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Storia della Politica estera italiana

Seconda lezione: 08/01/2025

Distinguiamo due fasi nella lunga vita della Triplice alleanza: dal 1882 al 1900 quest’ultima serva

all’Italia per una questione di rango, di prestigio internazionale; dal 1900 al 1915 la Triplice serve al

paese per avere sia stabilità sociale sia status politico. Verso la fine del XIX secolo vi sono le prime

penetrazioni italiane in Africa: la Triplice è perfetta per accompagnare l’espansione coloniale italiana

in Africa, tanto che Germania e Austria non sono contrarie. Il ragionamento di Vienna era che, se

l’Italia si fosse occupata di quei territori, non avrebbe pensato al recupero dei territori irredenti come

il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia. Le prime fasi di questa espansione non erano

militari, anzi erano molto timide. Anche Francia e Gran Bretagna erano interessate a detenere un

controllo del Corno d’Africa, siccome era fondamentale per monitorare il Canale di Suez e garantirsi

un passaggio verso i propri territori d’oltremare. L'arrivo degli italiani in questa landa desolata che è

la costa eritrea piace ai britannici e non disturba i francesi: prima di tutto perché l’insediamento è di

piccole dimensioni, in secondo luogo perché i britinacci sostengono gli italiani in questa espansione.

Parigi accetta la presenza italiana ad Assab. La Gran Bretagna assiste costantemente gli italiani in

questa espansione, fornendo le navi per l’esplorazione della costa, i soldati che accompagnino gli

esploratori e il contatto con il sultano d’Egitto che continuava a rivendicare la propria autorità in

quei territori. Le prime esplorazioni di quest’area da parte degli occidentali ci furono a metà

dell’Ottocento, considerando che il Canale di Suez venne inaugurato a novembre del 1869.

L’interesse dei britannici è tutelare i propri interessi in Etiopia: Londra vuole salvaguardare

l’indipendenza etiope per via del Lago Tan e della sua importanza strategica. Come si arriva a

possedere questa colonia primigenia? Il personaggio di cui tenere conto è Giuseppe Sapeto, un ex

monaco che aveva cominciato a fare affari con i potentati della zona e che si era accreditato come

agente diplomatico italiano nonostante il governo non sapesse che cosa stava facendo. Sapeto

acquista la Baia di Assab per conto di un armatore genovese, Raffaele Rubattino. È lui a favorire i

primi contatti tra il sultano Raheita, sotto l’influenza del sultano d’Egitto, e Raffaele Rubattino che

compra questa baia deserta con il consenso del governo italiano. Si tratta di pochi chilometri di

costa, comprata senza alcuna legittima ragione economica. L’unico motivo erano gli interessi di un

armatore che successivamente si disfò della proprietà, acquistata quattro anni dopo dal governo

italiano per la modica cifra di 416 000 lire, pari a circa poco più di un milione di euro. Altri interessi

che possono aver favorito l’acquisto sono: controllate la rotta di Suez; essere parte del gioco

coloniale, mantenendo peraltro buone relazioni con la Gran Bretagna, padrona dell’area sudanese -

egiziana; disturbare la presenza francese in Gibuti, vendicano lo Schiaffo di Tunisi del 1881; superare

il complesso di inferiorità del 1866 e del Risorgimento tradito; un vago cosmopolitismo garibaldino,

diventato poi pulsione imperialista, tanto che non vi era una classe dirigente favorevole a una vera e

propria espansione nel Corno d’Africa, che viene attuata più per pulsione regia; infine la necessità di

espandersi in Africa anche per non dover subire la pressione di un’opinione pubblica, insignificante

ma chiassosa, sui temi delle alleanze europee. Notiamo che si tratta di un imperialismo straccione,

anche prima della conquista dell’Etiopia nel 1936, i territori coloniali italiani rappresentavano solo il

4% dei territori coloniali europei. L’Italia non ebbe mai più sudditi coloniali rispetto ai sudditi

nazionali. Le colonie non furono neanche mai strumenti di efficace colonizzazione, con pochi

stanziamenti a causa delle condizioni ambientali. L’Italia comunque continua in questa avventura e,

sempre con l’appoggio britannico, nel 1885 occupa Massaua con mandato esplicito degli inglesi.

L’Italia quindi paga e ottiene questo territorio. Una volta garantita la costa eritrea da Assab a

Massaua, l'Italia vuole penetrare all’interno della regione e stabilire il suo dominio. Il 26 gennaio del

1887, a Dogali, si ha il primo tentativo di espansione verso l’altopiano etiopico, fermato da Ras

Alula, fedele all’imperatore Johannes IV e definito,m dal ministro italiano Di Robilant, capo di una

banda di quattro pedroni. Questi quattro pedroni in realtà erano 7000 armati che uccisero quasi tutti

gli italiani della colonna del tenente colonnello De Cristoforis, 548 uomini di cui 430 morirono. Il

Parlamento comincia ad accorgersi, prima dell’accaduto, che l’espansione coloniale può essere un

affare: assicurarsi il controllo dell’impero etiopico comincia a essere una possibilità interessante.

Ovviamente, per com’è andata, le previsioni furono sbagliate. Non si tratta di truppe coloniali, ma di

truppe italiane mandate in Eritrea con l'incarico di compiere una prima significativa espansione

militare nel territorio etiope. Il Governo Crispi cade successivamente alla disfatta. Nessuna

considerazione viene data all’epoca per quello che si sta facendo e per dove si sta andando:

l’opinione pubblica italiana non è scioccata da Dogali, vive la sconfitta come un affronto, prepara

una possibile vendetta, erige monumenti ai caduti, in Italia come in Africa, e si fa pochissime

domande. Mentre francesi e britannici si chiedono sempre chi hanno di fronte, gli italiani non lo

fanno mai. Alla sconfitta, gli italiani santificano l’accaduto come se fosse una vittoria. In realtà si

tratta di una battuta d’arresto importante che non porta a nessuna riflessione sul perché si sia stati

sconfitti. La retorica italiana presenta sotto registro mistico - religioso, misto a patriottismo, la

sconfitta di Dogali: è una caratteristica che non abbandoneremo mai in ambito coloniale, all’epoca

quello più importante della politica estera italiana. Nel 1889 si ha una sorta di svolta, quando

Johannes IV muore e gli succede Menelik, suo nemico principale che gli italiani avevano cercato di

far distaccare da Johannes sostenendolo: quando Menelik riesce a farsi nominare da tutti i ras “re dei

re” diventa imperatore, amico dell’Italia, pagato dagli italiani e armato da quest’ultimi. Adesso si ha

un amico sul trono d’Etiopia e Roma manda un emissario a negoziare un trattato con gli etiopi,

trattato che deve sancire il protettorato italiano sugli etiopi. Il Trattato di Uccialli viene stilato in

aramaico e in italiano: nella versione italiana c’è scritto che il paese ottiene il protettorato sull’Etiopia,

almeno nei fatti, nella versione in amarico c’è scritto che l'imperatore etiope potrà usare la

diplomazia italiana per i suoi rapporti con le altre potenze europee. Quando Menelik avviò

consistenti contatti con i francesi per una ferrovia che unisse Addis Abeba con Gibuti, gli italiani

protestano che tali contatti dovevano essere tenuti dal governo italiano, in quanto protettore

dell’Etiopia. Menelik II in risposta denuncia il trattato, accorgendosi di quanto era stato fatto con il

trattato in lingua italiana. Il governo quindi decide di invadere il paese e viene attaccata la capitale

religiosa degli etiopi, Adua. Le quattro colonne italiane si muovono verso Adua ma si perdono nel

mezzo della campagna etiope, siccome non si conosceva minimamente il territorio. Il risultato fu la

Battaglia di Adua, dove morirono 7000 persone, 1500 feriti e 3000 prigionieri che furono trattati

abbastanza dignitosamente. Le perdite furono uguali anche per gli etiopi, senza prigionieri. I

prigionieri eritrei presi dagli etiopi furono trattati in modo ben diverso da quelli italiani…

Nessuno aveva mai perso in una sola volta 7000 soldati nel corso di uno scontro con una potenza

non occidentale. Il colpo fu tremendo per l’Italia che tornò a santificare quanto era successo. Ecco

che l’uso di termini come Adua divennero molto comuni nella toponomastica delle città. Si tratta

comunque di una battuta d’arresto importante per l’Italia, considerando anche che a fermare

Menelik II furono gli inglesi: nei suoi piani originari c’era la cacciata di tutti gli italiani dal Corno

d’Africa, anche dall’Eritrea. Per due anni ci sono ancora tensioni ma alla fine l’imperatore decide di

riportare i confini tra possedimenti italiani ed etiopi seguendo il confine che vi è ancora oggi tra

Eritrea ed Etiopia. Gli italiani non si fermano e decidono di continuare la loro espansione a sud,

verso la costa somala. Nel 1888 vi erano stati molti accordi privati tra imprenditori o società private

italiane e il sultanato di Zanzibar per stabilire protettorati commerciali e politici nell’area della costa.

Successivamente si stabilisce il controllo politico italiano su questa regione poverissima, occupata su

impulso dei coltivatori di cotone lombardi che vogliono fare concorrenza al cotone egiziano: si tratta

di terre che si riveleranno utili come base di azioni successive contro l’Etiopia. Durante il fascismo e

fino al 1972 le banane sono state genere di monopolio in Italia, per via delle coltivazioni stabilite in

quei territori. Quindi, adesso siamo nella costa sud della Somalia. Per l’Italia fu un acquisto

economico totalmente in perdita, peggio della Somalia vi era solo la Libia. Ci si va perché si pensa di

poter avere possibili futuri interessi nella zona. La classe dirigente italiana si rappresenta da sola una

realtà che non esiste in merito ai suoi possedimenti e alle sue zone di influenza nel Corno d’Africa.

C’è un'enorme frustrazione in Italia dopo Adua a pensare che neanche contro gli etiopi si sia riusciti

a vincere. È vero che gli etiopi godevano di una certa superiorità moderna ma va anche tenuto conto

che gli italiani erano armati di tecnologie moderne rispetto a quelle etiopi: l’Italia è un paese che,

quando prende le armi, non brilla per le sue imprese. La retorica militarista e la preparazione del

paese in armi sono tutti elementi che si scontrano con la realtà: l’Italia non è un paese capace di fare

la guerra. L’esercito soffre tantissimo per la sconfitta di Adua e viene fatta una grande commissione

d’inchiesta per indagare sulle cause di questa disfatta. Il comandante italiano in Etiopia, Barattieri,

venne congedato con metà della pensione, mentre tutto il mondo politico e dirigenziale non si

assume le proprie responsabilità: non ci si pone domande in merito ai problemi strutturali

dell’esercito. Nel 1900 Umberto I si reca a inaugurare un saggio di ginnastica presso la società di

ginnastica di Monza: lo sta aspettando a un angolo della strada un operaio di Prato, Gaetano Bresci,

che dopo essere tornato dall’America, dopo aver comprato una pistola a tamburo, decide di voler

uccidere il monarca. Lo vuole fare perché, mentre è in corso la crisi di Adua, l’Italia sta vivendo un

altro tipo di crisi interna. Il Sud Africa comincia a produrre grandi quantità di cereali che vengono

messi sul mercato, causandone l’abbattimento dei prezzi e la crisi dei produttori italiani. Quest’ultimi

decidono di produrne di meno ma così il pane aumenta di prezzo e sono in corso le classiche

proteste per il costo di questo alimento. Proprio a Milano ci sono manifestazioni terribili e Corso

Vittorio Emmanuele viene riempito di barricate. L’esercito interviene, sotto il generale Bava

Beccaris, sparando a mitraglia contro i civili: si caricano i cannoni con oggetti di metallo di varia

natura contro la popolazione. Ci sono centinaia di morti, vengono arrestati anche alcuni frati del

convento delle Carmelitane che avevano sostenuto i rivoltosi e Umberto I decora Bava Beccaris con

una medaglia d’onore per aver fermato le proteste massacrando i civili. Questo manda in subbuglio i

movimenti anarchici e comunisti del paese, motivo per cui Gaetano Bresci decide di uccidere il re.

Scarica tutta la pistola contro il re e contro la moglie, uccidendolo. La sua morte significa che deve

salire al trono Vittorio Emanuele III, che rimarrà al potere fino al 1946. Il mondo politico italiano

chiede un aumento della repressione contro le componenti avversive in Italia ma il nuovo re è molto

diverso da suo padre. Non correva buon sangue tra quest’ultimo e il figlio, ora monarca. Quando

sale al trono, a suo merito va detto che non prende nessuna decisione di repressione o di punizione

contro la popolazione o i movimenti più eversivi. Il re cerca di trovare un atteggiamento conciliante,

perfino con il partito socialista, che porti alla vera pace sociale. Quella svolta in merito alla Triplice

Alleanza che inizia nel 1900 è dovuta al comportamento del re. Si tratta di un sovrano acculturato,

cosa rara per i Savoia, personaggio con interessi riferiti non solo all’esercito: rappresenta un

cambiamento significativo perché chiede al governo di trovare un modo per normalizzare i rapporti

con la Francia. Il suo arrivo coincise con la fine dell'anti gallismo del padre. Si tratta sempre di un re

costituzionale che subisce una certa influenza dal parlamento, ma è comunque un uomo che può

fare la politica estera del paese.

Terza lezione: 14/01/2025

Siamo rimasti all’attentato di Umberto I, quando comunque l’attentatore viene ucciso dalla polizia

all’interno del carcere dove era imprigionato. Le conseguenze della morte di Umberto e della salita al

trono di Emanuele III sono la svolta nella politica estera italiana. Non dovremmo tanto concentrarci

sul giovane re, ma sui fattori strutturali che agevolano un miglioramento delle relazioni con la

Francia. Non si tratta di una svolta ma di un’evoluzione dettata da diversi fattori, prima fra tutti il

cambiamento dell'atteggiamento inglese nei confronti della Triplice. Era stata considerata come un

elemento utile a quella balance of power di cui Londra aveva bisogno per non dover intervenire nel

continente, considerandola anche piuttosto poco solida per via delle tensioni tra Italia e Impero

austro ungarico. Si considerava la triplice come qualcosa di utile per gli interessi inglesi ma non una

potenziale minaccia agli interessi di Londra. Verso il 1897 e 1898 accadono dei fatti che fanno

cambiare idea a Londra sul ruolo della Germania nel continente, la competizione sugli armamenti

navali con la Gran Bretagna, che era la principale potenza navale al mondo. L’unico sbocco al mare

che i tedeschi avevano era il Mare del Nord, ma la presenza di una potente flotta in quelle acque

impensierisce gli inglesi. La Gran Bretagna quindi si avvicina alla Francia, per andare a capire come

limitare una Germania aggressiva militarmente, economicamente e commercialmente. Roma quindi

teme di perdere quel rapporto privilegiato che aveva sempre tenuto con Roma, a partire dai tempi

risorgimentali. Inevitabilmente, quindi, si arriva a un avvicinamento ulteriore tra Gran Bretagna e

Italia, ma anche tra Italia e Francia. Questo va detto per evitare di caricare a Vittorio Emanuele III la

responsabilità esclusiva dell’avvicinamento fra Roma e Parigi. Vengono fatti una serie di accordi tra

Italia e Francia, così come tra Italia e Regno Unito, per accordarsi sullo status quo nel Mediterraneo,

arrivando a far riconoscere la Tripolitania e la Cirenaica come regioni di esclusivo interesse italiano.

L’Italia quindi comincia a dimostrare un certo interesse nei confronti di quella che era chiamata la

“quarta sponda” del Mediterraneo. È anche vero però che i tedeschi consideravano l’azione italiana

un semplice “giro di Valzer", nonostante agli occhi di Roma, e a quelli di Londra, non fosse solo

questo. Il motivo profondo è duplice: da un lato il peggioramento dei rapporto tra Londra e Berlino,

la fine della benevolenza inglese verso la triplice e la necessità italiana di tenere buoni rapporti con gli

inglesi, pacificandosi anche con la Francia. Gli italiani non vogliono essere isolati, specialmente

all’interno del mediterraneo. La triplice alleanza come vede gli interessi di Roma nei confronti delle

province libiche? Sotto una luce positiva. La Germania considerava determinate azioni italiane come

utili per disturbare la Francia e ridimensionare la sua proiezione all’interno della regione. Vienna,

invece, la vedeva positivamente perché in questo modo l’Italia non avrebbe pensato alle frontiere

con l’Austria e ai territori irredenti. Il quadro per l’Italia è particolarmente favorevole, in un

momento in cui aumenta la tensione tra francesi e tedeschi per il controllo dell’Africa settentrionale,

con Berlino che cerca di sfidare anche i francesi in questo territorio, oltre a disturbare gli inglesi nel

Mare del Nord. Berlino cerca di fermare l’allargamento della proiezione francese nel Mediterraneo.

Gli italiani sono convinti che intervenire contro gli ottomani sia militarmente facile e contano sulla

dissoluzione del ruolo militare dell’Impero Ottomano. La Libia è incastonata tra la Tunisia francese e

l’Egitto britannico: come fanno gli ottomani a intrattenere rapporti con i libici? Solo via mare e

posseggono una flotta piuttosto vecchia e scadente. Gli italiani contano di poter ottenere facilmente

la Libia grazie a una buona marina, sicuramente rispetto a quella ottomana, e a una resistenza passiva

che poi passiva non sarà. È vero che gli italiani riescono a vincere contro l’Impero Ottomano ma è

anche vero che causano una crisi dell’impero che spianerà la strada verso la Prima Guerra Mondiale.

L’opinione pubblica che si interesse di politica estera è favorevole all’intervento, i decisori però si

dividono tra chi vuole intervenire e chi invece preferisce che l’Italia non si avvii verso un’operazione

di questo tipo, dell’impresa libica. Tutti i giornali favorevoli al Presidente del Consig

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Scienze politiche e sociali SPS/06 Storia delle relazioni internazionali

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher NicoRF045 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della politica estera italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Graglia Piero.

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