La rivoluzione francese e il risveglio delle nazionalità: il 1848 europeo e italiano
La restaurazione europea dopo la rivoluzione francese
La storiografia ha ampiamente chiarito l’importanza della Rivoluzione Francese come momento di passaggio dall’epoca moderna all’epoca contemporanea. Soprattutto è stata evidenziata la rottura che la Rivoluzione aveva apportato nelle coscienze europee, con il definitivo crollo dell’Ancien Régime e del suo sistema valoriale e di potere. In effetti, la Rivoluzione, con i suoi principi egualitari e nazionali, e, successivamente, la dominazione bonapartista di gran parte dell’Europa, avevano introdotto principi liberali che, seppur attenuati dal carattere militare di molti dei governi dei napoleonidi, ebbero il merito di andare incontro alle richieste della borghesia europea.
Una borghesia desiderosa di maggiore rappresentazione politica e di svolgere un ruolo importante nella conduzione dello Stato, consapevole che tale desiderio si andava a scontrare con il potere politico, economico e amministrativo nella nobiltà e del clero, segmenti della società precedente che, secondo questo ceto emergente, dovevano essere ridimensionati. In questo senso, la Rivoluzione Francese ebbe anche il merito di favorire, con i suoi richiami alle identità dei popoli, il sorgere di una coscienza nazionale in molti paesi; coscienza che poteva essere anche preesistente alla Rivoluzione, ma che da essa trasse le energie indispensabili per emergere ed affermarsi.
I governi dei napoleonidi, poi, con i loro progetti di razionalizzazione della sfera pubblica e di accentramento politico-amministrativo, indebolirono fortemente i residuali poteri cetuali e nobiliari, in favore di una borghesia, alta e media, dalla quale vennero tratti i quadri dei nuovi governi bonapartisti (funzionari pubblici, capitani dell’esercito, ecc.). Sia le riforme attuate sia il personale politico allevato da Napoleone in tutta Europa non potevano certo scomparire al momento del crollo bonapartista. In effetti, malgrado il Congresso di Vienna (1815) e la successiva Restaurazione cercassero in tutti i paesi di ripristinare una situazione politica quo ante, tale opzione si dimostrò ben presto di poca attuabilità. Si trattava di una vera e propria utopia perché la situazione precedente risultava decisamente anacronistica, in quanto i principi liberali affermatisi con la Rivoluzione non potevano certo essere dimenticati.
I moti del 1820-21 e 1830-31
Sull’onda della corrente politico-letteraria del Romanticismo e grazie all’influenza della speculazione filosofica hegeliana, si vennero a formare, negli anni immediatamente successivi al Congresso, una serie di società segrete che cercarono di dare sfogo all’opposizione politica sia della borghesia sia di quei quadri dirigenti che erano stati esclusi dal processo di Restaurazione. La struttura di queste associazioni era molto rigida, divisa per cellule (ognuna con 3-5 persone circa) e i capi di queste mantenevano un assoluto riserbo, nella convinzione che non tutti gli adepti dovessero sapere le finalità ultime del movimento. Ovviamente, tali strutture erano sorte proprio perché non vi era possibilità di esprimere il dissenso, ma esse traevano l’origine dai club giacobini del periodo rivoluzionario.
Una delle principali società segrete che operò in Europa fu la Carboneria. Nata in Francia, essa si diffuse nell’Italia Meridionale, trovando un forte veicolo di diffusione nei seguaci e nell’esercito di Gioacchino Murat (egli era stato imposto come regnante nel Regno delle Due Sicilie ed era grande sostenitore di istanze monarchico-costituzionali). La Carboneria si fece promotrice di programmi improntati al costituzionalismo liberale, il cui intento principale era quello di portare all’instaurazione di una repubblica. Ovviamente, essa non esauriva tutto lo spettro delle società segrete, che erano varie e ondeggiavano tra programmi moderati (come nel caso della Carboneria), apertamente rivoluzionari o solo velatamente reazionari.
La prima grande prova delle società segrete contro i regimi della Restaurazione si ebbe con lo scoppio dei moti del 1820-21. Questi si svilupparono inizialmente in Spagna, dove la monarchia di Ferdinando VII si era mostrata incapace di far fronte alle esigenze del paese, intaccando i privilegi della nobiltà e attuando il risanamento del paese. Questa situazione aveva indispettito l’esercito, mal pagato e influenzato dalle correnti liberali, tant’è che, il 1 gennaio 1820, le truppe stanziate a Cadice, sotto la guida del colonnello Rafael Riego, si ribellarono, richiamando in vigore la costituzione varata dalle Cortes a Cadice nel 1812.
Sull’onda dei fatti spagnoli, in Italia, i moti dilagarono nel Regno delle Due Sicilie, ad opera degli ufficiali Morelli e Silvati che, il 1 luglio 1820, sollevarono le truppe di stanza a Nola. Il successo dell’insurrezione, estesasi alla Lucania e alla Puglia, favorì la saldatura tra i carbonari e la preesistente opposizione al regno dei Borboni degli ufficiali rimasti fedeli al passato murattiano. Ben presto, però, emersero dei contrasti profondi tra murattiani e carbonari, che minarono la resistenza del fronte rivoluzionario. Mentre i murattiani, esponenti degli alti gradi dell’esercito e della burocrazia, lottavano per l’affermazione di una monarchia costituzionale, socialmente e politicamente moderata, i carbonari, provenienti dalla piccola borghesia, dall’ufficialità subalterna e dai professionisti cittadini, chiedevano la piena applicazione della Costituzione spagnola del 1812, realizzando un regime parlamentare che andava a ridimensionare i poteri dell’esecutivo e del re.
Le divisioni nel campo rivoluzionario favorirono l’azione condotta dall’Impero Asburgico che, forte dei legami della Santa Alleanza (capitanata dal cancelliere Metternich), riuscì, a livello internazionale, a favorire la nascita di un fronte ostile a nuovi tentativi rivoluzionari. Ferdinando I, che aveva finto di accondiscendere alle richieste liberali dei rivoluzionari napoletani, tradì ben presto la loro fiducia e chiese l’intervento austriaco per reprimere la rivolta. Il 23 marzo 1821 gli austriaci entrarono a Napoli, ponendo fine alla rivolta e al regime costituzionale, restaurando sul trono Ferdinando I. Le repressioni, i processi e le esecuzioni furono piuttosto violente, dimostrando il carattere decisamente poco pacifico della restaurazione.
Proprio mentre moriva la rivoluzione napoletana, scoppiarono dei moti di rivolta in Piemonte. Qui alcuni esponenti delle società segrete subalpine, tra cui l’ufficiale conte Santorre di Santarosa e il marchese Carlo Asinari di San Marzano, aiutante di campo di Vittorio Emanuele I, pensarono di realizzare un movimento insurrezionale che instaurasse una monarchia di stampo costituzionale. Di fronte all’insurrezione scoppiata il 12 marzo a Torino, il re preferì abdicare, nominando reggente Carlo Alberto, sul quale i congiurati avevano contato. Ma Carlo Alberto, di fronte alla decisa sconfessione del successore di Vittorio Emanuele I, Carlo Felice, decise di non appoggiare la rivolta e le truppe del generale De La Tour entrarono a Torino il 10 aprile 1821. Ovviamente, dopo la sconfitta dei propositi rivoluzionari, sia nel Regno delle Due Sicilie, sia nel Regno di Sardegna, venne attuata una forte repressione delle società segrete e dei loro affiliati nelle file dell’esercito.
In realtà, il fallimento dei moti del 1820-21 dimostrò come la condotta delle società segrete, con il riserbo assoluto tra i congiurati e il distacco tra essi e la massa della popolazione, era un elemento di forte debolezza che non aveva permesso il successo dei propositi rivoluzionari. Era inoltre stato evidente come queste società segrete non potessero attuare, con le loro sole forze, una rivoluzione di questo calibro, ma avessero bisogno dell’intervento straniero. Questi moti, però, ebbero il merito di dimostrare l’instabilità dei regimi conservatori che si erano formati con la Restaurazione.
Bisognerà attendere gli anni 1830-31 per assistere a una nuova ondata rivoluzionaria in Europa. Questo biennio ebbe un’importanza determinante nella successiva storia europea perché, dove la lotta si chiuse positivamente per le forze rivoluzionarie, si ebbe il trionfo della borghesia, con l’affermazione di un “modello” liberal-borghese che ebbe le sue varianti più significative in Francia, Belgio e Inghilterra. In questi paesi, le questioni decisive diventarono il rapporto tra sistema politico e sviluppo socioeconomico. In questo contesto, il successo della rivoluzione determinò il ridimensionamento definitivo dell’aristocrazia e l’ascesa della grande borghesia, una borghesia composta da finanzieri, grandi industriali e alta burocrazia, che favorì un sistema politico liberale, con un suffragio elettorale ristretto, all’interno del quale questo ceto poteva trovare le condizioni migliori per esprimersi e svilupparsi.
Invece, nei paesi dove queste rivoluzioni fallirono, come in Russia e nel mondo germanico, uscirono rafforzate le monarchie conservatrici, sorrette dall’aristocrazia e dal clero e ostili al costituzionalismo liberale. Nell’Europa centro-orientale e in Italia, l’arretratezza economica, il prevalere dell’aristocrazia e la presenza di un problema “nazionale”, fecero sì che il conflitto tra governanti e governati si concentrò sui temi del liberalismo politico e sul tema delle nazionalità. In entrambe le situazioni, comunque, i moti del 1830-31 segnarono il fallimento delle società segrete, dal momento che apparve evidente come era possibile condurre la lotta contro i regimi assolutistici solo attraverso la cospirazione di una setta di congiurati, dovendo, altresì, favorire la maggiore partecipazione possibile dell’opinione pubblica alla causa nazionale e liberale.
In questo contesto, i moti del 1830-31 videro il successo dei tentativi rivoluzionari in vari paesi. In Francia, il tentativo di restaurazione monarchico-aristocratico (con un impianto fortemente assolutistico), portato avanti da Carlo X con il tentativo di colpo di stato del luglio 1830, fallì, determinando un vasto schieramento di opposizione che si ribellò, costringendo Carlo X alla fuga e all’instaurazione, il 9 agosto 1830, di Luigi Filippo D’Orléans come “re dei francesi per volontà della Nazione”.
In Belgio, il movimento di rivolta prese spunto dal fatto che nel Regno dei Paesi Bassi, che includeva Olanda e Belgio, l’elemento olandese era preponderante a scapito di quello belga. Il 25 agosto 1830, sull’esempio francese, scoppiò una rivolta a Bruxelles che si estese ben presto a tutto il Belgio. Nonostante il governo olandese non volesse inizialmente riconoscere il governo belga, nel 1831 si formò infine il Regno del Belgio, la cui corona venne offerta a Leopoldo di Sassonia-Coburgo.
Malgrado la situazione inglese fosse differente rispetto agli altri paesi, nel corso degli stessi anni in cui si stavano sviluppando le rivoluzioni in Europa, si ebbe un forte scontro tra i conservatori (tories) e liberali (whigs). Tale scontro, infine, si risolse, anche su diretta influenza della Rivoluzione Francese, in una riforma, votata il 4 giugno 1832, che, impedendo una probabile rivoluzione politica, allargava il numero degli elettori (da 500 mila a 800 mila), il che consentiva, da un lato, alla piccola borghesia di partecipare alla vita politica e, dall’altro, spezzava definitivamente la supremazia elettorale dell’aristocrazia e dei grandi proprietari fondiari.
In Italia, il fallimento dei moti del 1830-31 che si svilupparono nell’Italia centrale, sostenuti dal duca Francesco IV di Modena, fecero emergere la figura di uno dei più importanti cospiratori e rivoluzionari europei, Giuseppe Mazzini. Pur nell’impossibilità di riassumere la figura e il pensiero di Mazzini, è importante sottolineare come la sua idea si fondava sul ruolo civile e religioso del popolo italiano. In questo senso, Mazzini si fece promotore della missione del popolo italiano in Europa, capace di potersi liberare dall’oppressione straniera e ottenere l’indipendenza senza l’intervento delle potenze straniere e delle monarchie italiane, ma solo grazie a una rivoluzione popolare dal basso che avrebbe portato alla nascita di uno Stato repubblicano.
La repubblica, per Mazzini, era infatti una forma di governo migliore rispetto alla monarchia perché meglio rispondeva alle necessità del popolo. In questo senso, lo sforzo di Mazzini, attraverso la Giovane Italia e, poi, la Giovane Europa, fu importante nel portare nel dibattito europeo la questione nazionale italiana, anche se la sua azione politica fu un sostanziale fallimento. I vari tentativi rivoluzionari di matrice mazziniana, che si svilupparono in Italia tra il 1831 e il 1848, infatti, dimostrarono, da un lato, che le potenze europee non erano affatto disposte a favorire un processo rivoluzionario in Italia, che avrebbe potuto contagiare il resto d’Europa, e, dall’altro, che la popolazione italiana non era pronta a supportare il progetto di Mazzini di realizzare la creazione di uno Stato unitario, basandosi solo sulle forze popolari.
Il 1848 europeo
Alla base dei moti del 1848 va indubbiamente collocata la grave crisi economica del 1846-47 che si abbatté sull’Europa per i cattivi raccolti, che provocò un aumento generalizzato dei prezzi e la diffusione di una crisi economica che alimentò fallimenti, miseria, disoccupazione e sommosse generalizzate in tutti i paesi. La risposta dei governi oscillò tra repressione poliziesca e misure volte a limitare la speculazione sui generi alimentari.
In realtà, il movimento rivoluzionario, che coinvolse tutta Europa, tralasciando la Gran Bretagna, ebbe delle differenziazioni notevoli in base al paese di diffusione ma, in generale, possiamo dire che laddove si è affermato il proletariato urbano, si è affermata anche l’idea socialista di Engels e Marx. Come tutte le rivoluzioni (si pensi a quella del 1789 o ai moti rivoluzionari del 1830-31), anche questi moti di protesta iniziano in Francia, un paese in fase di industrializzazione. Qui, la questione sociale emerse in maniera chiara come uno scontro tra classe borghese e proletariato urbano, con la prima apparizione del socialismo.
La ferma opposizione del capo del governo Guizot alle richieste dell’opposizione di favorire una riforma elettorale e parlamentare, portò allo scoppio della rivoluzione il 22 febbraio 1848 a Parigi. Essa assunse ben presto una fisionomia rivoluzionaria, contraddistinta da istanze socialiste e invocanti la Repubblica, che fu appunto proclamata il 24 febbraio. È opportuno sottolineare come il fronte rivoluzionario si divise ben presto tra repubblicani borghesi ed esponenti socialisti, che volevano una vera e propria rivoluzione sociale. Queste divisioni e il timore suscitato nella borghesia francese fece sì che in occasione del voto per l’Assemblea Costituente del 23 aprile 1848, prevalsero i voti conservatori: nessun candidato socialista venne eletto nell’Assemblea.
Dopo la dura e sanguinosa repressione del movimento rivoluzionario parigino, l’Assemblea Nazionale votò, nel novembre 1848, una costituzione che dava al presidente della repubblica, eletto per quattro anni direttamente dal popolo, ampi poteri. Nel dicembre 1848, dovendo scegliere il candidato da porre alla guida della neonata repubblica, dopo i timori della rivoluzione socialista, si scelse il principe Luigi Napoleone Bonaparte, nipote di Napoleone I.
Sull’esempio parigino, una serie di moti scoppiarono sia negli Stati tedeschi sia nell’Impero Asburgico, guidato dai liberali che chiedevano maggiori libertà politiche. Ai primi di marzo delle sommosse si svilupparono in Prussia, in maniera particolare a Berlino e a Colonia. Qui il 2 aprile iniziò i suoi lavori un Landtag unito prussiano, il quale chiedeva libertà religiosa, libertà di stampa e il suffragio universale maschile. In realtà, anche in Prussia la borghesia decise di non legarsi alle sommosse popolari di stampo rivoluzionario, il che non solo indebolì il movimento ma permise a Federico Guglielmo IV di sciogliere l’Assemblea senza resistenza, nel dicembre 1848.
Questa situazione di debolezza e di divisione si ebbe anche negli altri Stati tedeschi che si riunirono in un parlamento federale a Francoforte il 18 maggio 1848 (Dieta di Francoforte). Le divisioni qui si ebbero tra i fautori di una “Grande Germania”, che comprendeva l’Austria, e una “Piccola Germania”, che riguardava solo gli Stati tedeschi. Quando si decise di affidare la corona al re di Prussia, l’Austria, in forte rivalità con questo Stato (tanto che nel 1866 scoppierà la cosiddetta Guerra Austro-Prussiana), decise di ritirare i propri delegati dall’Assemblea. Nel contempo Federico Guglielmo IV si rifiutò di accettare la corona imperiale da un’Assemblea che riteneva “rivoluzionaria”. In tal modo, l’Assemblea, senza l’appoggio dell’Austria e della Prussia, fu progressivamente indebolita e fu sciolta definitivamente nel giugno 1849 dalle truppe del Württemberg.
Nell’Impero Asburgico i movimenti insurrezionali scoppiarono in Boemia, propagandosi poi a Vienna il 13 marzo 1848. La reazione del governo, come negli altri paesi, fu la repressione violenta.
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