Manuale di Ettore Rocca - Kierkegaard
Indice
- Comunicare la verità
- Antinomia
- La strategia della comunicazione
- Divino o demoniaco
- Il segnale marittimo
- Smettere di scrivere
- Testimonianza
- I miti di una vita
- La nota segreta
- Il padre
- La fidanzata
- Il diffamatore
- Il vescovo
- Il giovane Kierkegaard nell’età dell’oro della cultura danese
- L’età dell’oro
- Esordi satirici e polemici
- Una verità per me
- L’ironia e il mitico
- Filosofie del segreto: l’estetico
- Una recensione
- Aut-Aut: titolo e struttura
- Il luogo e l’idea
- Dal castello dei morti
- Il segreto dell’Antigone moderna
- Figure della seduzione
- L’anti-sublime della noia
- Filosofie del segreto: l’etico
- Wilhelm: rivelazione e nuovo segreto
- Scegliere sé stessi o disperare
- La religione dell’etico
- Il segreto di Abramo
- Autolesionismo
- Libertà e angoscia
- La libertà è il bene
- L’angoscia, libertà non libera
- Venire all’esistenza: genesis
- L’angoscia dopo il peccato
- L’angoscia come ombra della libertà
- L’istante
- La libertà è ripetizione
- Socrate e Cristo
- I limiti del pensiero
- Pensare l’impensabile
- La fede
- Il pensiero miserabile e meraviglioso
- L’esistenza e le sue sfere
- L’esistenza: phatos e comicità, realtà e interesse
- Tre, cinque o sette sfere dell’esistenza?
- Dall’ironia all’umorismo
- La religione dell’interiorità: sofferenza, tragico, ricordo, colpa
- Diventare altro da sé
- L’assurdo, con e senza analogia
- Il principio di contraddizione per la critica della modernità
- Amore, desiderio, gioia
- Volere una cosa sola
- La contraddizione dell’amore
- Dall’io al tu, dal tu a Dio
- Immobilismo conservatore o opposizione alla società?
- Ci sono cristiani al mondo?
- Unio mystica
- Silenzio, ascolto e gioia
- Il sé disperato, il sé perdonato
- Malattia per la vita, Malattia per la morte
- Il sé: autonomo o posto dall’altro?
- Disperatamente non voler essere sé stesso, disperatamente voler essere sé stesso
- La disperazione è il peccato
- Il bisogno di Dio come effetto del perdono
- Combattere il cristianesimo
- Annullare la storia
- Percepire Cristo senz’aura
- Seguire Cristo: correttivo a Lutero
- Riprodurre Cristo, ovvero riprodurre la sofferenza
- Fino al martirio
- Epilogo: la parressia e fine degli pseudonimi
- Cronologia della vita e delle opere
Capitolo 1 - Comunicare la verità
Sulla mia attività di scrittore: problema del diventare cristiani. In un paese in cui l’unica religione è il cristianesimo nella versione luterana. Per K. non ci sono più cristiani, l’affermazione del cristianesimo come religione universale coincide con la sua scomparsa. Operazione maieutica: scuotere la massa per trovare il singolo in senso religioso. Come la maieutica socratica voleva risvegliare al sapere di non sapere, la maieutica di K vuole destare la coscienza di sapere di non essere cristiani. Può avvenire solo frantumando la massa. Si rivolge al singolo: diventare singolo è prima un compito etico e in senso forte significa diventare cristiani. Singolo: categoria del risveglio dello spirito e categoria cristiana decisiva. Fine: pratico-religioso.
Si differenzia dai suoi lettori perché dice che lui sa cos’è il cristianesimo sebbene sia una pratica di vita e non un sapere. Paradosso: si può sapere e insegnare qualcosa che non è un sapere? La verità non può. Contesta la concezione tradizionale della verità. La verità non può corrispondere a un fatto, vero non è il pensiero in quanto raddoppia, rispecchia l’essere. Tale raddoppiamento assicura un pensiero valido, non vero. Vero si può dire della vita. La vita di Cristo è la verità. Il pensiero che raddoppia l’essere non è vero ma è valido. Solo una vita che si sforza di raddoppiare un’altra vita può essere a sua volta vera. Se vera è solo la vita, la verità è qualcosa che si può solo essere, vivere, esistere. Il sapere non può elevare la pretesa di essere vero. Sapere la verità è una non-verità seppur valido, è non-vero. Pur non potendo dire cos’è il cristianesimo e invece di praticarlo soltanto, Egli afferma ‘è impossibile un discorso vero sulla verità e tuttavia lo faccio; so cos’è la verità e tuttavia questo mio sapere è nonverità’. Non solo pratica la contraddizione, la teorizza.
Per stare nell’antinomia inventa una strategia di comunicazione. La strategia di comunicazione (comunicazione diretta e indiretta). Pubblica solo metà delle sue opere con il suo nome, altre firmate con nomi più fantasiosi. L’opera di K è frammentata in una serie di autori, ciascuno col proprio apparato concettuale e la visione del mondo. K. rinnega qualsiasi continuità tra lui e gli autori fittizi. Afferma di essere autore delle opere pubblicate a suo nome. Compie una bipartizione tra la comunicazione diretta (scritti autonimi) e comunicazione indiretta (scritti pseudonimi). La prima comunica direttamente il vero, la seconda vuole ‘condurre con l’inganno al vero’. La comunicazione indiretta è necessaria come premessa perché la situazione di partenza è quella in cui tutti si dicono cristiani, ingannandosi in modo più o meno cosciente; e poi non si può cominciare comunicando direttamente il vero.
Comunicazione indiretta (etica): la prima parte dell’inganno risiede nel rompere la semplicità del processo comunicativo. L’oggetto della comunicazione diventa problematico quando si aggiunge in esso un’ambiguità (un nodo dialettico). Ad esempio, si presenta la fede in senso eminente così il più ortodosso ci vede una difesa della fede, il libero pensatore un attacco. Di fronte all’ambiguità nell’oggetto, di solito il ricevente cerca di risalire al comunicante per capire cosa intendesse veramente. Nell’esempio, se so che il comunicante è un cristiano convinto, lo interpreto in un modo, se è non credente nel modo opposto. Il comunicante è uno pseudonimo. La seconda parte dell’inganno: la comunicazione diventa uno specchio per il ricevente. Interpreta il messaggio sulla base di ciò che è. Questo doppio movimento si chiama doppia riflessione nel senso di doppio rinvio. Il ricevente prende su di sé l’intera responsabilità dell’interpretazione del messaggio. Il fine della comunicazione indiretta è che l’individuo faccia qualcosa con la propria esistenza, che si senta isolato dalla massa e rinviato alla propria interiorità.
Comunicare il cristianesimo non è solo comunicazione indiretta etica, c’è la necessità anche di dire cosa è il cristianesimo. Riflettere sul comunicare pone un’alternativa: o si riflette sull’oggetto o sulla comunicazione. Riflettere sull’oggetto: comunicazione di sapere, diretta. C’è trasmissione di sapere, è il caso della scienza. Riflettere sulla comunicazione: comunicazione di potere, comunicazione indiretta. L’importante è che si diventi capaci di fare ciò di cui si parla. Insegnamento come educazione. È il caso dell’etica. Nella comunicazione di potere etico l’accento è sul ricevente e sulla capacità di realizzare il contenuto etico. Al contempo anche il comunicante è ricevente, egli non insegna, è egli stesso educato. L’unico maestro è Dio che ha posto in ogni uomo il contenuto etico. Nel comunicare, il comunicante isola se stesso e invita i riceventi a isolarsi, pur comunicando l’universale contenuto etico (che accomuna ricevente e comunicante).
Comunicazione diretta (scienza): non c’è la duplice forma di inganno. Non si può dubitare sul contenuto (es. se è un attacco o difesa al cristianesimo). L’autore è esistente e si assume la responsabilità. Anche qui è necessario il raddoppiamento. Per questo la comunicazione religiosa è in un primo momento comunicazione di sapere, ma è essenzialmente comunicazione indiretta. In due ultimi scritti (La malattia per la morte e Esercizio di cristianesimo) con un nuovo pseudonimo (Anti Climacus) segnala che lui stesso non è capace di raddoppiare quei contenuti nella propria vita. Alla fine la distinzione tra autore proprio e improprio e la distinzione tra comunicazione diretta e indiretta non reggono davvero, entrambe le forme sono variazioni della comunicazione indiretta.
Divino o demoniaco (fanatismo)
Nella comunicazione del cristianesimo (indiretta) la via maieutica è anche demoniaca: ‘Mantenere in dubbio ciò che uno vuole è il maieutico ma è anche il demoniaco, perché significa rendere un essere umano una determinazione intermedia tra Dio e gli altri uomini’. La differenza assoluta, l’eterogeneità di Dio rispetto all’umano è il fatto che Dio si è legato in modo onnipotente alla comunicazione indiretta. Per comprenderlo, bisogna partire da Cristo: ‘Cristo rimase comunicazione indiretta fino alla fine’ ha a che fare con la sua natura, egli è insieme uomo e Dio. Cristo è segno di contraddizione perché ‘La contraddizione tra essere Dio e uomo singolo è la più grande possibile, quella qualitativa infinita’.
Uomo-Dio: è il prototipo di ogni comunicazione indiretta: nello scambio comunicativo obbliga il ricevente a trovare in sé stesso la risoluzione dell’enigma. C’è di più: la contraddizione non si ottiene rendendo il comunicante un nessuno (come negli scritti pseudonimi), in questo caso è sempre possibile svelare l’identità. L’uomo-Dio non può comunicare la propria identità direttamente. La comunicazione diretta è ‘un’impossibilità’: se afferma di essere Dio, la sua affermazione è smentita dall’essere uomo; se agisce come un Dio, perdonando peccati e facendo miracoli, la divinità delle azioni è contraddetta dal fatto di essere fatte da un uomo.
Demoniaco/fanatismo: quando nel cristianesimo un essere umano ripete la comunicazione indiretta in modo onnipotente, afferma la propria differenza rispetto all’umano e dice di essere in rapporto diretto con l’assoluto. L’eterogeneità assoluta è ‘sovraumana, demoniaca o divina’. Nel caso uomo-Dio è divina, per chiunque altro è demoniaca.
Il segnale marittimo
Due brevi saggi etico-religiosi (1849, H.H.) Oltre ai saggi autonimi e pseudonimi vi sono anche saggi anonimi (cardine su cui tutte ruotano). Secondo saggio: sulla differenza tra un genio e un apostolo. In epoca romantica è noto il culto del genio. In filosofia Schelling, il genio è il luogo in cui essere umano e Assoluto si toccano, è il ‘legame’ con ‘l’eterno concetto dell’uomo’ presente in Dio, è Dio stesso che riprende la finitezza riportandola nella propria infinitezza. Il Genio è la voce di Dio tra gli uomini. Da qui a identificare genio - apostolo il passo è breve. Kierkegaard denuncia la confusione tra sfera religiosa ed estetica; ognuno ha la propria ‘sfera qualitativa’.
Genio: la sua sfera è nell’immanenza. Ogni novità portata, assimilata dalla cultura, diventerà normalità. Il nuovo del genio è un ‘paradosso provvisorio’, un movimento interno all’immanenza. È il massimo potenziamento delle capacità umane sì, ma respira nell’immanenza. Il suo fine è una teleologia ‘immanente’. Apostolo: la sua sfera è nella trascendenza. La sua novità è una ‘paradossalità essenziale’ mai assimilabile. Il suo fine è una teleologia ‘assoluta’. È la sola voce della trascendenza ed è il solo che ha ‘autorità’ data dal suo essere stato chiamato da Dio. L’autorità impone due conseguenze:
- Nessun essere umano può avere autorità essenziale di fronte all’altro. In ogni rapporto (civile, politico, disciplinare, sociale) l’autorità è solo un fenomeno transitorio. L’autorità è, in senso proprio, un concetto religioso.
- L’autorità non può essere davvero pensata, visto che il pensiero non può muoversi che all’interno dell’identità. Se non si può pensare, non si può identificare o dimostrare.
Come fa l’apostolo a dimostrare di avere autorità? Se potesse farlo sensibilmente non sarebbe un apostolo. L’unica prova che ha è la sua affermazione: l’autorità dell’apostolo è solo per la fede.
Primo saggio: È lecito a un essere umano uccidere per la verità? Il punto di partenza è la morte di Cristo. Come ha potuto permettere agli umani di macchiarsi della colpa di ucciderlo? Non poteva impedirlo? La risposta è nella riconciliazione. ‘La sua morte è la riconciliazione per la sua morte’. Senza l’uccisione non ci sarebbe stata riconciliazione. Non è a causa del suo sacrificio che egli è amore, è a causa del suo essere amore e verità che si sacrificò. È lecito che un uomo si faccia uccidere per la verità? È legittimo? No. Il punto decisivo è se si può ritenere che un essere umano abbia la verità assoluta. È possibile un rapporto assoluto con la verità, e dunque con la trascendenza? Se così fosse, un uomo dovrebbe avere eterogeneità rispetto agli altri. Nessun uomo ha un rapporto assoluto con la verità. Tra esseri umani c’è solo una differenza relativa, all’interno di un’omogeneità essenziale (dal punto di vista cristiano, l’uguaglianza essenziale è il peccato).
Comune rapporto tra uomini e Cristo è il peccato. Smettere di scrivere: quindi la comunicazione indiretta è riconosciuta come divina per Cristo o demoniaca per noi altri. Nuova antinomia: dico (con pretesa assoluta di verità) che agli esseri umani è impossibile una pretesa assoluta di verità. La soluzione è smettere di scrivere? Kierkegaard ci ha sempre pensato, ogni tanto lo scrive. A 38 anni mette il punto finale, continuando a studiare e riempire quaderni fino al 1853, poi assoluto silenzio. La morte del vescovo Mynster 1854 riprende a scrivere. K avverte che scrivere del cristianesimo è in conflitto con l’essere cristiano: è anche un peccato. Malattia per la morte: dal punto di vista cristiano ogni esistenza di poeta è peccato, il peccato di poetare anziché essere. Kierkegaard è sempre stato profondamente malinconico, si è sempre sentito attanagliato da ‘un originario tungsind’.
Tungsind: è la pesantezza d’animo, quel sentimento di oppressione che impedisce la leggerezza di chi spicca il volo. Sentire il peso opprimente del proprio essere. Stadi sul cammino della vita (1845) è un diario scritto da un quidam (un tale). Dice che la sua essenza è la gravezza e la sua astuzia consiste nel nasconderla e usare l’inganno nel rapporto con gli altri. Uno pseudonimo Taciturnus analizza la figura del quidam e ritiene che la forma in cui la gravezza prende corpo è la chiusura.
Chiusura: nella nozione kierkegaardiana risuona l’analisi di Lutero sull’uomo peccatore come ‘ripiegato su di sé, imprigionato in sé stesso nella chiusura agli altri e a Dio’. La comunicazione indiretta può essere indice dell’inganno, della chiusura. Il raddoppiamento e l’ambiguità della comunicazione indiretta salvaguardano la chiusura di chi scrive. Non solo è demoniaco comunicare il cristianesimo, la scrittura, con il suo raddoppiamento riflessivo, può essere demoniaca.
La scrittura si interpone tra il sé e sé stesso, è un diversivo per non dire a sé stessi. La casa del sé è infelice, allora si va fuori, ma quel fuori non è che il dentro della chiusura. La scrittura è l’analgesico contro la gravezza. A livello superficiale protegge contro essa, ma lavora sui sintomi, non sulla malattia stessa: a lungo andare prolunga la malattia. La scrittura permette di controllare la gravezza, ma la perpetua come qualcosa da padroneggiare ogni volta. L’alternativa appare in un’annotazione del 1847: dimenticare la gravezza smettendo di scrivere. ‘Devo cercare di dimenticarla, devo pensare che Dio l’ha dimenticata e così io stesso’. Si può dimenticare solo con la fede in Dio, pensando che lui ha dimenticato la sua gravezza nel perdono e dunque pensando che egli stesso possa dimenticarla.
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