Interazione sociale
Azione sociale e interazione sociale
È in particolare proprio la sociologia a considerare uno dei suoi oggetti di studio privilegiati l'intreccio complesso della vita sociale, le modalità con cui gli individui si rapportano tra di loro, si associano e collaborano. Già Max Weber, nel mettere al centro della sociologia il concetto di azione sociale, ne dà la definizione: è azione un atteggiamento 1) che sia orientato agli altri, quindi che non si riduca a un atto intimo in solitudine, né compiuto assieme ad altri, ma non intenzionalmente rivolto ad altri; 2) che sia un fare, ma anche un “tralasciare o un subire”; 3) che abbia un senso per chi lo compie, ossia presenti una motivazione soggettivamente e intersoggettivamente valida.
Il senso o il significato è la caratteristica principale dell’azione, in base al quale Weber elabora la tipologia ideale, costituita da quattro tipi di agire sociale:
- Agire razionale rispetto allo scopo: l'imprenditore che agisce in vista del conseguimento del profitto.
- Agire razionale rispetto al valore: il leader agisce in nome di un’ideologia, ideale politico o valore religioso considerati come doveri in sé vincolanti.
- Agire tradizionale.
- Agire affettivo: moto di reazione senza riguardo alle conseguenze che potrebbero derivarne, come tirare un pugno a qualcuno quando si è mossi dalla rabbia per l’offesa subita.
Uno dei fenomeni collettivi maggiormente studiati dai sociologi è quello degli effetti imprevisti delle azioni. Molte azioni individuali che, considerate singolarmente, sono razionali e dagli esiti programmati, combinandosi e aggregandosi, possono dare luogo a fenomeni collettivi irrazionali e imprevisti. In alcuni casi si parla anche di “effetti perversi”, perché non solo non sono intenzionali, ma anche indesiderabili per gli attori sociali.
Esempio: crisi del 1929
Molti risparmiatori, secondo voci diffuse ma non verificate, ritengono vero che una banca sia insolvente, quindi si precipitano a ritirare i propri risparmi (azione individualmente razionale) determinando il fallimento della banca (fenomeno collettivo altamente negativo).
È lo stesso Weber che, nella sua definizione di azione sociale, osserva che un agire dotato di senso è sempre anche un’interazione, perché si concretizza in relazioni sociali. L’interazione è un processo di orientamento reciproco all’azione, in base al quale due o più attori sociali reagiscono alle azioni dell’altro. La reciprocità indica semplicemente che ogni attore presuppone che l’altro si orienti verso di lui in base a un’aspettativa nei suoi confronti. Tuttavia, le aspettative possono non coincidere o semplicemente essere fraintese, come quando una minoranza si rivolge ad altri aspettandosi di essere accettata nel loro gruppo, mentre non viene riconosciuta ed è emarginata.
L’interazione riguarda quindi un campo molto ampio di fenomeni: riguarda sia fenomeni cooperativi che fenomeni conflittuali, sia fenomeni durevoli che fenomeni transitori. È rilevante ricordare che Goffman, per descrivere questo tipo di interazioni quotidiane, ha usato il termine “rituale”. I rituali di cui si occupa Goffman sono “micro-rituali naturali”, in quanto riguardano le piccole cerimonie dell’interazione quotidiana, che sono fuggevoli ma non meno influenti, in quanto determinano le linee di accettabilità e non accettabilità sociale, plasmano cioè il modello di inclusione/esclusione. Chi infatti non agisce rispetto agli altri seguendo le regole implicite, come ad esempio usando abiti inappropriati alla situazione formale in cui si trova, viene messo ai margini della vita sociale.
Il concetto di status
Lo status si riferisce alla posizione sociale che una persona riveste all’interno di un gruppo sociale e al grado di potere, ricchezza e prestigio associato a tale posizione. Ogni persona può occupare diverse posizioni nella società (essere donna, insegnante, madre, moglie), ma ve ne sarà una che definisce in modo speciale la persona e generalmente è quella della posizione occupazionale.
La sociologia distingue diversi criteri in base ai quali lo status può essere attribuito: se si usa un criterio attribuito alla persona fin dalla nascita parliamo di status ascritto, se invece si usa un criterio basato sul merito, sull’impegno e sull’esperienza allora parliamo di status acquisito.
Nelle società industriali moderne, anche se le differenze di status non scompaiono, non esiste più una gerarchia rigida e immutabile: lo status di un individuo è, in maniera predominante, definito non dalla nascita, ma dalle acquisizioni ottenute in base alle proprie capacità e i propri meriti. Si può dire che ovunque siano presenti sistemi di segnali che hanno la funzione di rendere visibili le differenze di status. Parliamo dei cosiddetti status symbol, ossia tutti quegli oggetti, costumi e stili di vita che rendono palese l’appartenenza allo strato dotato di maggiore ricchezza, potere e prestigio. Uno status symbol deve essere quindi accessibile a pochi. Questi cambiano con il modificarsi del benessere della società e la rincorsa all’acquisizione di sempre nuovi simboli di status da parte degli strati meno privilegiati: ad esempio, la vacanza in posti esotici ha smesso di essere uno status symbol nella misura in cui è divenuta alla portata del ceto medio.
Il concetto di ruolo
Definiamo come ruolo il comportamento atteso di un certo attore in quanto occupa una certa posizione sociale, un certo status. Esempio: l’insegnante. Lo status di insegnante è complesso perché è in rapporto sia con gli attori con cui quotidianamente si relaziona - studenti, genitori, ecc. - sia con gli organi direttivi della scuola come il preside o persino il Ministro della Pubblica Istruzione. Da parte di questi ultimi convengono sull’insegnante un insieme di norme vincolanti che stabiliscono requisiti ed obblighi di comportamento.
Essendo obblighi e doveri generali più o meno noti a tutti i gruppi con cui l’insegnante ha a che fare, si creano delle aspettative di ruolo, che hanno la funzione di ridurre l’incertezza dell’interazione. Se tali aspettative sono fondamentali per l’analisi del comportamento, non sono però sufficienti a determinarlo: ciò perché le norme che riguardano i ruoli lasciano ampi margini di indeterminatezza di cui l’attore sociale può servire per dare una propria interpretazione e manovrare strategicamente la situazione. Bisogna dunque distinguere le aspettative di ruolo dall’esecuzione di ruolo, che è il comportamento effettivo messo in atto dall’individuo quando è in servizio nella sua posizione.
Goffman ha inoltre osservato che chi ricopre un ruolo è consapevole che esiste una distanza tra il proprio sé e il ruolo. Col termine “distanza di ruolo” l’autore intende rilevare che l’individuo non si identifica mai totalmente nel ruolo, in determinate circostanze può anche consapevolmente violare una serie di norme che il ruolo comporta proprio per mostrare tale distanza tra sé e ruolo.
I ruoli della società contemporanea sono innumerevoli:
- Universalismo/particolarismo: Vi sono ruoli che richiedono di trattare le persone secondo regole universali, senza cioè tener conto delle caratteristiche individuali. Quasi tutti i ruoli professionali sono di questo tipo. Ad esempio, un impiegato dell’ufficio pubblico deve trattare tutti i clienti allo stesso modo. Al contrario, una madre che ha a che fare con i figli sta svolgendo un ruolo che deve prendere in considerazione le caratteristiche individuali di ognuno, intrattiene dunque un rapporto particolare.
- Affettività/neutralità affettiva: L’impiegato dell’ufficio pubblico con il suo cliente è affettivamente neutro, la relazione tra madre e figlio è invece basata sull’affetto.
- Ascrizione/acquisizione: Alcuni ruoli dipendono da status ascritti, come quelli legati all’età (bambino, adolescente, figlio, parente), altri ruoli invece dipendono da status acquisiti, come la professione che si svolge.
- Orientamento all’io/orientamento alla collettività: Motivazioni diverse sono alla base di ruoli diversi: ci si aspetta che il commerciante segua i propri interessi economici e personali, mentre dal capitano della nave ci si aspetta che agisca in nome del bene della collettività.
La crescita della divisione del lavoro nella società industriale genera la moltiplicazione dei ruoli che ogni individuo svolge contemporaneamente: si può essere al contempo figlio, padre, marito, impiegato. L’insieme dei ruoli associati a un dato status è chiamato role-set. Tale moltiplicazione e diversificazione dei ruoli ha come importante conseguenza che crescono anche le possibilità che l’individuo si trovi investito da aspettative relative a due o più ruoli non coincidenti o incompatibili (una donna da cui ci si aspetta che agisca tanto da madre quanto da lavoratrice).
I gruppi
La forma più importante e studiata dai sociologi sono i gruppi. Non tutte le aggregazioni sono un gruppo: la folla di persone che si riuniscono allo stadio per guardare la partita non forma un gruppo, mentre nel caso in cui alcune donne si riunissero regolarmente per discutere delle tematiche allora si formerebbe un gruppo.
Seguendo la definizione di Merton, un gruppo è costituito da un insieme di individui che agiscono secondo determinati modelli, che provano sentimenti di appartenenza alla collettività costruita e che si riconoscono reciprocamente come suoi membri. Un modo per capire se una certa aggregazione sia un gruppo o meno è se gli individui che ne fanno parte usano il pronome “noi” per fare riferimento ad essa, manifestando una forma di identità di gruppo.
- Gruppo primario: Costituito da un numero piccolo di persone che interagiscono direttamente tra di loro, in cui la personalità di ognuno riveste la massima importanza e i membri non sono quindi sostituibili.
- Gruppo secondario: Costituito da persone che non hanno tra di loro legami emotivi importanti, in cui quel che conta è l’obiettivo specifico da raggiungere. I ruoli in questo tipo di gruppo risultano molto specializzati e le persone non sono importanti in quanto individui unici, ma per la funzione svolta nel raggiungimento dell’obiettivo.
Le funzioni principali dei gruppi sono due:
- Funzione strumentale, ovvero gruppi che si formano per svolgere compiti specifici che un individuo da solo non potrebbe realizzare.
- Funzione espressiva, ovvero gruppi che si formano non per raggiungere un obiettivo ma per il piacere e la gratificazione che il fatto stesso di partecipare al gruppo comporta.
Vi sono gruppi in cui funzione strumentale e funzione espressiva si intrecciano, come in un reparto scout. Vi sono poi gruppi nati come strumentali e poi diventati espressivi (una classe di studenti che poi diventano amici e si frequentano), così come gruppi nati come espressivi che diventano strumentali (un gruppo di amici che dà vita ad un business).
Per quanto concerne le dinamiche di gruppo, una tra le più importanti è quella di pressione al conformismo. Il gruppo ha degli effetti rilevanti sui cambiamenti di opinione e di atteggiamento degli individui. In generale, un’alta percentuale di individui si schiera su posizioni che attribuisce al gruppo e basta una modesta maggioranza per produrre una pressione a conformarsi: le persone possono cambiare una percezione giusta in una sbagliata se questa è appoggiata dalla maggioranza.
Le ricerche sulle dinamiche di gruppo hanno permesso di constatare che in un gruppo emergono sempre due leader, uno strumentale ed uno espressivo. Mentre il leader strumentale svolge il ruolo di risolutore di problemi che si presentano nel gruppo, orientando il gruppo al raggiungimento dell’obiettivo, il leader espressivo è la persona popolare del gruppo che si dedica agli aspetti emotivi che nascono al suo interno.
Oltre ai gruppi di appartenenza, esistono anche i gruppi esterni, a cui l’individuo non appartiene, ma che nondimeno esercitano un’influenza sul suo comportamento: sono i cosiddetti gruppi di riferimento, ovvero gruppi di cui l’individuo vorrebbe far parte e ne assume alcuni criteri di comportamento nella speranza di divenirne membro in futuro.
Le istituzioni
Il concetto di istituzione
Quando si parla di istituzione nel linguaggio comune si fa riferimento a determinati apparati che in forma organizzata svolgono compiti di interesse pubblico. Il concetto sociologico, tuttavia, non è tanto riferito all’aspetto organizzativo quanto ai modelli di comportamento.
Possiamo definire un’istituzione come un insieme di regole di comportamento caratterizzato da stabilità e sistematicità, caratteristico di una data comunità sociale. Molti sociologi ritengono che il linguaggio sia l’istituzione sociale per eccellenza. Esso infatti rappresenta la principale forma di oggettivazione dell’espressività umana e il modello regolatore di ogni condotta individuale. È sulla comunicazione simbolica attraverso il linguaggio che, secondo Mead, si fonda l’interazione sociale e la capacità stessa da parte dell’individuo di formarsi la propria identità.
Le istituzioni, per essere capaci di regolare effettivamente la condotta, devono stabilire delle sanzioni che assicurino la conformità del comportamento degli individui alle norme. Anche se, per garantire una certa regolarità e prevedibilità del comportamento sociale, devono esistere dei meccanismi di controllo sociale, non è necessario pensare alle istituzioni come sistemi normativi rigidi e costrittivi legati esclusivamente all’efficacia sanzionatoria. Conta anche l’apprendimento di principi e pratiche comuni come la lingua e i valori morali, in cui consiste la socializzazione. In altre parole, alcune norme fondamentali risultano talmente interiorizzate dalle persone che vengono rispettate anche senza la presenza di controllori ufficiali, ma per il solo fatto che il trasgredirle porterebbe sentimenti di vergogna e sensi di colpa e di riprovazione nell’intera comunità di riferimento.
Il processo di istituzionalizzazione
In una società esistono numerosi modelli di comportamento dotati di regolarità, persistenza e ordinati in base a norme e regole sociali. Non tutti questi modelli presentano però lo stesso grado di consolidamento e di strutturazione. Parliamo dunque di istituzioni non come entità fisse, ma come di un processo di sedimentazione e cristallizzazione istituzionale. In primo luogo, le istituzioni stesse si collocano lungo un continuum di maggiore o minore istituzionalizzazione a seconda del grado di efficacia dei meccanismi di controllo sociale.
Il controllo sociale comprende infatti tutta una serie di meccanismi utili alla regolamentazione del comportamento sociale: dalle sanzioni positive e negative, alle pratiche di socializzazione, a ogni forma di condizionamento delle opinioni. A un estremo del continuum troviamo quelle istituzioni in cui operano meccanismi del controllo sociale formalizzati e organizzati in un apparato, in grado di comminare sanzioni di tipo giuridico e di prevedere un’ampia conformità dei comportamenti al sistema normativo, come nel caso dell’apparato giudiziario e penitenziario. Il caso senza dubbio di massimo controllo sociale si ha nelle “istituzioni totali”. Si tratta di regimi chiusi, isolati dal mondo sociale esterno, inglobanti e formalmente amministrati, come gli ospedali psichiatrici, le carceri ecc, la cui finalità istituzionale esige l’obbedienza da parte delle persone controllate fino ad arrivare a una vera e propria “spoliazione dell’identità” di chi ne fa parte.
All’estremo opposto ci sono le regolamentazioni informali del comportamento che operano attraverso meccanismi scarsamente costrittivi, anche se influenti, come l’approvazione sociale, il rimprovero, l’elogio, il biasimo, la complicità ecc. Si pensi, ad esempio, alle buone maniere a tavola, che, in caso di non conformità, possono variare dal semplice rimbrotto o commento ironico all’emarginazione del soggetto dal gruppo conviviale.
Non solo vi è maggiore o minore grado di istituzionalizzazione, ma con il termine “processo” si intende sottolineare che le istituzioni presentano una loro dinamica. Fenomeni scarsamente strutturati divengono, con il tempo, istituzioni formalizzate o, al contrario, istituzioni con alto livello di strutturazione perdono in tutto o in parte la loro cogenza normativa.
C’è poi chi ha inteso questo passaggio come tipico di tutti i movimenti sociali che dallo stato spontaneo, fluido, emotivo e personalizzato sono destinati a cristallizzarsi in situazioni stabili, strutturate e impersonali. Il caso opposto, di istituzioni che vedono diminuire il loro grado di istituzionalizzazione, fino al loro scioglimento, si è presentato storicamente molte volte. Non solo le rivoluzioni politiche e sociali rendono spesso obsolete le vecchie istituzioni, ma anche dinamiche interne alle stesse istituzioni possono sortire effetti di de-istituzionalizzazione, come sta accadendo all’istituzione matrimoniale (si pensi all’aumento delle convivenze e delle nascite fuori dal matrimonio).
Genesi, persistenza e mutamento delle istituzioni
Per quanto concerne la nascita e la persistenza delle istituzioni possiamo distinguere alcune teorie. In primo luogo, quella dei bisogni sociali. Gli esseri umani, per la loro stessa costituzione biologica, necessitano di una costante cura da parte di altre persone. Alla soddisfazione dei bisogni fondamentali dell'essere umano...
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