La Voce
La letteratura dell’età vociana ha, tra le tante caratteristiche, ne ha una particolarmente importante: è
una letteratura di giovani. Gli scrittori cosiddetti “vociani” hanno scritto che avevano dai venti,
venticinque, trent’anni massimo, e poi per una serie di motivi, per molti di loro, l’esperienza
artistica si è interrotta tragicamente. Molti sono morti durante la prima guerra mondiale, altri sono
morti per malattia, altri ancora sono stati vittime di crisi morali, spirituali, psichiche. Qualcuno è
finito in manicomio come Dino Campana, altri sono stati perseguitati durante il fascismo come
Piero Jahier, al quale era impedito di pubblicare. Altri si sono fatti frati come Rebora. Chi per un
motivo, chi per un altro, questi autori appartengono ad una generazione, che un poeta di oggi,
contemporaneo, nonché critico letterario, Gualtiero De Santi, ha definito con un termine molto
appropriato: una “generazione al buio”. Cioè una generazione: perché appartengono tutti, hanno
tutti le stesse problematiche, tutti hanno la stessa sensibilità, anche se vengono, chi da Trieste, chi
da Firenze, chi da Roma, un po’ tutta l’Italia è coinvolta dal fenomeno vociano, ma al di là delle
differenze, al di là persino dello Stato di appartenenza, perché all’epoca, un triestino o un vociano
del 1909 era suddito dell’Impero Austro-Ungarico, anche se molti di loro erano irredentisti. Al di là
di tutte le differenze possibili, li accomuna quest’“ansia di assoluto”, la ricerca di un cammino, di
un percorso, che è anche espressivo, ma è soprattutto di ordine etico-morale. Non dobbiamo
intendere quest’ordine verso una religiosità istituzionale o verso un’etica che sia di natura
moralistica o precettistica. No, un’inquietudine, un’irrequietezza, che coinvolge tutte queste sfere
della vita, quella del sacro, quella dell’eros, quella dell’impegno politico e civile, quella della
riflessione sulla vita.
Questo fatto fa sì che la loro letteratura sia una “letteratura da esordienti”. Quasi tutti hanno scritto
con il libro di esordio il loro capolavoro. E questo è tipico dei giovani. L’idea che il primo libro
debba essere quello più importante, il più significativo, vuol dire una cosa molto importante: che
quel libro, e quindi quella vocazione letteraria , nasce da un’ urgenza, da un’urgenza di parola, da
una necessità di dire di comunicare. Dino Campana, prima che venisse pubblicato dopo mille
traversìe, il suo libro, i “Canti orfici”, portava a mano le sue poesie, scendendo dai monti
dell’Appennino della sua Marradi, andava a Firenze… faceva una cattiva impressione, per il suo
aspetto fisico, perché era un ribelle, aveva un aspetto diciamo così rustico, si avvicinava ai grandi
“maitre a penser” fiorentini, Emilio Cecchi, Giovanni Papini, Prezzolini… dava la sue poesie da
pubblicare e molto spesso riceveva disinteresse. Questi testi venivano ignorati o smarriti.
Campana in una sua lettera dice: “Devo pubblicare, non sarò realizzato finché resterò un uomo
inedito”. L’espressione “uomo inedito” non è un errore: come fa un uomo ad essere inedito? Un
libro può essere inedito… In questo caso non è un errore, è una verità: per Campana la vita
coincideva con …
La famiglia da cui egli proveniva era una famiglia terribile, metà dei quali erano matti non
riconosciuti. E l’unico che finiva invece in manicomio o agli arresti per vagabondaggio o per
disagio psichico era lui. Una vita del genere trova riscatto e conforto nella scrittura.
E quindi l’essere un uomo inedito significa, dunque, essere un uomo irrealizzato. La scrittura, la
pubblicazione dei “Canti orfici”, significa per Campana il riscatto. E per tutti i vociani vale
questo. Quindi un’urgenza, una necessità, una scrittura che nasce non dalle circostanze, non dalla
volontà di avere successo o di fare carriera, ma dalla volontà di esprimersi e dal bisogno di
esprimersi.
Riviste importanti:
La Voce (1908-1916), Solaria, Lirica (1912-1913), Lacerba, La Riviera Ligure che era
specializzata nella pubblicazione di poesia e sulla quale scrivevano molti autori vociano, a partire
da Sbarbaro.
Dopo La Voce, la rivista più importante del Novecento letterario italiano fu “Solaria”. Essa
distribuiva pochissime copie: stampava 500 copie. Oggi diremmo “niente”.
Questa “generazione al buio”, quella vociana, oltre ad avere questo “senso della necessità” dello
scrivere… Aveva certamente il dolore. Il dolore è parola chiave per i vociani. Nella loro biografia
troveremo tante ragioni di sofferenza, di disagio a cui tentare di sopperire attraverso la scrittura e
attraverso l’arte… L’arte ovviamente non guarisce niente e nessuno… Ottiero Ottieri diceva “L’arte
esaspera”. Parlare e scrivere dei propri tormenti, dei propri mali, può dare momentaneamente
sollievo ma di fatto erige un monumento a quella sofferenza, la intensifica.
Il dolore, quindi, è un aspetto dell’autobiografia e gli autori vociani fanno della propria biografia
il principale elemento tematico della loro poesia e della loro produzione letteraria. Il dolore è
una tematica eterna. Quando Baudelaire nei “Fiori del male” evocava l’ennemie (pronuncia
“anemì”), l’oscuro nemico che ci rosicchia il cuore, era il dolore, “la doleur”. Il dolore è il nemico
dell’uomo.
C’è una profonda interdipendenza, interconnessione tra poesia e prosa nei vociani. Sono ambiti che
noi siamo abituati a sentire come separati. Invece, fino al Novecento e soprattutto con i poeti
vociani, l’idea di poesia era molto più ampia.
Non ci riferiamo solo all’uso del “poema en prose” che già c’era con i romantici, in Baudelaire… ci
riferiamo all’idea che si possa scrivere, eliminando le basi metriche, stilistiche, i limiti del verso…
Roland Barthes diceva: “Il verso è ciò che fa uno stacco e un urto”. Il verso crea una frattura e
riparte, creando questa svolta da verso a verso… Sta al poeta stabilire quanto grande sia quello
stacco, quell’urto, che tipo di connessione abbiano tra di loro…
I vociani hanno elaborato uno strumento espressivo, possiamo chiamarlo “poesia che va verso la
prosa” come faceva Alfonso Berardinelli. Oppure “prosa lirica, poetica”…
Per loro la scrittura era espressione, magma, che trovava una forma… e la forma non era la
forma tradizionale. Non era il sonetto, non era il madrigale, non era neanche la canzone libera o il
verso libero…
Pensiamo ad autore che non è vociano, ma che è comunque parte di questa atmosfera culturale…
Ungaretti, pensiamo ai versicoli del “Porto sepolto” e dell’“Allegria”. Parole scavate nel silenzio,
parole come pietre, parole pesanti che hanno intorno un’aura di vibrazione. Non c’è più nemmeno il
verso, non c’è più una sintassi, non c’è più una punteggiatura… Sono parole che sono come dei
grandi cartelli indicatori di condizioni, di stati dell’essere o della materia.
I vociani sono riusciti a fare questo, in maniera meno radicale rispetto al primo Ungaretti, ma per
altri versi… il loro è stato un esperimento che ha lasciato il segno.
Riepilogo sulla rivista “La Voce”: caratteristiche, storia e direttori
“La Voce”, essendo una rivista in cui i fattori eteronimi, i fattori che riguardano il mondo esterno
all’ambito dell’arte e della letteratura, i fattori politici, sociali,
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