Critica della ragione empatica – Anna Donise
Fenomenologia dell’altruismo e della crudeltà
Etica, morale e formazione
Etica e morale: entrambi stanno a significare il costume, la norma di vita, il comportamento pratico dell’uomo e delle società umane. La morale è un qualcosa di personale, l’etica è un qualcosa di condiviso.
Questa distinzione si afferma soprattutto nel ‘900 filosofico, dove si attesta che quando si parla di morale ci si riferisce piuttosto a una tradizione latina, il cui riferimento ideale è Kant, erede di una tradizione culturale della scolastica medievale.
Quando si parla di etica, invece, ci si riferisce a partire dal ‘900 a una tradizione greca, in particolare Aristotele, per il quale l’etica era l’arte di condurre sé stessi, mentre l’arte di condurre una comunità era l’economia e l’arte di condurre una comunità più grande era la politica. “Bildung” (in tedesco significa “quadro”) è un termine che viene fuori alla fine del ‘700, in quanto compare in relazione alle piante. La formazione, per i naturalisti, intellettuali e scrittori, infatti, era quella del mondo vegetale che cresce, fiorisce, fruttifica. Con questo termine, dunque, ci si riferisce alla crescita, allo sviluppo, alla trasformazione e all’evoluzione.
Introduzione
Il libro si divide in due parti. La prima, Pensare l’empatia, è un'indagine storico-teorica, che risponde alla domanda su cosa sia l'empatia, ed è, a sua volta, divisa in due capitoli.
La seconda parte del libro, Praticare l’empatia, ha l'obiettivo di mettere alla prova la teoria degli strati empatici.
1. Empatia, umanità, abisso
L'empatia è un dato fondamentale della natura umana e non una qualità momentanea, che possiamo attivare o disattivare a piacimento.
Molti di coloro che si sono cimentati con il tema, soprattutto negli ultimi vent'anni, hanno considerato l'empatia come una capacità da implementare per migliorare le relazioni, come uno strumento che combatte egoismo e individualismo.
Anche nell'uso quotidiano del termine, infatti, se qualcuno si riferisce a noi definendoci «tipi molto empatici», tendiamo a prendere le sue parole come il riconoscimento di una nostra spiccata sensibilità e di un nostro altruistico interesse verso l'altro.
L’empatia si può definire come la “capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro.”
2. Dalla simpatia all’empatia
Almeno in parte, il dibattito contemporaneo sull'empatia si può considerare il prolungamento delle discussioni settecentesche sulla simpatia.
Il termine «simpatia», però, trattato da Hume, non ha per lui lo stesso significato che gli attribuiamo oggi, e cioè una benevola condivisione, o un sentimento di attrazione istintiva verso persone o idee. Al contrario, provare simpatia significa per Hume che nella nostra mente appaiono le passioni e i sentimenti «appartenenti ad un'altra persona». Queste idee possono però trasformarsi fino al punto da diventare passioni e sentimenti in prima persona. In questi casi, quindi, quando i sentimenti che provano gli altri diventano nostri, possiamo parlare di contagio emotivo.
Quando invece la rappresentazione del sentire altrui non è così violenta da travolgerci, grazie all'immaginazione possiamo capire la situazione nella quale l'altro si trova: in questo caso, Hume parla di «simpatia estensiva», che rende capaci di immedesimarsi nell'altro e di comprenderne profondamente i sentimenti.
Hume aveva così descritto la duplicità della simpatia, sottolineandone sia un aspetto quasi istintivo, meccanico e riconducibile al contagio emotivo, sia un aspetto più mediato che non può fare a meno di ricorrere all'immaginazione per comprendere la situazione in cui si trova l'altro.
Ma il contributo più rilevante al concetto contemporaneo di «empatia» si deve probabilmente ad Adam Smith che, pur riconoscendo, con Hume, la dimensione immediata ed emotiva della simpatia, Smith attribuirà una rilevanza assai maggiore alla nostra capacità cognitiva di immaginare e comprendere la situazione in cui l'altro si trova. Ma soprattutto Smith introduce all'interno della passione simpatetica un elemento esplicitamente valutativo: il piacere e il dispiacere simpatetico nascono dalla presenza o meno della concordanza tra il mio sentire e quello dell'altro. «Come mi sarei comportato al suo posto? Posso condividere le sue azioni, le sue reazioni, i suoi sentimenti?», tendo spontaneamente a giudicare l'altro a partire da me. In questo modo viene stabilita una connessione lineare tra simpatia ed etica.
L'eredità di Smith nel dibattito sull'empatia si può dunque riassumere in due punti:
- La simpatia non è più solo la capacità di sentire e di comprendere il vissuto altrui, ma è anche un'attività valutativa, che emerge dal nostro assumere una posizione concorde o discorde nei confronti di tale vissuto.
- La simpatia è intimamente connessa alla nostra vita etica: la passione simpatetica ci porta a distinguere tra comportamenti che consideriamo corretti e scorretti, tra azioni giuste e ingiuste.
Capitolo primo
La ragione empatica e i suoi critici
1.1 Le origini
Nella seconda metà dell'Ottocento è stato Robert Vischer, storico e filosofo dell'arte, a impiegare per la prima volta un termine, Einfühlung, tradotto poi in inglese ai primi del Novecento con empathy, con il quale si riferiva alla capacità umana di animare e personificare alcuni oggetti, di trasporre le sensazioni e i vissuti sentimentali da sé all'oggetto, innanzitutto all'oggetto estetico, visto che Vischer era uno storico dell'arte ed era interessato al tema del bello.
Esempio: Matteo ha quattro anni, adora il mare e non vuole mai uscire dall'acqua. Sua madre lo assilla un po' chiedendogli di asciugarsi, di evitare le mani raggrinzite e le labbra livide. Le giornate al mare sono tutte così: grande gioia e divertimento, accompagnati da infinite discussioni e trattative.
Un giorno Matteo è in barca con i genitori e alcuni amici. Da lontano vede una boa e chiede: «Cos'è quella?». «Una boa - gli risponde qualcuno -, cioè un oggetto a cui alla sera attaccano le barche, ma che resta sempre in acqua». Gli occhi di Matteo si riempiono di stupore, di meraviglia e soprattutto di invidia, e chiede: «E la sua mamma non gli dice niente?».
Siamo di fronte a una relazione empatica di un bambino nei confronti di una boa.
È necessario ricordare, dunque, che storicamente per empatia non si intendeva la nostra capacità di sentire o di comprendere ciò che l'altro soggetto sta provando o ha provato in un determinato contesto, ma piuttosto ci si riferiva «all'animazione del mondo subumano»: gli animali, le piante e persino gli oggetti, come le boe.
Ogni bambino tende a vedere e sentire vita, una vita simile alla propria, in ogni elemento intorno a sé, e non solo negli altri soggetti o negli animali. Si tratta di una forma di animismo in base alla quale il bambino riconosce vita anche negli oggetti.
Questo animismo, pur diminuendo progressivamente con lo sviluppo, non scompare completamente nella vita adulta. Ma questa empatia immediata, che porta ad animare oggetti inanimati, diviene nella vita adulta sempre meno presente e ha bisogno, per poter sussistere, di un'integrazione della fantasia che di fatto si afferma nonostante le caratteristiche dell'oggetto, che rimane pur sempre inanimato, oppongano resistenza. Questa è chiamata empatia naturale da Theodor Lipps.
Prima di Vischer però già i romantici avevano impiegato la forma verbale hinein-fühlen (ovvero «sentire-dentro»). Herder parla di una trasposizione del nostro io nella forma o nella figura che stiamo guardando, una trasposizione nella quale gioca un ruolo assai importante il corpo.
La centralità attribuita al corpo spinge Herder a parlare proprio di «verità corporea», nella quale trova fondamento il fatto che in ogni forma noi cogliamo un qualche significato. Ciò è ancora più evidente se riflettiamo sugli oggetti d'arte, come ad esempio le statue con il loro esprimere movimento, anche nell'immobilità e nella plasticità del marmo.
La relazione empatica può essere dunque descritta come un «riversare» (Einfüllung) i nostri sentimenti nell'oggetto, che viene trasformato in un simbolo. L'oggetto artistico diviene simbolo di uno o più tratti dell'umano: il coraggio, l'orrore, l'angoscia o la serenità prendono forma in un quadro, in una statua o in una melodia.
La connessione tra romanticismo ed empatia ha destato qualche sospetto. Croce dice, infatti, che nell'estetica, l'empatia sembra così essere connotata esclusivamente nel senso di un «riempimento» (Einfüllung) che prevede il riversarsi o il traboccare dei nostri sentimenti dentro un oggetto.
Il concetto di empatia non deriverebbe dalla concezione romantica; al contrario, sarebbe Hegel, colui il quale «aveva seppellito il romanticismo», a dover essere considerato «involontario padrino» del concetto di empatia.
L'empatia verso il non umano può essere di due tipi: «empatia di stati d'animo» ed «empatia di attività». La melodia triste, il paesaggio malinconico o il colore allegro sono esempi di empatia di stati d'animo in relazione al mondo non umano. Quando invece attribuiamo alle cose una qualche forma di attività, come «il tendere verso l'alto di una colonna, l'estendersi di una linea» o l'ostinazione della boa a rimanere in acqua, allora siamo di fronte a un'empatia di attività.
2. Theodor Lipps e la critica della ragione empatica
Theodor Lipps è stato certamente il più importante teorico dell'empatia del Novecento.
Alla domanda se sia possibile impiegare lo stesso termine, Einfühlung, appunto, per indicare il rapporto con gli oggetti e con gli altri soggetti, la risposta lippsiana è piuttosto semplice: è possibile, anzi è necessario, perché l'empatia è un nostro modo di stare al mondo, di conoscerlo.
Anche la sua teorizzazione dell'empatia, proprio come quella di Robert Vischer, nasce dalla riflessione sull'estetica intesa come riflessione sull'esperienza del bello e del brutto. Si tratta quindi di chiedersi cosa proviamo quando guardiamo un quadro o una scultura oppure che effetto abbia su di noi una melodia allegra e ritmata.
Secondo Lipps l'empatia è una delle tre fonti grazie alle quali noi conosciamo. La prima è la percezione sensibile, mediante la quale «so delle cose» del mondo, la seconda è la percezione interna, che mi consente di sapere «di me stesso». Infine, c'è l'empatia, che mi fa conoscere «gli altri io». Ma non solo gli altri soggetti, ma anche gli oggetti.
Lipps tende, inoltre, a sottolineare che empatizzare con qualcosa e ritenerla reale non mette al riparo dall'inganno e dall'errore; in quest'ottica l'unica condizione per arrivare a parlare di «autentica conoscenza» e di «verità» è il riferimento alla ragione.
Nel nostro rapporto con gli oggetti siamo sovente vittime di «errori empatici»: sia sufficiente il riferimento all'animismo, una concezione che pensa tutta la realtà che ci circonda come animata. Dunque, è chiaro che anche nell'incontro con l'altro io posso sbagliarmi sui suoi sentimenti, sul suo essere triste o allegro, sulle sue intenzioni.
L'empatia è una fonte preziosa di conoscenza ma può e deve essere corretta. Dobbiamo chiederci se ciò che abbiamo sentito attraverso un atto empatico e che si atteggia a essere immediatamente reale, lo sia davvero: l’albero ha davvero intenzione di afferrarmi? La pioggia ha davvero aspettato che io uscissi di casa senza ombrello per cominciare a scrosciare? Lo sguardo dell'altro è davvero ostile?
Tuttavia, è poi la ragione, una ragione che ha anche l'empatia al suo servizio e non solo i sensi e l'intelletto, a dover distinguere il vero dal falso e il giusto dall'ingiusto. In questo senso si può sostenere che sia necessaria una critica della ragione empatica: l'empatia è un nostro modo di relazionarci e di conoscere il mondo, ma è un modo che espone alla parvenza e all'illusione.
Ciò che ci interessa mettere in rilievo, infatti, è che per Lipps solo attraverso una riflessione razionale che rielabora il sapere empatico possiamo parlare di autentico sapere.
2.1 Quale Kant?
Kant, nella Critica della facoltà di giudizio, fa una distinzione tra giudizio determinante e giudizio riflettente. Il giudizio determinante è quel giudizio in cui la regola è data e si tratta semplicemente di sussumere il caso particolare alla legge generale, «l'esistenza delle cose in quanto determinata da leggi universali» (es. gravitazione universale); al contrario, nel giudizio riflettente la regola non è data perciò le facoltà giocano liberamente tra di loro (es. il giudizio sul bello, sul sublime, sull’armonia).
La regola dobbiamo continuamente cercarla e le facoltà si mettono costantemente in gioco: nel caso del bello, giocano le facoltà dell’intuizione con l’intelletto, con la quantità, qualità, causa, azione reciproca (ovvero le categorie, la mia struttura intellettuale). Nel caso del sublime, il gioco è tra la mia sensibilità e la mia ragione che vuole andare oltre. Pensiamo al viandante sul mare di Caspar David Friedrich.
Ci interessa soffermarci sul primo tipo di giudizio riflettente di cui parla Kant, il giudizio estetico: «per distinguere se qualcosa è bello o no, noi riferiamo la rappresentazione non all'oggetto mediante l'intelletto, per la conoscenza, ma al soggetto e al suo sentimento del piacere o del dispiacere mediante l'immaginazione».
È evidente la rilevanza che la teoria del giudizio estetico kantiano ha nella formulazione della teoria dell'empatia di Lipps: esattamente come per il giudizio estetico, nell'empatia lippsiana il soggetto sente sé stesso, il suo sentimento vitale, nell'oggetto. Nel momento in cui sentiamo la vita delle cose perché riversiamo in esse la nostra vitalità e la nostra emotività, ci stiamo rifacendo al modello definito «idraulico»: attraverso l'atto empatico riverso la mia vita emotiva nell'oggetto. Anche nell'esempio più elementare, quello di una linea scarabocchiata su un foglio, noi dobbiamo, secondo Lipps, riconoscere la rilevanza della relazione empatica.
Dall’oggetto al soggetto
Secondo Lipps nell'autentica empatia c'è distinzione tra il mio io e quello altrui. È molto noto un esempio: uno spettatore che vede un acrobata eseguire una performance pericolosa, riproduce dentro di sé gli stessi movimenti condotti dall'acrobata, «imita» al suo interno le azioni osservate e, in questo modo, si identifica completamente, divenendo un «tutt'uno» con il suo oggetto e, allo stesso tempo, auto-oggettivando sé stesso nell'acrobata. Secondo Lipps, dunque, per continuare con l'esempio, non ci sono né il mio io, né l'io dell'acrobata, c'è piuttosto un così io ideale; come «ideale» è anche lo spazio nel quale avviene la relazione empatica: quando sentiamo di essere lassù con l'acrobata non siamo in un luogo reale, ma piuttosto in un luogo ideale che non è né la corda tesa sulla quale cammina l'acrobata, né la poltrona sulla quale il mio io reale continua a essere comodamente seduto.
Solo quando esco dalla piena empatia, l'io ideale si moltiplica in due io reali.
Partiamo dall'osservazione dei movimenti acrobatici dell'uomo sul filo: un incedere insicuro o la momentanea perdita di equilibrio possono produrre in me, che sono l'osservatore seduto in poltrona, vissuti di paura o una spiacevole sensazione fisica di vuoto o di vertigine. Questo accade solo se ci sono sia una percezione visiva, cioè quella che Lipps chiama un'«immagine ottica» dei movimenti dell'acrobata, sia un'«immagine cinestetica» che si associa alla prima, che è l'insieme dei contenuti sensibili che nascono dal guardare il movimento.
Lipps fa un altro esempio per chiarire come funzioni l'empatia: nel guardare un volto che ride, l'osservatore sente la richiesta o l'esortazione a sentirsi egli stesso felice. Il volto che ride richiede anche una particolare «modalità di auto-attivazione», che è proprio l'empatia.
Nella misura in cui il gesto dell'altro risveglia un mio vissuto, paura nel caso dell'acrobata, allegria nel caso della risata, io sono in grado di empatizzare con lui e di sentire la sua paura o la sua gioia. Quello che si realizza è una proiezione inconscia dello stato d'animo che si è risvegliato in me sull'altro. Io non so nulla di lui, delle sue vicende, della sua storia e dei suoi desideri, tuttavia la no
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