Storia romana
Storia romana di Giovanni Geraci – Arnaldo Marcone
Parte prima: I popoli dell'Italia antica e le origini di Roma
Datazione e cronologia
Il modo, divenuto per noi abituale, di indicare le date in riferimento alla nascita di Cristo non è mai stato utilizzato nel mondo antico. Tale consuetudine venne introdotta soltanto nel corso del XVIII secolo. A Roma, a partire dall'età repubblicana, ciascun anno fu indicato citando i magistrati eponimi, cioè che davano il nome all'anno, generalmente i due consoli. In seguito si preferì indicare la data partendo dalla fondazione di Roma (Ab Urbe condita). Tale modalità si divulgò negli ambienti dotti antichi alla fine dell'epoca repubblicana e nella prima età Imperiale. Livio, ad esempio, adottò tale metodo. La datazione, oggi canonica, dalla fondazione della città (754-753 a.C.), fu fissata in epoca cesariana da Marco Terenzio Varrone, da qui l'espressione “data varroniana”.
Onomastica romana
L'onomastica romana era una condizione in continua evoluzione. Nella fase più antica di Roma si usava un nome (Romolo, Remo). Ben presto furono adottati due elementi (Numa Pompilio, Anco Marcio): il primo era il prenome ossia un nome personale, il secondo era il nome gentilizio, ossia nome della gens di appartenenza, per sottolineare quanto questa fosse importante. In età repubblicana si usarono tre nomi, Gaio Giulio Cesare, Marco Tullio Cicerone: i primi due erano prenome e gentilizio, il terzo era il cognomen, ossia un soprannome. Nel tempo si perse l'uso del prenomen, non più considerato utile. Nell'ultima fase dell'età Imperiale scomparve anche il nome gentilizio, segno che la gens non aveva più l'importanza di prima. Agli inizi del Medioevo si ebbe di nuovo solo un nome. Successivamente, sempre in epoca medievale, si ritornò all'uso del soprannome per distinguere gli omonimi. I romani avevano l'usanza di dare il proprio nome al figlio primogenito. L'onomastica romana per le donne era differente. Per gran parte dell'età monarchica e repubblicana le donne non avevano un nome personale ma solo il nome gentilizio. Se in famiglia vi erano due sorelle venivano denominate Major o Minor. Se le sorelle erano più di due l'appellativo era prima, secunda, terzia. In epoca tardo repubblicana le donne ebbero un cognome/soprannome.
Gli schiavi non avevano un nome personale. Potevano essere nominati con un'espressione composta dal nome del loro padrone e da una parola, Puer (fanciullo/persone in condizione subordinata). Nel caso in cui uno schiavo diventasse liberto manteneva il suo nome e quello gentilizio dell'ex padrone.
Il mondo di Roma
Il mondo di Roma è stato definito "uno, duplice, molteplice": Uno perché l'amministrazione, la cittadinanza, l'esercito e il diritto era unico; Duplice perché il mondo romano non era esclusivamente latino ma, ad esempio, Greco dal punto di vista linguistico e culturale; Molteplice perché a Roma convivevano un mosaico molto vario di cittadinanze e particolarità locali, sociali e personali ma tutte sotto il comune denominatore della romanità.
I popoli dell'Italia antica e le origini di Roma
Italia preromana
L'età del bronzo riguarda i secoli dal XXII al X secolo a.C. ed è nominata così perché in quel periodo storico il massimo della conoscenza tecnologica nell'uso dei metalli consisteva nella fusione e nella lavorazione del bronzo. L'età successiva è quella del ferro. L'Italia nell'età del bronzo si contraddistingue per la sua uniformità. I siti risultano dislocati un po' ovunque nella penisola ma in numero prevalente lungo la dorsale montuosa degli Appennini cultura appenninica. In questa età vi è un forte incremento demografico.
Nel corso dell'età del bronzo recente vi è un'intensa circolazione dei prodotti e di persone. Tali movimenti favorirono il formarsi, tra le popolazioni indigene, di aggregazioni più consistenti. Ad esempio in Etruria e nel Lazio vi sono tanti piccoli insediamenti che improvvisamente vengono abbandonati. Gli abitanti si trasferiscono in centri più grandi. Il numero degli insediamenti si riduce e quelli che sopravvivono si estendono in misurano notevole. Qui la vita non cambia: gli abitanti trasferiti negli insediamenti più grandi seguono gli stessi riti religiosi e la stessa cultura. Alcune differenziazioni interne, politiche o, ad esempio, nei metodi di sepoltura, sono più evidenti con l'inizio dell'età del ferro.
In Etruria e in Emilia emerge la cultura villanoviana. Molti importanti siti Villanoviani più tardi divennero le città-stato etrusche. I Villanoviani erano capaci di fabbricare utensili e armi in ferro e il loro insediamenti avevano assunto la forma di villaggi. L'area di diffusione dei Villanoviani, dall'Appennino settentrionale sino alla Campania settentrionale, coincide con l'area di diffusione della civiltà etrusca. Ciò porta alcuni studiosi a considerare i Villanoviani come diretti antenati degli Etruschi. In queste comunità villanoviane arriva l'alfabeto greco e viene adottato alle necessità di questo mondo. Tale alfabeto è figlio di quello fenicio composto da 20-25 simboli, più semplici da padroneggiare rispetto a geroglifici egiziani o alla scrittura cuneiforme della Mesopotamia. Ad ogni simbolo corrispondeva un suono. Ma i Fenici, come tutti i popoli di origine semitica, scrivevano solo le consonanti. Quando arrivò l'alfabeto egiziano in Italia completò il sistema fenicio arricchendoli con i simboli delle vocali. Fu fatto proprio dalle popolazioni etrusche e latine ed evolvendosi fino al mondo romano è diventato come l'odierna scrittura in stampatello maiuscolo. Solo sul finire dell'epoca Imperiale furono inventate le lettere minuscole.
Tra le diversità delle culture presenti in Italia all'inizio del primo millennio avanti Cristo ha un riscontro importante in un quadro linguistico. Le lingue presenti si possono ricondurre in forma schematica a due grandi famiglie, quelle indoeuropee, appartenenti al grande raggruppamento linguistico per il quale si presuppone un ceppo comune di origine, e quelle non indoeuropee. Alle indoeuropee appartengono il latino e il falisco. A quelle non indoeuropee appartengono il ligure e il sardo.
Un posto di eccezionale rilievo tra le culture dell'Italia preromana è rappresentato dalle colonie della Magna Grecia fondate nell'Italia meridionale a partire dalla metà dell'VIII secolo. Con Magna Grecia si intende la Costa dell'Italia meridionale in cui si stabilirono i greci: odierna Puglia, Basilicata, Calabria e parte della Campania. Qui i greci portarono tutte le loro conoscenze tecnologiche, culturali scientifiche e religiose. I greci si stabilirono anche in Sicilia ma l'isola non rientra nella Magna Grecia.
I primi frequentatori dell'Italia meridionale
Le fonti letterarie e storiografiche ci forniscono alcune notizie sulle origini dei popoli italici. Queste notizie, che contengono elementi leggendari, si devono soprattutto a storici Greci che però iniziano a scrivere dell'Italia meridionale solo nel V secolo avanti Cristo. Ne consegue che le notizie riportate spesso non sono veritiere. Dionigi di Alicarnasso, ad esempio, scrive che una popolazione greca frequentò l'Italia meridionale già tra l'età del bronzo antico è del bronzo medio. I dati archeologici indicano che la cultura del meridione in quel tempo era decisamente indigena. Ma il racconto di Dionigi di Alicarnasso non è del tutto errato perché in quel periodo inizia la frequentazione commerciale con genti di provenienza orientale. Inoltre sappiamo che il rapporto tra popolazione indigene dell'Italia meridionale e Micenei non erano semplicemente commerciali ma più complessi. Inoltre sappiamo che artigiani e tecnici si stabilirono nei villaggi dell'Italia meridionale è qui diffusero l'uso di ceramiche più evolute di quelle locali. Tali rapporti si interruppero per quasi quattro secoli a causa della crisi del mondo miceneo. In questo periodo gli scambi si ridussero ai prodotti strategicamente rilevanti come il ferro. Quando, verso l'VIII secolo avanti Cristo, le importazioni ripresero, la Grecia aveva ambizioni di colonizzazione, di conquista. Nel frattempo la società indigene si erano trasformate da piccoli insediamenti a comunità più popolose, che forse raggiungevano 20.000 abitanti. Le esigenze commerciali di comunità così grandi attirarono i greci. Vedi Magna Grecia.
Le trasformazioni dell'Italia centrale
Tra l'VII e il V secolo a.C. le popolazioni dell'Appennino centro meridionale si espandono. I sabini si intromettono nella Roma dei latini e in altri gruppi etnici di lingua non latina come Equi, Ernici e Volsci, che occupano il Lazio. Nella prima età del ferro, tra il IX e il VII secolo a.C. in Abruzzo si formano insediamenti superiori anche a 10 ettari. Nel VII secolo nell'area Picena si afferma una cultura con una ristretta élite, in qualche caso si può parlare di veri e propri principi, che si distingue dal resto della società per il lusso che persegue.
Gli Etruschi
Origine ed espansione degli Etruschi
Gli etruschi sono la più importante popolazione dell'Italia preromana. La sua origine sembra riconducibile ad uno sviluppo autonomo realizzatosi nelle regioni comprese tra i corsi dell'Arno e del Tevere. Grossomodo in corrispondenza alle attuali Toscana, Umbria e Lazio settentrionale. Nella fase della loro massima espansione, VII-VI secolo a.C., gli etruschi controllavano gran parte dell'Italia centro-occidentale. E competevano con i greci e cartaginesi per il controllo delle principali rotte marittime. Nonostante ciò gli etruschi non diedero mai vita ad uno stato unitario: si organizzarono fin dall'inizio in città indipendenti governate da sovrani che poi furono sostituiti da magistrati eletti annualmente, il corrispondente dei pretori romani. La società etrusca aveva un carattere profondamente aristocratico: il governo della città era infatti nelle mani di un gruppo ristretto di proprietari terrieri e di ricchi commercianti. Il loro declino fu causato dalla perdita di Veio, un’importante città conquistata dai Romani nel 396 a.C. e dai possedimenti nella Val Padana conquistati dai Celti, una popolazione indoeuropea originaria dell'Europa Centrale. Nel corso del III secolo a.C. l'Etruria passò progressivamente in mano romana.
Religione e cultura
La religione etrusca comprendeva una grande ricchezza di culti e descritti sacri ben codificati. Le divinità del Pantheon Etrusco sono in gran parte assimilabili a quelle greche e hanno anche nomi di evidente origine ellenica. Come nell'olimpo Greco sopra Zeus dominava il fato così Tina, divinità Suprema etrusca e dispensatrice di folgori, era subordinata al fato. Gli etruschi credevano nell'aldilà. Pensavano che il defunto continuasse la propria esistenza oltre la vita terrena e che dovessero trovar posto accanto a lui cibi, bevande e simboli dello status sociale. Gli etruschi davano molta importanza alla corretta interpretazione dei segni della volontà Divina visibili in terra. Esaminavano le viscere degli animali sacrificati per scoprire presagi religiosi perché a loro dire negli ordini si riprodurrebbe l'ordine dell'universo.
Il problema della lingua
I testi Etruschi possono essere letti con relativa facilità perché l'alfabeto, composto da 26 lettere, è un riadattamento di quello greco. Ma nonostante ciò non si può dire di conoscere l'etrusco. La difficoltà principale è dovuta al fatto che l'etrusco è una lingua non indoeuropea e non abbiamo elementi di raffronto con altre lingue a noi note. Inoltre i testi che ci sono giunti sono per lo più brevi formule religiose costituite dal nome del defunto, le cariche ricoperte, il nome della sua famiglia. I testi estesi sono pochi e ancor meno quelli bilingue.
Roma
Le origini di Roma
L'archeologia ha accertato la precocità e l'importanza dell'influenza greca e orientale su Roma e sul Lazio. Tale influenza raggiunge il Lazio in modo diretto già a partire dall'ottavo secolo avanti Cristo, senza un ruolo significativo di mediazione da parte degli Etruschi. Roma infatti sembra ricevere dei prodotti di importazione greca ancora prima degli Etruschi. I primi insediamenti sono presenti già prima della metà dell'ottavo secolo avanti Cristo. Si tratta di insediamenti urbani, ossia singoli villaggi. Nella fase Proto urbana questi villaggi si uniscono in un unico grande villaggio. I primi di questi insediamenti si svilupparono sulle colline ricche di sorgenti e meno soggette a esondazioni del Tevere che a valle creava zone paludose. I primi insediamenti stabili appaiono verso fine dell'età del bronzo. Un villaggio occupava il colle Palatino, l'altro l'avventino. Un terzo era sul colle Quirinale ove pare ci fossero i sabini, non i latini. I sabini erano una popolazione degli Appennini ove si parlava osco-umbro. I rapporti tra i villaggi sono ignoti. Ad un certo punto il villaggio del Palatino e dell'aventino si uniscono creando un centro paragonabile per grandezza a quelli in Etruria, così facendo divenne il più grande nel Lazio.
Le fonti letterarie
Per ricostruire la storia di Roma antica un ruolo fondamentale svolgono le testimonianze delle fonti letterarie, in particolare quelle storiografiche. Ma si tratta di opere posteriori agli eventi narrati e impregnate di elementi leggendari. I primi storici ad occuparsi dell'Italia meridionale furono i greci nella metà del IV sec a.C. quando, di fronte all’emergere della potenza Romana, ci si preoccupò di organizzare le informazioni disponibili. I primi storici romani, Fabio Pittore e Cincio Alimento, appartenenti al III sec. a.C. scrissero in lingua greca. Tra gli autori storici dei quali possiamo tutt'ora leggere vi è Tito Livio, di Padova, contemporaneo dell'imperatore Augusto (I sec a.C.) che scrisse una grande storia di Roma dalla sua fondazione. Livio stesso si rendeva conto della fragilità delle basi su cui poggiava la sua ricostruzione della storia di Roma almeno fino all'incendio della città da parte dei galli nel 390 a.C. Altro storico che si occupò della storia di Roma fu il greco Dionigi di Alicarnasso. Egli tentò di dimostrare che i Romani erano una popolazione di origine ellenica perché, a suo dire, costituito dalla fusione di diverse ondate migratorie provenienti dalla Grecia.
La versione più nota e diffusa della leggenda di Roma asserisce che il fondatore e primo re della città fu Romolo, figlio di Marte, il dio della guerra, e di Rea Silvia, figlia di Numitore ultimo re di Alba Longa, città fondata dal figlio di Enea. E per tutti i romani il fondatore fu Romolo, compreso Cicerone. Proprio il grande oratore vantó Romolo per aver scelto un’ottima buona posizione per la città. Roma sorgeva abbastanza vicina al mare per cogliere i vantaggi di una collocazione marittima, vedi il commercio, e abbastanza lontana per essere protetta dalle incursioni nemiche. Inoltre, secondo opinione assai diffusa nell'antichità, le città poste direttamente sulla costa, oltre ad essere soggette ad improvvisi attacchi nemici subivano l'azione corruttrice delle folle cosmopolite che popolavano i porti. Corruzione dovuta alle facili e rapide ricchezze derivate dal commercio. Effettivamente il Tevere offriva un eccellente via di collegamento anche a terra: a monte con le Contrade dell’Etruria e dell'Umbria; a valle con il mare. Inoltre, all'altezza del Campidoglio, vi era l'isola Tiberina che divideva in due la corrente del fiume facilitandone il passaggio a guado o attraverso ponti. Roma si trovava quindi all'incrocio di importanti vie fluviali e terrestri e secondo Cicerone Roma era naturalmente destinata a dominare l'Italia.
“Come avrebbe potuto Romolo con più profetica intuizione cogliere vantaggi del mare ed evitarne gli inconvenienti, se non ponendola (Roma) sulla riva di un fiume perenne e uniforme, e che con ampio corso sbocca in mare, affinché la città potesse ricevere dal mare ciò di cui aveva bisogno e restituirvi ciò di cui sovrabbondasse, e perché potesse, lungo il medesimo fiume, non soltanto assorbire dal mare le merci necessarie ai bisogni più o meno elementari, della vita ma anche riceverle per via di terra? Al punto che mi sembra che già allora Romolo divinasse che questa città un giorno avrebbe dato sede e albergo al sommo Impero: tanta potenza infatti non avrebbe potuto conseguirla più facilmente un'altra città, sita in qualunque altra parte dell'Italia." Cicerone, la Repubblica, II, 10
Cicerone nel “De Repubblica” spiega l'intelligenza della posizione strategica di Roma. La città era situata su sette colli, sfruttava la minor corrente del Tevere grazie alla presenza dell'isola Tiberina che facilitava anche l'attraversamento dello stesso. Roma non era al centro del Lazio come oggi, era una città di frontiera, e si trovava solo da un lato del Tevere. Attraversare il fiume era come andare in un paese straniero, in cui si parlava una lingua diversa. Area etrusca a nord del fiume, area laziale a sud.
La leggenda narra che una discendente di Enea, Rea Silvia, partorì due gemelli dopo essersi magicamente unita con il Dio Marte. Lo zio cattivo, re di Alba Longa, decise che i gemelli dovevano morire ma lo schiavo incaricato del compito non ebbe il coraggio e mise i gemelli in una cesta affidandoli alle acque del Tevere. La cesta si arenó e i pargoli vennero soccorsi da una lupa. I due divennero uomini.
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