La formazione dell'economia politica
Excursus storico
Così come il processo di emancipazione dell'economia dalla società è stato lento, anche la formazione dell'economia come disciplina autonoma è stata graduale e legata alle vicende della cultura occidentale. Molti frammenti di analisi economica si sono accumulati nel tempo, specie dalla seconda metà del Settecento, ma è solo con i fisiocratici e con l'opera di Adam Smith che l'idea di una sfera economica come sistema autonomo giunge a maturazione. Tuttavia, considerazioni sulle attività di produzione e distribuzione dei beni si trovano anche in periodi molto antecedenti a quello che abbiamo indicato. Tra le più consistenti e influenti sono di solito considerate quelle di Aristotele e degli scolastici medievali.
In effetti, il termine economia è di origine greca (da oikos "dimora" e nomia "insieme di norme") ed è usato da Aristotele nel senso di "amministrazione del patrimonio domestico". Solo nel 1600 il suo uso si estenderà dall'ambito privatistico a quello pubblicistico, per indicare lo studio dei caratteri e dei problemi economici di una società-stato. A questo punto si parlerà di "economia politica".
Economia politica
Questa espressione richiama due aspetti:
- Gli stretti legami dell'economia con gli stati nazionali, cioè l'ancora limitata emancipazione delle attività economiche dalle regolamentazioni politiche.
- La scarsa distinzione tra analisi dei fenomeni economici e discussione delle politiche economiche.
Da questo punto di vista, un passaggio essenziale è costituito dalla diffusione, soprattutto nel Seicento, di un'analisi delle attività economiche strettamente finalizzata agli obiettivi di rafforzamento dei nascenti stati nazionali. Si tratta dell'insieme di indagini che va sotto il nome di mercantilismo.
- 1650 Mercantilisti. Con il pensiero mercantilista, affermatosi in Inghilterra, si fa strada una valutazione più autonoma dei fenomeni economici. Il comportamento economico viene visto come sostanzialmente guidato dall'interesse personale in termini di guadagno e viene riconosciuto il ruolo dello scambio di mercato, cioè l'influenza della domanda e dell'offerta nella formazione dei prezzi.
L'innovazione mercantilista fu resa possibile dal crescente ruolo assunto dall'economia di mercato a partire dal disgregarsi delle strutture feudali alla successiva affermazione degli stati nazionali. Nel Seicento, infatti, i commerci avvengono ormai tra stati nazionali e ne condizionano la potenza politica. Le monarchie europee erano interessate a promuovere l'attività commerciale per rafforzarsi nella competizione internazionale. L'obiettivo primario era quello di garantire un afflusso di moneta metallica (oro e argento). A questo fine si servivano di compagnie commerciali alle quali venivano concessi monopoli dei traffici di determinati beni, e privilegi di varia natura nell'amministrazione dei territori coloniali.
Da questa impostazione, i mercantilisti deducono che politiche economiche specifiche possano contribuire a determinare uno stato come più forte di altri. Essi ritengono che il commercio sia il motore dell'economia (è il commercio che produce valore) e quindi rivolgono l'attenzione ai bisogni dei mercanti.
Essi sostengono politiche commerciali protezionistiche (tramite dazi e restrizioni) con l'obiettivo di stimolare l'afflusso di oro e argento che permette di sostenere le esportazioni (garantire i commerci su scala internazionale) e fare concorrenza sul prezzo. Tuttavia, il protezionismo, tipico di questa esperienza storica, riflette una situazione di limitata emancipazione dell’attività economica. Perché se da un lato, l’economia comincia a funzionare lasciando più spazi allo stimolo del guadagno e al mercato, dall’altro essa è pesantemente vincolata da regolamentazioni imposte dai governi per il rafforzamento degli stati nazionali.
Le idee dei mercantilisti verranno scalzate da altre correnti di pensiero ma, nonostante questo, alcuni dei loro influssi si estendono fino ad oggi. Esempio: prima dell’euro tutte le manovre dei tassi di cambio, erano un modo in cui politiche protezionistiche potevano essere applicate. In particolare, nel 1992 l’Italia, in grave crisi economica, procede con una manovra di svalutazione della lira: una vera e propria applicazione di politica protezionistica (svalutare significa dare un vantaggio competitivo a chi esporta).
La visione dell'economia propria dei mercantilisti era poco sistematica e molto pragmatica (raccoglievano dati su aspetti concreti per motivare dei consigli pratici in termini di politica economica). A questo orientamento, che potremmo definire di tipo induttivo e concreto, si contrappone quello più deduttivo e sistematico che caratterizza i fisiocratici francesi.
- Fisiocratici. I fisiocratici costituiscono un gruppo molto più coeso dei mercantilisti, essi formano una scuola scientifica in senso moderno. Il periodo di maggior influenza della corrente fisiocratica si colloca intorno alla metà del ‘700. Il "fondatore" della scuola e la personalità più importante è Francois Quesnay, (medico, consigliere di Luigi 14), il quale comincia a pensare all’economia come qualcosa di centrale, come un sistema metabolico (sistema complesso composto da diverse parti che in qualche modo si connettono insieme).
Il clima intellettuale in cui maturano le idee dei fisiocratici è quello della Francia negli anni che precedono la Rivoluzione. Essi sono preoccupati per la situazione economica e finanziaria del paese. Le crescenti spese militari e quelle per il mantenimento dell’agricoltura avevano portato ad una maggiore pressione fiscale sull’agricoltura. Secondo i fisiocratici, sostenitori di un progetto di riforma, occorreva liberare l’agricoltura da vecchi vincoli di origine feudale, liberalizzare il commercio cerealicolo e razionalizzare il sistema fiscale con un'imposta unica.
I fisiocratici spostano l’attenzione dal commercio alla produzione (primo grande cambiamento) di beni che potranno poi essere commerciati. Per Quesnay, non è il commercio e l'afflusso di moneta ma è la produzione agricola ciò che produce ricchezza, quindi la classe sociale di riferimento, per far sì che il sistema metabolico funzioni, sono gli agricoltori, ciò che uno stato può fare per organizzare al meglio le attività economiche è prendere in considerazione le esigenze di quest’ultima classe sociale, senza però intaccare i diritti di proprietà dell'aristocrazia e il ruolo della monarchia.
Quesnay individua tre classi sociali che gestiscono e intervengono nel processo economico:
- Agricoltori: chi produce valore
- Imprenditori: chi trasforma valore
- Proprietari terrieri: classe improduttiva, sterile, distribuisce valore a sé stessa (grande cambiamento rispetto ai mercantilisti: Quesnay sposta l’attenzione da questa classe a quella degli agricoltori.)
Obiettivo: spostare l’attenzione da una classe sociale all’altra, tenendo bassi i prezzi dei prodotti agricoli per garantire le condizioni di sussistenza ed evitare che ci siano dei momenti di inflazione.
Il progetto non trovò significative realizzazioni, anche se alcuni interventi a sostegno di una maggiore libertà economica furono introdotti. È importante però sottolineare il tentativo di fondare il progetto di riforma dell'agricoltura e di rafforzamento della borghesia agricola su un più generale modello dell'economia e dei suoi rapporti con la società.
Il modello fisiocratici parte infatti dall'assunto che esistono leggi naturali della società simili a quelle che governano il mondo fisico. Quanto più la società si organizzerà in modo confacente a queste leggi, tanto più potrà aumentare sia il benessere individuale che quello collettivo. Un aspetto essenziale delle leggi naturali è costituito dal diritto di proprietà. Se questo diritto viene riconosciuto e garantito adeguatamente, può svilupparsi meglio il perseguimento dell'interesse individuale che a sua volta contribuirà a creare maggiore ricchezza sia individuale che collettiva.
In conclusione, si può dire che i fisiocratici vedono nel perseguimento dell'interesse individuale una tendenza naturale, un aspetto essenziale delle leggi naturali della società che sono di origine divina. Escludendo il ruolo particolare attribuito all'agricoltura, nella fisiocrazia sono presenti una serie di elementi che confluiranno nel patrimonio dell'economia classica: l'idea di leggi naturali dell'economia, l'identificazione del comportamento economico come motivato sulla base del guadagno, le positive conseguenze (non solo economiche ma anche sociali) attribuite al libero perseguimento dell'interesse individuale attraverso il mercato, un ruolo delle istituzioni politiche che deve limitarsi a garantire il diritto di proprietà e la sicurezza dei traffici.
1750-1850: Classici
Grande cambiamento: Il valore non ha più origine dal commercio o dalla produzione ma ha origine nel lavoro. In più, questo cambiamento è dovuto a quello che succede in questo determinato periodo storico: la Rivoluzione Industriale, la quale porta ad una progressiva divisione del lavoro (es. per vedere una pagnotta, un fornaio acquista la farina dal contadino che macina il grano, il lievito da chi lo produce etc. La catena produttiva si arricchisce di molti individui che contribuiscono, ciascuno con la sua parte, alla produzione).
La Rivoluzione Industriale è anche legata allo sviluppo di tecnologia, quest’ultima è un fattore determinante nella divisione del lavoro. Nella visione dei classici lo sviluppo è considerato naturale, conseguenza della divisione del lavoro, in realtà sappiamo che i problemi di sviluppo ci sono perché non si trovano le stesse condizioni nello spazio e nel tempo.
Sostanzialmente, il processo produttivo dipende da tutta una serie di attori che si collocano lungo la divisione del lavoro, e il prezzo viene determinato dalla quantità di lavoro che viene impiegata in ciascuna delle fasi di produzione. Per parlare di economia quindi è chiaro che per Smith si debba pensare alle classi sociali del sistema economico, le quali sono attori economici che immettono lavoro e che contribuiscono alla determinazione del prezzo.
In sintesi:
- Focus sui fattori oggettivi che incidono su produzione e distribuzione
- Divisione del lavoro (ciascuna delle fasi che si verificano nel processo produttivo)
- Tecnologia
1850: Rivoluzione marginalista e scuola neoclassica
Da 1850 in avanti:
- Se i classici avevano orientato il tema sul valore del lavoro (quindi il prezzo era dato dai costi produttivi) i marginalisti credono che la scelta individuale crei valore.
- Spostamento da fattori oggettivi (produzione) a soggettivi (preferenze individuali)
- Nell’ottica marginalista non è importante parlare di produttività, perché quello che importa è il consumatore, il quale ha delle preferenze che “determinano” la produzione (perché egli decide di premiare un prodotto piuttosto che un altro). L’individuo è il motore dell’economia.
- Conseguenza molto importante: Quando è il prezzo che determina il valore (e non viceversa), il livello e la distribuzione del reddito sembrano giustificati, perché c’è un mercato di beni e servizi che genera quel reddito.
La scuola classica: excursus
Adam Smith è il fondatore dell’economia politica, egli fa parte della Scuola Classica dell’economia così come Malthus e Ricardo che riescono a riempire alcune lacune della teoria di Smith. La scuola classica nasce come analisi istituzionale dell’economia.
Marx è allievo di Ricardo quindi si forma nella scuola classica dell’economia però poi riesce a mettere a punto il suo sistema di interpretazione del capitalismo. Marx apre la scuola sociologica, così come Weber, due autori che nascono come critica alla scuola classica. La scuola classica viene criticata anche dalla Scuola Storica dell’Economia che avvia la rivoluzione marginalista (che esclude le istituzioni) che si conclude con la ricostituzione di uno status quo, ovvero con la scuola neoclassica che ancora oggi rappresenta la teoria dominante dell’economia.
Adam Smith e la "Grande Sintesi"
Abbiamo detto che per i fisiocratici, il libero perseguimento dell'interesse individuale è in grado di conciliare “naturalmente”, per mezzo del mercato, benessere individuale e collettivo. Per Smith non è così: la ricerca dell'interesse individuale e il funzionamento del mercato possono favorire il benessere collettivo solo se sono controllati da precise regole istituzionali. Lo studio di tali vincoli istituzionali è parte integrante, per Smith, dell'indagine sulle cause della ricchezza delle nazioni. Economia e sociologia economica sono pertanto strettamente collegate nella sua opera.
I fondamenti sociali dell'azione economica
Adam Smith nasce, si forma e lavora in Scozia. Per più di dieci anni insegnò la teoria morale nell'Università di Glasgow e pubblicò nel 1759 la Teoria dei sentimenti morali (economia connaturata a filosofia e politica).
La teoria dei sentimenti morali tratta, tra le altre cose, della “mano invisibile del mercato.” Che cosa vuol dire? Vuol dire che il mercato, come meccanismo di regolazione delle attività economiche si autoregola perché ha questa mano invisibile che fa sì che la domanda e l’offerta si incontrino. Quando domanda e offerta si incontrano si definisce un prezzo. Smith distingue tra prezzo naturale e prezzo di mercato, quindi la mano invisibile porta il prezzo di mercato a coincidere con il prezzo naturale.
La mano invisibile sembrerebbe qualcosa di positivo, ma è stata male interpretata nel tempo perché si sono persi alcuni elementi che Smith invece aveva evidenziato nella Teoria dei sentimenti morali. Egli spiega che la “mano invisibile del mercato” funziona solo se inserita in un contesto istituzionale adeguato, cioè in un contesto dove ci sono leggi e regole che vengono rispettate e con istituzioni che sostengono le attività economiche.
La mano invisibile del mercato è stata variamente interpretata, per esempio da politiche liberiste affermatesi dagli anni ’80 in poi, le quali ritenevano che il contesto istituzionale non doveva essere considerato e che il mercato doveva essere lasciato libero in modo tale da permettere alla mano invisibile di regolarlo miracolosamente.
Che cos’è il mercato per Smith?
Smith considera il mercato come insieme di scambi strutturati che si ripetono quasi in modo autonomo (visione ottimista, influenzata dall’ambiente illuminista inglese). Nella teoria dei sentimenti morali Smith matura anche una concezione che si potrebbe definire come un primo concepimento sociologico dell'azione umana.
L'azione sociale è un'azione istituzionalizzata: e cioè influenzata dai valori e dalle norme che prevalgono storicamente in una determinata società. In quest'opera Smith si propone di applicare il metodo scientifico al comportamento umano: cerca di comprendere, facendo leva sull'osservazione e sull'esperienza diretta, come tendono a comportarsi effettivamente gli uomini in condizioni determinate. Il perseguimento dell'interesse individuale è per Smith una molla importante del comportamento umano, che non si può trascurare.
L'esperienza mostra però che questa spinta non si manifesta in modo incontrollato, ma tende a essere regolata da norme condivise dai membri della società. I benefici pubblici derivano dunque dal perseguimento dell'interesse individuale in forme socialmente controllate. Ma in che modo l'interesse individuale è socialmente disciplinato? Attraverso il meccanismo che Smith chiama “simpatia”.
La simpatia si basa sull'identificazione con i valori condivisi dagli altri membri della società. Essa si realizza in due modi: per mezzo dello "spettatore esterno" e di quello interno.
- Il primo è costituito dalle reazioni di approvazione e disapprovazione degli altri al nostro comportamento, che ci spingono ad adeguarci alle norme sociali prevalenti.
- Il secondo si riferisce all'interiorizzazione delle norme sociali che forma la coscienza morale e influenza, a sua volta, il comportamento individuale. In tal modo l'azione umana viene plasmata dalla società.
Secondo Smith, una società basata sullo scambio di mercato, richiede il rispetto di regole di giustizia e leggi volte a far rispettare la proprietà e la sicurezza altrui. Ecco chiarito perché, per Smith, il mercato può funzionare solo in presenza di un quadro istituzionale appropriato. Possiamo ora comprendere anche perché il comportamento economico non può essere per Smith spiegato con una naturale tendenza alla ricerca della ricchezza: se l'azione umana è influenzata dalle norme sociali, il guadagno individuale, non deve essere considerato un fine in sé, ma è piuttosto uno strumento per ottenere approvazione sociale.
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