RORTY
INTRODUZIONE
Rorty vuole indagare la tensione continua tra pubblico e privato. Mette a confronto il platonismo e in
generale la metafisica classica con il cristianesimo. Vede le differenze ma un forte punto in comune sul
dare per assunta la verità che esista una natura umana universale. Entrambi ci chiedono di pensare che
la parte più importante di ciascuno di noi è ciò che ha in comune con l’altro, che c’è qualcosa che tutti
condividiamo, ossia la volontà di fare bene – secondo questi pensatori, la solidarietà e la realizzazione
personale vanno insieme.
Gli scettici come Nietzsche e tanti altri invece sono convinti che al fondo dell’essere umano non sia
alcuna minima istanza di solidarietà (essa sarebbe frutto della socializzazione) ma solo la volontà
dell'auto creazione, della realizzazione individuale e le pulsioni della libido. Quindi comunque credono
in un essenza a priori.
Svolta storicistica – non c’è nulla prima della storia, non c’è un uomo fuori dal tempo e dello spazio,
ma solo uno inserito in un certo luogo e momento storico. Tutto è frutto della socializzazione, nessuna
eccezione. Tuttavia, abbandonata tale istanza della verità a priori il problema di pubblico-privato resta
ancora e crea una frattura tra gli storicisti:
Alcuni, come Heidegger e Foucault, pongono l’attenzione sul momento individuale, sulla
volontà dell'auto creazione e dell’autonomia (considerano la socializzazione ancora al modo di
Nietzsche, come qualcosa di antitetico a ciò che dovrebbe essere l’uomo).
Altri, come Dewey o Habermas, pongono l’accento sul momento della comunità, del tutto che
conferisce senso all’individuo e attraverso delle risorse consente lui di vivere e svilupparsi.
Loro vogliono una filosofia che aiuti a realizzare una società libera.
Secondo Rorty non possiamo dire chi ha ragione e chi ha torto, vedere le due tesi in contrapposizione
vuol dire credere che ci possa essere uno sguardo esterno, oggettivante su di loro, che si possa stare
fuori da entrambi i loro discorsi, e quindi che si potrebbe fare una sintesi tra i due, cogliere con un solo
colpo d’occhio l'auto creazione e la solidarietà. Questo non è possibile, non c’è prospettiva più globale,
ci sono solo discorsi. Dal punto di vista teorico, è impossibile unire e sintetizzare tali tesi. Ma dal punto
di vista pratico si possono tenere insieme nella loro indipendenza, riconoscere che entrambe hanno
ragione, che possono servire per questioni diverse (problemi individui, problemi società). Ognuno può
pensare quello che vuole, basta che non danneggia gli altri o finisce le loro risorse — adesione esplicita
al liberalismo. Così, ognuno può essere privatistico quanto vuole e si tengono insieme i due momenti.
Privato e pubblico sono due vocabolari diversi, ci dicono cose diverse e non c’è modo di farli parlare
un unico linguaggio.
Colui che riesce a vedere la validità di entrambe le tesi pur nella loro incommensurabilità Rorty lo
chiama IRONICO LIBERALE, dove liberale vuol dire chi considera il peggior misfatto dell’umanità la
crudeltà; mentre l’ironico è colui che riconosce la contingenza di ogni sua credenza e desiderio, sa che
potrebbe cambiarli e sa che gli altri ne perseguitano di diversi e va bene così. Insomma, ha contezza
della pluralità e della contingenza dei punti di vista.
Gli ironici liberali hanno solo un punto fermo: la speranza che la sofferenza possa diminuire e che gli
umani dovrebbero smettere di essere crudeli. Tuttavia, a questo non sa dire perché, è un dato di fatto e
basta, non ha spiegazione teorica. L’ironico liberale non crede in un ordine atemporale ed immutabile
che determina lo scopo dell’umanità e una gerarchie di responsabilità. Eppure, gli ironici sono pochi, e
spesso vengono accusati di non credere nella solidarietà – ma loro sostengono solo la solidarietà in
generale, non una di parte, non verso determinati individui o gruppi.
Rorty suggerisce una SOCIETÀ UTOPICA LIBERALE in cui l’ironia possa diventare universale. In
questa società, la solidarietà non deve essere qualcosa da scoprire dopo un’attenta riflessione,
l’abbandono dei pregiudizi ecc (ragione illuministica e Rawls), ma attraverso la sola
IMMAGINAZIONE, la capacità che ci permette di vedere nel diverso un mio simile nel dolore. Come
si fa? Qui, la filosofia è poco efficace, nel generare sensazioni, persuadere e CREARE (non scoprire) la
sensibilità verso gli altri. Piuttosto, è meglio il giornale, il teatro, il film e soprattutto il romanzo.
Dal riflessivo all’immaginifico per considerare i ‘loro’ che tanto vedo lontani da me e dal mio dolore,
in ‘dei nostri’ (avvicinare gli altri) – si fa attraverso storie che mostrano quotidianità, intimità degli
altri, mostrare somiglianza.
Si tratta di descrivere gli altri e ridescrivere noi stessi (ci scopriamo possibili agenti di crudeltà,
possibili cause di dolori per il prossimo). La partita è tutta qui. Questa svolta però richiede di
abbandonare la pretesa di poter vedere ogni cosa e aspetto della nostra vita in un unico vocabolario –
contingenza del linguaggio. Secondo Rorty non esiste un meta-linguaggio e questo permette la
proliferazione di discorsi diversi e ricchi di senso, piuttosto che lo schiacciamento di essi su una verità
già data.
CAPITOLO 1 - LA CONTINGENZA DEL LINGUAGGIO
Duecento anni fa inizia a prendere piede in Europa la consapevolezza che la verità sia una costruzione
– la rivoluzione francese dimostra che la società si può abbattere e creare ex novo; il romanticismo ci
dice che l’arte non è solo imitazione ma creazione del nuovo. Si affermano allora, come discipline
fondamentali, l’arte innovativa e la politica utopistica, che sogna un mondo mai visto prima. Queste
due prendono il sopravvento su filosofia, scienza e religione. Si crea una frattura nella filosofia:
filosofi che ancora si dicono fedeli alla scienza, credono che essa SCOPRA una verità, e non
che la costruisca, mentre tutte le altre discipline sono arbitrarie e non portano assunti di verità
Filosofi che considerano la scienza una banale ancella della tecnologia, credono che anch’essa
costruisca una realtà, che sia una descrizione tra le tante del mondo. Rorty si pone tra questi,
dalla parte del politico utopista e del poeta innovatore – la realtà non si scopre, ma si
crea/costruisce ogni volta che si vuole e si riesce.
Il mondo è muto e non ci dice quali modi di descriverlo sono più o meno giusti. Secondo i secondi
filosofi, gli scienziati inventano descrizioni del mondo che sono più o meno valide se riescono o meno
a prevedere e controllare il mondo; così politici ed artistici creano altre descrizioni per altri scopi. Ogni
descrizione ci permette di fare cose e pensare in un modo che prima, senza essa, non era possibile. Non
c’è nessuna giusta rappresentazione del mondo.
Errore di questi secondi filosofi – l’idealismo è disposto addirittura a dire che la materia sia una
costruzione della mente ma non che la filosofia sia a sua volta una creazione, come la scienza e le altre
discipline, ma la pone come sapere dei saperi, unica vera fonte di verità. E così non si libera
dell’istanza di verità, la filosofia resta scoperta e non costruzione (Kant, Hegel).
Invece la verità non esiste, o meglio, secondo Rorty che è un pragmatista, non bisogna porsi il suo
problema. Dire che la verità è là fuori cioè intendere che la verità è autonoma da noi, dalla nostra
mente e dalle nostre descrizioni, non ha senso – la verità c’è solo dove ci sono gli enunciati, e gli
enunciati sono frutto di pratiche linguistiche, e il linguaggio è una costruzione umana.
Altra cosa è dire però, specifica Rorty consapevole dei rischi di scetticismo che ha la sua tesi, che il
mondo è lì fuori e cioè che c’è una realtà indipendente da noi che autonomamente sussiste – il mondo
c’è, è indipendente da noi, ma il nostro modo di descriverlo, e quindi tutto il discorso sulla verità, è
linguistico e dunque costruito.
Considerare così il linguaggio vuol dire sdivinizzare il mondo, non credere che ci sia un linguaggio
altro da quello umano che ci da il mondo, ce lo fa esprimere, parlare, e noi dobbiamo capire qual è
l’essenza intrinseca per farlo in modo efficace — non c’è essenza intrinseca né esterna a noi né interna
a noi, cioè propria del nostro essere, del nostro io.
È facile dire che un enunciato è vero se uno stato di cose gli corrisponde – ma non dobbiamo prendere
gli enunciati nella loro singolarità, ma nel loro essere sempre inseriti in un insieme, ossia in un gioco
linguistico – non possiamo dire che un insieme, un gioco linguistico, corrisponda o meno alla realtà, e
ogni enunciato è regolato dal gioco in cui è inserito. Eppure, scegliere come dire il mondo non va
visto come una scelta arbitraria, una decisione valutativamente presa, ma come un inserirsi di abitudini
che vengono naturalizzate (l’Europa perse gradualmente l'abitudine di usare certe parole e
gradualmente si abituò ad usarne altre).
Non dobbiamo cercare criteri del linguaggio nel mondo esterno ma nemmeno dentro di noi. La
tentazione di attribuire criteri viene dalla tentazione di dire che il mondo e l’uomo hanno una natura
intrinseca, un’essenza, che rende alcuni linguaggi più veri di altri poiché più vicini a quella – eppure
noi non abbiamo una conoscenza pre-linguistica e non abbiamo modo di uscire da questa qui, non
abbiamo modo di parlare di un linguaggio da fuori, ma solo utilizzando un certo gioco. Dunque, è
inutile preoccuparsi di cosa c’è fuori di esso, piuttosto, chiediamoci che possibilità nuove e
meravigliose certi giochi linguistici hanno dischiuso, che ci aiutano a muoverci nel mondo, in noi stessi
e con gli altri.
Abbandonare l’idea di un’essenza. I linguaggi non sono scoperti ma costruiti, e la realtà è indifferente
alla nostre descrizioni.
Romantici con l’immaginazione fondamentale – lo strumento principale del cambiamento culturale non
è l’abilità di argomentare ma di parlare in modo diverso. Un nuovo linguaggio non libera umani nella
loro natura intrinseca, ma crea umani mai esistiti prima. Nel 700 – nuovo umano dotato di diritti.
Rorty obbedisce ai suoi precetti – anche la sua tesi è una descrizione, ma non vuole criticare la teoria
della verità nella sua ‘verità’ , non vuole decostruirla con delle argomentazioni, ma piuttosto mostrare
come non sia utile, non è di interesse filosofico, restare ad essi aggrappati. Fa sorgere domande
abbastanza inutili. Pensiamo piuttosto a quante cose possiamo fare con un linguaggio – giudicare
vocabolari non in base alla loro verità ma in base alla loro utilità, apertura a nuove possibilità. Se
giudichiamo in base alla verità, pretendiamo di disporre di un vocabolario più giusto e vero rispetto a
quello che critichiamo – invece, dobbiamo preoccuparci, se vogliamo imporre un nuovo vocabolario e
scartare quello vecchio, solo di mostrare le possibilità e le promesse di grandi cose che dischiude la
nostra proposta. Quindi, questo nuovo vocabolario non lo dobbiamo dedurre da quello vecchio. La
filosofia così si muove in maniera olistica e pragmatica.
Davidson è un punto di riferimento per questa nuova concezione del linguaggio, che vuole
abbandonare il concetto di natura intrinseca e guardare a viso aperto la contingenza del linguaggio che
impieghiamo (questo ci porta a riconoscere poi anche la contingenza della coscienza). Davidson rompe
con l’idea di linguaggio come mezzo, per esprimere la nostra essenza o interiorità oppure per
rappresentare la verità del mondo esterno. Come se ci potesse essere qualcosa prima del linguaggio che
noi conosciamo e poi dobbiamo esprimere. L’idealismo cercò senza successo di sostituire tale scissione
tra soggetto e oggetto, mettendo il linguaggio come medium tra la coscienza e il mondo, come mezzo
attraverso cui credenze e desideri sono costruiti. Ma l’immagine del linguaggio come mezzo è
inefficace in ogni caso – non abbiamo fatto alcun passo in avanti. Solo abbandonare l’idea di
linguaggio come mezzo ci permette di abbandonare l’idea di natura intrinseca nostra e del mondo e
quindi di una più o meno adeguatezza di un linguaggio ad essa. Davidson evita sia riduzionismo
(analitica) sia astensionismo (linguaggio divinizzato in Heidegger) avvicinandosi a Wittgenstein – i
due considerano i vocabolari non come pezzi di un puzzle che possono essere messi insieme per
formare un meta-vocabolario, ma come strumenti alternativi per fare delle cose (piccola lacuna nel
considerare strumenti, poiché non si ha idea di come fare la cosa nuova senza il nuovo linguaggio, al
contrario dell’artigiano che cerca strumento giusto). Ci chiediamo allora se certi strumenti linguistici
sono per noi inefficaci, e non se alcune credenze non sono vere. E per Rorty la teoria della verità è uno
strumento inefficace. Non ci sono significati da esprimere o fatti da rappresentare.
Tuttavia, è sempre possibile che due vocabolari siano in conflitto tra loro — se ne inventa uno che li
rimpiazza entrambi, ma che non è dedotto da loro. Per esempio, Aristotele contro il linguaggio
matematico degli studiosi di meccanica del XVI sec – si supera con Galileo, gli altri prima diventano
inutili. Anche l’innovazione di Yeats… Nuovi strumenti prendono il posto di quelli vecchi, e quelli
vecchi divengono sempre meno importanti.
Davidson scardina l'immagine di linguaggio come mezzo di una natura intrinseca con l’idea di una
teoria occasionale — se cado su un’isola deserta, cercherò di interpretare ciò che fa, i rumori che
produce e come si muove l’uomo che incontro lì. Anche lui farà lo stesso con me. Ci sembrerà strano
ciò che fa l’altro. Se riuscirò a prevedere un suo movimento, vuol dire che le mie congetture
coincidono più o meno con il suo comportamento – allora arrivare a comunicare, a capirci, viene da un
contingente convergere delle nostre teorie occasionali, che son sempre perfezionabili e modificabili.
Così anche cavarcela meglio riguardo un pezzo di mondo è dovuto ad un cambiamento del linguaggio.
Il linguaggio tradizionalmente inteso per Davidson non esiste, non c’è qualcosa da padroneggiare o
imparare di fisso e stabile che ci dice la verità delle cose, è un nostro modo di adattamento al mondo.
Come cambia? Metafore fanno qualcosa di nuovo, effetto sull’interlocutore (positivisti riduzionisti ≠
romantici estensionisti), non si possono dire vere o false, possono essere solo rifiutate o assaporate – se
vengono accettate, piano piano diventano metafore morte e poi abitudini che assumono senso letterale.
Questa è la differenza tra letterale e metaforico, una distinzione tra qualcosa che è di uso familiare e
qualcosa di insolito, nuovo, mai visto, che colpisce.
Linguaggio allora non è mezzo tra io e realtà ma un’opportunità di usare un certo vocabolario per far
fronte ad un organismo di un certo tipo. Accoppiare segni e rumori per prevedere le prossime tue
mosse.
Rorty paragona creazione linguaggio, storia intellettuale, alla teoria scientifica evolutiva di Darwin e
Mendel — il linguaggio, i suoi cambiamenti e le sue novità, sono frutto di una causalità casuale e
contingente, di meccanismi senza uno scopo ultimo, che si indagano chiedendoci secondo un punto di
vista causale come si è passati dal linguaggio dei primitivi a quello di oggi, allo stesso modo in cui ci si
chiede come si è passati dalla scimmia a noi.
Il linguaggio e la nostra cultura sono un caso, dobbiamo farci i conti; rivoluzioni scientifiche come ri-
descrizioni metaforiche. Forze cieche, contingenti e meccaniche dominano tutto ciò. Nietzsche: verità
come esercizio mobile di metafore. Le metafore, come dice Davidson, non hanno significato, non
hanno all’inizio posto fisso in un gioco linguistico – così dicendo Davidson vuole farci abbandonare
l’idea del linguaggio come mezzo e quindi dell’essenza umana.
Linguaggio come evoluzione (contingenza delle orchidee non toglie il fatto che sono nuove e
meravigliose) – non si è scoperta di più la verità, ma si è cambiato il nostro modo di parlare e con ciò
anche quello che vogliamo fare e che pensiamo di essere.
Sostituzione nietzscheana di nozione ‘scoperta’ con quella di ‘auto-creazione’ che sostituisce
all’immagine di un'umanità che sempre più si avvicina alla luce quella di generazioni che si calpestano
l’un l’altra.
Nietzsche, Blumenberg, Freud e Davidson ci vogliono dire di non venerare più nulla, di non cercare
sempre nuova divinità (abbiamo avuto Dio, poi la scienza, poi l’amore per noi stessi nel XVIII sec) e
iniziare a ritenere il caso degno di decidere del nostro destino (-Freud) — ora vediamo come tutto il
discorso dal linguaggio si applica anche alla nostra coscienza e concezione dell’io.
CAPITOLO 2 - LA CONTINGENZA DELL’IO
Dalla contingenza del linguaggio alla contingenza dell’io. Rorty prende in esame una poesia di Larkin
sulla paura della m