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Guerra e Rivoluzione — Sintesi

approfondita del Capitolo 2

L'estate del 1914 e lo scoppio della guerra

La guerra destinata a sconvolgere profondamente la storia europea non ebbe origine nel

cuore del continente, ma in una delle sue periferie più instabili: i Balcani. Fu a Sarajevo,

capitale della Bosnia da poco annessa all'Impero austro-ungarico, che il 28 giugno 1914

uno studente bosniaco di nome Gavrilo Princip assassinò l'arciduca Francesco

Ferdinando, erede al trono asburgico. L'attentatore e i suoi complici facevano parte di

un'organizzazione che si batteva per l'indipendenza bosniaca e aveva la sua base operativa

in Serbia, tollerata dal governo di quel paese. L'attentato non fu dunque un gesto isolato,

ma l'esito di una rete cospirativa strutturata, che intrecciava nazionalismo slavo e ambizioni

geopolitiche.

La morte dell'arciduca divenne subito un caso internazionale, sia per il carattere dell'evento

sia per il luogo in cui era avvenuto. I territori balcanici, infatti, non erano solo attraversati

dalle tensioni innescate dalle rivendicazioni delle minoranze nazionali desiderose di

emanciparsi dai vecchi imperi: in essi convergevano anche le spinte espansionistiche delle

maggiori potenze europee, in particolare dell'Austria-Ungheria e della Russia. Dopo

l'attentato seguirono giorni di estenuante attesa diplomatica, in cui ciascun governo

aspettava di capire le mosse degli altri, cercando al tempo stesso di non apparire come

l'aggressore. I discorsi di tutti i governanti misero l'accento sull'autodifesa, sulla necessità di

sottrarsi all'accerchiamento, di non farsi sopraffare e di rispettare accordi e alleanze.

L'Austria affermava di essere costretta a dare una risposta ai terroristi serbi; la Russia di

proteggere i popoli slavi; la Germania di rompere l'assedio che Francia, Regno Unito e

Russia le stringevano intorno, impedendole di crescere secondo il proprio naturale ritmo di

sviluppo; la Francia di tenere fede ai trattati che assicuravano il contenimento dell'Austria; il

Regno Unito di garantire la stabilità e gli equilibri europei, che identificava con il proprio

predominio sui mari. In questo modo, le rivalità e le ostilità diffuse tra gli Stati aumentavano:

in ogni governo prevalse la convinzione di essere sottoposta a una minaccia incombente e

la volontà di accrescere la propria sicurezza, compiendo anche atti che aumentavano il

senso di insicurezza degli altri, innescando così una spirale di tensioni.

A questo si aggiungeva una generale predisposizione degli Stati maggiori — cioè degli stati

maggiori degli eserciti — a optare per strategie offensive anticipatorie: era un convincimento

comune, infatti, che solo una strategia offensiva applicata con tempestività garantisse un

vantaggio maggiore e maggiori probabilità di successo. Per questi motivi, alla fine, nessuna

mediazione riuscì ad arrestare il meccanismo di azioni e reazioni che le cancellerie europee

avevano avviato. Ottenuto dall'Austria il piano appoggio tedesco, l'Austria-Ungheria ruppe

gli indugi e il 28 luglio impose alla Serbia un durissimo ultimatum; chiedendo di fatto di

sospendere la propria sovranità. La Serbia non solo esigeva una risposta che si batteva per

le rappresentanze, ma presentava anche una risposta negativa, come prevedibile; il 28

luglio la dichiarazione di guerra al piccolo Stato balcanico. Immediatamente le truppe

dell'Impero austro-ungarico si mobilitarono, come nella piccola Russia, mobilitò le proprie

truppe sull'intero confine passerbackpass il Balcanico. L'8 agosto — l'esatto giorno del

Sarajevo — la Germania dichiarò guerra alla Russia, e il giorno successivo alla Francia; il

4 agosto dichiarò guerra anche al Belgio per entrare in Francia dalla difesa dell'Alleanza

franco-britannica. A quel punto scese la reazione della Francia, cui seguì il Regno Unito, a

difesa dell'alleanza franco-britannica. La guerra europea era diventata realtà; una guerra su

larga scala che avrebbe coinvolto in poco tempo decine di paesi e centinaia di milioni di

persone.

La reazione delle popolazioni fu inizialmente segnata da un entusiasmo patriottico diffuso

soprattutto nelle grandi città — Berlino, Vienna, Parigi, Londra, San Pietroburgo — dove

migliaia di persone scesero in piazza per festeggiare l'inizio del conflitto, convinte che

sarebbe durato poco e si sarebbe concluso con una rapida vittoria. Nelle campagne, dove

risiedeva la gran parte della popolazione europea, il clima fu invece assai diverso: dominò la

preoccupazione per le conseguenze che ne sarebbero derivate, il timore di perdere i grandi

pilastri della vita rurale — i figli, le campagne, l'indifferenza per i giochi politici e la

preoccupazione delle conseguenze che ne sarebbero derivate.

Una guerra su larga scala: il piano Schlieffen e

l'impasse delle trincee

La strategia tedesca si fondava su un progetto elaborato anni prima dal generale Alfred von

Schlieffen: attaccare rapidamente la Francia a ovest attraverso il Belgio neutrale,

sconfiggerla in poche settimane con un'azione fulminea, poi spostare tutte le forze verso est

per affrontare la Russia, più lenta a mobilitarsi. Il piano presupponeva che la guerra su due

fronti potesse essere vinta solo se uno dei due nemici veniva eliminato prima che l'altro

fosse pronto a combattere. Il 4 agosto 1914 la Germania invase il Belgio, trascinando nel

conflitto anche il Regno Unito, che fino ad allora era rimasto incerto. La Francia oppose una

tenace resistenza, e i tedeschi, pur avanzando rapidamente sul territorio francese, non

riuscirono a portare a termine la manovra d'accerchiamento prevista dal piano. La battaglia

della Marna (settembre 1914) fu il momento cruciale: le armate francesi riuscirono a fermare

l'avanzata tedesca, segnando di fatto il fallimento del piano Schlieffen e l'inizio di una guerra

ben diversa da quella immaginata.

La guerra di movimento si arenò rapidamente in una guerra di posizione, dando origine al

sistema delle trincee, una delle immagini più rappresentative e tragiche dell'intero primo

conflitto mondiale. Lungo oltre 700 chilometri, dal Mare del Nord fino alla Svizzera, le due

linee nemiche si fronteggiavano a pochi chilometri di distanza, a volte a poche centinaia di

metri. Le trincee erano strutture profonde fino a 8-9 metri, articolate in una prima linea di

combattimento, una seconda linea di riserva e una terza linea di deposito. Erano collegate

tra loro da camminamenti sotterranei e protette verso il nemico da filo spinato e da

postazioni di mitragliatrice. Davanti alle trincee si estendeva la terra di nessuno, un'area

esposta e devastata, dove i cadaveri spesso rimanevano insepolti per settimane.

I soldati vivevano in queste strutture in condizioni di durezza estrema: il fango, il freddo, i

pidocchi, le malattie, il rumore sordo e incessante dell'artiglieria che bombardava per giorni

prima di ogni offensiva. Decimati dagli attacchi iniziali, impararono presto a costruire

postazioni difensive sempre più elaborate, a scavare i fossati per proteggersi, a

sopravvivere in un ambiente che rendeva qualsiasi avanzata enormemente costosa. Le

mitragliatrici, le granate, i reticolati, i mortai, i gas asfissianti — introdotti dai tedeschi

nell'aprile 1915 a Ypres — trasformarono la guerra in una macchina di sterminio sistematico.

Il gas, in particolare, era un'arma di terrore psicologico oltre che fisico: i soldati erano

costretti a indossare maschere antigas scomode e poco efficaci, disincentivandone l'uso.

Nella direzione del vento poteva investire le truppe dello schieramento del tutto

inaspettatamente.

Il risultato fu uno stallo prolungato: nessuno riusciva ad avanzare stabilmente. Ogni

offensiva costava decine o centinaia di migliaia di morti per guadagnare pochi chilometri di

terreno che venivano spesso ripersi nelle controffensive successive. Le trincee divennero la

casa, la prigione e spesso la tomba di una generazione intera di giovani europei, che in quel

profondo laboratorio di roccia e fango costruirono un'esperienza inedita e lontana da tutto

ciò che era stato tramandato dalla vita civile.

Il fronte orientale e gli altri fronti

Sul fronte orientale la guerra fu più mobile ma altrettanto devastante. I russi, pur partendo

in condizioni di grave arretratezza tecnologica e logistica, ottennero inizialmente alcuni

successi: in Galizia conquistarono porzioni di territorio austro-ungarico e sfiorarono i confini

dei Carpazi. Ma i tedeschi reagirono con energia: nelle battaglie dei laghi Masuri

(agosto-settembre 1914) inflessero ai russi perdite enormi, catturando a centinaia di migliaia

i soldati zaristi. Nei cinque mesi di combattimenti quasi la metà degli austro-ungarici che

avevano combattuto contro i russi era caduta: le conseguenze drammatiche si imposero su

tutto il contesto della guerra.

Nel maggio 1915, dopo mesi di trattative diplomatiche segrete — in cui l'Intesa promise

all'Italia sostanziali compensi territoriali — il governo italiano decise di entrare in guerra a

fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia, denunciando la Triplice Alleanza che lo legava

a Germania e Austria-Ungheria. Il fronte italo-austriaco si sviluppò lungo la zona montuosa

del Carso, delle Dolomiti e dell'Isonzo, in condizioni alpinistiche estreme, con

combattimenti su ghiacciai, in gallerie scavate nella roccia, sulle creste esposte al vento. Le

battaglie dell'Isonzo — ben dodici in totale — si succedettero per anni senza risultati decisivi

e con costi umani insopportabili.

Oltre al fronte occidentale, orientale e italiano, la guerra si estese anche ad altri scenari: nei

Balcani, dove Serbia, Bulgaria, Romania e altri stati minori vennero coinvolti; nel Medio

Oriente, dove l'Impero ottomano — entrato in guerra al fianco degli Imperi centrali —

combatté contro le truppe britanniche in Mesopotamia, Palestina e Arabia; e in Africa,

dove le colonie tedesche — la Tanzania (Africa orientale tedesca), il Camerun, il Togo, la

Namibia (Africa del Sud-Ovest tedesca) — diventarono teatro di scontri tra eserciti coloniali.

Le colonie africane coinvolsero anche oltre 200.000 lavoratori dell'industria e

dell'agricoltura, reclutati a forza dall'Impero britannico e da quello francese per sostenere lo

sforzo bellico in Europa. Anche il Giappone intervenne, impadronendosi dei possedimenti

tedeschi nel Pacifico e in Cina.

In tutti questi contesti bellici, le tecnologie militari impiegavano nuove armi con

caratteristiche distruttive mai viste prima: i carri armati, introdotti dai britannici nel 1916

sulla Somme, i sottomarini (usati dai tedeschi per bloccare i rifornimenti alla Gran

Bretagna), gli aerei, le artiglierie di grande calibro, i lanciafiamme. La guerra diventò

sempre più una guerra industriale, in cui la capacità produttiva di uno Stato era determinante

quanto il coraggio dei soldati.

1916: l'anno delle grandi battaglie e dello stallo

Il 1916 fu l'anno simbolo dell'enormità e della brutalità della guerra industriale. Sul fronte

occidentale si svolsero due battaglie di dimensioni colossali che lasciarono un'impronta

indelebile nella memoria europea. La prima fu la battaglia di Verdun, iniziata dal comando

tedesco in febbraio con un piano deliberatamente calcolato per "dissanguare" l'esercito

francese: si trattava non di conquistare territorio, ma di infliggere perdite tanto elevate da

piegare la volontà di combattere della Francia. La battaglia durò da febbraio a dicembre

1916, con attacchi e contrattacchi incessanti su un fronte relativamente ristretto. Il bilancio

finale fu di oltre 700.000 tra morti e feriti da entrambe le parti, senza che le linee si

spostassero in modo significativo. Verdun divenne il simbolo della guerra come macchina di

morte impersonale, in cui la vita dei soldati era consumata con una logica quasi contabile.

Quasi simultaneamente, sul fiume Somme, britannici e francesi lanciarono una grande

offensiva estiva pensata per alleggerire la pressione su Verdun e sfondare le linee tedesche.

Il 1° luglio 1916, primo giorno della battaglia, l'esercito britannico subì 60.000 perdite in un

solo giorno — la perdita più grave nella storia militare britannica — falciate dalle

mitragliatrici tedesche nel momento in cui uscivano dalle trincee. La battaglia della Somme

si protrasse fino a novembre, producendo in totale oltre un milione di vittime da entrambe

le parti. Fu durante la Somme che i britannici impiegarono per la prima volta i carri armati,

ma in numero insufficiente e su un terreno inadatto: il risultato fu deludente, anche se l'arma

aveva dimostrato le sue potenzialità.

Le battaglie del 1916 dimostrarono con brutale chiarezza che nessuna delle due coalizioni

era in grado di vincere rapidamente il conflitto sul fronte occidentale, e che la guerra

sarebbe continuata ancora a lungo, consumando risorse umane e materiali in misura

crescente.

1917: la crisi generale e l'ingresso degli Stati Uniti

Il 1917 fu l'anno della crisi su tutti i fronti. In Francia, dopo il fallimento dell'offensiva di

primavera promessa dal generale Nivelle — che aveva garantito sfondamento decisivo in

poche settimane — scoppiarono ammutinamenti di massa nelle truppe: decine di divisioni

si rifiutarono di tornare all'attacco, e i soldati indicavano di voler difendere le posizioni ma

non di andare incontro alla morte in offensivi inutili. Il nuovo comandante Pétain dovette

bilanciare misure repressive — fucilazioni dei caporioni — con miglioramenti concreti nelle

condizioni di vita, concessione di licenze, promesse di non più inutili offensive. Il mutismo

imposto dalla censura militare fece sì che la situazione restasse ignota all'opinione pubblica

e al nemico per settimane.

In Italia, la situazione precipitò nell'autunno 1917. La dodicesima battaglia dell'Isonzo, nota

come disfatta di Caporetto (ottobre 1917), vide le forze austro-tedesche sfondare le linee

italiane con una tattica nuova basata sull'uso di truppe d'assalto infiltrate in profondità nelle

retrovie. Il crollo fu rapidissimo: centinaia di migliaia di soldati italiani si sbandarono o si

arresero, e l'esercito fu costretto a ritirarsi fino al fiume Piave, perdendo ampie zone del

Friuli e del Veneto. Il generale Luigi Cadorna fu rimosso e sostituito da Armando Diaz, che

intraprese la riorganizzazione dell'esercito su basi diverse, prestando maggiore attenzione al

morale e al benessere delle truppe.

In questo stesso anno fu decisivo l'ingresso in guerra degli Stati Uniti. Washington si era

mantenuta neutrale dall'inizio del conflitto, pur fornendo crediti, armi e materiali all'Intesa in

misura crescente. La Germania, nel tentativo di strangolare economicamente la Gran

Bretagna, aveva dichiarato nel febbraio 1917 la guerra sottomarina illimitata, affondando

qualsiasi nave — anche di paesi neutrali — che si avvicinasse alle coste britanniche. Dopo

l'affondamento del transatlantico Lusitania nel maggio 1915 con 1.200 passeggeri a bordo,

tra cui molti cittadini americani, e dopo l'intercettazione del telegramma Zimmermann —

con cui la Germania proponeva al Messico un'alleanza contro gli Stati Uniti in cambio di

territori — il presidente Woodrow Wilson ottenne dal Congresso la dichiarazione di guerra il

6 aprile 1917. L'arrivo delle truppe americane fu graduale: nel 1917 erano in Francia poche

decine di migliaia di uomini, ma nel 1918 superarono il milione, garantendo all'Intesa un

vantaggio numerico e materiale decisivo.

Sempre nel 1917, un altro evento sconvolse gli equilibri geopolitici: in Russia scoppiò la

rivoluzione, che portò prima alla caduta dello zar e poi, in ottobre, alla presa del potere dei

bolscevichi. La Russia firmò l'armistizio e poi, nel marzo 1918, il trattato di Brest-Litovsk,

cedendo alla Germania enormi territori — Polonia, Finlandia, Ucraina, Stati baltici — pur di

uscire dalla guerra. Questo liberò decine di divisioni tedesche dal fronte orientale,

consentendo alla Germania di concentrare le forze a ovest per un ultimo tentativo offensivo.

La fine della guerra e il crollo degli Imperi centrali

Nella primavera del 1918 la Germania lanciò sul fronte occidentale una serie di grandi

offensive — le cosiddette offensive di primavera o Kaiserschlacht — sfruttando i rinforzi

provenienti dal fronte orientale. L'offensiva di marzo sfondò le linee britanniche e avanzò di

decine di chilometri, la più rapida progressione sul fronte occidentale dall'inizio della guerra.

Per un momento sembrò che la Germania potesse raggiungere i suoi obiettivi, ma le forze

disponibili si esaurirono e l'avanzata si fermò. In estate, con l'arrivo sempre più consistente

di truppe e materiali americani, l'Intesa lanciò la controffensiva finale: l'8 agosto 1918 —

definito da Ludendorff il "giorno nero dell'esercito tedesco" — le armate franco-britanniche

sfondarono le linee tedesche nella battaglia di Amiens, avviando una serie di successi

consecutivi.

Tra settembre e ottobre 1918 si aprì in Germania una crisi politica e sociale senza

precedenti: scioperi, manifestazioni, motine in marina, rivolte nelle città. Il 9 novembre il

kaiser Guglielmo II abdicò e fuggì in Olanda; fu proclamata la Repubblica. Il 11 novembre

1918, alle ore 11, entrò in vigore l'armistizio: i cannoni tacquero sul fronte occidentale dopo

più di quattro anni di combattimenti. Gli austro-ungarici avevano già capitolato il 4

novembre, consentendo all'Italia di recuperare Trento e Trieste e di avanzare fino a

Vittorio Veneto. L'Impero ottomano e la Bulgaria avevano firmato anch'essi l'armistizio

nelle settimane precedenti. Tre dei quattro grandi imperi europei — quello tedesco, quello

austro-ungarico e quello russo — crollavano nel giro di pochi mesi.

Il bilancio umano: morti, feriti e l&

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Riassunto esame Storia contemporanea, Prof. Cegna Annalisa, libro consigliato L’Europa del Novecento. Una storia, Carocci, Roma, 2022 (pag 47-108,125-202,253-370), Bartolini, Bonomo, Gagliardi Pag. 1 Riassunto esame Storia contemporanea, Prof. Cegna Annalisa, libro consigliato L’Europa del Novecento. Una storia, Carocci, Roma, 2022 (pag 47-108,125-202,253-370), Bartolini, Bonomo, Gagliardi Pag. 2
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Melissa.rdv di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Macerata o del prof Cegna Annalisa.
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