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Il pensiero politico di John Locke

Parte prima

Capitolo 1 - John Locke nella storia

Locke = uomo “dai molti volti”, sul quale sono state fatte diverse e molto contrastanti opinioni.

Nello specifico, riguardo i suoi trattati sul governo, ne è stata spesso evidenziata l’importanza, sottovalutandone le ambiguità.

Obiettivi di questo libro:

  • Spiegare come queste opere di Locke possano essere state lette in maniere tanto diverse da persone diverse e ricollocarle nei contesti di queste varie interpretazioni che ne sono state date;
  • Rimettere tali opere nel contesto della loro stessa storia, in modo da cercare di cogliere quale fosse il reale messaggio inteso da Locke.

Capitolo 2 – Lo sviluppo intellettuale

Primi scritti di Locke giunti sino a noi = 2 opere composte al fine di dimostrare l’esistenza di un Dio benevolo che fornisce un insieme di regole sufficienti a guidare gli esseri umani nel corso della loro vita.

Questi primi due scritti, uno in inglese e l’altro in latino, illustrano entrambi la posizione secondo cui esisterebbe un’area di dovere religioso che non sarebbe definita esplicitamente dalla legge divina positiva e la cui determinazione sarebbe quindi competenza del magistrato.

Tutto l’argomento muove sulla premessa, data per scontata, che esista un ordine politico legittimo. La concezione profondamente autoritaria della legge che viene presentata si combina con una banale retorica costituzionalista, per cui l’idea di legittimità viene lasciata in un sostanziale vuoto teorico.

Concezione dell’autorità politica del primo Locke

L’argomento a favore del potere molto esteso dell’autorità politica viene, in queste opere, presentato come una conseguenza della relazione tra Dio e l’universo creato.

Dio appare come una sorta di garanzia d’ordine, un centro effettivo di repressione. È Dio a costituire l’ordine della legge che, nel mondo, istruisce gli uomini nei loro doveri, ma questi doveri sono resi attuali dalle istituzioni delle comunità politiche; infatti l’atteggiamento insubordinato degli uomini dopo il peccato rendono necessaria un’elaborata struttura di autorità umane affinché questa legge possa influenzarli nelle diverse situazioni. Le verità religiose rivelate non richiedono la determinazione dell’autorità umana, ma tutte le altre dimensioni dell’azione umana devono essere soggette ad un controllo univoco. La società umana è soggetta a costanti e violente forze centrifughe e di queste la disputa religiosa è la più pericolosa, il controllo sociale è il problema centrale della politica, perciò, secondo questo primo Locke, la tolleranza non può essere concessa come principio religioso.

Idea sulla tolleranza del primo Locke

L’intolleranza non è sollecitata come una virtù religiosa, ma la tolleranza viene respinta come diritto religioso perché una tale concessione sarebbe incompatibile con i poteri dei quali sono necessariamente investite le autorità umane per il controllo della malvagità degli uomini.

Sintesi delle prime 2 opere

In conclusione, secondo questi primi due scritti, il conseguimento della stabilità è lo scopo principale e l’autorità il mezzo per conseguirlo. La religione in quanto tale appare solo come un forma coercitiva, non creativa. L’aspirazione profonda è alla pace e la strategia è quella di asserire un ordine simmetrico di repressione.

Capitolo 3 – I saggi sulla legge naturale

Con i saggi sulla legge naturale si assiste al passaggio da uno scopo polemico ad uno più propriamente accademico.

I saggi sviluppano realmente una posizione, piuttosto che limitarsi ad abbellire e “girare attorno” a un singolo argomento.

Aspetto interessante dei saggi è il cambiamento di opinione di Locke riguardo al principio della legge naturale da trovarsi nel consenso generale degli uomini, opinione che egli aveva sostenuto in opere precedenti e alla confutazione della quale, al contrario, dedica l’intero quinto saggio.

Non sappiamo quali fossero precisamente le intenzioni di Locke nello scrivere questi saggi, lo stesso, essi rimangono di fondamentale importanza, poiché a partire da questi è possibile rappresentare lo sviluppo successivo del pensiero di Locke.

2 tesi principali dei saggi

Non è nell’affrontare la questione etica di come vivere o di quale Dio esista, ma è di fronte alla questione epistemologica di come possiamo sapere cosa sia il bene e la questione psicologica di come gli uomini arrivino di fatto a determinare i loro valori morali, che le tesi di Locke diventano effettivamente interessanti e innovative.

Fondamento della legge naturale e del dovere secondo i saggi

Riguardo la prima di queste due questioni, Locke, in realtà, la affronta solo in termini negativi, affermando che né la tradizione, né il consenso generale degli uomini possano dirci cosa prescrive la legge naturale. È invece attraverso un’approfondita riflessione condotta nel modo giusto che l’uomo può arrivare a conoscere il proprio dovere. Importante da notare come, passando poi al punto di vista pratico, in realtà, per gli uomini non sia quasi necessario sapere che cosa prescrive la legge naturale, è sufficiente sapere a chi obbedire. Secondo il Locke dei saggi (n.b. il cambio di opinione nelle opere successive) infatti l’autorità vincolante della legge naturale è mediata attraverso tutta una gerarchia di autorità terrestri, e l’autorità legislativa che esse ne derivano nella loro qualità di re, genitori e padroni (=imprenditori) ci dice quasi tutto quello che abbiamo bisogno di sapere su come agire.

Fondamento della morale per il Locke dei saggi

Riguardo la condizione umana, nei saggi, Locke sostiene che se non fosse per una particolare caratteristica della loro situazione, gli uomini esisterebbero in una condizione di totale assenza di leggi. Questa caratteristica è l’esistenza di Dio, da questo fatto fondamentale segue tutto il resto.

Da ciò, grossomodo, Locke deriva quella che era la morale inglese a lui contemporanea: il mondo appartiene a Dio e il modo giusto di disporne può essere indicato solo dalla sua autorità, ci possono essere apparenti conflitti di doveri causati da suoi interventi nella storia, ma questi conflitti possono al massimo indicare che la qualità etica non è insita in un particolare comportamento, ma soltanto in un particolare comando.

Conclusione

In conclusione, partendo dall’idea che gli uomini detestano uniformarsi a norme morali che non riconoscono come tali, e che non c’è nessuna garanzia che diverse società concordino nel riconoscimento anche delle norme più fondamentali, la preoccupazione centrale dei saggi è proprio la questione di come si possa conoscere il contenuto della legge di natura, ai fatti però, fatta salva una rassicurante impostazione religiosa e l’esclusione di una serie di metodi non funzionanti, Locke non propone un vero modo positivo per risolvere il problema.

Capitolo 4 – Il “Saggio sulla tolleranza”

Tra la stesura dei Saggi sulla legge naturale e la composizione dei due trattati sul governo la vita di Locke cambiò in molti sensi: il mondo accademico viene abbandonato, in favore di quello politico. Da quel momento in poi l’attività di interpretare il mondo viene condotta da Locke, come parte del tentativo di cambiarlo; l’atteggiamento mentale di Locke nei confronti del mondo cambiò di conseguenza.

Non siamo sicuri di quando le posizioni di Locke passarono da quelle conservatrici dei primi scritti, a quelle liberali delle opere successive, conosciamo però abbastanza bene le dinamiche di questo cambiamento.

Rovesciamento delle posizioni lockiane

Se i primi due lavori politici di Locke propongono l’argomento secondo il quale le condizioni sociologiche dell’esistenza umana hanno bisogno di una sede di autorità illimitata su tutto il comportamento degli uomini, autorità che risponde solo di fronte a Dio e la quale trae la sua unità precisamente dal fatto che non deve rispondere a nessuna autorità terrena, quello che Locke fa nel suo Saggio sulla tolleranza è rovesciare questo argomento.

Invece di considerare l’estensione dell’insieme di comportamenti sui quali tale potere può essere esercitato, l’autore esamina quali casi della sua applicazione sono intrinsecamente legittimi. I criteri perché venga legittimamente esercitato devono essere logicamente compatibili con il fondamento generale della sua esistenza.

Interessante notare come, rispetto ai primi scritti, che sembrano spesso un tentativo di esorcizzare un incubo di disgregazione sociale, il nuovo saggio sembra nell’insieme più distaccato e moderato nel trattamento delle questioni morali.

Fondamento dell’autorità politica

L’argomento parte da un resoconto teologico della natura del governo e non da una struttura di autorità esistente; dopo aver basato in questo modo l’autorità del governo sulla sua particolare utilità, restringe semplicemente tale autorità ai casi nei quali si rivela utile.

In questa forma lo scopo della società politica appariva straordinariamente semplice e comprensibile: il fine della società politica deve essere il mantenimento della pace e della sicurezza, ogni esercizio del potere politico su comportamenti individuali che non minacciassero la pace e la sicurezza era un esercizio di potere ingiustificato dai fini per i quali tale potere esisteva.

Fondamenti della tolleranza religiosa

Credenze e forme di religiosa culto, solo nella misura in cui fossero contaminate da motivi umani sovversivi, potevano attirare l’attenzione dell’autorità umana legittima. Dal momento che, però, è il sovrano a giudicare il carattere minaccioso di tali comportamenti e dal momento che il sovrano non è tenuto a rispondere a nessuno all’infuori di Dio, questa definizione restrittiva degli scopi della società politica può sembrare una protezione molto fragile.

Locke fonda, però, il suo ragionamento anche sull’idea che alterazione del comportamento religioso esterno ottenute per mezzo di minacce e non accompagnate da convinzione soggettiva non hanno nessun senso né dal punto di vista dell’autorità che le impone né dal punto di vista della persona che vi è costretta.

La minaccia di resistenza sulla quale fa pressione Locke nel saggio ha uno scopo ammonitorio, compare unicamente nella parte dell’opera dedicata alle precauzioni pratiche. Essa è, cioè, semplicemente il tipo di risposta che aspetterà il sovrano che eserciti la persecuzione, non il tipo di risposta che dovrebbe essergli riservata.

La forza dell’argomento non sta soltanto nel rivelare l’odiosità dell’interferenza politica in questioni religiose, ma nel mostrare la sua irrilevanza categoriale.

Il centro socialmente più specifico di resistenza alle rivendicazioni politiche a favore del quale Locke argomenta nei due trattati, l’istituzione della proprietà, sembra qui essere a disposizione del sovrano tanto quanto lo era negli scritti giovanili. È soltanto nel contesto dell’osservanza religiosa che Locke sembra avere sentito a questo punto della sua vita l’inclinazione di interrogarsi attorno alla legittimità politica.

Parte seconda

Capitolo 5 – I “Due trattati” e l’esclusione

Alla fine del 1670 la comunità politica inglese era aspramente divisa e polarizzata attorno a due gruppi:

  • Tories = court party;
  • Whigs = country party.

Politiche dei whigs

I Whigs portavano avanti la cosiddetta “politica dell’esclusione”, cioè l’idea che bisognasse escludere dalla successione al trono inglese il fratello di Carlo 2°, Giacomo duca di York (futuro Giacomo 2°), aperto sostenitore della fede cattolica.

Le tattiche politiche dei Whigs erano studiate per costringere la corona ad un compromesso per mezzo dell’azione parlamentare. Mano a mano che le posizioni e le azioni dei Whigs si facevano più estreme, si sentì il bisogno di dare delle formulazioni più “filosofiche” ad azioni che altrimenti sembravano troppo palesemente il semplice riflesso degli interessi del “partito”. Così, quando nel 1680 fu pubblicato il Patriarca di Filmer, divenne assolutamente necessario fornire un contrappeso ideologico. Innegabilmente i due trattati di Locke, sono da collocarsi all’interno di questa battaglia politica, che ne giustifica la stesura.

Necessità di giustificazione ideologica dei whigs

Quando Locke si accinse alla scrittura dei Due trattati la dottrina che ne emerse fu decisamente più individualista di quanto non si possa spiegare con la sua adesione alla politica dell’esclusione; possiamo spiegare il fatto che egli fosse pronto a giustificare la rivoluzione con il motivo che i Whigs erano disposti per lo meno a minacciarla per poter ottenere quello che volevano.

Obiettivi dei 2 trattati

Quello che Filmer rivendicava erano i diritti di origine divina della corona, in questo senso, Locke, nei suoi lavori, vuole invece affermare i limiti del diritto politico, la cui validità è dipendente dalle leggi di natura. Il primo trattato è in sostanza un libro sul perché, in determinate circostanze, gli uomini abbiano il diritto di resistere.

Se il Patriarca poteva essere letto dai Tories sia come un manifesto per la difesa da parte del re della prerogativa, sia come la proclamazione del volere rivelato da Dio al mondo della politica, allo stesso modo nei due trattati si possono leggere sia un’apologia morale sistematica degli atteggiamenti politici degli esclusionisti, sia la proclamazione teologica dei diritti autonomi di tutti gli uomini nella condotta della politica.

I Due trattati affermano inoltre la superiorità del potere legislativo su quello esecutivo. Questo, nel caso della costituzione inglese, ha delle implicazioni ambigue: il re infatti non è solamente depositario del potere esecutivo, ma anche una figura essenziale del processo legislativo. Affermare la superiorità del potere legislativo su quello esecutivo vuol dire semplicemente stabilire dei limiti al legittimo esercizio dell’autorità esecutiva.

Capitolo 6 – Sir Robert Filmer

Nel complesso il Patriarca non è un’opera filosofica nel senso stretto del termine.

Il metodo utilizzato da Filmer nelle sue analisi consiste nell’esporre quelle che egli ritiene essere le implicazioni del pensiero contrattualista, nel manifestare la discontinuità tra queste e le premesse accettate dell’ordine sociale contemporaneo e nel farsi gioco delle autorità citate a sostegno di queste posizioni.

Tesi centrale del Patriarca

Il fulcro dialettico dell’opera stava nella sua interpretazione della divina provvidenza secondo cui il mondo sociale esistente sarebbe stato, appunto, l’incarnazione della divina provvidenza.

L’assioma centrale dell’argomento è la necessaria continuità ed omogeneità della relazione tra l’uomo e Dio. Affermare che ci potrebbe essere proprietà comune ad un certo stadio dell’organizzazione sociale e proprietà privata ad un altro significa affermare esplicitamente che Dio si attende dagli uomini dei comportamenti contraddittori. Gli uomini non hanno mai avuto un diritto naturale alla proprietà o la legittimità di qualsiasi governo potrebbe essere annullata dalla volontà di un singolo individuo.

L’argomento di Filmer è cioè che Dio deve aver fornito agli uomini in ogni punto della loro esistenza un insieme di regole di comportamento sociale e che queste regole in ogni momento particolare devono essere state incorporate in istituzioni di controllo sociale. Dal momento che tutti i diritti e tutti i poteri sono determinati dalla volontà di Dio, il potere divino deve essere trasferibile.

Sintesi tesi di Filmer

La teoria di Filmer si può riassumere in alcuni punti:

  • L’origine del governo deve avere un carattere identico alle basi attuali del governo stesso;
  • La sua origine è il diretto intervento della provvidenza di Dio;
  • Questa provvidenza continua indefinitamente;
  • Nessuna condizione umana può essere stata meno dotata dalla provvidenza dello stato adamitico;
  • Il dono divino dell’autorità ad Adamo e il dono della proprietà costituiscono un unico atto;
  • Tutta l’autorità è proprietà e tutta la proprietà dipende dall’autorità;
  • L’autorità va concepita come un oggetto trasferibile e un bene distribuito in un sistema nel quale l’unico agente autonomo è Dio;
  • Dal momento che l’autorità è una questione di volontà, del diritto di fare delle scelte per conto di altri e di ottenere la loro obbedienza, essa deve essere unitaria.

Questione della proprietà

Questa centralità e qualità paradigmatica dell’analisi della proprietà per tutta la teoria politica è l’origine dialettica.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

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