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Storia delle relazioni internazionali

Prima lezione: 17/09/2024

Nella storia delle relazioni internazionali si privilegia lo studio delle ragioni che stanno alla base delle

scelte degli stati. Il 1919 segna una nuova era, un’era di interesse per la storia delle relazioni

internazionali, perché una cesura che trae le sue origini da ciò che accadde nel primo conflitto

mondiale e che ha determinato un nuovo modo di affrontare le relazioni internazionali attraverso la

politica estera. Il dato più significativo della Prima guerra mondiale sono le armi: il loro costo, più in

particolare, sia in termini produttivi che parlando di vite umane. Il fatto che la popolazione sia

direttamente interessata dalla guerra comporta la necessità di motivare e di mobilitare la società

civile, serve il consenso di chi, stando a casa, contribuisce allo sforzo bellico. Tutti gli imperi europei

si scontrano in questo conflitto: impero tedesco, impero asburgico, impero britannico, impero zarista

e impero ottomano. Si parla di imperi multietnici che tentano di indebolirsi a vicenda, partendo già

da una situazione difficile. Le rivolte in Irlanda del 1916 sono fomentate dai tedeschi, che

contribuirono anche all'aumento del nazionalismo indiano. La Germania organizza il viaggio di

ritorno di Lenin in Russia, per mettere in difficoltà l’impero zarista. Non si tratta solo della

Germania, quando vediamo gli interventi atti a sfaldare gli imperi nemici. La Gran bretagna agisce

soprattutto nel tentativo di indebolire internamente l’Impero ottomano, che cercò di cementare le

proprie popolazioni in nome della guerra santa. La Gran Bretagna come reagisce? Provando ad

aumentare il nazionalismo arabo, neutralizzando la chiamata in nome della religione. Sono gli anni in

cui sta nascendo il nazionalismo arabo e la Gran Bretagna lo fomenta, facendo accordi con lo

sceriffo di La Mecca, Hussein (bisnonno dell’attuale re di Giordania) e promettendo di impegnarsi a

far costituire uno stato arabo. Sull’area mediorientale gli inglesi assume altri impegni, durante la

Prima guerra mondiale, emanando la cosiddetta dichiarazione Balfour: viene promessa la

costituzione di una home rule in Palestina per il popolo ebraico, assicurandosi il sostengo delle

comunità ebraiche nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Gli inglesi fanno anche un accordo con i

francesi per spartire la mezzaluna fertile, facendo andare a Londra la Palestina e la Mesopotamia,

mentre a Parigi il Libano e la Siria. Gli impegni che prendono gli UK sono contraddittori, se

pensiamo alla home rule ebraica e alla presa in carico della Palestina, ma sono interventi necessari

per indebolire l’avversario (gli ottomani) e garantirsi il sostegno necessario per vincere la guerra. La

Prima guerra mondiale coinvolse una serie di stati democratici o liberaldemocratici, un dato

incredibilmente rilevante perché, se lo Stato è democratico, deve convincere i cittadini della necessità

della guerra per mantenere l'impegno nel conflitto, anche per questioni elettorali. Il fattore comune

di tutti questi dati è la propaganda: una nuova arma che serve sia per consolidare il fronte interno sia

per indebolire quello nemico. Io che sto al governo come posso convincere i cittadini? Tramite due

argomenti. Il primo è che il nemico è il male assoluto, rappresenta la brutalità e la negazione di tutto

ciò che consideriamo un valore. Deve essere arginato, non sulla base di valutazione di realpolitik, ma

perché fa paura, deve far paura ed è bene che faccia paura. Non è un caso che si abbia insistito tanto

sul Genocidio degli armeni o sui crimini di guerra commessi dai tedeschi in belgio, con tanto di corti

e processi. Questa cosa provoca un retaggio di odio che si ripercuote sull’opinione pubblica, quindi

sui governi e sulla possibilità di trovare un accordo post bellico. Prima che la Germania attaccasse

con i sommergibili navi mercantili con popolazione civile statunitense, non era scontato che gli

americani sarebbero entrati in guerra contro di loro, considerando anche la minoranza tedesca negli

USA. L’altro argomento è il progetto che c’è dietro la guerra: si combatte per realizzare un disegno,

in nome di certi valori e principi. Quando Wilson si rivolge al Congresso per entrare in guerra dice

che ovviamente il conflitto armato è una cosa orrenda, ma quello che c’è in gioco è la civiltà: non si

tratta di questioni territoriali o di equilibri di potenze, di questioni che solo pochi diplomatici

possono capire. Dice che bisogna entrare in guerra per difendere quei principi che erano gli stessi

americani a rappresentare. Passando alla Russia, Lenin all’indomani della Rivoluzione d’ottobre

emette il decreto sulla pace, con principi che da una parte ripudiano la segretezza della diplomazia

internazionale e dall’altra definiscono cosa sia una pace giusta. Ripudiare la diplomazia segreta

significava ribaltare tutto quello che, fino ad allora, era stata la diplomazia. Sia Wilson sia Lenin

parlano di principi, in una sfida indiretta che viene accolta da Wilson e che dopo due mesi dai decreti

della pace espone i suoi 14 punti; rispondendo alla necessità di corroborare le ragioni della guerra. In

questo discorso, Wilson espone schematicamente una serie di punti che corrispondono ai pilastri su

cui si deve fondare il mondo post bellico.

1.​ Pubblici trattati di pace, conclusi apertamente, dopo i quali non vi saranno più accordi

internazionali privati di qualsivoglia natura, ma la diplomazia procederà sempre francamente

e pubblicamente.

2.​ Libertà assoluta di navigare sui mari, al di fuori delle acque territoriali, sia in tempo di pace,

sia in tempo di guerra.

3.​ Soppressione, nei limiti del possibile, di tutte le barriere economiche e stabilimento di

condizioni commerciali uguali per tutte le nazioni che consentono alla pace e si accordano

per mantenerla.

4.​ Garanzie sufficienti che gli armamenti nazionali saranno ridotti all’estremo limite compatibile

con la sicurezza interna del paese.

5.​ Composizione libera, in uno spirito largo e assolutamente imparziale, di tutte le

rivendicazioni coloniali, fondata sul rigoroso rispetto degli interessi delle popolazioni

interessate.

6.​ Evacuazione di tutti i territori russi e regolamento di tutte le questioni concernenti la Russia,

per assicurarle una sincera accoglienza nella Società delle Nazioni libere sotto un governo

che esse stessa avrà scelto.

7.​ Il mondo intero sarà d’accordo che il Belgio debba essere evacuato e restaurato, senza alcun

tentativo di limitare la sovranità di cui fruisce alla stregua delle altre nazioni libere.

8.​ Tutto il territorio francese dovrà essere liberato, e le parti invase dovranno essere

interamente ricostruite.

9.​ Una rettifica delle frontiere italiane dovrà essere effettuata secondo le linee di nazionalità

chiaramente riconoscibili.

10.​Ai popoli dell’Austria – Ungheria, di cui desideriamo salvaguardare il posto fra le nazioni,

dovrà essere data al più presto a possibilità di uno sviluppo autonomo.

11.​La Romania, la Serbia, il Montenegro dovranno essere evacuati: saranno a essi restituiti quei

loro territori che sono stati occupati.

12.​Alle parti turche del presente Impero Ottomano saranno assicurate pienamente la sovranità e

la sicurezza, ma le altre nazionalità che vivono attualmente sotto il regime di questo Impero

devono, d’altra parte, godere una sicurezza certa di esistenza e potersi sviluppare senza

ostacoli; l’autonomia deve essere loro data.

13.​Uno Stato polacco indipendente dovrà essere costituito, comprendente i territori abitati da

nazioni incontestabilmente polacche, alle quali si dovrebbe assicurare un libero accesso al

mare.

14.​Una Società generale delle Nazioni Unite dovrebbe essere formata in virtù di convenzioni

formali aventi per oggetto di fornire garanzie reciproche di indipendenza politica e

territoriale ai piccoli come ai grandi Stati».

È la prima volta in cui si riconosce che una pace duratura può essere ottenuta non tramite la

deterrenza, quindi il riarmo, bensì diminuendo il numero di armi. Un altro motivo per cui il 1919 è

una data periodica, per lo studio delle relazioni internazionali e della loro storia, sono i vari trattati di

pace conclusi dopo la guerra; in particolare, il Trattato di Versailles. Quest’ultimo fu considerato per

moltissimo tempo la causa della crisi di Weimar e dell’inizio della Seconda guerra mondiale. Si tratta

di una visione superata, grazie al ritrovamento di alcuni documenti e a una riflessione vitale per la

storiografia. L’idea di Versailles come una decisione scellerata è superata, ma possiamo dire che

quest’ultima e gli altri trattati, in larga misura, tradiscono le aspettative. Alla Conferenza di pace di

Parigi si ha una versione per nulla modificata della diplomazia segreta. Allo stesso modo non tutti i

nuovi confini europei rispettano il principio di autodeterminazione. Nel 1918 i Democratici di

Wilson perdono le elezioni di medio termine, dimostrando che il suo consenso cominciava a

scricchiolare in patria. All’estero quest’ultimo era associato, nell’immaginario collettivo, alla promessa

di un futuro migliore. Ho Chi Minh aveva riposto grandi aspettative in Wilson e nel principio

dell'autodeterminazione, per poi essere traditi ai loro occhi dalle scelte compiute da Wilson, per nulla

coerenti con i principi enunciati; non sempre, non sistematicamente ma spesso. Un’altra cosa che

possiamo dire a proposito di Versailles è che si ha frainteso spesso questo testo in maniera

propagandistica. Il trattato in sé era un diktat, nonostante ci fosse un dibattito in merito a quanto

giusto o eccessivamente punitivo potesse esserci. Vi erano clausole praticamente odiose, come la

consegna del Kaiser alle forze alleate: non fu mai pretesa realmente, ma contribuì a rendere inviso il

trattato, specialmente ai tedeschi. Il Trattato di Versailles non fu mai applicato nella sua interezza,

motivo per cui non può essere visto come l’origine della Seconda guerra mondiale. Il Trattato di

Versailles fu anche un compromesso fra nuovo modo di vedere la diplomazia e realpolitik, così come

punto di caduta fra tre divisioni. Le potenze vincitrici erano cinque ma difatti furono in tre a esserci

incaricate il compito di redigere il trattato parola per parola. Per la Francia si aveva Georges

Clemenceau, che aveva visto due invasioni tedesche in territorio francese e voleva impedirne in ogni

modo una terza. Prende una vecchia idea di Richelieu, ritenendo che l’unico modo fosse impedire

che la Germania potesse tornare a essere un vicino forte, togliendo loro territori. Abbiamo poi, per il

Regno Unito, David Lloyd George che si sedette al tavolo con un’idea ben precisa, fondata su pilastri

antichissimi della politica estera britannica. Uno di questi era l’equilibrio tra potenze, evitando

un’eccessiva umiliazione degli sconfitti e un’espansione incontrollata dei paesi vincitori. Lloyd vuole

far tornare la Gran Bretagna al suo tradizionale isolamento, che può essere ottenuto solo trovando

l’equilibrio e facendo in modo di non far intervenire nuovamente il Regno Unito. La Gran Bretagna

entrò in guerra quando la Germania entrò in competizione su temi quali la flotta e le colonie. La

richiesta degli inglesi, dunque, fu semplicemente l’abolizione delle colonie tedesche e la rimozione

della loro flotta. Lloyd si era anche reso conto che i territori tedeschi potevano essere una risorsa

senza cui l’Europa non si sarebbe mai ripresa economicamente. Per gli americani, ovviamente, c’è

Wilson, che lascia Washington per mesi e va a negoziare a Parigi. Fu sua l’intenzione di creare la

Società della Nazioni. Il compromesso fu evidente per quanto riguarda le clausole territoriali, per cui

i negoziati non presero in esame Alsazia e Lorena: non era in discussione che queste regioni

sarebbero tornate alla Francia, perse durante la guerra franco - prussiana del 1870. Molto più

animato fu il dibattito intorno alla regione della Renania, territorio di confine che sarebbe dovuto

divenire una sorta di stato cuscinetto, legato alla Francia per mezzo di accordi commerciali. Per gli

inglesi non era ammissibile una tale umiliazione, mentre per gli americani non sarebbe stato giusto

infrangere così il principio di autodeterminazione. La Francia però ritiene imprescindibile rendere la

Renania un pilastro della sua architettura di sicurezza, che viene smilitarizzata e in cui non possono

esserci fortificazioni. In Renania dovranno rimanere le truppe vincitrici per verificare che la regione

venga effettivamente smilitarizzata. Le truppe avrebbero dovute lasciare il territorio dopo 5, 10 e 15

anni; in tre fasi diverse. L’evacuazione prevista da Versailles avverrà a una condizione: se la

Germania avesse rispettato tutte le clausole di Versailles, specie quelle sulla sicurezza. La Renania

viene smilitarizzata a Versailles, non a Locarno. Si stabilisce per la Francia il diritto di sfruttare le

risorse di La Saar, dove dopo quindici anni dal Trattato di Versailles si sarebbe dovuto tenere un

plebiscito per stabilire se andare alla Francia o alla Germania. La Ruhr rimane alla Germania. La

Polonia risorge e acquisisce il Corridoio di Danzica, resa città libera. Un altro territorio che passa alla

Polonia è l’Alta Slesia, che però viene ceduta solo in parte per via dell’opposizione britannica, sia per

non umiliare troppo la Germania sia perché la Polonia aveva un altro nemico oltre la Germania,

ovvero la Russia. Se fosse stata troppo grande e potente, quest’ultima si sarebbe potuta sottrarre. C’è

poi un territorio che non viene tolto alla Germania ma che viene affrontato dalle clausole,

impedendo a quest’ultima di annetterlo: il Trattato di Versailles (come poi quello di Saint Germain)

vieta l’anschluss. Le colonie africane della Germania vengono divise fra Gran Bretagna, Francia e

Belgio. L’Italia non prese parte alla spartizione, nonostante venne promessa nel Trattato di Londra.

Le isole tedesche nel pacifico settentrionale vengono date al Giappone, mentre quelle più a sud

all’Australia e alla Nuova Zelanda, anche se non erano ancora stati sovrani.

Seconda lezione: 18/09/2024

Le isole vennero date anche a questi due paesi per controbilanciare il Giappone: bisogna mantenere,

come in Europa, l’equilibrio; soprattutto con un paese come il Giappone, che un giorno avrebbe

potuto rappresentare un ostacolo. Il Trattato di Versailles impone una serie di limiti alla Germania

sul settore militare, per impedire che possa tornare come minaccia per la Francia e il continente. La

Germania era lo stato militarista per antonomasia, bisogna disciplinare il nuovo assetto post bellico

atto a contenere questo paese. Era tuttavia molto difficile capire se la Germania stesse rispettando o

meno i limiti imposti per la produzione di armi? Era da sempre una potenza siderurgica,

difficilmente controllabile. Nonostante fossero posti questi vincoli nel trattato, com’era possibile

controllare che fosse pienamente rispettato? Vennero prese misure draconiane per la flotta,

soprattutto con i sottomarini. I tedeschi, pur di non consegnarla agli alleati, la affondarono. Non può

essere posta neanche la leva obbligatoria. La Germania e le potenze sconfitte dovranno essere le

prime a intraprendere il disarmo, ma non dovranno essere le uniche, prendendo in esame i 14 punti

di Wilson: c’è un nesso fortissimo, dal punto di vista ideale, fra disarmo della Germania e disarmo

generale nel mondo. Si tratta di un tema che tornerà soprattutto quando parleremo di Hitler. Questo

è tutto quello che c’è da dire in merito alle clausole militari e territoriali. Per quanto riguarda le

clausole economiche, la Germania perde tutti i diritti commerciali presenti in Cina a favore del

Giappone (si tratta di un punto a metà fra quelle territoriali e quelle economiche). Il capitolo più

doloroso e problematico del Trattato di Versailles è quello riguardante gli indennizzi economici, le

riparazioni di guerra. Parallelamente alle trattative dei governi, vi è anche un dibattito tra intellettuali

da cui esce fuori il parere per il quale, se la Germania sarà schiacciata economicamente, quest’ultima

diverrà preda o del comunismo o del nazionalismo. In The economic consequences of the Peace, Keynes

mette in luce questo rischio. Ogni volta che parliamo di pericolo di una rivoluzione comunista, è

ovvio che dietro ci sia lo spettro della Rivoluzione d’Ottobre, rendendo anche conto del fatto che vi

siano sussulti, prove e tentativi di rivoluzione nel cuore dell’Europa: pensiamo a Portogallo,

Ungheria e Germania, quest’ultima con gli spartachisti. La Gran Bretagna decide di non voler

umiliare eccessivamente la Germania con indennizzi troppo alti, mentre la Francia preme per

rilevanti riparazioni di guerra, anche per motivazioni concrete. La Francia ha subìto enormi danni

durante la guerra, persino più della Germania ed è debitrice delle potenze che gli hanno fatto da

credito per durare nel conflitto; soprattutto degli americani. Gli USA non hanno debiti, anzi, e

vogliono che vi sia una pace durevole: sono più allineati con la posizione britannica, post

ripensamento. Queste ragioni ci fanno capire come mai a Versailles non sia stato deciso quanto far

pagare alla Germania. Si dice, banalmente, che “I governi alleati e associati affermano, e la Germania

riconosce, la responsabilità della Germania e dei suoi alleati per tutte le perdite e i danni subiti dai

governi alleati e associati e dai loro cittadini, come conseguenza della guerra imposta loro

dall’aggressione della Germania e dei suoi alleati”. Qui si vuole dare una giustificazione morale alle

pretese di risarcimento, si ha un tentativo di giustificare per mezzo di principi le proprie decisioni:

irrompe nella diplomazia questo nuovo modo di fare. La Germania non deve pagare perché ha

perso, ma perché ha causato la guerra. Dopo che la Francia, nel XIX seco

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Scienze politiche e sociali SPS/06 Storia delle relazioni internazionali

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher NicoRF045 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle relazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Vignati Daniela.

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