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Storia della filosofia medievale

Introduzione

L’espressione “filosofia medievale” è già di per sé problematica. L'aggettivo "medievale" è infatti una categoria storiografica, ma non restituisce la complessità di un millennio di storia ed è anche spesso associato a qualcosa di negativo o retrogrado. La filosofia medievale si interessa di altri ambiti rispetto a quella antica, però c'è una filosofia medievale vera e propria, non è teologia né fede, perché vi sono scientificità, logicità e razionalità, solo applicate ai problemi del loro tempo.

Il De ente et essentia è uno dei primi testi di Tommaso d'Aquino, che in questo periodo (tra il 1252-1256) ha circa trent'anni. Il suo obiettivo è quello di capire quali sono i principi primi dell'intelletto, ciò che per primo interessa la nostra conoscenza: la nozione di ente e la nozione di essenza. Prima di qualunque riflessione filosofica, bisogna considerare e chiarire ciò che è primo. È una dichiarazione metodologica, un piccolo errore in partenza può diventare poi gigantesco in seguito. Il "Filosofo" è solitamente sinonimo di Aristotele.

L'essenza definisce l’ente e i nostri enunciati si basano sugli enti individuali, ma la conoscenza non si può basare solo sui particolari. L’assunto “L’uomo è un animale razionale” è fondamentale e si tratta di una definizione di Aristotele che è largamente ripresa dai medievali.

Avicenna (Ibn Sina) scrive in arabo e le sue traduzioni in latino arrivano in Occidente nel XIII secolo, infatti Tommaso legge sia Aristotele sia Avicenna nelle traduzioni, non conoscendo né il greco né l’arabo.

Boezio Severino (476-525 d.C.)

Tommaso d’Aquino aveva studiato le sue opere alla Facoltà delle Arti. Boezio funge da anello di congiunzione tra l’antichità e la nuova realtà cristiana. Proviene da una famiglia patrizia romana, è un amministratore e politico che collabora con il governo dei regni romano-barbarici. La consolazione della filosofia è considerato un capolavoro letterario. Verrà poi accusato ingiustamente di tradimento e infine giustiziato.

Boezio, uomo di alta cultura, era stato in Grecia e prima di sottrarsi allo studio per perseguire la carriera politica, si pone l’obiettivo di restituire ai Latini tutto ciò che avevano scritto Platone e Aristotele, i quali conoscevano i due filosofi solo per mediazione (attraverso Cicerone, o per esempio Agostino che cita Platone ma che in realtà detestava il greco). Il suo è un progetto culturale molto ambizioso: quando dal punto di vista storico-sociale c’è una situazione delicata, si cerca di preservare e non perdere le grandi opere, si cerca di salvarle. Boezio non realizza il suo intento integralmente, perché dal 520 gli incarichi politici glielo impediscono. Riesce però a tradurre l’Organon di Aristotele, cioè le opere di logica. Infatti fino all’Alto Medioevo verranno citate e conosciute solo le opere di logica di Aristotele, proprio quelle tradotte da Boezio. Solo con la rivoluzione culturale del XII-XII secoli si riscopriranno le altre opere dei filosofi antichi.

Boezio negli ultimi anni della sua vita scrive opere di teologia, trattando il problema teologico attraverso le categorie della logica aristotelica. Dal punto di vista storico, a questo punto il Cristianesimo aveva già iniziato a conoscere una certa istituzionalizzazione (già al tempo di Agostino c’erano alcune eresie). Nonostante ciò, la Chiesa non ha ancora raggiunto quell’importanza sociale che acquisterà successivamente. Dal punto di vista teologico, vi è grande vivacità e si fronteggiano i grandi problemi della teologia. Nonostante ciò, l’influenza culturale della cristianità non era ancora così forte come lo sarà successivamente, quando la cultura passerà poi proprio nei monasteri.

Porfirio legge in greco le Categorie di Aristotele e ne scrive un compendio in greco, le Isagoge, che diventa poi parte integrante dell’opera di Aristotele. Perciò Boezio, insieme alle Categorie, traduce in latino anche il compendio di Porfirio. Secondo Aristotele, esistono 10 categorie, o predicamenti, che sono le categorie logiche di cui ci serviamo per formulare una proposizione o enunciato.

C’è una gerarchia tra le categorie e la prima è chiaramente la sostanza (“ciò che sta sotto”). Le altre nove categorie si poggiano su questa. Porfirio si domanda che relazione hanno le 9 categorie con l’hypokeimenon e secondo lui bisogna tenere conto non solo dei predicamenti, ma anche dei predicabili.

  • "Il gatto è nero." “Nero” è una qualità, una proprietà qualitativa che però non definisce il subiectum “gatto”, perciò è accidentale.
  • "L’uomo ha la capacità di ridere." Anche la capacità di ridere è una qualità, ma in questo caso si tratta di una proprietà propria di tutti gli uomini, però non definisce l’uomo perché anche gli animali ridono.
  • "L’uomo è un animale razionale." In questo caso “uomo” è il subiectum, la specie; “animale” è il genere; “razionale” costituisce la differenza specifica.

I predicabili (genere, specie e differenza specifica) sono importanti perché ci dicono in che relazione un predicamento sta con un subiectum. Boezio inizia a sollevare tali questioni: ma genere e specie sono forme concettuali o restituiscono qualcosa di reale? Si tratta di una questione che già Porfirio aveva introdotto, senza però analizzarla. I predicabili non sono corporei, secondo lui non possono essere neanche sostanze perché non sono universali. Deve tenere conto del fatto che però si fa esperienza dei predicabili attraverso la conoscenza sensibile e i predicabili esistono nei particolari, però sono pensati come universali. Si parla di cogitatio collecta: mettere insieme qualcosa di diverso nel numero, ma simile dal punto di vista essenziale. Vi è dissomiglianza nel numero, somiglianza nell’essenza.

De Hebdomadibus: testo di teologia di Boezio molto complesso. "Hebdomadibus" potrebbe significare “settimane”, nel senso di un testo che contiene lezioni tenute o settimanalmente o nell’arco di una settimana; oppure significare “assiomi”, nel senso di un testo che contiene assiomi. È nozione di partenza pensare che ci sia un bene supremo, come bene in sé, e di conseguenza una differenza profonda tra il bene in sé e le cose buone; quest’ultime hanno infatti in parte del bene, partecipano del bene supremo ma ne sono inferiori. In quest’opera è presente un assioma che sarà fondamentale per Tommaso, cioè che l’essere (esse) è diverso dal ciò che è (id quod est). “Ciò che è” non è l’ “essere” perché facciamo esperienza dell’essere solo attraverso ciò che è. Il problema di definire e distinguere esse e id quod est è alla base del pensiero di Tommaso.

Avicenna (Ibn Sina) 980-1037

Vissuto tra il X e il XI secolo, ben prima di Tommaso, è una figura interessante e vive in Uzbekistan. Studioso di Aristotele, Platone e degli scritti neoplatonici, il suo punto di riferimento è la Grecia antica, come lo sarà a breve anche per gli studiosi dell’Europa occidentale. Per lui i vari saperi della filosofia rappresentano una gerarchia reale: bisogna pensare alle scienze come a un albero, come un organismo in cui ogni parte gioca un suo ruolo. Tant’è che Avicenna conoscerà la fortuna grazie alla medicina, ed è per questo che vi è un parallelismo tra l’organismo umano e il modo in cui Avicenna vede la realtà e l’organizzazione delle scienze. Pensa alla realtà stessa come a un macrorganismo.

La sua gerarchia delle scienze si fonda su un criterio derivato dalla tradizione aristotelica. Ogni scienza deve avere un hypokeimenon, ciò intorno a cui verte, una serie di assiomi e ciò che deve essere dimostrato. C’è un soggetto della disciplina (mawdu), degli assiomi/principi attraverso cui portare le dimostrazioni e un fine (matlub). Il soggetto deve essere qualcosa di già noto.

Quale scienza fonda la gerarchia? La metafisica è per Avicenna la scienza prima. Aristotele riportava varie definizioni del subiectum della metafisica (almeno 4 loci). Avicenna deve scegliere, e lui sceglie come subiectum il “tò eòn”, la scienza dell’esistente, dell’ente in quanto ente. Non prende in considerazione le altre possibilità perché non gli sembrano soggetti veri e propri, non sono punti di partenza, ma oggetti della conoscenza (ad esempio le sostanze immobili, il divino). Propone quindi una distinzione dell’almawgud (l’esistente) in contingente (mumkin) e necessario (daruri). Si tratta di una distinzione modale: nel caso del necessario, essenza ed esistenza coincidono (infatti ce n’è uno solo); nel caso del contingente si può predicare anche senza che ci sia un’esistenza. Un esistente necessario infatti esiste sempre, non può non esistere. Il contingente invece può avere l’esistenza, ma può anche non averla.

Se tutto ciò che ci circonda è contingente, significa che richiama all’esistenza di una causa, un qualcosa che lo ha posto in essere. Bisogna dunque postulare l’esistenza di una causa prima, che sia la causa di ogni contingente. Senza porre un inizio, non ci sarebbe il sistema delle cause. L’infinito esclude un inizio e una fine, è dunque garanzia di disordine ed è per questo che bisogna postulare l’esistenza di un ente necessario. Se tutto fosse contingente, senza cause né un ente necessario, bisognerebbe ipotizzare il nulla. Non si può però pensare che dal nulla scaturisca l’esistente, non può scaturire da ciò che non può esistere qualcosa che può esistere. Il necessario non ha causa, altrimenti non sarebbe un necessario esistente.

Con Avicenna abbiamo introdotto il coefficiente modale dell’essere. I principi e le cause, le sostanza immobili sono per lui il fine della metafisica, non il soggetto. Soltanto l’ente in quanto ente è il soggetto di partenza.

Rivoluzione tra XII e XII secolo

La storia del pensiero occidentale cambia radicalmente. Vi sono 3 fattori decisivi:

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/08 Storia della filosofia medievale

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