L’età contemporanea, vol. 1
BANTI. N.B.: alcuni capitoli sono stati accorpati per comodità di studio; altri capitoli, quelli economici e sociali, non sono stati riassunti perché non previsti nel programma.
Nuovi modi di commerciare, consumare, produrre: economia e società
Tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, si avviò una fase di straordinario dinamismo economico, che coinvolse l’agricoltura, la manifattura e il commercio ed è per reperire risorse “esotiche” (beni, schiavi, ricchezze) che gli europei si misero in viaggio.
Quale che siano state le motivazioni originarie, l’effetto principale dei movimenti a lunga percorrenza fu di tracciare dei percorsi stabili, che diedero vita ad una prima forma di globalizzazione, attraverso quei circuiti globali che si erano già diffusi fra Cinquecento e Seicento: nei porti principali dell’Occidente arrivano diversi beni di consumo, come lo zucchero, il caffè, che con le sue botteghe permise, nel corso del tempo, la nascita di una nuova società dei consumi e di un’opinione pubblica, i tessuti e gli schiavi, così come partono dai porti europei beni da esportare in Africa, specialmente per consolidare i primi insediamenti coloniali.
In particolare, sebbene vi siano voci di europei anche autorevoli che condannavano la tratta degli schiavi e il loro impiego nelle piantagioni, l’opinione dominante considerava i neri come esseri inferiori, non dissimili dalle scimmie e non meritevoli di un trattamento migliore di quello che si riserva agli animali e uno dei paradossi è che tali idee provengono proprio dalla libera Europa, che professava il concetto di libertà.
L’Europa, l’Africa e l’America si saldarono nel cosiddetto commercio triangolare: dall’Europa partivano navi cariche di tessuti colorati, armi, perline, dunque un insieme di merci che venivano utilizzate per l’acquisto di schiavi in Africa occidentale; cariche di schiavi, esse ripartivano per l’America, dove le persone venivano vendute alle piantagioni in cambio di prodotti, come lo zucchero, il caffè, il tabacco e il cotone, che venivano poi consegnati in Europa.
Sebbene il circuito fosse sostanzialmente lo stesso del XVI-XVIII secolo, vi furono però delle importanti modifiche:
- Agli spagnoli, portoghesi e olandesi si sostituirono i francesi e gli inglesi.
- Tali nuovi coloni si insediarono stabilmente in aree precedentemente poco colonizzate, quali India e America del Nord, dando vita a una competizione non solo economica ma anche politico-militare.
- La Gran Bretagna si impose come potenza egemone sia in India sia in America del Nord, grazie alla sua marina che stava diventando la più forte del mondo.
Realizzato dalla dott.ssa Olga Arenga, storica e archivista.
Inizialmente, i consumatori di beni che arrivavano in Europa da oltremare sono membri delle famiglie aristocratiche o altoborghesi che, attraverso il loro commercio di lusso, implementarono la domanda dei beni stessi, il che permise agli operatori economici dei porti di avvantaggiarsi e ciò determinò la crescita esponenziale della Gran Bretagna, dove nel XVIII secolo si concentrò la maggior parte delle attività legate al commercio mondiale, perché tale sviluppo nelle città si legò irrimediabilmente ai mutamenti in campo agricolo: l’aumento della domanda, che derivava dai processi innescati dal traffico transoceanico, riguardava sia la produzione di prodotti agricoli sia l’aumento del reddito dei ceti medio-bassi, che potevano destinare gran parte delle loro risorse ai beni alimentari necessari a sfamare sé e la propria famiglia, ma anche a mettere da parte dei soldi o a investirli in beni secondari, favorendo ulteriormente il mercato economico, interno ed esterno.
La rivoluzione agricola, quindi, non derivò soltanto dall’impiego di nuovi macchinari, vedi la macchina a vapore di Watt, ma anche da un più razionale organizzazione e sfruttamento delle terre, il cui elemento imprescindibile furono le enclosures, ossia le prime privatizzazioni di ex terre comuni gestite secondo un ordinamento consuetudinario, iniziate alla fine del XVI secolo.
Tale processo, purtroppo, non fu privo di tensioni perché i proprietari più piccoli, che contavano sulle terre comuni per tirare avanti, si opponevano alle recinzioni ma, quando il Parlamento emise l’Enclosure Act, per loro non restò altro che vendere le loro piccole strisce di terra ai maggiori proprietari e questo processo subì una decisa accelerazione in concomitanza con le trasformazioni economiche.
A quel punto, i nuovi proprietari decidono di affidarle ad affittuari, i quali assumevano manodopera salariata, proveniente dai villaggi contadini impoveriti, e variarono il sistema di rotazione delle colture, sistema di Norfolk, introducendo una rotazione pluriennale, che vide nell’introduzione di foraggi, trifoglio o l’erba medica, la chiave di volta, perché tali alimenti permettono alla terra di rigenerarsi e quindi di aumentarne la produttività, oltre che a esser usati come mangime per il bestiame.
Mutamenti di questo genere si riverberano su un altro grande evento socio-economico, ossia la transizione demografica: nelle società europee dei secoli precedenti, di solito, una fase espansiva produceva generalmente un temporaneo aumento della popolazione e quando si raggiungeva il limite, i prezzi dei beni alimentari crescevano perché la domanda superava l’offerta.
Ne conseguiva che una parte della popolazione non riusciva più a comprare abbastanza beni alimentari, perché i redditi erano bassi, e quindi la popolazione più povera cominciava a soffrire di denutrizione e cadeva preda di malattie, il che determinava spesso delle epidemie. A questo punto, visto il notevole calo della popolazione, si aveva una caduta della domanda, una contrazione delle terre coltivate e della produzione agricola e dunque una discesa dei prezzi, il che faceva sì che le persone disponendo di un maggior reddito innescassero nuovamente un alto tasso di natalità, dando vita al ciclo, secondo il modello malthusiano.
Nel XVIII secolo ciò non accade perché la popolazione aumentò in modo rapido e accentuato e non venne interrotto da nessuna grave crisi di mortalità: questo fu reso possibile non tanto dalla natalità, quanto da una netta diminuzione della mortalità, specialmente infantile, grazie a migliori disponibilità di beni alimentari, un miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie e i primi successi vaccinali, che permisero di debellare o ridurre l’impatto di malattie, fino a quel momento, altamente mortali, peste, vaiolo.
Di conseguenza, il cambiamento nello stile vita si legò anche alla prima rivoluzione industriale, che riguardò soprattutto il mondo manifatturiero: la possibilità di produrre in Gran Bretagna concorrenziali tessuti di cotone spinse gli imprenditori e gli inventori britannici a cercare soluzioni tecniche che consentissero di fabbricare le stesse quantità a costi ancora più bassi.
Ciò rivoluzionò l’intero sistema di produzione e, tramite alcune innovazioni tecniche e siderurgiche, spoletta volante, filatoio meccanico, macchina a vapore, permisero una serie di effetti a catena: filatoi e telai meccanici cominciarono ad essere impiegati anche in altri settori del tessile, aumentando la quantità di prodotti a basso prezzo; la grande domanda di macchine utensili di tutti i tipi stimolò la richiesta di parti in legno o in metallo, dando impulso alle falegnamerie e alle industrie; a sua volta, lo sviluppo dell’industria e della macchina a vapore diedero ulteriore slancio all’estrazione di carbone e ciascuno di questi passaggi comportò notevoli e continui incrementi di reddito per i soggetti che vi erano coinvolti, che investivano a loro volta nei beni di largo consumo e così via.
In conclusione, possiamo individuare 4 aspetti importanti:
- La sequenza di tali trasformazioni ebbe un carattere cumulativo e inarrestabile.
- La Gran Bretagna diventò un modello per i politici e gli imprenditori.
- Le trasformazioni inglesi sono localizzate in zone, che offrivano vantaggi particolari. Ciò permise alle fabbriche di sostituirsi ai laboratori artigianali e tali complessi industriali si addensarono intorno a uno o più città, secondo una distribuzione «a macchia di leopardo».
- Aumenta il fenomeno dell’urbanesimo, ossia dello spostamento dalle campagne alla città, specialmente di chi era rimasto senza terre per il fenomeno delle enclosures e che si “converte” in operaio.
La rivoluzione americana
Alla fine della guerra dei Sette Anni, il conflitto combattuto in Europa e nelle colonie dell’America settentrionale e dell’India tra il 1756 e il 1763, considerata da alcuni studiosi come la prima guerra mondiale, perché coinvolse gran parte delle potenze europee, la Gran Bretagna emerse come la più grande e forte potenza mondiale: sebbene i suoi possedimenti europei non fossero aumentati, i suoi domini coloniali invece sì, una dinamica tipica della storia inglese, perché non aveva soltanto l’egemonia sulla penisola indiana ma anche sull’area colonia nordamericana.
Come gestire tale espansione? Secondo il giovane re britannico Giorgio III (1760-1820) e i suoi governi, la chiave stava nell’aumentare gli introiti della Corona aumentando la pressione fiscale sui contribuenti delle colonie nordamericane.
Del resto, l’area nordamericana era in piena espansione demografica ed economica, giacché la sua popolazione era passata da 1 milione e 200 mila abitanti a 2 milioni e mezzo, costanti e numerosi erano i traffici commerciali ma il calcolo della Corona inglese si rivelò sbagliato, dal momento che l’aumento della pressione fiscale suscitò una serie di reazioni, che condussero a una crisi politica di prim’ordine.
In realtà questa non è né la prima né la principale crisi fiscale che si abbatte su uno Stato europeo, perché ciò era già accaduto con la Rivoluzione inglese, che aveva portato alla decapitazione di Carlo I Stuart nel 1649, ma i sovrani inglesi non seppero fare tesoro dell’esperienza passata, senza rendersi conto che di fronte a loro non si trovano stupidi e rozzi coloni, ma persone che non vogliono cedere perché sono consapevoli ed orgogliosi dei loro diritti.
Difatti, la fermezza dei coloni discendeva anche da 3 fattori importanti:
- Nelle colonie settentrionali era molto forte la componente puritana, una tradizione religiosa originariamente elaborata dai Padri Pellegrini, ossia quelle comunità puritane sfuggite dalle repressioni religiose nell’Inghilterra del primo Seicento, sotto Carlo I Stuart, che videro nell’America la loro terra promessa, donata da Dio ai propri figli che hanno il diritto sacro di proteggerla.
- A questa visione religiosa si lega la visione laica dell’Inghilterra postrivoluzionaria, secondo cui gli individui godono di diritti naturali che non possono essere ignorati o estirpati dai sovrani.
- Queste due fonti trovano infine sostegno in una letteratura antimonarchica, di ispirazione illuminista.
La nuova politica fiscale per le colonie britanniche venne messa in atto con due norme distinte, il Revenue Act del 1764 e lo Stamp Act del 1765: la prima norma era volta a limitare il contrabbando messo in atto da gruppi di coloni, che violavano il monopolio riservato alle compagnia commerciali britanniche; la seconda invece imponeva che su ogni documento ufficiale fosse apposto un bollo da acquistare presso rivendite autorizzate e tale ricavato andava allo stato britannico, che lo usava per finanziare le truppe di stanza nelle colonie.
Questo non convinse i contribuenti nordamericani, che incominciarono a protestare attraverso articoli su giornali, manifestazioni o interventi espliciti nei Parlamenti locali e la protesta si concentrò nelle 13 colonie orientali, comprese tra il Massachusetts e la Georgia, le quali addussero come motivo che un organo legislativo come la Camera dei Comuni non poteva approvare nuove tasse a danno di comunità territoriali alle quali non è stato riconosciuto il diritto di rappresentanza e traducono la loro frustrazione nel celebre motto “no taxation without representation”.
Di fronte al malumore delle colonie, il governo di Londra revocò lo Stamp Act ma tenne duro sulla questione della rappresentanza, ritenendo che ad esse spettasse unicamente la rappresentanza virtuale, che però è un argomento che fa acqua da tutte le parti.
Di lì a poco, del resto, molti coloni si persuasero definitivamente che era stato giusto diffidare del governo londinese e quando nel 1773 una legge del Parlamento attribuì alla East India Company il monopolio esclusivo della vendita del tè importato in Nord America dall’Asia, il conflitto si acuì per 3 principali motivi:
- Colpiva direttamente gli interessi dei commercianti nordamericani.
- Colpiva pure gli interessi dei contrabbandieri, che si vedevano ostacolati da una norma che impediva loro di gestire il traffico del tè.
- Sembrava la prova manifesta che il governo britannico non avesse a cuore gli interessi delle colonie nordamericane, ma preferivano sostenere gli interessi dei poteri forti.
Il 16 dicembre 1773 a Boston un gruppo di coloni si introdusse su alcune compagnie delle navi, buttandone a mare le balle che contenevano il tè (Boston Tea Party): un gesto di protesta plateale e diretto, che provocò una durissima reazione da parte del governo britannico, come la chiusura del porto di Boston, l’abolizione del Parlamento di Massachusetts, concentrando il potere nelle mani del governatori.
A quel punto i leader dei ribelli risposero convocando per l’anno successivo un Congresso dei rappresentanti delle colonie, per fare il punto sulla situazione e stabilire una linea comune di fronte al governo di Londra.
Pertanto, le 13 colonie mandarono i loro delegati al Congresso che si tenne a Filadelfia nel settembre del 1774 e le loro posizioni furono diverse: si andava dai lealisti convinti, determinati a mantenere il vincolo di fedeltà col sovrano e la madrepatria, agli indipendentisti radicali, inclini a rompere con l’autorità inglese al più presto.
Il Congresso decise comunque di chiedere formalmente al governo britannico di ritirare le norme repressive prese nei mesi precedenti e lo sollecitò al compromesso, ma la risposta inglese fu negativa e all’inizio del 1775 i comandanti dell’esercito inglese di stanza nel Massachusetts ricevettero l’ordine di arrestare i leader che guidavano la ribellione e a Lexington ci furono i primi scontri nella primavera del 1775.
Un secondo Congresso dei delegati delle colonie, riunitosi sempre a Filadelfia il 10 maggio 1775, decise di illustrare pubblicamente i motivi per i quali i coloni stavano prendendo le armi contro le forze inglesi, emanando una Dichiarazione.
Questo testo fu dettato dalle contingenze del momento perché, oltre ad avere una funzione diplomatica, ne ebbe anche una propagandistica, perché voleva unire intorno al Congresso tutta l’opinione pubblica delle colonie e per questo gli argomenti addotti per spiegare perché si è giunti alle armi sono attentamente dosati.
I delegati volevano, in primo luogo, apparire rassicuranti: la loro ribellione non è dettata né dalla sete di gloria, né da spirito di conquista; vogliono piuttosto difendere le loro libertà dai soprusi commessi dal governo britannico che vuole ridurli a uno stato di schiavitù.
In particolare, il penultimo paragrafo della Dichiarazione testimonia la grande influenza esercitata dal pensiero basato sulla valorizzazione dei diritti naturali degli individui nell’America rivoluzionaria, che riprendono il pensiero di Locke.
Un altro elemento evidente è che, in più di un passaggio, la Dichiarazione assume lo stile e il tono di un sermone religioso, di ispirazione protestante e soprattutto puritana e la commistione di questi elementi spiega, infine, il paradosso che emerge dal riferimento alla schiavitù: i coloni bianchi, di origine europea, figli della libertà naturale e di una nuova terra promessa, non possono essere ridotti in schiavitù e perciò si sentono legittimati a prendere le armi, ma il sottotesto è che gli schiavi veri e propri sono quelli di colore, di origine africana e non dotati di diritti naturali.
La situazione precipita: gli scontri con l’esercito inglese si moltiplicano, il Congresso emette moneta e organizza un proprio esercito, affidandone il comando a George Washington (1732-99), proprietario terriero della Virginia.
Nei primi mesi del 1776, l’ipotesi dell’indipendenza iniziò ad esser presa seriamente in considerazione e nel maggio del 1776 tale proposta venne accolta: il 4 luglio 1776 la Dichiarazione d’Indipendenza viene promulgata e resa ufficiale, ma essa non viene accolta da tutti con la stessa gioia perché un buon numero di lealisti non vogliono saperne di tradire il proprio re e aderire all’indipendenza.
È in questo contesto che scoppiò la guerra vera e propria con la Gran Bretagna.
A un primo sguardo, la guerra tra la Gran Bretagna e le colonie ribelli sembrava un gioco da ragazzi per la Corona inglese ma alla lunga, i coloni si rivelarono un osso duro: George Washington, che comandava l’esercito, decise di evitare per quanto possibile battaglie campali preferendo azi
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