Storia dell’arte medievale – UniBo
De Vecchi P.L. – Cerchiari E. Arte nel tempo
Periodo e contesto dell’arte medievale
L’arte medievale copre il periodo dal IV secolo al 1492, si pone quindi tra la crisi dell’estetica antica (romana, ellenistica, mediterranea) e la data indicata come inizio di una nuova epoca, in campo artistico quella del rinascimento, in campo storico quella moderna (inizialmente con una convivenza di una cultura rinascimentale e una tradizione medievale). La datazione di inizio e fine di un’epoca è molto complessa.
Il medioevo è un’epoca completamente diversa dalla nostra, in termini e pensiero più complessa, ma influenzata fortemente dalla filosofia cristiana incontrastata. Questo porta ad una sostanziale differenza tra mondo moderno e medievale (noi ricerchiamo proprio le differenze con quest’epoca così diversa): infatti oggi ognuno è in grado di comprendere la storia e crearsi una propria identità culturale (che oggi vede la centralità dell’uomo, il quale non conosce la verità assoluta nonostante tutti i suoi strumenti tecnologici… vedi epistemologia sotto), allora non era possibile proprio a causa di questo contesto in cui le finzioni avevano un senso. Oggi la cultura cristiana occidentale è guardata da altri con interesse ma distacco, è parte di noi ma non condiziona in maniera così radicale la nostra vita e produzione artistica. È un vantaggio perché porta al confronto e all’introspezione.
Spazio, tempo e visione cristiana
Importanti per lo studio dell’arte medievale sono i concetti di spazio e tempo, in quanto portano a percezioni diverse di noi stessi. I medievali ovviamente non erano consapevoli di essere tali, ma percepivano la vita da cristiano come un pellegrinaggio verso il volto di Cristo (sant’Agostino). La frase può essere interpretata come la presenza di un’immagine in fondo a un viaggio, quindi un mutamento di spazio, il quale assume un significato diverso a seconda del punto di vista (tecnologico, astrofisico, filosofico…) e dell’epoca in cui si vive (determinismo). Un esempio ne è l’invenzione della stampa con cui il tempo si restringe o si dilata rispetto a prima.
Strettamente legato è il concetto di tempo, ben diverso da una semplice datazione storica, ma dipendente dall’artista stesso che sceglie a quale luogo e tempo fare appartenere le proprie opere, i pensieri… La percezione di tempo e spazio nel medioevo è condizionata dalle paure dei limiti e quindi anche dalla cronologia cristiana: un medievale vede la vita scandita da degli eventi fondamentali per il cristianesimo, la creazione (inizio), la salvezza tramite la nascita di Cristo (punto centrale nella storia umana occidentale) e il giudizio universale (fine).
In particolare, questo porta a una percezione di fine imminente (viceversa in epoca contemporanea temi come l’ecologia spingono per il mantenimento di un mondo migliore per le generazioni future) basata sulla credenza, incontrastata, nella speranza di una resurrezione fisica che ci porterà poi al cospetto di Dio, quindi alla fine del nostro viaggio verso il volto di Cristo, simile al padre (paradossi della logica su cui si basano le religioni monoteiste). Tutte le opere ispirate al giudizio universale contengono riferimenti alla rinascita (pesci a Venezia per esempio). In questo mondo completamente diverso ciò che a noi sembrano simboli era percepito come reale in quanto era la parola di Dio (o per esempio nel Credo del V secolo) portatrice di una verità assoluta, già scritta (al massimo possiamo solo cercarne conferma) secondo cui tutto ruota attorno alla figura di Cristo. Questo concetto, oggi vago, era quindi ben definito e non contrastato nel medioevo, e su di esso (epistemologia=conoscenza della verità, dove sta il sapere) riflettono le opere d’arte di questo periodo.
Spazio artistico e rappresentazione del reale
Il concetto di spazio invece ha oggi una visione definita e abbastanza moderna, poiché ricerche degli anni del Novecento (età contemporanea o postmoderna) sono servite a smontare tutte le illusioni che l’uomo medievale e moderno si era fatto sull’abbattimento dei confini naturali e la scoperta e la misurazione di territori e regioni inesplorate del mondo (successivamente al 1492 per esempio). Nel medioevo quindi la realtà non viene rappresentata così com’è in campo artistico ma serve a rendere visibile l’invisibile, a mostrare quello che non si vede alla ricerca di un altro mondo, dando un’illusione di speranza e di vita attraverso i colori (in quanto la verità è già rappresentata in maniera indiscutibile dai testi sacri).
Effettivamente un quadro nonostante tutti gli sforzi possibili non sarà mai la rappresentazione perfetta della realtà, e ciò rompe gli schemi del realismo ricercato da Caravaggio successivamente al XV secolo, con l’astrattismo delle opere di Mondrian o Picasso. Caravaggio (personaggio unico nella ricerca del particolare) infatti ricerca un’imitazione del mondo attraverso l’opera d’arte, che produce attraverso lente e graduali conquiste la possibilità di imitare il mondo (mimesi, imitazione in greco, traducibile anche come credibilità artistica); questo lo rende un pittore fuori dal suo tempo.
In opere come il “Ragazzo morso da un ramarro” mostra una cura dei dettagli che rendono il dipinto simile a una fotografia, mentre “Giuditta e Oloferne” è una rappresentazione di storia sacra. Proprio questo tipo di opere a detta di Caravaggio richiedono per lui lo stesso impegno di una natura morta, per significare come cerchi di rappresentare in ogni situazione oggetti e persone in maniera realistica nonostante le distinzioni che esistono nella tecnica dell’arte.
Una ripresentazione del reale si ha appunto nell’ambito delle rappresentazioni (replica, portare di nuovo alla vista, dalla Francia quando nel XV secolo si riproponevano le cerimonie del re alla sua morte attraverso una figura del nuovo re), di cui il ritratto ne fa parte per eccellenza: queste infatti ci riportano al momento di un avvenimento per poterlo rivivere attraverso un’operazione artistica artificiosa (trucchi). Il ritratto dunque riporta la persona com’è in tutti i suoi dettagli (fisici, comportamentali, di ruolo sociale e di potere o tutto ciò che rimanda a lui) da essere riconoscibile. Un esempio è l’”Autoritratto con un amico” di Raffaello Sanzio.
Linguaggio, paradosso dell’arte medievale e astrattismo
Parole come rappresentazione però non esistevano nel medioevo quindi la nostra percezione è in qualche modo deviata dai mutamenti del linguaggio; questo porta al paradosso dell’arte medievale in quanto un medievale non aveva la consapevolezza di essere tale, con arte si intendevano i mestieri artigianali e farne una storia è un’idea solo moderna (il concetto di storia dell’arte si costruisce con il susseguirsi di importanti artisti come Vasari…).
Di fronte a questo paradosso l’arte spesso perde il proprio obiettivo e va a cercare altrove il proprio senso; in questi casi si parla di Picasso, che in “Les damoiselles di Avignon” cerca una sua verità (vedi epistemologia) nella deformazione di figure femminili, fa di tutto per evitare l’idea di bellezza a cui l’arte è legata nel mondo accademico, creando un nuovo linguaggio artistico, una logica diversa dalla nostra percezione del mondo. Mondrian invece cerca la sua verità in un quadro spezzettando l’immagine in forme geometriche, usando colori primari per non creare nessuna commistione con il mondo; rappresenta, come Kandinsky, sé stesso (un quadro deve rappresentare l’autore) ma diventa espressione dell’astrattismo.
San Francesco, icona e dissomiglianza
Un dipinto di metà ‘200 di Giunta Pisano ritrae San Francesco come un’icona sacra: si tratta di ritratto (nonostante nel medioevo non furono prodotti normalmente ritratti) in quanto il santo è riconoscibile, ma anche di rappresentazione in quanto il quadro è stato dipinto a pochi decenni dalla scomparsa del protagonista. A fianco al santo delle immagini riportano i suoi miracoli in scala ridotta, il tutto su uno sfondo in foglia d’oro sottilissima applicata su una preparazione di colla e gesso richiamando un contesto metafisico (oro su bianco).
L’immagine si presenta ambientata in un tempo e spazio diverso dal nostro (a causa del diverso punto di vista ontologico, cioè dell’essere, medievale diverso dal nostro), perciò per analizzare un’opera bisogna chiedersi qual era l’intenzione dell’artista del dipinto. In questo caso i due angeli rivolti verso Francesco fanno pensare a una presentificazione, con lo scopo di essere certi della presenza di Dio in questo dipinto (un oggetto di questo tipo è l’eucarestia o qualsiasi reliquia).
Va tenuto ora presente il concetto che i neoplatonici medievali chiamano dissomiglianza: nell’Antico testamento (la verità assoluta per la mentalità dell’epoca) l’atto della creazione vede la nascita dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio; con il peccato originale (problema epistemologico) e la cacciata dal paradiso inizia l’era della dissomiglianza, ovvero l’uomo non si riconosce più nel proprio volto. Questo è il motivo per cui in epoca medievale si evita di produrre ritratti, ma spiega anche le parole di sant’Agostino in merito alla ricerca del volto di Cristo (unico somigliante a Dio).
È qui che si spiega anche il nuovo modo di costruire un’immagine in epoca medievale, attraverso la non figurabilità di Dio, ovvero evitando di usare l’aspetto reale di qualcosa o qualcuno al momento della realizzazione (simbolismo ai nostri occhi), come dice Dionigi, pensiero che influenza l’intera estetica medievale. Tornando al dipinto del santo, qui Francesco è rappresentato in maniera irrealista perché il pittore cerca di trasformare il soggetto in ciò di più prezioso che la pittura riesce ad inventare, in maniera tale che Francesco trovi uno spazio per attraversare il dipinto. La centralità è quindi posta sullo sguardo del soggetto (di san Francesco in questo caso) verso il mondo e non del mondo verso il santo.
Presentificazione, paganesimo e cristianesimo
La presentificazione riguarda l’immagine tardomedievale (dal XII secolo), il termine è inaugurato dalla storiografia francese per indicare che nell’immagine c’è qualcosa di quello a cui l’immagine si riferisce. Può essere una figura sacra legata al paganesimo o al cristianesimo: in particolare questo presuppone una figura santa o divina, legata all’incubo dei tempi in cui dovevano adorare quelle pagane (diventando martiri se si rifiutavano).
Nel medioevo, periodo di espressione dell’arte cristiana, non troviamo rappresentazioni di statue tridimensionali perché simbolo di idolatrismo, di martirio e quindi legate al politeismo del paganesimo; essendo poi che il mondo ebraico prende alla lettera le scritture quando dicono “non farai alcuna immagine di me”, il cristianesimo cerca una mediazione tra ebraismo e paganesimo. L’immagine medievale però non assicura questa presenza divina o santa ma ce ne dà una possibilità senza alcun rimando simbolico.
L’arco di Costantino e l’inizio dell’arte medievale
Il monumento emblematico per l’inizio dell’arte medievale è l’arco di Costantino (si trova vicino al Colosseo), costruito dal Senato per celebrare la conquista del titolo imperiale a Ponte Milvio. Come simboleggiato da una croce in questo arco Costantino è il primo imperatore in odore di cristianesimo, che segna la fine delle persecuzioni e una tolleranza verso i cristiani. (Costantino è anche l’imperatore che costruisce un’altra Roma a Bisanzio chiamandola Costantinopoli in cui l’enormità di statue e monumenti del mondo romano indicano una presentificazione, un rimando).
Architettonicamente l’arco è un collage di epoche più antiche (di Traiano e Adriano per esempio) che collegano Costantino con gli imperatori del passato: seppur l’arte abbia un nuovo significato, infatti, inizialmente rimane attaccata alle tradizioni antiche, presentando però inserti contemporanei (del IV secolo quindi) e caratteristiche di stile innovative (atte alla raffigurazione cristiana ma che trovano significato soprattutto nell’osservatore odierno).
Volendo confrontare le raffigurazioni su questo arco con l’arte imperiale più antica troviamo delle differenze sostanziali: nel medaglione, per esempio, della caccia al leone di Adriano, la struttura è circolare, ci sono cinque persone, dei cavalli, un paesaggio e un leone adagiato sulla cornice inferiore. L’altezza delle persone, la loro posizione, la loro disinvoltura e i loro gesti risultano credibili quindi siamo ancora nel periodo in cui prevale la tecnica della mimesi (una sottigliezza dell’artificio che illude l’occhio ma che appare credibile ai contemporanei, cioè ai romani), che risulta anche dalla semplicità e dalla naturalezza del paesaggio.
Importante è ciò che evidenzia Adriano, ovvero un’aura, poi simbolo consegnato ai cristiani come sacralità. Qui la centralità di Costantino c’è ma non la simmetria, perché nel mondo non c’è simmetria e gli antichi tendevano a cercare di rappresentare fedelmente il mondo. Viceversa, in epoca Costantiniana, la lastra con la liberalitas dell’imperatore (al centro), mostra una perfetta simmetria geometrica, Costantino viene posizionato più in alto (ma non è più grande dei cristiani, mentre in epoca medievale si tende a raffigurare più alte le persone più importanti, simbolo di un’ancora fase di transizione artistica).
La grandezza delle persone poi diminuisce con l’allontanarsi dall’imperatore. Questo mostra una diversa concezione dello spazio, tra l’altro frammentato in un certo numero di posizioni, spazio che in epoca più antica è invece unitario (tutto è quindi colto con un solo sguardo) portando a una semplificazione. Sempre in questa lastra la ripetitività dei gesti fa perdere l’individualità dei personaggi (mentre nella liberalitas di Marco Aurelio c’è più individualità). La scultura costantiniana è caratterizzata da una bidimensionalità per dimostrare come tutto si possa risolvere in linea attraverso l’incisione sulla superficie piatta.
Mimesi, segno e immagine medievale
I nuovi valori che appaiono però sono il tentativo di sottrarsi alla mimesi, cercando quindi nuove possibilità e avendo a disposizione un ampio spazio creativo: l’arte medievale, non essendo costretta a imitare il mondo infatti ha più libertà di espressione, non dell’artista, ma di creare qualcosa di naturale diverso dalla percezione del mondo. L’immagine medievale non deve illudere (come la mimesi, dove c’è una sorta di falsificazione della realtà, in quanto già il fatto che queste rappresentino il passato le rende false), ma deve consegnare un messaggio vero, è consapevole di essere una lastra di pietra che non potrà far sembrare Costantino realmente in quel luogo.
La nuova filosofia artistica quindi vede la sostituzione della mimesi con il tentativo di affermazione della verità. Per i medievali è reale ciò che va oltre il tempo, per questo cercano di rappresentare un mondo trascendente con una realtà maggiore, non soggetta alla falsificazione o illusione dei cinque sensi. L’arte di epoca costantiniana in sostanza sopprime i particolari, si trasforma da mimetica (rappresentativa) a segnica (legata al segno, che rimanda a un significato).
Analizzando la dicotomia (i valori in gioco) nell’arte antica e costantiniana, vediamo come: nell’arte antica si vuole dare l’illusione di uno spazio unitario in cui ci si sente partecipi, il corpo umano è un’unità organica (tradizione greca dal V secolo a.C.), l’unicità delle figure con un’interazione ritmica ricercata dall’artista); l’immagine medievale invece presenta due piani/spazi discreti, frammenta lo spazio, diventa a sé stante, con un significato, le figure sono intrappolate nella loro funzione con gesti ripetuti, meccanici e scoordinati, la ricerca del geometrico, dell’astratto, con lo scopo di distaccamento dal mondo per arrivare a un mondo diverso non soggetto alle leggi della natura.
Per capire la differenza tra arte antica e medievale bisogna analizzare come queste due immagini tipo in antitesi si relazionano con lo sguardo. In epoca costantiniana si vuole comunicare un contenuto (come una pubblicità), nell’immagine antica (mimetica) l’osservatore indugia meno e osserva l’immagine con uno sguardo più rapido, con cui percepisce l’unitarietà. La scultura antica ha una sua autonomia, tendendo all’unitario e al credibile, quindi non necessita del nostro sguardo per poter esistere; la forma mimetica costruisce uno spazio attorno a sé stessa. La scultura medievale invece necessita di uno sforzo nell’osservatore per la sua interpretazione, è basata su un dialogo con l’osservatore grazie a cui trova una sua funzione, mettendo in crisi il sistema illusorio della comunicazione, facendo acquistare allo sguardo un valore che nell’antichità non ha.
Autore, tecnica e monumento ai tetrarchi
L’altra figura che nella mimesi finge di non esistere è l’autore, che scompare, non facendo capire con cosa è stato dipinto il quadro, che sembra quindi un miracolo realizzato senza l’ausilio di strumenti tecnici. Un esempio ne è la Gioconda di Leonardo dove proprio lui finge un controllo tecnico per farci entrare in un’illusione. Un autore riconoscibile dalle sue opere per il segno del polso è Van Gogh, ma anche Pollock. Nelle sculture più antiche lo scultore è nascosto rendendo l’arte mimetica fine a sé stessa e rendendo ancora più evidente come quella segnica assuma significato con lo sguardo.
Il monumento ai tetrarchi, realizzato sotto Diocleziano per uso riservato è un gruppo scultoreo in porfido (dunque di uno dei tre colori che nell’arte fanno pensare agli imperatori ovvero rosso, porpora
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