La guerra ineguale
Capitolo 1: L'eccezione e la norma
Il terrore e i limiti della guerra
La paura e il terrore sono spesso stati manipolati per acquisire o mantenere il potere, per ottenere ubbidienza, procurarsi guadagni, o costruire/conservare l'ordine sociale. Sono stati riconosciuti come il nervo dell'obbligazione politica o la sua degenerazione, come accompagnatori della lotta per il potere e la pace.
L'uso del terrore tra pace e guerra
Il terrore in battaglia
La battaglia è un'esperienza collettiva di terrore, in quanto il terrore accomuna tutti i combattenti. È stato constatato che molti soldati si sono trovati in una situazione di così alta paura (sia di morire che di uccidere) da trovarsi paralizzati. Il motivo per cui i soldati si convincono a combattere, è stato trovato nella paura: paura delle conseguenze derivanti dalla defezione (il sistema delle punizioni), e delle conseguenze derivanti dal combattere male, cioè la strage. Il campo di battaglia però è anche il luogo in cui ci si sforza ad ispirare terrore al nemico: la guerra presuppone debolezza umana, ed è diretta proprio contro questa debolezza, attraverso l'uso del terrore. Il fattore morale in guerra è infatti centrale: le forze morali sono il punto di massima vulnerabilità, in quanto tutto dipende dall'integrità dell'insieme, e anche solo una fessura può spezzarlo, ed è qui che l'uso del terrore rivela il suo scopo. Il terrore costituisce lo sfondo comune della battaglia, ma è anche la chiave della sua soluzione: l'uomo può resistere al terrore fino ad un certo punto, e oltre quel limite fugge da essa, e questo è il punto che coincide con la "decisione" della battaglia, e il terrore si concentra su uno dei due contendenti. Il risultato è una disgregazione rapida dei legami sociali, non c'è più gerarchia, prestigio e valori. Il terrore è la causa invisibile delle sconfitte.
Il terrore fuori dalla battaglia
Il terrore non è solo utilizzato sul campo di battaglia, ma anche per trascinare in battaglia chi non può essere chiamato (perché non abile a combattere) e chi non vuole essere chiamato (perché non vuole che la guerra sia combattuta o perché non vuole lui combattere). Molti studi si sono infatti concentrati sull'utilizzo del terrore e della minaccia al di fuori della battaglia: la violenza viene impiegata anche per intimidire il nemico al di fuori di essa, attraverso minacce e sofferenze causate intenzionalmente ai non combattenti, influenzando il nemico coercitivamente, dissuadendolo, senza indebolirlo militarmente. Questi strumenti vengono racchiusi da Schelling in un'unica definizione: terrorismo, a cui viene accostata la parola "diplomazia", per indicare l'apparente ossimoro di "diplomazia della violenza". Il successo del terrorismo dipende da quanto riesce a modificare i suoi interessi e il suo comportamento. Lo scopo del terrorismo è quello di influenzare il comportamento altrui, costringere le decisioni e le scelte. La violenza è anticipata, e il potere di ferire è un potere negoziale: sfruttarlo è diplomazia, anche se degradata. Grazie a questo rapporto con la diplomazia e la comunicazione, la minaccia e l'uso del terrore restano fuori dalla guerra e dalla violenza bruta. Nella guerra tradizionale, entrambi sono rivolti a un unico soggetto: i lottatori vogliono costringere l'avversario a piegarsi, lo scopo è abbatterlo e rendergli impossibile qualsiasi resistenza. Nella logica terroristica, invece, lo scopo delle azioni è rivolto a soggetti diversi: non sono colpite direttamente le forze dell'avversario, ma la capacità di assicurare sicurezza, ordine e benessere ai cittadini, in poche parole, la capacità di mantenere la pace. Inoltre, mentre la violenza bruta ha come obiettivo quello di infliggere sofferenze e colpire la forza del nemico e richiede di essere utilizzata ed impiegata per avere successo, la minaccia e il terrore si servono delle sofferenze per ottenere gli obiettivi, modificano le intenzioni, e sono tanto più efficaci quanto più sono tenuti in riserva, anche se periodicamente devono essere esercitati. Ma persino quando succede, ciò che conta non è la sofferenza inflitta, ma quella latente (la violenza che può ancora essere trattenuta o inflitta). È la minaccia del danno, o di un danno maggiore in futuro, che può indurre l'altro a cedere o piegarsi al potere.
Modernità e terrore, le eredità del Novecento
L'uso del terrore e della minaccia non è qualcosa di antico/premoderno, ma è stato invece impiegato dagli stati prima di essere scoperto dai gruppi terroristici, contro individui e gruppi non statuali da disciplinare al proprio interno e combattere al proprio esterno. È qui che inizia l'assonanza tra il verbo terrere e territorium, da cui dipende la distinzione tra politica interna e politica internazionale. Il fenomeno moderno per eccellenza che include la centralità del terrore è il totalitarismo, dove si trova anche il collegamento tra l'impiego della minaccia e del terrore e la fiducia nel cambiare la realtà.
Il terrore praticato: Guerre coloniali – Hiroshima
Viene individuato un tipo di guerra che ha ricorso in modo sistematico e continuo alla minaccia e al terrore: le guerre contro le popolazioni senza stato, nell'ambito delle conquiste coloniali. Esse si sono svolte con spedizioni punitive, e non con normali scontri militari. Esempi: l'aviazione britannica contro le tribù dell'Iraq negli anni 20/30, l'aviazione francese contro la Siria, Marocco e Algeria, quella italiana contro Libia ed Etiopia. Tra il 1860 e il 1890, gli Stati Uniti combatterono le guerre indiane applicando la forma più pura della violenza diplomatica.
La minaccia e l'uso del terrore iniziano ad essere utilizzati anche tra gli stati, diventando gli strumenti più comuni, a partire dalla Seconda guerra mondiale (in alcuni casi, con l'obiettivo di immediata distruzione (politica di sterminio), in altri casi con l'obiettivo di indebolire e modificare la volontà del nemico (forma estrema della diplomazia di violenza)). Con lo sganciamento delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, il metodo terroristico si completa in un unico atto di distruzione: rappresentano gli atti terroristici per eccellenza. L'obiettivo era provocare sofferenze e prometterne altre.
Dalla seconda metà dell'800, il metodo terroristico inizia a diffondersi tra piccoli gruppi anarchici e nichilisti, con strumenti rudimentali e obiettivi limitati (es. serie di uccisioni dei capi di stato tra 1880 e 1904).
Il terrore legittimato: Efficienza, Virtù e Suprema Emergenza
Il terrore è stato utilizzato sempre più spesso per modificare e/o annullare la volontà del nemico. Inizia a comparire nella società internazionale, e ad essere legittimato dagli stati. Esistono tre correnti più comuni che riguardano le giustificazioni:
- Il terrore si giustifica come "tecnica per uno scopo". La più estrema, che concepisce il terrore come una tecnica utilizzabile per qualunque scopo: non esistono motivi per non utilizzare il terrore.
- Il terrore si giustifica come uno strumento per realizzare il Sommo Bene. Tale corrente è stata sostenuta da Robespierre, ma anche da milioni di uomini e intellettuali per tutto il ‘900.
- Il terrore si giustifica come uno strumento per evitare il Sommo Male. È una versione moderata, attribuita al leader conservatore Churchill che invocò la "suprema emergenza" per anticipare il ricorso a strumenti illegittimi nella guerra.
- La nozione di suprema emergenza viene ammessa come clausola sospensiva di codici legali e morali della guerra, definita da due criteri: l'imminenza del pericolo e la sua natura. Di fronte a un grave pericolo, nessun limite può essere rispettato.
La terza giustificazione è quella più vicina ad un "liberalismo della paura", che si fonda su un Sommo Male che chiunque sarebbe disposto ad evitare.
Il terrore teorizzato: Moral bombing
C'è un quarto argomento che giustifica i bombardamenti sulle città tedesche tra 1940 e 1942: il Bomber Command dell'Aeronautica Militare Britannica, l'unica arma offensiva disponibile, utilizzata per il solo motivo che c'era. Le operazioni aeree diventano più importanti di una guerra, devastando terre nemiche e distruggendo centri industriali e popolosi. Le teorie del potere aereo hanno come linee-guida la rivendicazione dell'indipendenza dell'arma aerea rispetto alle armi tradizionali (esercito e marina), la distinzione tra armi tattiche e armi strategiche, l'uso terroristico dell'aviazione contro infrastrutture e popolazione civile. Il massimo rendimento delle offese aeree si deve cercare al di fuori della battaglia, dove i bersagli sono più sensibili e vulnerabili: rende di più colpire resistenze morali, diffondere terrore e panico, piuttosto che colpire trincee. Solo quando cedono i fattori morali e la coesione, si trova il momento della "decisione" in cui cessa la lotta. La popolazione civile diventa lo strumento per l'attaccante, che cerca di produrre condizioni intollerabili. Il morale della popolazione nemica è l'obiettivo della guerra, ed è da qui che si arriva al nome della dottrina del "Moral Bombing": il bombardamento del morale.
Il terrorismo come tecnica
Una violenza impersonale, parsimoniosa e disponibile
Più recentemente, la minaccia e l'uso del terrore diventano una successione casuale di azioni terroristiche, ed è da qui che deriva il significato più elementare di terrorismo. Il terrore è un calcolo studiato e ragionato, rivolto a chi è ritenuto più debole e meno risoluto. Diventa un "metodo", indirizzato contro chi non vuole pagare il costo della guerra, ma vuole invece restare nella sua passività politica godendo di pace e sicurezza. Il terrorismo è più una tecnica che fanatismo, e i tratti distintivi del terrorismo come metodo sono:
- L'impersonalità o l'astrattezza. Il terrorismo non colpisce direttamente il destinatario del colpo, ma lo indebolisce colpendo altri. Ha una struttura triangolare: c'è un soggetto che compie l'atto, la vittima diretta dell'attacco, e il terzo destinatario dell'intimidazione.
- La parsimonia. È un metodo economico, che ottiene il massimo con il minimo. Promettono una prima sproporzione tra il risultato immediato delle azioni e le conseguenze psicologiche, una seconda sproporzione tra i costi dell'attacco e i costi della difesa (l'attacco costa poco e meno di ciò che costa per cercare di prevenirlo o pararlo). L'economicità del metodo terroristico consente di compensare la sproporzione tra forti e deboli.
- La casualità e l'indiscriminatezza. Il metodo terroristico non si concentra su specifiche categorie di individui o luoghi, ma tende ad essere indiscriminato. L'indiscriminatezza contribuisce a diffondere la paura, perché nessuno è al riparo. Si diffonde insicurezza, paura e diffidenza.
- La disponibilità, nel senso che non è associata né ad un determinato tipo di attore, scopo o esito. Il metodo terroristico può essere utilizzato da attori statuali e non, tra di loro o dagli uni contro gli altri. È necessario aggiungere tre considerazioni:
- Riguarda gli stati: l'esperienza storica non prova il fatto che le democrazie siano meno propense ad utilizzare il terrore rispetto a stati totalitari ed autoritari.
- Riguarda gli attori non statuali: il terrorismo non perde mai la propria natura di tecnica di coercizione, nemmeno quando è nelle mani di fanatici. L'obiettivo è sempre quello di minacciare ulteriori sofferenze per modificare le scelte delle vittime. La violenza che conta è quella latente, non quella già inflitta.
- Riguarda tutti i tipi di attori e il loro potere: la minaccia e l'uso del terrore possono essere e sono stati impiegati sia dai deboli che dai forti, sia per compensare la mancanza di risorse sia per risparmiare quelle che si possiedono, e sia per evitare sconfitte che per accelerare la vittoria.
In bilico tra pace e guerra
Dal punto di vista tattico, il terrorismo è sempre offensivo, ma dal punto di vista strategico può essere sia offensivo che difensivo, e da un punto di vista politico può essere sia rivoluzionario che conservatore. Nel rapporto tra terrorismo e guerra-pace, gli obiettivi del metodo terroristico sono diversi e talvolta ambigui. In particolare, troviamo cinque diverse forme:
- Di natura bellogena: il terrorismo viene impiegato per provocare la guerra, per esempio i gruppi rivoluzionari latinoamericani ed europei negli anni ‘60/70.
- Minaccia e terrore impiegati per denunciare una guerra già in corso ma invisibile ai testimoni e ai contendenti. Per esempio, le imprese europee del terrorismo palestinese negli anni ’70 dove l’occupazione militare israeliana di Gerusalemme Est, Gaza e Cisgiordania si stava consolidando.
- Minaccia e terrore impiegati per l’obiettivo di limitare la guerra, attraverso l’insostenibilità di un conflitto senza regole, in un ambiente come quello internazionale privo di un’agenzia dotata del potere di costringere gli stati al rispetto delle regole.
- Minaccia e terrore impiegati per prevenire la guerra: come l'aviazione britannica che si preparava per evitare una nuova guerra. Il bombardamento strategico del governo britannico aveva l'obiettivo di prevenire e fermare la guerra alzando i costi fino a renderli inaccettabili.
- Minaccia e terrore impiegati per sostituire la guerra, nel senso più compiuto della diplomazia della violenza, costringendo il nemico a scegliere tra l’accomodamento e la vita.
Capitolo 2: Guerra senza limiti e guerra limitata
I freni clausewitziani
I freni e i limiti alla guerra sono delle condizioni che limitano la guerra. Queste condizioni possono essere raggruppate in due insiemi:
- Il potere, il “freno naturale”, o freni clausewitziani. Il potere opera anche tra estranei che entrano sporadicamente in contatto tra loro, o tra soggetti che sono costretti ad avere relazioni tra loro. Può esercitare le proprie “condizioni di costrizione” anche in assenza di un accordo tra le parti.
- Le istituzioni, il “freno artificiale”, il diritto, o freni groziani. Le norme e il rispetto di esse rappresentano un freno alla violenza. Il problema del diritto è l’efficacia e l’imparzialità delle sanzioni: le norme possono essere efficaci solo se lo sono anche le sanzioni. Se così non fosse guerra ineguale.
- Richiede che gli attori si sentano parte di un insieme in qualche misura comune. È necessario che le parti siano d’accordo sul fatto che la guerra non debba pregiudicare o distruggere le loro relazioni future.
I freni clausewitziani rappresentano limiti alla violenza che esistono già in natura e non sono introdotti dall'uomo, e si riferiscono alla distribuzione del potere. A frenare uno Stato dal ricorrere o meno alla violenza nei confronti di un altro Stato è una condizione di equilibrio riguardante il potere: se la distribuzione del potere non pone uno Stato in una situazione di netto vantaggio, l'esito della guerra è incerto e tale situazione costituisce un'opzione rischiosa per portare avanti determinati obiettivi.
Tra continuità e discontinuità: La guerra e i diversi esiti dell'anarchia internazionale
Il rapporto tra forma della guerra e forma della convivenza internazionale ha un carattere costituente. L'ammissibilità della guerra riflette la differenza costitutiva tra politica interna e politica internazionale: la prima, un ambiente sociale in cui i soggetti sono privati del diritto a impiegare legittimamente la violenza, il secondo, un ambiente in cui la mancanza di un'agenzia dotata dello stesso potere condanna tutti i soggetti all'autodifesa. La causa fondamentale della guerra è proprio l'assenza di un governo internazionale, cioè l'anarchia degli stati sovrani. Questa è la situazione chiamata "condizione assoluta e dilemma irreducibile della politica internazionale". Le guerre sono combattute per cause diverse, ma tutte le cause sono nel contesto dell'anarchia internazionale. La guerra è la massima espressione della continuità della politica internazionale, ma anche il riflesso delle sue discontinuità. L'anarchia internazionale produce una guerra che varia tanto nella frequenza quanto nella forma, e soprattutto nell'esito. Aaron prende in considerazione tre fattori per un quadro completo di congiuntura politica internazionale:
- La distribuzione di potere (rapporto tra le forze). Nei diversi contesti storici, la guerra può risultare più o meno frequente, più o meno capace di coinvolgere i principali attori, e più o meno incline a produrre effetti sproporzionatamente ampi. Questi diversi esiti potrebbero dipendere in una misura più o meno grande dalla distribuzione del potere all'interno del sistema (multipolare, bipolare o unipolare), ma da una prospettiva di lungo periodo si può affermare che le guerre europee e poi mondiali abbiano avuto una tendenza a diventare sempre meno frequenti e sempre più micidiali per il numero di morti.
- Le dimensioni della scena diplomatica. Le dimensioni della guerra hanno seguito le dimensioni della scena diplomatica. L'infittirsi delle interdipendenze politiche e strategiche aumenta il rischio che una guerra si trasformi in guerra generale, ma tende...
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