Età contemporanea, vol.2BANTIN.B
Alcuni capitoli sono stati accorpati per comodità di studio; altri capitoli (quelli economici e sociali) non sono stati riassunti perché ritenuti cose note (rivoluzione studentesca anni '70, il femminismo).
La Grande Guerra
L'erede al trono asburgico, Francesco Ferdinando, e sua moglie vengono uccisi a Sarajevo dalla mano di Gavrilo Princip il 28 giugno 1914. La polizia austriaca capisce subito che la matrice politica è serba e reagisce con la massima fermezza, con l’obiettivo di dare una definitiva fermata alle ambizioni nazionaliste serbe. Contando sull’appoggio tedesco e considerando improbabile un intervento russo o francese, Vienna manda un ultimatum, in cui chiede al governo serbo la condanna della propaganda antiaustriaca, la condanna dei militari e politici serbi coinvolti nell’attentato e la partecipazione di magistrati imperiali all’inchiesta. L’ultimatum (con scadenza di 48 ore) viene reso noto il 23 luglio 1914: il 25 luglio la Serbia, forte dell’appoggio russo, è favorevole all’ultimatum eccetto per la partecipazione dei magistrati imperiali. Il 28 luglio l’Austria, dichiarandosi insoddisfatta, dichiara guerra alla Serbia, forte dell’appoggio tedesco.
Come un marchingegno a orologeria, il calendario degli eventi che si snodano dal 28 luglio al 12 agosto è impressionante e il sistema delle alleanze entra in azione, trascinando le potenze nella prima guerra mondiale, che si rivelerà essere una carneficina di massa. La guerra che scoppia nell’agosto del 1914 pone le potenze dell’Intesa (Francia, Regno Unito e Russia, alleata della Serbia) contro gli Imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria e Impero ottomano).
Nella fase iniziale, gli stati maggiori dei vari eserciti nutrono la profonda convinzione di riuscire a concludere la guerra in poco tempo, sebbene non molti avessero chiaro che tipo di guerra fosse quella che ci si stava apprestando a combattere. Sebbene le notizie delle recenti guerre – l’anglo-boera (1899-1902) – e la russo giapponese (1904-05) abbiano parlato di efferatezze e di nuove tecnologie distruttive, l’idea che la guerra sia uno scontro cavalleresco, condotto con tecniche e strategie simili a quelle napoleoniche, è ancora diffusa.
A ovest l’iniziativa più importante viene presa dall’esercito tedesco che occupa il Belgio, paese neutrale, per attraversarlo e attaccare la Francia: il senso della manovra sta nel fatto che i francesi, contando sulla neutralità belga, non hanno fortificato quella frontiera e quindi l’esercito attacca da una posizione di vantaggio, tanto da riuscire ad arrivare quasi a Parigi, ma la controffensiva francese blocca i tedeschi e li costringe a una ritirata; il fronte franco-tedesco si stabilizza lungo la linea che passa per Verdun e lì resta sino alla fine della guerra.
Sul fronte orientale sono i russi che inizialmente danno la sensazione di riuscire a sfondare, ma è l’impressione di un momento perché nelle linee tedesche e austro-ungariche, a settembre 1914 i tedeschi bloccano l’offensiva russa, con le vittorie di Tannenberg e dei Laghi Masuri, spingono il fronte di nuovo verso la Polonia, dentro i confini dell’Impero russo; a sud i russi, pur controllando la Galizia (territorio austro-ungarico), non riescono ad andare oltre.
Dunque, nell’autunno del 1914 l’ipotesi di una guerra rapida svanisce rapidamente, diventando una guerra di posizione, ossia di trincea, con fronti stabilizzati per lunghissimi periodi di tempo: i combattenti si fronteggiano scavando trincee nel terreno e alternano la tecnica dell’assalto, che provoca un mare di morti.
Nel corso del 1915 si verificano importanti nuovi eventi, come l’ingresso della Bulgaria accanto agli Imperi centrali e l’ingresso italiano accanto all’Intesa. Com’è noto, il percorso che portò l’Italia dalla neutralità all’intervento è degno di considerazione. Alla scoppio della guerra, nonostante la Triplice Alleanza – stipulata dal governo italiano nel 1882 – sia ancora in vigore, il governo italiano, che non è stato preventivamente informato dell’ultimatum alla Serbia, non si sente obbligato a intervenire accanto a quelli che sarebbero i suoi alleati. I motivi sostanziali sono però altri.
Motivazioni dell'intervento italiano
In primo luogo, c’è il fatto che il governo non è sicuro di poter ottenere le cosiddette «terre irredente» (Trieste e Trento) come compenso di guerra; in secondo luogo, il governo ritiene che l’esercito non sia pronto, essendo appena uscito da una guerra – quella con l’Impero ottomano nel 1912 – che ne ha messo a dura prova uomini e materiali; in terzo luogo ci si preoccupa delle conseguenze militari di un ingresso in guerra a fianco degli Imperi centrali, perché la particolare conformazione dell’Italia, con una lunghissima linea costiera, la esporrebbe immediatamente agli attacchi della marina britannica e si valutò, correttamente, che le difese marittime italiane fossero insufficienti a fronteggiare tale evenienza. Per questi motivi, il governo Salandra decise inizialmente per la neutralità, ma nei mesi successivi l’alternativa tra neutralità e intervento fu largamente dibattuta dall'opinione pubblica italiana e ben presto si definirono due schieramenti: tra i neutralisti vi sono molti liberali (come Giovanni Giolitti), i socialisti (che assumono una posizione di neutralità assoluta, caratterizzata tuttavia da qualche defezione, come quella di Benito Mussolini, allora direttore dell’Avanti); fra i neutralisti vi è una parte significativa incline a seguire l’orientamento di papa Benedetto XV; l’area del mondo cattolico è altrettanto variegata: sono a favore dell’ingresso in guerra i democratici, per i quali l’Italia non può sottrarsi all’impegno bellico ma ponendosi accanto all’Intesa, in difesa dei valori della democrazia, contro l'autoritarismo degli Imperi centrali e per il riscatto delle terre irredente; vi sono i rivoluzionari (ex sindacalisti, socialisti o anarchici), che considerano la guerra una straordinaria occasione per infliggere un colpo mortale alle vecchie e putride istituzioni politiche e sociali; vi sono i liberali, nelle cui posizioni si mischiano calcoli politici interni (come l’ostilità verso Giolitti) e considerazioni nazional-patriottiche (il riscatto delle terre irredente); infine vi sono i nazionalisti, che vedono nella guerra un momento cruciale per una possibile rivoluzione a carattere patriottico, proprio dell’interventismo liberale. A fare pendere la bilancia a favore dell'interventismo operano due fattori, ossia l’orientamento del governo e l’attivismo della propaganda interventista.
L'intervento italiano
Difatti, sin dall’autunno del 1914, il presidente del consiglio Salandra e il ministro degli esteri Sonnino trattano segretamente con i diplomatici di entrambi gli schieramenti, con l’intento di vedere da chi si può ricavare di più nel caso di un ingresso in guerra e le potenze dell’Intesa sono quelle che fanno la proposta più allettante: in caso di intervento e ovviamente di vittoria, l’Italia avrebbe – oltre alle Terre irredente – anche il Tirolo meridionale fino al Brennero, l’Istria (ad eccezione di Fiume), la Dalmazia, un protettorato sull’Albania e le zone meridionali dell’Anatolia. È così che nella primavera del 1915 viene firmato in segreto il patto di Londra, che viene ufficialmente notificato agli ex alleati il 3 maggio. Tuttavia, l’art. 5 dello Statuto Albertino prevedeva che i trattati che comportano un onere alle finanze o variazioni nel territorio italiano devono essere approvati dal Parlamento e quando Salandra si rende conto che la maggioranza del Parlamento segue Giolitti, presenta le proprie dimissioni. In quel momento, la propaganda degli interventisti conosce un vigore improvviso e in parte inaspettato, capace di condizionare l’esito della crisi parlamentare. Sulla spinta di questi eventi, fra cui la mirabolante propaganda di Gabriele D'Annunzio, il 16 maggio il re conferma l’incarico a Salandra e il 20 maggio i giolittiani, intimiditi dalla piega degli eventi, votano a favore di tale conferimento e dei pieni poteri al governo in caso di guerra e solo i socialisti confermano la loro neutralità, seppur in modo ambiguo: fanno proprio il motto «né aderire né sabotare», e quindi mentre votano contro l’ingresso in guerra, invitano i propri militanti a non ostacolare l’azione bellica italiana in nome del patriottismo. Dopo l’approvazione del Parlamento, il governo presenta ufficialmente la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria la sera del 23 maggio e il giorno seguente si aprono le ostilità e il comando delle truppe viene affidato a Luigi Cadorna.
Evoluzione del conflitto
Tra il 1915 e il 1917 il quadro del conflitto si amplia ulteriormente con l’ingresso in guerra del Portogallo, la Romania e la Grecia, ma la dinamica degli scontri non cambia molto: gli eserciti si attestano su due fronti principali, nelle lunghe e chilometriche trincee. Sul fronte apertosi con l’ingresso dell’Italia, gli austro-ungarici si dispongono lungo la linea dell’Isonzo e del Carso, e nel 1916 tentarono una controffensiva nel Trentino (la cosiddetta Strafexpedition - spedizione punitiva), nata con l'obiettivo di voler infliggere una punizione agli ex alleati. L’esercito italiano si vede costretto ad arretrare, pur non riuscendo a bloccare l’attacco. Nondimeno, per l’emozione suscitata dall’intervento, nel giugno del 1916 il governo Salandra deve dimettersi e nacque un nuovo governo, con i socialisti ancora all'opposizione.
Anche sul fronte francese la situazione è simile: particolarmente terribile è l’offensiva presso Verdun, cui segue un contrattacco franco-inglese sulla Somme, ma tale controffensiva non dà risultati pregevoli e il costo umano è terribile. Sul fronte orientale, ci sono movimenti più significativi: nel corso del 1915 i tedeschi riescono a sconfiggere i russi, occupando la Polonia, mentre gli austriaci occupano definitivamente la Serbia; nell’area sud-orientale un corpo di spedizione franco-inglese cerca di sbarcare sullo stretto del Dardanelli per bloccare rifornimenti e possibilità di movimento delle truppe dell’Impero ottomano. Strategicamente l’idea sarebbe anche buona, ma si rivela impossibile da realizzare perché le truppe sbarcano su spiagge sovrastate da colline, dove gli ottomani riescono a resistere brillantemente.
Sul fronte marittimo, i tedeschi riescono a indebolire pesantemente le flotte da guerra nemiche e a disturbare pesantemente i traffici mercantili dei porti britannici, ma nei primi mesi del 1915 la marina britannica riesce a riorganizzarsi, così da localizzare e affondare gli incrociatori tedeschi. Il governo inglese cerca di sfruttare il vantaggio, predisponendo il blocco navale nel Mare del Nord, ma tale blocco da un lato sviluppò un fiorente mercato del contrabbando e dall’altro i tedeschi iniziarono ad usare indiscriminatamente i sommergibili: il 7 maggio affondano il transatlantico inglese Lusitania, con a bordo 128 cittadini statunitensi.
Dopo una pausa, nel 1917 il governo tedesco autorizza il rilancio della guerra sottomarina e in pochi mesi riescono ad affondare numerose navi ma, siccome molte di queste navi battono bandiera americana, il governo degli Stati Uniti non fa attendere la propria risposta e all’inizio d’aprile dichiara guerra alla Germania e ai suoi alleati, un ingresso giustificato sia dai legami economici che legavano Europa e America, sia da motivi ideologici, quali la difesa della democrazia contro la «barbarie» tedesca. Sebbene il governo americano sia ampiamente e solidamente favorevole all'ingresso in guerra, meno si può dire della popolazione, dal momento che l’arruolamento è su base volontaria. Mentre l’esercito statunitense si organizza sulla coscrizione obbligatoria e addestra i propri soldati, nel corso del 1916-1917 su molti fronti europei si è diffusa una stanchezza fisica e psicologica, che porta a scioperi o ammutinamenti, ma la crisi più grave è quella che investe la Russia nel marzo del 1917: il 25 febbraio 1917 (secondo il calendario russo), scoppia una prima rivoluzione che porta all’abdicazione dello zar e alla nomina di un governo provvisorio, che opta comunque per la continuazione della guerra. Tale decisione conduce allo scoppio di una seconda rivoluzione, guidata dalla fazione bolscevica del Partito socialista (25 ottobre russo), a conclusione della quale viene proclamata la costituzione di una Repubblica socialista e viene firmato il trattato di pace di Brest-Litovsk il 3 marzo 1918.
Il crollo del fronte russo permette all’esercito tedesco di spostare una parte delle truppe verso il fronte occidentale, in concomitanza con il tentativo austriaco presso Caporetto. Il fronte italiano non regge e viene predisposta la ritirata, che si attesta sul Piave, dove l'esercito italiano continua a resistere. Dal punto di vista politico-militare, la «rotta di Caporetto» ha notevoli conseguenze: innanzitutto il capo di stato maggiore Cadorna viene sostituito dal generale Armando Diaz e il modo in cui vengono gestite le truppe muta completamente, perché Diaz e i suoi collaboratori si preoccupano di costruire un buon sistema di propaganda e di clima fra i soldati; parallelamente viene scelto anche un nuovo capo di governo, Vittorio Emanuele Orlando.
Dopo il tentativo del 1917-18, gli austriaci tentano di chiudere definitivamente la partita: l’esercito tedesco mette in atto una grande controffensiva contro i francesi, giungendo a pochi km da Parigi, e contemporaneamente gli austriaci combattono sul Piave. È il momento più positivo per gli eserciti degli Imperi centrali, che sono a un passo dalla vittoria, ma entrambi i fronti resistono e nel frattempo arrivano i soldati statunitensi, che rappresentano un aiuto decisivo, perché permette un ricambio delle truppe sul fronte occidentale, necessario soprattutto per i soldati francesi. Dinanzi all’avanzata americana, i tedeschi sono costretti ad arretrare e ai primi del settembre del 1918, la Germania avviò le trattative per l’armistizio, in concomitanza con la resa di bulgari e ottomani. A conclusione dell’ottobre 1918, l’esercito italiano fa partire un’offensiva che travolge completamente gli austro-tedeschi, che vengono sconfitti nella battaglia di Vittorio Veneto e l’Austria chiede l’armistizio. Dinanzi alla resa austriaca, in Germania scoppia una rivoluzione che costringe Guglielmo II a fuggire e che proclama la Repubblica: l’11 novembre 1918 i rappresentanti del nuovo governo tedesco firmano l’armistizio. È la fine della guerra.
Conseguenze sociali
Prima di vedere le conseguenze geopolitiche della guerra, vediamo ciò che la guerra aveva rappresentato da un punto di vista sociale. Inoltre, la cultura profonda dell’Occidente è una cultura bellica, che si è nutrita e si nutre di letture che parlano, con naturalezza e ammirazione, di battaglie e massacri. Infine, la mascolinità ottocentesca si è costruita intorno all’immagine dell’uomo combattente e della donna da difendere, ulteriormente rinforzati dalle idee nazional-patriottiche: la difesa della patria, l’onore della nazione, l’obbligo di sacrificarsi per la comunità nazionale sono doveri cui risulta difficile sottrarsi e che spiegano la strana conversione dei socialisti europei alla guerra – pacifisti e riluttanti, eppure consapevoli degli obblighi nei confronti del proprio paese. A ciò si affianca la propaganda ufficiale, che esaspera i toni cui si fa ricorso per motivare i combattenti: ad esempio, per rinfrancare i soldati al fronte, che vedono i loro compagni o amici massacrati nel modo più sconvolgente, c’è bisogno di argomentazioni particolarmente forti, come ad esempio descrivere le azioni nemiche compiute contro i civili. Senza alcun dubbio, le aggressioni e i maltrattamenti contro i civili, compiuti dai soldati che occupano i territori stranieri, sono innumerevoli, così come numerosi sono gli stupri e per la prima volta, con la Grande Guerra, queste tematiche entrano a far parte del gioco propagandistico. Dunque, nascono numerose commissioni d’inchiesta in tutti i paesi belligeranti, così come i nemici vengono descritti come esseri mostruosi e pericolosissimi, che proprio per questo meritano di essere uccisi senza alcun rimorso. La degradazione del nemico è una delle tecniche più efficaci ed eticamente più velenose della propaganda di guerra, anche attraverso il diffondersi di false notizie e dicerie che si spargono rapidamente tra i combattenti. Il famoso storico francese, nonché partecipante alla guerra, Marc Bloch ha scritto che «una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita. […] La falsa notizia è lo specchio in cui “la coscienza collettiva” contempla i propri lineamenti»: tutte le false notizie che si diffusero in quegli anni appartenevano intimamente al linguaggio nazional-patriottico prebellico, a cui tutti sono stati educati per lunghi decenni.
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