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Storia e comunicazione del tempo presente

Fare storia significa interrogarsi sul presente. L'approccio dello storico riflette la cultura nella quale è immerso. Lo studio della storia è la storiografia, disciplina maturata nel corso dei secoli, in stretto contatto con la società del passato che si interrogava. Ci si deve porre delle domande che nascono nel proprio orizzonte culturale. Il lavoro dello storico soddisfa esigenze diverse. Quasi mai esigenze scientifiche, la storia viene vista come uno spazio attraverso cui restituire coerenza all'esperienza. L'uomo si rivolge al passato per trovare riferimenti. La storia è attuale ed è una disciplina di attualità.

La storia dell’antica Grecia

Si inizia a fare storia nel VI secolo in Grecia come tentativo di conciliare il mondo del mito con l'osservazione attraverso la registrazione e l'analisi dei fatti come venivano tramandati dalla tradizione. Storia e tradizione coincidono. La storia, con i suoi principali interpretati, è una elaborazione della tradizione. Raccolta di un vasto patrimonio.

Lo storico trasmette un sapere ricevuto dal passato tentando di renderlo più comprensibile alle generazioni future rendendolo coerente con le esperienze del presente. Questo tipo di storia riflette il passato, una società in cui la cultura mescola l'osservazione con le credenze religiose assumendo un significato universale. La storia riorganizza l'esperienza dal punto di vista del tempo. In antichità non era solo una successione di eventi ma qualcosa che acquisiva valore semantico, cioè un contenuto normativo. Il tempo era una successione di fatti interpretati secondo auspici. Quindi era il tentativo di fondare la scienza del tempo.

La prima grande opera di storia sono “Le storie” di Erodoto di Alicarnasso. Sono la prima opera apparsa in Occidente e apice della concezione universalistica della storia. Sono una complessa rielaborazione e sistematizzazione di fatti che ordinavano quello che era il sapere complessivo del V secolo sulle civiltà del Mediterraneo (egizi e persiani). Storia universale che parte dal mito fino al suo presente, quindi le guerre greco-persiane. Queste storie non sono una vera e propria storia, ma una raccolta di diverse discipline che oggi sono separate. Ci sono contenuti politici, etnologici, geografici e le digressioni sulle civiltà. Sono storie che Erodoto scrive, e che nascono attraverso documentazione di prima mano ma anche rielaborando la tradizione di cui lui è stato fruitore essendo la tradizione viva da generazioni. Sono scritte attraverso testimonianze, non semplice tradizione ma anche registrazione diretta dei testimoni degli usi e costumi dei popoli. Il tutto all'interno di una visione mix tra mito e realtà, dato empirico e mitologico.

Le storie sono anche un riflesso della cultura occidentale, infatti raccontano per la prima volta i dissesti tra Occidente e Oriente che diventano emblematiche per spiegare sistemi di valori opposti. Erodoto rappresenta l'Occidente come patria di libertà, mentre l'Oriente come fondato su modelli politici autoritari. Vogliono trasmettere una concezione del mondo per costruire identità a partire da una rielaborazione del proprio passato e della cultura. In contrapposizione a quella che si può riconoscere come una cultura diversa. È un'opera che modella un sistema di conoscenze per permettere al greco del tempo di interpretare la società dentro alla storia. Rappresentano un genere letterario orientato alla ricerca oggettiva del sapere. Registrare i fatti fa uscire dalla concezione orale della tradizione per fissarla su un documento che resta per le generazioni future da interpretare. Segnano una discontinuità con il modo di concepire la storia, prospettiva che acquista spessore con l'opera dell'ateniese Tucidide.

Tucidide scrive “La guerra del Peloponneso” che racconta la storia dello scontro tra Atene e Sparta. Vuole spiegare le cause, lo svolgimento e le conclusioni del conflitto, con distinzione tra mito e realtà. Svolge una lunga narrazione basata sulla documentazione con sguardo critico e obiettivo. È un'opera che perde il carattere di universalità che riguarda il passato prossimo le cui conseguenze si fanno sentire sul presente, quindi suggestionate da domande e interrogativi che vive quotidianamente. Questa storia assume un’intonazione morale perché Tucidide si pone la domanda: perché Atene è stata sconfitta? Cerca di offrire una spiegazione della sconfitta. La sua opera ha uno scopo civile. La storia ha uno scopo, cioè quello di rispondere a domande e interrogativi di un dibattito. È una storia politico-militare per permettere ai contemporanei di comprendere il passato per governare il presente. Questa filosofia si afferma con quella socratica, naturalistica, aderente alla natura e antropocentrica. La storia interpreta il passato in modo scientifico. Si tratta quindi di un’opera che si concentra sull’immediato passato; supera l’universalismo erodoteo, assumendo tuttavia intonazioni morali, come tentativo di spiegare il dramma della propria patria, culla della civiltà ma sconfitta da Sparta.

La tradizione romana

La storiografia tucididea si afferma con la successiva filosofia socratica, naturalistica e antropocentrica, grazie a scrittori come Senofonte ed Eforo, per poi tramontare con la decadenza della civiltà ellenistica e l’ascesa di Roma, spesso rifugiandosi in trattazioni localistiche e apologetiche. Questa storiografia muore quando c’è l’ascesa di Roma e il declino della storia greca. Poi torna con Polibio e “Le storie” che parla della storia di Roma, compresa la Repubblica come forma di governo, fino alla sua egemonia mediterranea. Nella sua opera il criterio interpretativo è la sorte, il fatalismo greco. Mescola mito e realtà per spiegare motivi per cui Roma ha avuto così successo, i fattori favorevoli. Questo passaggio favorisce in Polibio una comprensione unitaria dell’egemonia romana come fenomeno storico in cui si susseguono diverse vicende nelle quali l’azione dell’uomo si è svolta all’interno di un contesto che contribuisce in misura rilevante alla spiegazione. Quella polibiana è quindi una storia pragmatica, indirizzata cioè alla comprensione.

La storiografia romana è diversa, perché recupera quella greca all’interno della tradizione romana. La storia romana è annalistica, cioè scandita dal susseguirsi di singoli personaggi come i sacerdoti che la tradizione voleva fondata dal Re Numa Pompilio. Non è altro che un elenco di dati ed eventi. Non ha finalità civili o scientifiche, meramente cronologia. Dal III secolo, si inizia ad assegnare alla storiografia una condizione etico-morale. Lo storico si interroga su quali siano i contenuti e i valori dell’affermazione romana. La storiografia inizia a sovrapporre lo storico al cittadino, quindi racconta vicende, fatti di cui si sente partecipe in prima persona, erede di una tradizione.

Celebra la potenza romana in modo da fissare i valori che rendono Roma una grande potenza. Prospettiva romanocentrica e stato centrica. Questa storiografia insiste molto sulla corruzione morale come pericolo per la solidità delle istituzioni. Sallustio denuncia la corruzione delle antiche virtù perché stava assistendo alla crisi della repubblica. Quindi il tramonto dell’essere civiltà. Questa storiografia diventa oggetto interpretativo della storia romana attraverso personaggi che hanno valori che Roma incarna. Storiografia molto critica verso l’assolutismo imperiale vedendo in esso una degenerazione di quello che era stata Roma. Del senato che prima si corrompe e poi si avvilisce al servizio dell’imperatore. Questa produzione etico-civile viene tuttavia messa in ombra dall’ampia pubblicistica imperiale o filo-imperiale che spinge verso una presentazione della storia romana come biografia degli imperatori.

La storiografia romana è impregnata di etica, che non ha un grande interesse universale ma che si interroga sul presente con nostalgia del passato vedendo un pericolo della decadenza della potenza romana. Ad essa si contrappone una pubblicistica imperiale scritta da chi comanda con mezzi giustificatori per consolidare l’istituzione imperiale. Come accaduto nell’Eneide.

La teleologia cristiana

La storia medievale risente dell’affermazione del cristianesimo che si diffonde e nell’impero del I sec d.C. e vive un’epoca di persecuzione fino al IV sec d.C. quando l’imperatore Costantino riconosce la religione cristiana con un editto. La storiografia medievale assimila la teologia cristiana, distendendo la narrazione lungo un orizzonte escatologico, cioè provvidenziale. Da qui si afferma come religione prevalente all’interno del mondo romano che sta subendo la pressione delle invasioni barbariche. Questi cambiamenti si riflettono sulla storia, molto diversa rispetto a quella romana e greca. Diventa filosofia della storia, interpretazione con sguardo ultraterreno. L’opera che fissa questa visione è “De Civitate Dei” di Sant’Agostino del V sec d.C. Nella sua opera interpreta l’intera storia umana da singolo soggetto fino ai grandi imperi. La interpreta come realizzazione di un disegno divino all’interno del quale avviene lo scontro tra bene e male (Dio e uomo). La storia viene riletta attraverso questa categoria. Vista fino al compimento (resurrezione). Una storia che interpreta il passato rispetto al destino unico dell’uomo. Questa storiografia teologia assume caratteristiche peculiari: il tempo è religioso, tutto è scandito dalla religione (anno liturgico); mette al primo posto la fede rispetto all’analisi critica, l’oggettivo ha poco valore; accettazione morale, non civile ma cristiana, che serve a spronare l’individuo affinché assuma un atteggiamento consono per salvare l’anima. Sollecita la conoscenza cristiana verso un destino eterno. Insiste sulle biografie dei grandi personaggi, esalta quelli aderenti ai valori cristiani e sminuisce gli altri. I personaggi diventano paradigmatici di vizi e virtù. Una storia che rilegge tutto, anche l’azione umana del passato attraverso categorie religiose.

Gli storici del medioevo si muovono attraverso la teleologia. Gli autori che si discostano sono pochi e assumono uno sguardo critico e oggettivo della realtà. Al contrario, la lotta per le investiture fra papato e impero (XI-XII sec.) radicalizza la storia come contrapposizione fra città di Dio e città dell’uomo che si svolge nella christianitas, cioè come storia della salvezza che si realizza attraverso la Chiesa, secondo una logica di coordinamento fra potere religioso e temporale in cui venga messo al primo posto il fine/destino ultraterreno; La chiesa impone il suo modello di stato. Tutto ciò che concerne la salvezza riguarda la chiesa. La prospettiva soprannaturale che pervade la società medievale inizia a consumarsi con l’ascesa degli stati nazionali. In Italia arriverà solo nel XIX secolo. Con l’affermazione dei comuni con scontro tra guelfi e ghibellini ma anche con l’utilizzo della lingua volgare al posto del latino. L’affermazione degli stati nazionali sposta la prospettiva dello storico cristiano. Fa emergere una visione della storia che vuole rafforzare la cultura locale. Lo sguardo dello storico si restringe perché gli stati non hanno nulla a che fare con Dio. Storia nazionale e storia municipale restringono l’osservazione, sostituendo un’ermeneutica universale con una prospettiva statuale e locale/comunitaria.

Il Rinascimento

L’emancipazione avviene grazie alla storia nel periodo del Rinascimento con il superamento delle storie precedenti, abbandonando ogni pregiudizio religioso dichiarandosi autonoma dalla teologia. La storia diventa autonoma e diventa un genere letterario con una sua funzione che è quella civile. Alcuni dei grandi autori troviamo Niccolò Macchiavelli che concepisce la storia in modo razionale. Per lui la storia è quella disciplina che indaga il passato attraverso la ragione e lo fa all’interno di uno spazio ben preciso, uno spazio geografico limitato. È una storia politico-giuridica, istituzionale. Lui concepisce una storia come una storia degli stati che sono i grandi contenitori degli uomini, perché in quel momento c’era l’affermazione degli stati e delle signorie. Indaga con la ragione il passato per scoprire i motivi per cui alcuni stati prosperano e altri decadono. Il declino degli stati non sta nella mano di Dio come nella storiografia medievale ma nell’opera del Principe che deve fare delle scelte sagge che per lui si possono fare solo osservando il passato oggettivamente. Questa storia ha forti contenuti umanistici ma è anche distante dall’uomo perché lo concepisce dentro lo stato non come soggetto della storia.

La storiografia rinascimentale abbandona una visione provvidenziale che inserisce ogni evento dentro a un disegno divino e cerca la spiegazione del cambiamento storico nelle scelte dell’uomo (regnanti e governi) sempre indagando il passato con i documenti. Questa storiografia ha forte spessore politologico, un modo di fare governo. Lui è un politologo che fa storia. Questo ha conseguenze perché è distante dall’uomo che appare in secondo piano. Non dà spessore alle masse, al popolo. La narrazione di Machiavelli – ma anche di Francesco Guicciardini e di tutta la scuola toscana – è una storia politica che segue scansioni brevi, quelle dell’attività legislativa, diplomatica e militare dei governi, trascurando i movimenti sociali, religiosi, economici, culturali più lenti ma in grado di produrre cambiamenti di lunga durata.

Gli albori del metodo critico

La lezione della storiografia rinascimentale, cioè il superamento di una visione deterministica delle vicende umane, in parte recuperata dalla vasta letteratura sorta in ambito riformistico e controriformistico che rivaluta spiritualità e dato religioso, viene raccolta e superata in età moderna. La storiografia nell’età dell’Illuminismo risente delle agitazioni sociali che scuotono il XVII secolo; sorpassa una storia guidata da fato (come la greca), destino di grandezza (come la romana) o volontà divina (come la cristiana), assumendo l’uomo come artefice di una storia che, rispetto al Rinascimento, si costituisce quale trama che tesse in un unico ordito politico, sociale, economico e culturale attraverso cui leggere usi, costumi, tradizioni e fede popolare. È una storiografia antropocentrica. Al centro della storia c’è l’uomo all’interno di una storia concepita come un sistema di storia politica, religiosa, sociale e culturale. È una storiografia di ampio respiro e di metodo scientifico. Si affermano sia la diplomatica (analisi e studio delle fonti) sia la paleografia (analisi critico filosofica dei testi) perché si pongono il problema dei documenti falsi. Infatti viene messa in discussione la donazione di Costantino che non venne mai fatta e venne scoperta in questo periodo.

Rivoluzione documentaria che avviene in ambito religioso, con i bollandisti e i benedettini francesi dell’ordine di San Mauro. Questi religiosi inaugurano una serie di raccolte, di trascrizioni di documenti. Lo storico raccoglie delle fonti e le tramanda. Queste iniziative sono controriformistiche, in piena riforma luterana. In questo periodo la chiesa si trova nella situazione di doversi giustificare. La storia diventa così sedimentazione ordinata della memoria, attraverso cui rinvigorire l’identità di un’istituzione, e più in generale di un patrimonio di fede, che sembra aggredita come comunità religiosa, tanto dai riformati, quanto dall’emergente stato nazionale. Si tratta di iniziative che intendono rafforzare l’istituzione ecclesiastica, consolidare l’identità della chiesa e di un patrimonio che sembra aggredito dalle chiese protestanti e dall’emergente stato nazionale.

Critica e compilazione

La struttura delle opere resta quella compilativa, come riassunto nell’incipit de “L’art de vérifier les dates”, secondo una scansione cronologica che segue ritmi naturali e calendario liturgico. Lo scopo era quello di far assumere alla storia una connotazione religioso civile e inserire la storia della chiesa all’interno di quella europea. La storiografia dei bollandisti e quella religiosa è un tentativo di restituire al passato l’intreccio delle tradizioni e degli usi e costumi religiosi e cristiani. Il tutto attraverso il documento che non è ancora scientifico. La metodologia è universale pur applicandolo ai diversi ambiti sia per la storia politica sia per quella sociale. Leibnitz tenta di ricostruire la storia della Germania come unitaria utilizzando la linguistica come traccia per ricostruire il cambiamento dei popoli.

Verso un nuovo universalismo

Muratori è il primo autore che studia il Medioevo nella sua complessità come epoca sociale. La sua opera “Antiquitates Italicae medii aevi” è la prima enciclopedica, cioè che cerca di abbracciare una storia complessiva. La storia assume ancora una connotazione universale come movimento della civiltà umana, realtà creata dall’uomo che va indagata con la ragione per raggiungere la verità, fino alla formulazione di leggi sempre valide che mostrano come per eterogenesi dei fini l’azione dell’uomo, essenzialmente utilitaristica, converga verso il progresso.

Illuminismo

Gian Battista Vico ha avuto una grande influenza nella storiografia. La filosofia della storia inaugura l’Illuminismo perché compie l’operazione di interpretare il passato non dal punto di vista spirituale ma profano. Significa che l’intellegibilità della storia non è più quella divina ma quella umana. Lo spirito si identifica con le opere e le istituzioni create dall’uomo, mettendo in luce come queste influenzino lo sviluppo storico.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher danillomba di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e comunicazione del tempo presente e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Giovagnoli Agostino.
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