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La natura del Duce

Una storia ambientale del fascismo

Il libro analizza le ecologie politiche del fascismo, cioè le pratiche e i discorsi attraverso cui è stata percepita, costruita, trasformata la natura (o meglio, le nature) in funzione delle necessità ideologiche del regime fascista.

Fin dall’introduzione, gli autori mettono in evidenza le sostanziali differenze dell’approccio fascista alla natura rispetto alle culture e ai movimenti ambientalisti del dopoguerra.

Tale approccio si contraddistingue dalla volontà aggressiva, di supremazia e d’addomesticazione nei confronti della natura e delle popolazioni (in Italia e nelle colonie) come viene mostrato nella rigorosa analisi condotta nei sei capitoli dell’opera.

Il Duce e la natura fascista

Il primo capitolo Il Duce e la natura fascista si concentra, dapprima, sul rapporto tra Mussolini e la natura così come descritto in due biografie redatte da due donne che ebbero un ruolo centrale nella sua vita: Margherita Sarfatti e la moglie Rachele.

Quella di Sarfatti, pubblicata in inglese a Londra nel 1925, descrive un Duce in ascesa, un esempio di vera razza italiana romagnola, primitiva e feconda, un maschio dotato di una natura leonina.

Anche le montagne (il Friuli, le Alpi carniche) assumono un ruolo centrale nella costruzione dell’immagine del Duce, diventando parte integrante del mito fascista della ruralità contrapposta alla mollezza intellettuale e cittadina.

La seconda biografia in questione, quella di Rachele Mussolini, venne pubblicata nel 1948 a Milano.

In questo caso (siamo già nel dopoguerra) l’autrice sottolinea soprattutto il rapporto del marito con gli animali addomesticati: cani, gatti, cavalli e cerca di trasmettere un’immagine intima e innocua del fascismo.

La natura è anche presente nei discorsi di Mussolini, a cui è consacrata la seconda parte del capitolo.

Il Duce insisteva spesso sulla necessità del lavoro umano (supportato dalla tecnologia, dagli ingegneri) per «migliorare» e rendere fertile una natura descritta come «malata», il cui sfruttamento doveva essere potenziato.

La natura diventava, quindi, una sorta di palestra dove plasmare i corpi della vera razza italiana e fascista.

Di quest’idea di natura antropizzata, così come del mito del ruralismo, si fece portavoce dal 1925 in avanti il movimento culturale di Strapaese animato da Mino Maccari.

Guerre naturali: grano e paludi

Oggetto del secondo capitolo Guerre naturali: grano e paludi sono due imprese del regime fascista, la battaglia del grano e la bonifica integrale, due progetti che ben incarnano l’idea aggressiva nei confronti della natura tipica del fascismo.

L’analisi della battaglia del grano ne evidenzia l’impatto ecologico negativo: l’imposizione della coltura di cereali in territori poco adatti portò a gravi conseguenze per l’ambiente, favorendo – ad esempio – fenomeni d’erosione.

Per quanto riguarda le bonifiche, esse erano già parte integrante delle politiche postunitarie, ma il regime fascista le trasformò in opere «integrali», in lavori pubblici permanenti (p. 30).

Tali «bonifiche integrali» riguardavano anche la sistemazione dei torrenti montani, la razionalizzazione delle coltivazioni, l’organizzazione della proprietà terriera, fino ad arrivare a toccare la gestione dei pascoli e delle foreste.

In quest’ambito, la considerazione nei confronti delle esigenze (e degli usi tradizionali) delle popolazioni locali fu nulla, favorendo – per contro – l’introduzione di specie allogene, come anche la diffusione dei latifondi nel Meridione.

Le bonifiche servirono anche a trovare lavoro ai contadini impoveriti (si pensi ai lavoratori veneti e friulani nell’Agro pontino), ma ebbero un impatto più simbolico che reale.

Grazie alla propaganda di regime entrambi i progetti furono, invece, recepiti positivamente a livello internazionale.

Modernità fascista

Il capitolo 3 Modernità fascista analizza il concetto di autarchia, legato all’idea mussoliniana di un’Italia «naturalmente» povera che necessiterebbe d’ingegno (scienza e tecnica) e lavoro per emanciparsi.

Al centro dell’analisi vi sono due esempi di tale modernità: le dighe e il motore a gasogeno.

L’esigenza di costruire dighe per la produzione d’energia idroelettrica era già presente fin dagli inizi del Novecento ed era animata dall’intento di sopperire alle scarse risorse di carbone fossile e di petrolio sul territorio italiano.

La costruzione di dighe ebbe come conseguenza la riforestazione di alcune regioni e l’esclusione dall’uso dei boschi delle popolazioni locali, inasprendo la repressione proprio contro quel mondo contadino tan

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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