Riassunto Mori
LA VITA DI FILIPPO BRUNO
In questo periodo esercita un fascino particolare, la concezione della natura intesa come realtà
vivente, generativa e divina, un processo eterno di trasformazione tra la vita e la morte. Queste
tendenze filosofiche si esprimono nel pensiero di Bruno. Egli nacque a Nola nel 1548 e studia a
Napoli dal 1562 al 1565, ricevendo una prima formazione di stampo aristotelico. Nel 1965 a 14-17
anni rinuncia al nome di Filippo imposto dalla regola domenicana e assume il nome di Giordano,
prendendo l’abito di frate domenicano dal convento di san Domenico Maggiore a Napoli. Al processo
Bruno afferma di non avere mai avuto un interesse per la vita religiosa; infatti, la sua scelta fu fatta
per potersi dedicare ai suoi studi prediletti di filosofia. Dal 1567 al 1570 nei confronti dei frati furono
emesse 18 sentenze di condanna per scandali sessuali, furti e omicidi; infatti, questo rappresenta il
disprezzo di Bruno che ostenta nei confronti dei frati, ai quali rimprovera la mancanza di cultura. Il
convento di san Domenico Maggiore è famoso per la ricchezza della sua biblioteca, anche se come
negli altri conventi, sono vietati i libri di Rotterdam, Crisostomo e San Gerolamo, che però Bruno si
procura leggendoli di nascosto. L’esperienza al convento ha dunque permesso a Bruno di compiere
i suoi studi e formare la sua cultura, leggendo di tutto. Nel 1576 la sua indipendenza di pensiero e
la sua insofferenza verso l’osservanza dei dogmi si manifestarono, infatti Bruno discutendo di
arianesimo con un frate domenicano, difende le opinioni del sacerdote alessandrino Ario.
Quest’ultimo prende forma definitiva della dottrina della Trinità, diventando il suo rappresentante.
Egli subordina il Figlio al Padre, negandone la consustanzialità, che viene formulata nel concilio di
Nicea nel credo niceno-costantinopolitano. Alla base della sua tesi, vi è la convinzione che Dio,
principio unico, indivisibile ed eterno, non può condividere con altri la propria essenza divina. Di
conseguenza il Figlio, in quanto generato e non eterno, non può essere considerato Dio allo stesso
modo del Padre, il quale è ingenerato, ma può esserne una creatura superiore, divina, ma finita e
per questo diversa dal Padre, che è invece infinito. Nel tentativo di porre fine alla questione,
Costantino nel 325 indisse il Concilio ecumenico di Nicea, in cui i padri conciliari inorriditi
condannano le idee di Ario, denunciato da frate Agostino, iniziando contro di lui un processo per
eresia. Bruno fugge a Roma, in cui viene accusato di aver ammazzato e gettato nel fiume un f rate,
scritto dal bibliotecario Cotin il 7 dicembre 1585, successivamente Bruno scappa anche da Napoli a
causa del ritrovamento dei libri vietati che aveva letto; infatti, si stava istituendo contro di lui un
processo per eresia. Allontanatosi da Napoli nel 1576, iniziò a peregrinare per l'Europa. Nel 1578
giunge a Ginevra, in cui aderisce al calvinismo e trova lavoro come correttore di bozze, grazie
all’interessamento di un marchese napoletano. Il 20 maggio 1579 s’iscrive all’Università come Filippo
Bruno nolano, professore di teologia sacra e ad agosto accusa il professore di filosofia De la Faye
di essere un cattivo insegnante, definendo pedagoghi i pastori calvinisti. Arrestato per diffamazione,
viene processato e scomunicato. Il 27 agosto del 1579 è costretto a ritrattare, lascia allora Ginevra
e si trasferisce a Tolosa, dove per 2 anni occupò il posto di lettore, insegnando il De anima di
Aristotele e componendo un trattato di arte della memoria andato perduto. Nel 1581 a causa della
guerra di religione fra cattolici e ugonotti, Bruno lascia Tolosa per Parigi, dove svolge un corso di
lezioni sugli attributi di Dio secondo san Tommaso d’Aquino. Ritornato a Parigi, ha nuovi contrasti
con gli ambienti universitari legati alla tradizione aristotelica, che lo costringono a trasferirsi in
Germania, dove insegnò a Marburgo, Wittenberg e Francoforte, completando le opere latine.
Nell’aprile 1583 Bruno lascia Parigi e parte per l’Inghilterra, dove a Londra viene ospitato
dall’ambasciatore di Francia de Castelnau, che gli affianca il letterato Florio, in quanto Bruno non
conosceva l’inglese, accompagnandolo fino al termine del suo soggiorno. A giugno Bruno ad Oxford
nella chiesa di St. Mary sostiene un professore ad una disputa pubblica. Tornato a Londra, pubblica
un unico testo l’Ars reminiscendi, l’Explicatio triginta sigillorum e il Sigillus sigillorum, nel quale
in
inserisce una lettera indirizzata al vicecancelliere dell’Università di Oxford, scrivendo una richiesta
per poter insegnare nell’università. La proposta viene accolta, infatti nell’estate del 1583 Bruno parte
per Oxford, dove svolge delle lezioni sulle teorie copernicane, che non sono gradite. Le lezioni
vengono quindi interrotte per un’accusa di plagio al De vita coelitus equiparato a quello di Ficino.
Ritornato a Londra, fra il 1584 e il 1585 Bruno pubblica presso Charlewood sei opere filosofiche in
forma dialogica, i cosiddetti dialoghi londinesi o italiani. Nel 1952 viene ospitato dal veneziano
Mocenigo, che lo denuncia all'Inquisizione, facendolo arrestare per i suoi dubbi sulla funzione della
religione e i sospetti di eterodossia sulle sue dottrine. All’inizio egli riesce ad evitare la condanna con
una ritrattazione, ma nel 1593 viene trasferito all'Inquisizione di Roma e dopo 7 anni di carcerazione,
viene condannato al rogo nel 1600, invece nel 1604 l’arcivescovo di Canterbury Abbot, racconta di
essere stato presente alle lezioni di Bruno.
IL PENSIERO DI FILIPPO BRUNO
Bruno accoglie la dottrina copernicana, considerandola una verità metafisica di conseguenze
teoriche. La più importante di queste è l'affermazione dell'infinità dell'universo, che secondo Bruno
appare composta di infiniti mondi, in cui il nostro pianeta perde ogni priorità fisico-astronomica e
assiologica. L'infinità del mondo è giustificata da Bruno con argomenti metafisici; infatti, l'universo è
l'effetto infinito nello spazio e nel tempo, di un'unica causa infinita, quindi di Dio. L'infinito
dell'universo si differenzia da quello divino perché in esso si distinguono parti finite, mentre Dio è
l'assoluto, in cui gli opposti coincidono e le differenze svaniscono. La tesi di Bruno da un lato
interrompe la tradizione aristotelica, oltre al geocentrismo e dall'altro si riconnette al filone
neoplatonico, che vedeva nell'Uno la causa di un'infinita emanazione. L'unità della forma è un'unità
di origine, identificabile con la materia stessa, che produce e riassorbe in sé le forme. Questo è un
mutamento del modo di essere e non dell'essere. Secondo Bruno, ogni parte dell'universo ricerca il
contatto con le altre in una coesione universale, che esclude la possibilità del vuoto. La materia
attiva vivente conferisce unità all'essere, la cui vita anima ogni parte della natura. Sul punto di vista
di Bruno, influisce la nozione di anima del mondo, infatti in ogni parte dell'universo vi sono anima e
vita, quindi Dio. L’anima del mondo è il principio formale dell'universo e di ciò che contiene.
L'onnipresenza di Dio determina l'infinità e l'unità dell'universo, essa si trasforma in un'identificazione
tra Dio e ogni altro esistente. L'infinita potenza di Dio è potenza di essere qualsiasi cosa, poiché
potenza e atto devono coincidere. In queste dottrine bruniane vi è una forma di panteismo, quindi
mondo, che presuppone l’essere
una concezione della divinità, intesa come natura o sostanza del
Dio in ogni cosa.
LA MORALE DI FILIPPO BRUNO
La filosofia della natura e la metafisica di Bruno stanno anche a fondamento della sua morale. La
contemplazione che i neoplatonici intendevano farsi uno con l’Uno assume in Bruno il carattere di
un eroico furore. Per illustrare questo processo, Bruno ricorre al linguaggio mitologico,
reinterpretando la leggenda del cacciatore Atteone, che scorge l'immagine della dea Diana riflessa
nell'acqua e viene per questo trasformato da cacciatore in preda e sbranato dai suoi cani. Il principio
divino si riflette in quello specchio, rappresentando la similitudine di sé, che sono le cose del mondo.
Lo sbranamento di Atteone da parte dei suoi cani simboleggia invece il ritorno dell'uomo alla natura.
Dal mito di Atteone, traspare che la morale di Bruno si fonda sul principio della necessità ed esclude
ogni forma di libero arbitrio. La religione riveste una funzione di edificazione morale e di controllo
sociale nei confronti del popolo rozzo, questo è uno dei motivi che portarono alla condanna Bruno.
La morale di Bruno riveste un carattere aristocratico, poiché comporta la consapevolezza della
natura che non è di tutti, ma si esplica in un'etica mondana, che esalta l'operare dell'uomo e
condanna il torpore, l'ozio e l'accidia, come negazioni della vitalità della natura.
IL CANDELAIO DI FILIPPO BRUNO (PARIGI 1582)
Quando Bruno scrisse quest’opera soggiornava nella città di Parigi, sotto la protezione di Enrico III
prestigio nel collegio accademico reale. Quest’opera è una
di Francia, occupando un posto di
commedia teatrale divisa in 5 atti, attraverso un linguaggio formato da: un italiano popolaresco con
termini in latino, toscano e napoletano, metafore, allusioni oscene, sottintesi, citazioni e storpiature
linguistiche. La trama è fondata su 3 storie:
Quella del Candelaio Bonifacio: Che pur sposato con Carubina corteggia la signora
Vittoria, ricorrendo a pratiche magiche.
Quella dell’alchimista Bartolomeo: Che spera di trasformare i metalli in oro.
Quella del grammatico Manfurio o Gioan Bernardo: che si esprime in un linguaggio
incomprensibile.
Gioan Bernardo, quindi l'autore stesso, con dei servi e malfattori si fa beffa di tutti e conquista
Carubina. Bartolomeo dopo essere stato truffato dall'alchimista Cencio, litiga con Consalvo, lo
speziale che gli ha venduto la pulvis christi, nella ricerca della formula per ricavare oro dai metalli
vili. Una banda di finti sbirri, sorprende i due litiganti e li arresta portandoli via. Presso la chiesa di
San Pietro a Maiella, gli sbirri si rivelano ladri e per derubarli legano i due prigionieri in modo che si
diano le spalle. Tra i luoghi nobili della città Bonifacio, durante la sua passeggiata, si innamora di
Vittoria, inquilina della casa di Gioan Bernardo, che ricorre però alle arti magiche economiche per
poterla avere. Bonifacio si maschera da Gioan Bernardo per poter raggiungere Vittoria. Carubina a
conoscenza del tradimento del marito, si traveste da Vittoria per farsi beffa del marito. Dunque, gli
unici ad aver tradito veramente sono Carubina e Gioan Bernardo. Manfurio viene derubato di 10
scudi, quando viene convinto da alcuni di poter recuperare il denaro, grazie alla sua abilità retorica,
perde l’orientamento e si ritrova privo
essi invece di portarlo dal ladro, lo conducono in un luogo dove
di abilità letterarie e della sua pedanteria. Manfurio si mette gli occhiali sul naso, compiendo l'azione
conoscitiva di vedere, per rendersi conto di avere davanti un pubblico e di trovarsi in una finzione
teatrale. Nelle maschere di Bonifacio, Bartolomeo e Manfurio, predomina un rovesciamento tra
apparenza e realtà, tra cosa vorrebbero essere e cosa sono, dove il caso decide le sorti della fortuna,
da ciò trapela una simpatia dell’autore per la forza dirompente della natura.
CANTUS CIRCAEUS DI FILIPPO BRUNO (PARIGI 1582)
Quest'opera in latino è un trattato di mnemotecnica, composta da due dialoghi con tematiche morali.
Il protagonista del primo è la maga Circe, che risentita dal constatare che gli umani si comportano
come animali, opera un incantesimo trasformando gli uomini in bestie, mettendo in luce la loro vera
natura. Nel secondo dialogo Bruno dà voce a uno dei due protagonisti, Borsista, che riprende l’arte
della memoria, mostrando come memorizzare un dialogo. Al testo corrisponde uno scenario
suddiviso in spazi e oggetti, che rappresentano le immagini relative ai concetti dello scritto.
SIGILLUS SIGILLORUM DI FILIPPO BRUNO
Essa è un’opera di argomento mnemotecnico, in lingua latina. In questa breve trattazione teorica,
che si esplica nelle infinite figure della materia del furore, quindi lo slancio verso il divino e la magia,
come guida e strumento di conoscenza e azione.
DE UMBRIS IDEARUM (PARIGI 1582) E ARS MEMORIAE (PARIGI 1583) DI FILIPPO BRUNO
Questo volume comprende due testi:
Il De umbris idearum: È formato da argomenti mnemotecnici, ed è diviso da un carattere
teorico e uno pratico. Per Bruno l’universo è un corpo unico e organicamente formato con un
tutte le altre. Il fondamento di quest’ordine
ordine, che struttura ogni cosa e la connette con
sono le idee, principi eterni e immutabili presenti nella mente divina, esse però vengono
ombrate e si separano nell’atto di volerle intendere. Nel cosmo ogni ente è imitazione e
immagine, quindi ombra della realtà ideale che la regge. La mente umana che rispecchia la
struttura dell’universo ha in sé le ombre delle idee, con cui può raggiungere la conoscenza.
Le idee sono il nesso che connette ogni cosa con tutte le altre, al di là della molteplicità degli
elementi che mutano nel tempo, esse cercano di ottenere un metodo conoscitivo che coglie
la complessità del reale, fino alla struttura ideale che sostiene il tutto. Questo mezzo si fonda
sull’arte della memoria, il cui compito è di evitare la confusione generata dalla molteplicità
delle immagini e di connettere le immagini delle cose con i concetti, rappresentando
simbolicamente il reale.
Nell’Ars memoriae: L’arte della memoria opera nel mondo delle ombre delle idee, come
emulatrice della natura e come mezzo per ricreare il mondo. Tuttavia, tramite
l’immaginazione si può ripercorrere il cammino inverso, risalire dalle ombre alle idee e
dall’uomo a Dio. Dunque, la memoria ha bisogno di sostrati, quindi spazi dell’immaginazione
uno strumento opportuno. L’autore costruisce così un
per accogliere i simboli adatti, tramite
sistema, che associa alle lettere dell’alfabeto immagini della mitologia, rendendo possibile la
codifica di vocaboli e concetti, secondo una successione di immagini. Le lettere possono
essere visualizzate su diagrammi circolari o ruote mnemoniche, che girando si innestano
l’una dentro l’altra, fornendo strumenti più potenti.
I 6 DIALOGHI LONDINESI DI FILIPPO BRUNO
I sei dialoghi londinesi o italiani sono:
De La Causa Principio Et Uno.
Cabala Del Cavallo Pegaseo.
La Cena De Le Ceneri (Londra 1584): È un dialogo filosofico in italiano, dedicato
all'ambasciatore francese de Castelnau, che era ospite dopo aver lasciato la Francia,
nell'aprile del 1583. Nell'ambito della filosofia della natura, Bruno collegandosi alla teoria
copernicana, descrive un universo infinito nel quale il divino è onnipresente; invece, la
materia eterna è in sempre in mutazione. Bruno difende la teoria di Copernico e contesta
l’esistenza delle Stelle nell'ottava sfera. Egli si imbatte nel tema della scrittura per immagini,
per poter rappresentare il cammino dell’uomo verso la verità, la quale nella sua dimensione
absoluta è inaccessibile all’uomo.
De L’infinito, Universo e Mondi (Londra 1584): Esse sono delle confutazioni sugli
di Aristotele, riguardo la finitezza dell’universo.
argomenti
Quest’opera appartiene a un genere letterario misto;
De Gli Eroici Furori (Londra 1585):
infatti, è un trattato filosofico con l’utilizzo della poesia applicata e di emblemi. Nell’ambito
della filosofia contemplativa, Bruno espone la visione del rapporto fra uomo e conoscenza.
L’uomo che ha come fine la conoscenza della verità e l’azione adeguata, è mosso da una
forza che lo sospinge avanti, assimilandolo a un eroe. Una ricerca che Bruno assimila a una
caccia è quella in cui il cacciatore diviene egli stesso preda, come nel mito di Diana e Atteone.
Diana è un personaggio della mitologia greca, dea della caccia, degli animali selvatici, del
tiro con l'arco, della foresta, dei campi coltivati, delle iniziazioni femminili, protettrice della
verginità e della pudicizia. Essa è figlia di Zeus e Latona, sorella di Apollo, una dei 12
dell’Olimpo e la personificazione della Luna crescente, insieme a Selene o la Luna piena ed
Ecate o la Luna calante. Questa dea vergine, armata di arco e frecce d'oro, dimora nei boschi
con i suoi cani da caccia e uno stuolo di ninfe. Il giovane Atteone si imbatté casualmente
nella grotta in cui Diana e le sue compagne facevano il bagno. Non appena si accorse della
la dea gli spruzzò dell’acqua sul viso trasformandolo in un cervo. Il cacciatore
sua presenza,
scappando giunse ad una fonte dove specchiandosi nell’acqua, si accorse del suo nuovo
aspetto e che lo stavano inseguendo i suoi cani fino a sbranarlo. Il filosofo ci dice che per
conoscere l'oggetto della nostra ricerca, non dobbiamo essere virtuosi, ma dobbiamo essere
pazzi e furiosi, solo così possiamo capire l'oggetto del nostro studio. Per Bruno questo
rappresenta l’apocalypsis, l’esperienza stabilita per tutti nella quale si compie l’itinerario del
furioso. Solo chi, come il furioso, pensa per immagini, può situarsi nel moto metafisico,
aprendo gli occhi verso la prima verità. Nei 10 dialoghi dell'opera Bruno individua 3 specie di
passioni umane:
Quella per la vita speculativa volta alla conoscenza.
Quella per la vita pratica e attiva.
Quella per la vita oziosa.
Spaccio De La Bestia Trionfante (Londra 1585): Essa è un'opera filosofica allegorica
morale in italiano e scritta in forma di dialogo,
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