, riassumendole in 3 principali essendo di fatto molteplici le funzioni che lo Stato svolge.
- Allocazione: eliminazione/contenimento dei problemi da fallimenti del mercato → Aumento dell’efficienza.
- Redistribuzione: correzione della distribuzione del reddito (e ricchezza) prodotta dal mercato → Aumento dell’equità.
- Stabilizzazione: garantire un livello di produzione il più vicino possibile a quello di pieno impiego.
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3. Come interviene
- Impone regole sulle attività sociali ed economiche.
- Esige imposte, tasse, contributi sociali e sussidi.
- Eroga le pensioni e altri trasferimenti monetari (Assegno di Inclusione, ammortizzatori sociali, Assegno Unico e Universale) e trasferimenti in kind o di servizi (sanità, istruzione, edilizia popolare).
- Costruisce infrastrutture (strade, ponti, aeroporti, porti, scuole) e Controlla lo Stato del territorio e dell’ambiente.
- Garantisce il rispetto delle regole e amministra la giustizia.
4. Con quali effetti
L’intervento pubblico può avere due tipi di effetti sugli individui:
A. Effetti distributivi → Cambiamento della distribuzione del reddito tra le persone.
Teoria dell’incidenza o traslazione: chi davvero paga le imposte?
- Imposte proporzionali / regressive / progressive.
B. Effetti distorsivi → Modifica dei prezzi relativi di alcuni beni/servizi, rendendoli più convenienti rispetto ad altri → Modifica del comportamento delle persone.
- Imposte molto elevate possono indurre i contribuenti a evadere, lavorare in nero o lavorare meno.
- Se lo Stato riduce la spesa pubblica in sanità, gli individui sono spinti ad acquistare polizze assicurative private.
- Se la spesa pubblica per pensioni diminuisce, gli individui tendono a creare più piani di risparmio privato.
Ciascuna delle funzioni svolte dallo Stato richiede una spesa più o meno ingente. Per svolgere tutte le sue funzioni, lo Stato ha quindi bisogno di risorse (e tante!).
Tra le principali forme di entrata dello Stato abbiamo:
- Imposte sul reddito (es. IRPEF, IRES, IRAP).
- Imposte sui consumi (es. IVA, accise).
- Imposte sul patrimonio (es. IMU).
- Imposte sulle eredità.
- Contributi sociali.
- Tasse su beni/servizi (televisione, auto, diritto allo studio, soggiorno).
Ma la spesa pubblica si finanza anche con sanzioni amministrative (es. multe), dividendi da azienda partecipata ed emissione di titoli di debito pubblico, di cui è importante monitorare la dimensione, le variabili che ne influenzano la dinamica e gli effetti che produce sull’economia.
A cosa servono le imposte?
- A raccogliere le risorse necessarie per finanziare la spesa pubblica.
- A redistribuire il reddito tra i cittadini.
- A incentivare alcuni comportamenti e a disincentivarne altri.
Quali sono le principali voci di spesa per lo Stato?
- Pensioni
- Sanità
- Istruzione
- Ammortizzatori sociali
- Assistenza
- Difesa
- Giustizia
- Ambiente
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1. Economia del benessere
Lo studio dell’economia pubblica può essere affrontato:
- Con intenti positivi, se si vuole ricercare la ragione dei fenomeni economici, tale approccio studia, quindi, il manifestarsi e lo svolgersi di un fenomeno, senza pretendere di fornire delle norme di condotta che sarebbero parziali e soggettive (la teoria positiva indaga come è la realtà).
Esempi generali di teoria positiva: Perché un chilo di mele costa meno di un’automobile? Perché esiste la disoccupazione.
Esempi con riferimento alla SF: Cosa succede se si aumenta un’aliquota dell’IRPEF? – Perché la sanità è quasi sempre fornita e gestita dallo Stato e la vendita di gelati no?
- Con intenti normativi, se si ricercano le condizioni che consentono di raggiungere un ottimo sociale, cioè un approccio capace di fornire agli operatori pubblici gli strumenti e le regole indispensabili all'attività statale: in questo caso gli studiosi, ricercano gli strumenti che permettono di raggiungere un determinato risultato (indaga come la realtà «dovrebbe essere»).
Esempi: Quali sono le politiche migliori per ridurre la disoccupazione o l’inflazione? Come distribuire tra i cittadini il carico tributario in modo equo? Come gestire il servizio di trasporto ferroviario o la fornitura di gas, acqua e luce?
È evidente che la scienza delle finanze può considerarsi una scienza sia positiva che normativa: quando, infatti l'operatore economico Stato vuole effettuare delle scelte di un approccio normativo, deve necessariamente prima analizzare e conoscere il fenomeno; quindi, la teoria normativa presuppone la teoria positiva. Concettualmente, però, negli studi di Scienze delle finanze è necessario tenere distinti i due aspetti.
Economia del benessere
Il contesto teorico più appropriato per discutere gli aspetti normativi è quello dell’economia del benessere (o Welfare Economics); questa teoria studia il funzionamento di un’economia di produzione e di scambio domandandosi quale debba essere la configurazione ottimale di un sistema economico, in cui siano presenti più individui, con diversi sistemi di preferenze e diverse dotazioni iniziali di fattori e di beni. Il suo fine è definire un ottimo sociale, vale a dire la quantità di beni da produrre e la distribuzione degli stessi che consentono di realizzare una situazione di benessere collettivo. Si tratta di una teoria normativa, poiché fornisce regole e norme in grado di raggiungere risultati socialmente desiderabili.
L’Economia del Benessere si fonda su principi individualistici (l’individuo è il miglior giudice di se stesso) ed utilitaristici (il benessere dell’individuo è misurato sulla base delle preferenze, dipende esclusivamente dalla quantità dei beni da egli stesso consumati).
L’Economia del Benessere ha in comune con l’Equilibrio Economico Generale una visione utilitaristica ed individualistica, ma l’Equilibrio Economico Generale non pone attenzione al ruolo dello Stato, mentre l’Economia del Benessere studia il comportamento dello Stato. Secondo l’Economia del Benessere, lo Stato è l’aggregazione delle volontà degli individui che ne fanno parte.
Con riferimento alla produzione e allo scambio, l’economia del benessere attribuisce particolare valore al principio di efficienza, noto anche come principio di Pareto. Una situazione di ottimo paretiano deve soddisfare tre condizioni di efficienza:
- Nello scambio, il principio di efficienza paretiana afferma che, nel distribuire i beni tra individui della collettività, una riallocazione delle risorse che migliori il benessere di un individuo senza arrecare danno ad altri, rappresenta un miglioramento del benessere della società.
- Nella produzione, il principio di efficienza paretiana afferma che, se tutti gli individui sono razionali, a parità d’impiego dei fattori, se nella situazione A posso produrre x beni e nella situazione B posso produrre y = x+1 beni, la situazione B è quella preferibile.
- Nella composizione del prodotto.
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Le situazioni che soddisfano i tre criteri sono infinite, possiamo quindi dire che:
- Un ottimo paretiano è una situazione in cui non è possibile, attraverso modificazioni delle condizioni di produzione e scambio, migliorare il benessere di un agente economico (consumatore o produttore) senza diminuire quello di qualcun altro.
- Miglioramento paretiano è il miglioramento che si ottiene quando, nel passaggio da una situazione all’altra, almeno un individuo è avvantaggiato senza che nessun altro ne sia svantaggiato.
L’allocazione efficiente rappresenta dunque una situazione «ottimale» perché indica il massimo benessere che ciascun individuo della collettività può raggiungere, dati i vincoli esistenti, senza ridurre il benessere di qualcun altro.
Applicando i criteri di ottimo e di miglioramento paretiano al modello di Equilibrio Economico Generale, l’Economia del Benessere giunge a due conclusioni fondamentali, note come i teoremi fondamentali dell’Economia del Benessere: il primo e secondo teorema dell’Economia del Benessere.
Primo teorema dell’economia del benessere
“Se non vi sono fallimenti del mercato, un equilibrio di concorrenza perfetta è Pareto-efficiente”.
Questo prima teorema afferma che le condizioni di efficienza paretiana sono realizzate in una particolare configurazione istituzionale ossia in un’economia decentrata di concorrenza perfetta.
In altre parole, se lasciamo agire liberamente il mercato in condizioni di concorrenza perfetta, partendo da date dotazioni iniziali, l'allocazione dei fattori produttivi e la produzione dei beni che ne emergono sono Pareto-efficienti.
Da ciò discendono conseguenze interessanti in termini normativi. Se un sistema economico si fonda su un’economia di mercato decentrata appare conveniente favorire tutte le iniziative che consentono di realizzare condizioni di concorrenza perfetta, perché ad esse corrisponde una situazione di ottimo paretiano.
La soluzione Pareto efficiente definita dal mercato concorrenziale dipende però dalla distribuzione iniziale delle risorse. Partendo da una diversa distribuzione si arriva ad una diversa soluzione sulla grande frontiera delle utilità anch'essa prete efficiente, ma caratterizzata da una diversa distribuzione del benessere tra gli individui e quindi da un diverso valore della funzione del benessere sociale.
Dal punto di vista sociale il mercato di concorrenza perfetta permette di realizzare l'efficienza paretiana ma non può risolvere il proprio nella distribuzione ottimale del benessere tra gli individui. Pur infatti rispondendo al criterio di efficienza, un mercato in equilibrio concorrenziale è possibile che non soddisfi il criterio di equità.
Dal primo teorema discendono due motivazioni dell’intervento pubblico:
- Giustificazione di efficienza: se il mercato è perfettamente concorrenziale, l’intervento dello Stato è giustificato per correggere l’esito del mercato e avvicinarlo alle condizioni di concorrenza.
- Giustificazione di equità: l’efficienza è desiderabile, ma è un requisito debole, perché è efficiente anche un’allocazione in cui una persona possiede tutto e gli altri nulla: anche se l’equilibrio concorrenziale è efficiente, non è detto che sia equo, cioè che corrisponda ai giudizi di valore distributivi che la società esprime.
La principale implicazione del Teorema è che, in certe condizioni, il mercato è da solo in grado di assicurare l’efficienza (in senso paretiano). Tale concetto è strettamente in relazione con la visione “classica” dell’economia, secondo la quale, il li
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