L’Italia e l’Iran di Khomeini
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Riassunto
Introduzione
L’Italia già dagli anni ’50 iniziò a sviluppare un certo interesse per l’Iran, per vari motivi, primo tra tutti l’accordo che nel 1957 il presidente dell’ENI Enrico Mattei firmò con lo scià Reza Pahlavi. Entrambi i paesi tentarono di riguadagnare l’indipendenza persa e compromessa dalle occupazioni militari iniziò un’alleanza tra sconfitti dalla quale sia l’Italia che l’Iran speravano di uscire rafforzati. L’Iran era fiducioso verso l’Italia anche per l’amicizia che da sempre scorreva tra i Savoia e i Pahlavi, questa fiducia nei confronti italiani fu essenziale per lo sviluppo dei rapporti bilaterali a livello politico ed economico. Il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi si recò a Teheran nel 1957, dopo la sottoscrizione dell’accordo da quel momento in poi i due paesi sigillarono una serie di accordi che definirono la collaborazione nel settore del commercio, della cultura e dell’assistenza tecnica.
Slancio decisivo ai rapporti lo diede la presidenza Moro nel 1969: si recò in visita a Teheran per 2 volte (1970, 1974). L’Iran di Reza Pahlavi era un paese con forti criticità interne dovute dal fatto che in poco tempo c’era stata un veloce conversione industriale di un paese che prima era prevalentemente agricolo, in più la forte disoccupazione e l’iperinflazione degli anni ’70 favorirono il crollo del regime di Pahlavi. La rivoluzione in Iran fu possibile anche per la repressione che veniva imposta dal regime e per la corruzione che si registrava all’interno della famiglia reale.
Le precarie condizioni di salute dello scià e il rapporto ambiguo con Jimmy Carter resero vani i tentativi di contenimento della rivoluzione che scoppiò nel 1979 con l’aiuto dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, precedentemente esiliato a Parigi.
La comunità di interessi italiani in Iran, dopo la rivoluzione, puntò subito ad un contatto con il nuovo regime per garantire l’incolumità fisica della comunità italiana stanziata nel paese.
In poco tempo in Iran si instaurò una teocrazia dominata dal clero sciita con una forte connotazione populista. Per i governi occidentali la speranza era di poter preservare gli interessi nel settore petrolifero e gli investimenti occidentali nel paese principali protagonisti furono i vari governi italiani l’opera dei politici e diplomatici italiani in Iran permisero all’Italia di normalizzare i rapporti bilaterali. Di particolare importanza fu Giulio Andreotti che riuscì a fare dell’Italia un punto di riferimento politico per il regime degli ayatollah in Occidente. Andreotti risultò tra i politici europei maggiormente preoccupato per il conflitto Iran-Iraq.
Capitolo 1: Iran 1979
1. L’imperativo della continuità: il governo italiano e le incognite della rivoluzione khomeinista
La rivoluzione in Iran del 1978-1979, ebbe inizio l’11 febbraio con la dichiarazione di neutralità delle Forze Armate rispetto all’insurrezione contro Bakhtiar, primo ministro dello scià Reza Pahlavi, però il vero inizio della rivoluzione si ha con il ritorno di Khomeini a Teheran.
Quindi, il 12 febbraio il P.M. scomparve dalla politica iraniana, a occupare l’esecutivo fu il governo provvisorio composto principalmente dal Movimento di Liberazione dell’Iran (MLI) e dal Fronte Nazionale (FN). Rimasero esclusi dal governo provvisorio i rappresentati dell’ala di sinistra, nonostante parteciparono in maniera significativa alla liberazione nazionale; invece, occuparono incarichi secondari il clero sciita. Dopo la conferma della rivoluzione, l’ayatollah Khomeini promise che il clero sarebbe tornato nelle moschee, lasciando la politica ai laici, però non venne del tutto rispettata.
Il nuovo governo fu riconosciuto immediatamente dalle due superpotenze, dalla CEE, dalla Siria e da altri personaggi politici indipendenti come Arafat. Al fine di un veloce reinserimento nel Sistema Internazionale, Bazargan (nuovo P.M.) prese la decisione di non allineamento dell’Iran, con l’obiettivo di creare un nuovo ordine mediorientale. Quindi, dovette andare contro a molti fermenti popolari, tra cui gli antiamericani, oltre che contrastare la minaccia dei guerriglieri di sinistra e il vicino gigante sovietico.
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L’altro importante obiettivo del nuovo governo iraniano era quello di far ripartire l’economia, in questo ambito incontrava anche gli interessi dell’Occidente, fortemente legato allo Stato grazie all’importantissima produzione di petrolio. L’Italia in questo caso ottenne un ruolo da protagonista, tra l’Iran e il mondo occidentale, grazie agli accordi bilaterali e la presenza di una grande comunità italiana. La priorità dell’Italia era di garantire gli interessi economici e la sicurezza degli italiani residenti in Iran. Infatti, il 4/03 l’ambasciatore Tamagnini incontrò Bazargan dove si confermarono le volontà dei due Stati e dei loro futuri rapporti. Tamagnini ebbe l’opportunità, di incontrare anche il vicepremier Amir-Entezam, il quale dichiarò di apprezzare la solidarietà italiana nei confronti del popolo iraniano e della rivoluzione. Nei giorni successivi Tamagnini incontrò anche Ali Ardalan, ministro dell’Economia e della Finanza, il quale presentò quelle che sarebbero state le linee guida della nuova politica economica, di grande importanza quello di assorbire la disoccupazione che attanagliava l’economia iraniana. Questo tentativo implicava la valorizzazione di nuovi settori dell’economia, mettendo fine a progetti dell’ex monarca, messi in atto per interessi personali o dell’élite della sua cerchia, tra cui quella dell’energia nucleare. Di particolare importanza per l’Italia era la situazione del complesso di Bandar Abbas, dove Intalcontractors e altre società dell’IRI, dal 1975 avevano costruito una città cantiere, opera ideata dallo scià, e nel 1979 si ebbe la sospensione dei lavori proprio per i casi di corruzione da parte della famiglia reale.
Sempre il 04/03 Tamagnini incontrò il capo della National Iranian Oil Company (NIOC), Hassan Nazih, compagnia petrolifera creata da Mossadeq durante il periodo liberale iraniano. Nazih dichiarò che l’Iran si impegnava a riprendere l’esportazione di idrocarburi, dopo l’interruzione dovuta dalla vendita di petrolio a Israele e Sud Africa da parte del Consorzio. Infatti, il giorno seguente, la produzione e il traffico di greggio riprese, come promesso da Barzagan, anche se 1/3 rispetto a quello pre-rivoluzione. L’impressione generale era che da parte iraniana ci fosse la viva volontà di favorire la ripresa dell’attività delle imprese italiane, con particolare riferimento alle società del gruppo ENI.
Nel frattempo, la situazione dell’ordine pubblico in Iran restava critica. Il blocco delle attività industriali spingeva i lavoratori iraniani, sostenuti dalle organizzazioni politiche di sinistra, a prendere d’assalto i cantieri delle società straniere. L’ENI, con la partecipazione di Tamagnini, ebbe incontri con i vertici della NIOC, oltre che con esponenti del governo, gli iraniani ribadirono l’apprezzamento dell’operato dell’ENI, elemento che venne orgogliosamente riportato nelle dichiarazioni dei vertici dell’azienda e dalla stampa italiana. Il principale ostacolo per la piena ripresa delle attività in Iran consisteva nella difficile riscossione dei crediti vantati nei confronti del vecchio regime, dato che i pagamenti erano stati sospesi. Nonostante la rivoluzione avesse ridotto il volume del commercio tra l’Iran e il resto del mondo, i governi occidentali non rinunciarono a un atteggiamento di fiduciosa attesa nei confronti della rivoluzione. Il contributo italiano alla <<iranizzazione>> dell’economia attraverso la formazione di manodopera specializzata degli iraniani impiegati in aziende miste portava visioni impressioni favorevoli tra il popolo, nel periodo postrivoluzionario come accadde durante il regime di Pahlavi. Giorgio Mazzanti, giunto a guida dell’ENI, sotto pressione dal governo italiano cercò di realizzare accordi bilaterali diretti per l’importazione di idrocarburi verso l’Italia, come già realizzò con l’Arabia Saudita e l’Iraq oltre che salvaguardare quelli in Libia, però ricevette un cordiale rifiuto da parte delle nuove autorità a Teheran. Il governo provvisorio riteneva tali accordi troppo prematuri. Mazzanti ottenne soltanto la conferma parziale dell’accordo, il 06/05 confermò la fornitura di 12mila barili al giorno fino alla fine dell’anno. Anche negli anni del regime dei Pahlavi le testimonianze di stima nei confronti degli italiani erano state ricorrenti e abusate, ma solo raramente erano state seguite da gesti concreti.
1. La seconda rivoluzione islamica. La fine del governo Bazargan
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In Iran non c’erano le condizioni per un governo di unità, e quello provvisorio guidato da Bazargan dovette fare da subito i conti con l’ostilità delle opposizioni di sinistra e dei costituzionalisti iraniani, nonché con gli enormi problemi generati dalle minoranze etniche che agitarono le periferie del paese. Il Consiglio della Rivoluzione rappresentò l’istituzione più determinante in Iran fino al suo scioglimento alla fine di luglio del 1980, da questo momento il Consiglio adottò la funzione di governo d’ombra, operava al fianco di comitati, milizie e tribunali islamici, facendo emergere il potere egemone legato a Khomeini. Infine, dall’insieme di tutti questi fattori si ebbe la nascita del Partito repubblicano islamico (PRI).
Il governo di Bazargan cercò di portare avanti iniziative in politica economica e in politica estera, sottolineando l’indipendenza dell’esecutivo. Cercò di ristabilire rapporti con Washington, maggior fornitore di armamenti, e questo portò a una maggiore perdita di consenso popolare, a causa del diffuso antiamericanismo. Il governo parallelo (governo ombra) affossò Bazargan, dovuto anche dal mancato monopolio della violenza e sicurezza interna. Bazargan tentò inutilmente di portare dalla sua parte i tribunali, come deciso da Khomeini, però questi furono egemonizzati dalla componente islamica, mancando alla loro funzione principale quello di rappresentare la rivoluzione del 1978-1979.
Quando i tribunali ripresero la propria funzione, gli alleati all’ex-monarchia vennero tutti giustiziati. A ridosso della rivoluzione, le tensioni fra le comunità della rivoluzione aumentarono. I gruppi armati, tra cui Mujaheddin del Popolo e dell’Organizzazione dei Fedayan del Popolo Iraniano Guerriglia, presero la decisione di non consegnare le armi come intimatogli dalle autorità. Nel Kurdistan non si arrestava la mobilitazione delle popolazioni curde che non interruppero la rivoluzione, rivendicando il loro ruolo nella lotta contro lo scià e chiedendo l’autonomia amministrativa della regione. Il governo centrale rifiutò le richieste kurde e mobilitò l’esercito centrale nella regione, questo portò a maggiori disordini interni, tra cui la nascita dell’antagonista di Khomeini, l’ayatollah Muhammad Kazem Sahri’at-Madari.
La repressione delle minoranze e le esecuzioni del regime suscitarono enorme clamore in tutto il mondo. La troika di rappresentanti della C.E. portò a Bazargan un monito di condanna, egli rispose che loro non avevano ancora compreso il significato e la portata della rivoluzione che era in atto in Iran. Il circolo vizioso della sangue e della vendetta non si era ancora concluso, si trattava di un circolo vizioso che né il governo né lo stesso Khomeini avrebbero potuto anestetizzare.
I temi della rivoluzione in Iran e della tutela dei diritti umani accese il dibattito pubblico anche in Italia, oltre che nella C.E. dove avrebbero dovuto realizzarsi le prime elezioni popolari del parlamento europeo. Sin dall’inizio della rivoluzione in Iran l’incognita maggiore per l’esito della rivoluzione fu rappresentata dal ruolo che l’islam sciita, tra cui Khomeini, avrebbero giocato nel futuro Iran. In Italia, un gran numero di partiti politici aveva espresso generale sostegno alla rivoluzione anti-Pahlavi, caratterizzati dai temi dell’antimperialismo e dell’antiamericanismo. La fiducia nei confronti della rivoluzione iniziò a perdere consistenza con la repressione delle minoranze da parte dei Pasdaran (Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, khomeinisti) e con la compressione di diritti delle minoranze e delle donne in tutto l’Iran. La giornata dell’08/03/1979 a Teheran segnò l’inizio della fine dell’idillio tra l’esecutivo e l’universo democratico. Infatti, il successivo referendum (30 e 31/03) circa l’adozione della forma di stato, poco prima della decisione di Khomeini di escludere le donne dalle spiagge e manifestazioni sportive, costituì di fatto una delle prime occasioni di scontro tra il PRI e le altre forze politiche che occupavano la scena politica del Paese. Gli esiti del referendum furono del 98% in favore della Repubblica islamica. La Carta costituzionale introdusse sia il velayat-e faqih (al quale si opponevano la maggioranza del clero sciita: dottrina secondo la quale, il faquih, in quanto mujitahid, avrebbe il compito di agire quale sostituto tutelare dell’Imam tanto negli affari religiosi in quanto nella conduzione politica della comunità sciita) sia il presidenzialismo, lasciando irrisolto il problema della coabitazione tra le istituzioni, soprattutto tra il governo e il presidente. Questo sistema diede vita a un gioco di equilibri tra governo, Parlamento e presidente, però a rendere indecifrabile l’equilibrio politico iraniano fu l’atteggiamento di Khomeini, il cui pragmatismo impose di utilizzare la sua indiscutibile autorevolezza soltanto nei momenti critici dello scontro. Il conflitto istituzionale divenne evidente quando ai vertici delle istituzioni si ritrovarono soggetti politicamente antagonisti tra di loro, appunto Bani Sadr e il PRI.
Al fine di rafforzare l’esecutivo, e tentando di evitare le dimissioni, Bazargan portò avanti un’ampia riforma governativa. Gli ayatollah assunsero importanti cariche ministeriali, mentre alcuni ministri entrarono a far parte del Consiglio della Rivoluzione, ma il governo di Bazargan ebbe fine nell’estate del 1979.
In generale, si può affermare che l’intensità del conflitto tra le province (minoranze) e il governo di Teheran sarebbe stata determinato dall’intrecciarsi di diversi motivi di contrasto: le questioni sociali, nazionali, religiose e politiche, più questi motivi si sommavano e si intrecciavano tra loro, tanto più irrisolvibile e cruenta sarebbe stata la guerra tra i movimenti autonomisti/indipendentisti, il potere centrale e l’élite che a questo si erano associate.
Dopo presentare le proprie dimissioni il 01/09, accusato dai religiosi di <<non essere abbastanza rivoluzionario e all’altezza del compito affidatogli>>, Bazargan il 01/11 incontrò ad Algeri Zbigniw Brzezinski, consigliere per la Sicurezza Nazionale USA, da tempo avevano avviato dei negoziati per la ripresa delle forniture militari, però costituì uno degli ultimi atti per Bazargan, prima delle sue dimissioni conseguenti al riuscito assalto all’ambasciata statunitense a Teheran da parte degli studenti iraniani.
L’irruzione e il conseguente sequestro dei 63 cittadini statunitensi presenti nell’ambasciata USA avvenne a opera degli <<Studenti che seguono la linea dell’imam>>, il 04/11. L’obiettivo dichiarato non era solo di ottenere giustizia, ma di eliminare i presupposti per l’ingerenza straniera. Questo segnò il secondo ciclo della rivoluzione iraniana, l’Iran era ormai debole non riuscì a contrastare gli assalti e gli USA offrirono un pretesto molto forte alle masse rivoluzionarie, il permesso di soggiornare nel paese allo scià deposto.
Il 15/01 gli iraniani votarono la Costituzione, adottata il successivo 03/12. Forti del tacito sostegno del gruppo di Khomeini, intenzionato a puntare sulla carta dell’antiamericanismo per delegittimare gli avversari dei radicali islamici. I radicali ottennero un preziosissimo strumento per costruire su di sé il consenso popolare e per l’eliminazione dell’opposizione, in nome dell’antimperialismo. Tra le conseguenze di medio-lungo termine della crisi ci fu la marginalizzazione dei liberali: espressione del ceto medio legato agli occidentali per la presenza di industrie straniere, oltre a sostenere il governo provvisorio si opposero all’escalation nei confronti dell’USA. Anche i gruppi di sinistra vennero esclusi, il Tudeh il Mujaheddin del Popolo rivendicarono la legittimità dell’occupazione dell’ambasciata, pensarono di avere un’ultima opportunità per eliminare il PRI dall’esecutivo.
L’amministrazione Carter, di fronte all’occupazione dell’ambasciata, reagì proibendo l’importazione di greggio proveniente dall’Iran e congelando i beni iraniani in suolo statunitense. Ad eccezione di Sadat e del P.M. giapponese Ohira, il resto dell’occidente, a differenza degli USA, reagirono con maggiore prudenza tentando di contenere gli effetti della crisi. Inoltre, gli USA presentarono le sanzioni nazionali al Consiglio di Sicurezza affinché venisse adottata una risoluzione, bloccata dall’URSS, ebbe la stessa fine la discussione del 13/01 all’Onu, di una risoluzione fondata sul Capitolo VII della Carta dell’Onu. La questione degli ostaggi, che implicava la gravissima violazione del diritto internazionale, per tutta la durata della crisi fu costante oggetto di interesse da parte della diplomazia occidentale e dell’opinione pubblica mondiale.
In successione il Parlamento Europeo riaffermarono la condan
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