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Anarchia e ordine nel sistema internazionale

La mancanza di governo è il primo contrassegno del sistema politico internazionale moderno. Anarchia internazionale = ogni soggetto è costretto ad avere cura di se stesso, in mancanza di un governo mondiale. Nella raffigurazione dello “stato di natura” di Hobbes, la mancanza di un’autorità che tuteli i propri diritti condanna ciascuno a preoccuparsi delle intenzioni degli altri. Dilemma della sicurezza: anche quando nessuno degli stati ha intenzione di attaccare gli altri, essi possono continuare a temere che le rispettive intenzioni non siano pacifiche e quindi si sentono costretti ad accumulare in anticipo potenza (armi e alleati) per la difesa. Il problema è che l’incremento di potenza di ognuna delle parti provoca il corrispondente aumento delle altre (corsa agli armamenti).

Tradizioni di pensiero

  • Hobbes: Fondata sull’analogia tra l’anarchia internazionale e qualunque altra forma di anarchia: ogni volta che manca un’agenzia che tuteli i propri diritti, ciascuno fa assegnamento sulla propria forza. L’anarchia è quindi una condizione irrimediabile.
  • Ugo Grozio: Il sistema internazionale ha sviluppato un suo tessuto di istituzioni per mantenere l’ordine.
  • Kant: Sul progetto per la pace perpetua di Kant poggiano i programmi di trasformazione della convivenza internazionale, come quello della Carta dell’ONU; per Kant l’analogia tra anarchia internazionale e stato di natura hobbesiano è un problema tenace ma superabile.

Tre sono le differenze tra il sistema internazionale e altre forme di anarchia. La prima differenza sta nel potere: la mancanza di governo è indipendente dal modo in cui è distribuito il potere tra gli attori. Questa disuguaglianza di potere sta alla base della natura oligopolistica della politica internazionale: ci sono sempre stati pochi stati egemoni (nel contesto attuale, solo gli USA). Sotto la diseguaglianza tra stati forti e deboli, c’è la diseguaglianza tra Stati e altri soggetti: ciò ha portato spesso all’equiparazione tra politica internazionale e politica interstatale.

La seconda differenza tra l’anarchia internazionale e altre forme di anarchia sta nella densità delle relazioni tra soggetti internazionali: l’espressione “sistema internazionale” si diffuse nel ‘600-‘700, quando ci si rese conto che non era più possibile isolare la sovranità di ogni singolo sovrano da ogni altro, ma, al contrario, tutti erano costretti ad avere un riguardo per gli altri, condannati a non potersi isolare neppure quando lo vorrebbero.

La terza differenza tra l’anarchia internazionale e altre forme di anarchia è che gli stati si sono progressivamente imposti come gli unici titolari della piena legittimità internazionale, come gli unici soggetti autorizzati a creare norme comuni. Il principio di sovranità si è imposto come il principio normativo fondamentale, che ha stabilito l’idea della società di stati come forma di organizzazione politica dell’umanità, al posto di idee alternative (es. quella di un impero universale, o di una comunità di singoli esseri umani).

Il sistema internazionale westfaliano: caratteri di eccezionalità, processi di crisi e di erosione

L’attuale sistema interstatale esiste dal XVI secolo, e possiede caratteristiche eccezionali che precedenti sistemi interstatali non possedevano, es. un sistema diplomatico altamente istituzionalizzato, una classe di “grandi potenze”, e il diritto internazionale.

L’aspetto interstatale delle relazioni internazionali è sempre stato uno spazio chiuso e circoscritto: al suo intorno fioriva una società transnazionale fatta di scambi commerciali, migrazioni, istituzioni indifferenti ai confini, compagnie commerciali… Raymond Aron diceva che questa società transnazionale era più viva quanto maggiore è la libertà di scambio, di migrazione e di comunicazione: offre infatti l’esempio dell’Europa della Belle Époque (sistema internazionale omogeneo), e come esempio opposto quello del mondo durante la Guerra fredda, quando gli scambi commerciali tra Est e Ovest erano ridotti al minimo (sistema internazionale eterogeneo).

Nell’attuale crisi della presa dello stato sulle relazioni internazionali (crisi del sistema interstatale) ci sono due processi: il primo è che molti dei sistemi interstatali regionali sono di recente origine (es. Africa, Medio Oriente…), e sono quindi privi di caratteristiche attribuite tipicamente ai sistemi interstatali; questi neo-sistemi non hanno ancora sviluppato un tessuto istituzionale capace di trasformare il sistema in società internazionale. L’altro processo è la crescente disponibilità da parte degli stati a cedere parte delle proprie prerogative sia verso il basso che verso l’alto, come è avvenuto nel processo di integrazione europea. La politica interstatale viene continuamente sfidata dalla visione alternativa di una società globale i cui soggetti non sono gli stati ma i singoli individui.

Storia della disciplina delle relazioni internazionali

Tra le due guerre si sviluppò il primo approccio allo studio delle relazioni internazionali: l’idealismo, che aveva come obiettivo quello di liberare la politica internazionale da quelle che fino ad allora erano state le sue due caratteristiche distintive: l’anarchia e la guerra. Per gli idealisti, tre erano le cause della guerra:

  • La divisione del mondo in stati (frammentazione e particolarismo)
  • La struttura anarchica della politica internazionale
  • La natura bellogena di alcuni stati, a cui si poteva rimediare con la trasformazione di tutti gli stati in senso democratico e liberale.

Il fallimento dell’idealismo, dopo la Seconda guerra mondiale, aprì la strada al realismo. I realisti rifiutavano la fiducia dell’idealismo nella possibilità di cambiare la natura della politica internazionale. Per i realisti, la politica internazionale era sostanzialmente immutabile, ed era interstatale.

Divisioni interne al realismo:

  • Quella fra il tradizionalismo e il neorealismo (o realismo strutturale)
  • Quello tra la prospettiva dell’equilibrio di potenza e quello dell’egemonia
  • Quello tra il realismo difensivo e il realismo offensivo

Una sfida che realismo e neorealismo dovettero affrontare a partire dai 1970s fu quella del neoliberalismo, o istituzionalismo liberale, poiché si iniziò a constatare che le nuove tematiche delle relazioni internazionali non avevano più a che fare con la preoccupazione realista per la sicurezza militare e la guerra. Gli istituzionalisti liberali sostenevano che le istituzioni postbelliche (es. ONU) erano ormai in grado di sostenere per proprio conto le prospettive di cooperazione fra gli stati.

Dagli anni ’80 si sviluppò poi il costruttivismo, che pose l’accento su come fattori come norme sociali o idee condivise possano giungere a ridefinire identità e interessi degli attori.

Equilibrio di potenza

L’equilibrio di potenza è una condizione del sistema internazionale in cui nessun attore può dominare gli altri. Questa situazione richiede due requisiti: è necessario che la distribuzione di potenza sia diffusa in modo che l’attore più forte non sia in grado di sconfiggere tutti gli altri insieme; è inoltre necessario che il comportamento degli attori tenda verso una politica di bilanciamento: gli attori devono allearsi con il più debole contro il più forte (balancing) e non viceversa (bandwagoning). Effetti di una condizione internazionale di equilibrio:

  • Il sistema internazionale rimane plurale e anarchico; non riescono ad emergere egemonie così forti da dominare l’intero sistema e renderlo gerarchico;
  • Gli attori principali tendono a sopravvivere, anche se piccoli e deboli, in quanto sono facilitati nel trovare alleati per una difesa comune;
  • Ci saranno meno guerre, in quanto se nessuno può dominare gli altri, si genererà una situazione di mutua deterrenza.

La teoria dell’equilibrio di potenza è fortemente influenzata dalla tradizione realista, per 3 motivi:

  • È caratterizzata da una visione ciclica della storia: nel campo della politica internazionale ci sono leggi eterne e immutabili;
  • Si basa su tre cardini della tradizione realista: lo stato come attore principale della scena internazionale, la condizione anarchica del sistema internazionale, e l’enfasi sulle questioni di sicurezza;
  • Si basa su fattori oggettivi e sull’interesse individuale degli stati, che viene definito in termini di potenza.

Nell’ambito realista ci sono due distinti punti di vista sul funzionamento dell’equilibrio:

  • Teoria riduzionista volontarista, che caratterizza il realismo classico tra anni ’40-‘60: l’equilibrio emerge volontariamente come frutto di esplicite scelte da parte delle principali potenze. Teorie riduzioniste che riducono a una caratteristica delle unità (la loro volontà di mantenere l’equilibrio) un esito complessivo.
  • Teoria sistemica (realismo strutturale o neorealismo, Waltz): l’equilibrio si verifica spontaneamente a causa di logiche sistemiche che prescindono la volontà degli stati: secondo il principio del self-help, gli stati si schierano con il più debole contro il più forte (balancing), in modo da massimizzare la propria influenza, dal momento che il più debole ha sicuramente più bisogno di alleati rispetto al più forte, e sarà quindi disposto a maggiori concessioni: è quindi sufficiente che stati in anarchia vogliano sopravvivere perché si manifesti una tendenza all’equilibrio nel sistema. Teoria sistemica poiché dipende dalla natura anarchica delle interazioni tra le unità: se il sistema è anarchico, la tendenza all’equilibrio si verifica spontaneamente. La politica internazionale ha quindi caratteristiche omeostatiche, nel senso che una potenziale fonte di instabilità (l’aumento di potenza di un’unità) genera spontaneamente controforze contrarie (una coalizione anti-egemonica) che tendono a riportare il sistema in uno stato di equilibrio.

La teoria dell’equilibrio sottintende che gli stati si alleano in base a condizioni esterne, come la distribuzione di potenza, e non in base alle loro preferenze ideologiche: c’è quindi flessibilità degli allineamenti, i quali variano a seconda dei cambiamenti nel potere relativo degli stati. Ciò vuol dire che le considerazioni ideologiche passano in secondo piano quando le esigenze dell’equilibrio lo richiedono.

Tipi e forme di equilibrio

Il realismo classico ha sostenuto la preferenza per configurazioni multipolari, dove ci sono tre o più grandi potenze. Se le risorse internazionali sono suddivise tra un numero di stati maggiore di due, allora sarà possibile mobilitare contro qualunque stato che intraprenda un espansionismo eccessivo una quantità di risorse maggiori rispetto a quelle dell’aggressore. Al contrario, in un regime bipolare, ciascuna superpotenza deve per forza concentrare tutte le sue attenzioni nella competizione con l’altra. La presenza di altri attori principali rende possibile una risposta diplomatica al riarmo di un potenziale avversario: invece di rincorrersi l’un l’altro con il riarmo (internal balancing), gli stati possono ricorrere ad alleanze (external balancing).

I sostenitori del bipolarismo (i realisti strutturali) dicono però che con soli due attori, non possono esserci errori di interpretazione sulla provenienza della minaccia e sulla responsabilità per il suo contenimento, errori che spesso indeboliscono i sistemi multipolari a causa del maggior numero di stati coinvolti (es. prima della Seconda guerra mondiale potenze come Francia, GB, e URSS volevano tutte contenere la minaccia tedesca, ma preferivano che fosse un altro a farlo, e quindi nessuno si mosse, fenomeno del “buckpassing”: scaricare il barile del contenimento della minaccia sugli altri). In un mondo bipolare invece, un’azione di una superpotenza provocherà immediatamente una reazione dell’altra. Inoltre, nei sistemi multipolari è fin troppo comune il fenomeno del “chainganging”, ovvero l’inclinazione a incatenarsi ai propri alleati, rischiando di farsi coinvolgere in pericolose crisi locali: ciò accadde nella WW1, quando molte potenze si sentirono intrappolate dai propri alleati a perseguire obbiettivi altrui solo per poter mantenere l’alleanza in vita.

Il multipolarismo garantisce la flessibilità degli allineamenti, ma rigidità delle strategie, in quanto queste devono sottostare alle necessità degli alleati; nei sistemi bipolari invece la rigidità negli allineamenti offre flessibilità nelle strategie.

Qual è la natura delle variabili che influenzano il comportamento di bilanciamento? La teoria ortodossa presuppone che la variabile critica sia la potenza militare, ma di recente è stata introdotta una teoria più complessa basata sulla variabile della minaccia (gli stati non creano alleanze contro lo stato più potente, ma contro quello più minaccioso), che a sua volta è funzione di 4 variabili:

  • La potenza aggregata: la capacità (militare) a disposizione di uno stato;
  • La tecnologia militare: il grado in cui le capacità possono essere trasformate in potere offensivo;
  • La geografia: la posizione geopolitica: il potere è tanto più minaccioso quanto più è vicino a chi lo subisce; si tende quindi ad allearsi con il vicino del proprio vicino, contro il proprio vicino (es. WW1: Francia e Russia contro la Germania).
  • Le intenzioni: a parità di capacità, uno stato con esplicite intenzioni aggressive viene percepito come più minaccioso di uno stato con nessuna intenzione espansionistica.

Preferenze degli stati

Distinzione tra potenze conservatrici e potenze revisioniste, ovvero interessate al cambiamento dell’ordine. I meccanismi di bilanciamento...

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Scienze politiche e sociali SPS/06 Storia delle relazioni internazionali

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valentiarianna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Test d'ingresso rel e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Colombo Alessandro.
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