Capitolo primo
Per secoli, il restauro è stato condizionato dal gusto dei collezionisti europei, con restauratori (spesso artisti di professione) che avevano un'autonomia limitata. Uno spartiacque si verificò nel XVII secolo, quando artisti come Alessandro Algardi e Gian Lorenzo Bernini iniziarono a compiere scelte operative basate su elaborazioni culturali personali, sfidando i modelli antichi con integrazioni che intendevano testimoniare la superiorità tecnica dei moderni.
Nel XVIII secolo, il ruolo degli intellettuali, conoscitori e curatori divenne centrale, portando allo sviluppo di metodologie condivise orientate al rispetto per l'opera originaria. Un esempio chiave è Bartolomeo Cavaceppi, scultore e restauratore preferito di Winckelmann, che nel suo trattato del 1768 pose le basi per un "embrione" di teoria del restauro, sostenendo che l'aggiunta dovesse adeguarsi alla "maniera" dello scultore antico e non limitarsi a essere un'integrazione estetica.
Nel XX secolo, la necessità di modelli unitari di intervento portò alla nascita di norme condivise a livello internazionale.
- Conferenza di Roma e Napoli (1930): Si concentrò sulla conservazione delle pitture, sottolineando l'importanza di una formazione specifica per i restauratori che includesse storia dell'arte, chimica e fisica.
- Carta del restauro di Atene (1931): Rappresentò un momento decisivo, stabilendo che la conservazione del patrimonio artistico e archeologico fosse un interesse collettivo superiore a quello dei singoli Stati. La Carta raccomandava la manutenzione sistematica al posto delle "restituzioni integrali" e il rispetto delle evidenze stilistiche di ogni epoca.
- Carta italiana del restauro (1932): L'Italia fece propri i principi di Atene, equiparando i monumenti ai documenti conservati negli archivi.
Un punto di svolta fondamentale fu l'intervento di Giulio Carlo Argan al Convegno dei Soprintendenti del 1938. Argan propose che il restauro diventasse un'attività rigorosamente scientifica e indagine filologica, volta a rimettere in evidenza il "testo originale" dell'opera eliminando alterazioni arbitrarie.
Per attuare questa visione, Argan promosse la creazione dell'Istituto Centrale del Restauro (ICR), che avrebbe dovuto formare personale specializzato e coordinare i metodi a livello nazionale. Argan stesso propose l'amico Cesare Brandi come primo direttore del Centro, riconoscendone le straordinarie capacità interpretative.
Il concetto di autenticità
Il concetto di autenticità, considerato il postulato primario del restauro nel Novecento, era intrinsecamente ambiguo.
- Esempi storici di divergenza: Il dibattito sull'autenticità è illustrato attraverso casi celebri, come il rifiuto di Antonio Canova di integrare i Marmi Elgin del Partenone e, di contro, il restauro filologico dei frontoni di Egina da parte di Thorvaldsen, volto a "recuperare" l'identità stilistica originaria.
- Ruskin vs. Viollet-le-Duc: Nell'Ottocento si scontrarono due visioni opposte: John Ruskin, che difendeva il decadimento naturale dei monumenti per salvarne l'autenticità materiale, ed Eugène Viollet-le-Duc, che credeva nel ripristino di uno "stato completo" dell'edificio che poteva anche non essere mai esistito.
- Walter Benjamin e la "Cleaning Controversy": Benjamin definì l'autenticità come l'"aura" dell'opera, legata alla sua esistenza unica nello spazio e nel tempo (hic et nunc). Nel dopoguerra, divampò la Cleaning Controversy a Londra (1947), dove le puliture drastiche alla National Gallery furono condannate da Brandi e Gombrich in difesa della patina, intesa come componente essenziale dell'autenticità storica.
In tempi più recenti, il confronto con culture extraeuropee (specialmente in Asia) ha messo in crisi l'eurocentrismo del concetto di autenticità. Nella Conferenza di Nara (1994) si riconobbe che, mentre in Occidente l'autenticità risiede nella materia originaria, in molte culture orientali essa si identifica nella persistenza della forma e dell'immagine, giustificando la sostituzione periodica dei materiali deteriorati. Questo ha portato alla moderna consapevolezza che l'autenticità non sia un assoluto, ma un concetto pluralistico legato ai contesti culturali.
Capitolo secondo
Prima dell'ascesa di Brandi, il dibattito italiano era dominato dalla necessità di definire principi comuni. Un punto di riferimento fondamentale fu la voce "Restauro" dell'Enciclopedia Italiana Treccani (1936), che rifletteva il divario tra le varie discipline:
- Gustavo Giovannoni (Architettura): Sosteneva una "teoria intermedia" basata sul consolidamento, la manutenzione e il rispetto delle stratificazioni storiche, rifuggendo sia dai ripristini integrali che dal puro culto delle rovine.
- Pietro Toesca (Pittura): Adottava un approccio più pragmatico ed empirico, raccomandando il "minimo intervento" e l'uso della diagnostica scientifica, ma restando diffidente verso i "segreti" dei restauratori di bottega.
- La figura del restauratore: In quegli anni emergevano figure come Mauro Pellicioli, definito da Brandi un "taumaturgo empirico" per l'uso di metodi drastici come la soda caustica, sottolineando la m
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