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La famiglia come oggetto di studio

La famiglia, campo di analisi della pedagogia e della filosofia, diventa oggetto di studio anche della sociologia alla fine dell’800. In passato si riteneva la presenza di un “nucleo minimo universale” comune a tutte le forme di famiglia in quanto essa condivide delle funzioni specifiche quali la riproduzione sia biologica che socioculturale dei suoi membri, ma anche la regolamentazione della sessualità e la cura ed educazione dei bambini: di conseguenza, la varietà delle famiglie veniva spiegata sulla base di una teoria evolutiva in cui l’ultimo stadio corrispondeva alla famiglia nucleare, per cui le famiglie diverse da quella nucleare appartenevano a uno stadio precedente meno evoluto (Morgan).

Tuttavia, l'antropologia ha operato la de-costruzione dell'idea universale di famiglia, sostenendo che la famiglia è un fenomeno culturalmente costruito, un fatto culturale, una costruzione sociale dove generalmente avviene l'incontro tra i sessi e le generazioni: il concetto di famiglia indica una molteplicità di modi di vivere insieme e di esperienze familiari, considerate non realtà statiche ma strutture in continuo mutamento.

La famiglia descritta come gruppo sociale primario (Cooley) considera le relazioni intersoggettive, i legami familiari e le interazioni nella vita quotidiana; la famiglia descritta come istituzione sociale (Le Play) considera i ruoli e i modelli di comportamento che si basano su norme e valori, essa è influenzata dall’organizzazione sociale ma a sua volta contribuisce alla formazione della società; inoltre, la famiglia è intesa come agenzia di socializzazione in quanto trasforma l’individuo in un membro della società (Berger e Luckmann).

Luciano Gallino (1993) propone una definizione di famiglia come unità organizzativa del sistema sociale, basata sull’interdipendenza di 4 dimensioni:

  • La dimensione politica si riferisce alla distribuzione dell’autorità che può variare da un massimo di concentrazione in un singolo soggetto a una distribuzione egualitaria tra i membri.
  • La dimensione economica si riferisce al modo di svolgimento dell’attività lavorativa all’interno e all’esterno della famiglia e alla divisione del lavoro per il sostentamento dei membri.
  • La dimensione affettiva si riferisce ai processi psicosociali che determinano la formazione della personalità dei membri mediante la socializzazione.
  • La dimensione riproduttiva si riferisce alla sfera bio-culturale, in quanto i fenomeni culturali condizionano la procreazione e il modo di allevare i figli.

Strutture e relazioni familiari

Si distingue tra strutture familiari e relazioni familiari: la struttura familiare indica le regole di una convivenza che determinano la composizione e l’ampiezza della famiglia, mentre le relazioni familiari indicano i rapporti di autorità e di affetto esistenti tra i membri che vivono insieme (Barbagli).

Gli studiosi del gruppo di Cambridge (Laslett, 1977) hanno classificato le strutture familiari sulla base di 2 criteri, ovvero presenza/assenza di una coppia coniugale e presenza/assenza di una coppia generazionale:

  • I gruppi domestici senza struttura in cui è assente sia una coppia coniugale che una coppia generazionale, per cui corrispondono alle convivenze di fratelli/sorelle o di consanguinei senza vincoli di generazione, ma anche persone che vivono sole;
  • I gruppi domestici semplici (famiglia nucleare) in cui è presente una coppia coniugale e/o una coppia generazionale, per cui corrispondono alle convivenze di genitori e figli o di una coppia senza figli, ma anche una persona sola con figli;
  • I gruppi domestici estesi in cui è presente sia una coppia coniugale che una coppia generazionale insieme ai parenti, per cui corrispondono alle convivenze di genitori e figli o di una coppia senza figli con parenti ascendenti (nonni), discendenti (nipoti) o collaterali (fratelli/sorelle del coniuge);
  • I gruppi domestici multipli che sono composti da più coppie coniugali, eventualmente con i loro figli – questi gruppi si articolano in sottogruppi a seconda dei legami tra i diversi nuclei lungo l’asse generazionale: frérèches in cui tutti i fratelli sposati vivono insieme alle proprie famiglie, famiglie a ceppo in cui la coppia anziana vive insieme a quella dell'erede, famiglie congiunte in cui tutti i figli maschi sposati portano le loro mogli e poi i figli a vivere nella casa dei genitori.

Strutture familiari nel passato europeo

Le ricerche storiche e demografiche hanno contrastato l’opinione prevalente basata sul fatto che nel passato europeo le famiglie fossero maggiormente a struttura multipla e che avessero subito nel tempo un processo di contrazione progressiva (Durkheim), ovvero il passaggio dalla famiglia multipla dei parenti alla famiglia nucleare coniugale moderna come conseguenza dell’industrializzazione: infatti, le ricerche del Gruppo di Cambridge dimostrano che diversi secoli prima dell’industrializzazione la famiglia nucleare coniugale era già il modello di struttura familiare prevalente in molti paesi del nord Europa, tra i quali l’Inghilterra dove avvenne la rivoluzione industriale; la famiglia nucleare è, piuttosto che una conseguenza, una delle circostanze favorevoli all’industrializzazione dato che quest’ultima si è sviluppata inizialmente nelle zone dove prevaleva questo modello di famiglia.

Nel modello di famiglia occidentale, prevalente nelle regioni europee che sono ad ovest di una linea ideale tracciata da Leningrado a Trieste (Hajnal, 1977), l’età delle spose è relativamente alta intorno ai 23/24 anni e di conseguenza la fecondità è ridotta, la differenza di età tra i coniugi è bassa per cui il matrimonio è tra adulti coetanei in grado di condurre la propria impresa familiare e di stabilire la propria residenza separata da quella dei genitori.

A differenza del modello occidentale, nel modello orientale prevalgono famiglie multiple discendenti, un’età delle spose molto bassa e di conseguenza un alto tasso di fecondità e nel modello meridionale prevalgono famiglie multiple di vario tipo quali le frérèche in alcune zone della Francia meridionale, le famiglie multiple discendenti in Toscana, Umbria ed Emilia-Romagna e le famiglie a ceppo in alcune zone dell’Austria meridionale e del Tirolo.

Nel caso italiano, per quanto riguarda le strutture familiari, c’erano differenze tra città e campagna: nelle città settentrionali prevalevano le famiglie nucleari a causa dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione; nelle campagne settentrionali prevalevano famiglie multiple anche se con distinzioni a seconda del tipo di contratto che legava il contadino alla terra; nelle campagne meridionali il modello produttivo a coltura estensiva e la dispersione delle proprietà portavano i contadini a vivere non sulla terra che lavoravano ma nelle città contadine, per cui prevaleva la famiglia nucleare a prescindere dall’industrializzazione.

Ci sono stati diversi fenomeni che hanno modificato le strutture familiari tra il XIV e il XX secolo:

  • Le epidemie e le carestie si sono ridotte, ma la mortalità era comunque molto diffusa a tutte le età, per cui erano molto frequenti le famiglie ricostituite; inoltre, erano presenti forti differenze di genere in quanto per l’uomo era più facile risposarsi in caso di morte precoce del coniuge, peraltro la mortalità femminile era elevata per cause legate alla gravidanza e al parto: questi fenomeni rappresentano un’elevata instabilità familiare nel passato che ha indotto a contrastare l’immagine stereotipata di un passato immobile.
  • Il modello successorio patrilineare divisibile aveva favorito la formazione di famiglie multiple-orizzontali in cui i fratelli sposati continuavano a vivere nella casa dei genitori con mogli e figli, mentre il modello patrilineare indivisibile aveva prodotto allo stesso tempo famiglie unipersonali per i figli cadetti, famiglie multiple-verticali a ceppo e famiglie estese; in seguito, nella seconda metà del XVIII secolo il ritorno al modello di eredità divisibile e alla dote femminile ha diffuso le famiglie nucleari nelle classi superiori, così queste famiglie divennero più simili alle famiglie di artigiani e commercianti che da diversi secoli avevano stabilizzato questo tipo di struttura familiare.
  • C’era il ricorso al personale domestico, in quanto in tutte le famiglie-unità produttiva si assumevano servi quando i figli erano piccoli e si mandano a servizio i propri figli quando questi crescevano.
  • Nell’Italia centro-settentrionale, tra il XV e il XVI secolo, avviene una frattura tra città e campagna in quanto i ceti urbani hanno ormai preso il controllo delle campagne e formano l’organizzazione produttiva poderale, cioè le terre vengono riunite fino a costruire un podere di dimensioni tali che richiede molta forza-lavoro e questo favorisce la diffusione di famiglie multiple, mentre nelle città si affermava in tutte le classi sociali la famiglia nucleare. Un caso diverso di proletarizzazione agricola che porta alla famiglia nucleare, invece, è quello dei contadini più poveri con i contratti di boaria.

Industrializzazione e trasformazioni della famiglia

Dunque, la famiglia nucleare era presente secoli prima dell’industrializzazione in diverse aree dell’Europa, ma in tutti i paesi coinvolti dal processo di industrializzazione la famiglia nucleare si è diffusa rapidamente anche in aree geografiche e classi sociali caratterizzate precedentemente da altri tipi di strutture familiari; tuttavia, la diffusione delle famiglie nucleari derivante dall’industrializzazione non deve essere intesa come un mutamento diretto della famiglia bensì come l’esito di una profonda trasformazione dell’assetto sociale.

L’industrializzazione favorisce il passaggio dalla divisione del lavoro domestico alla divisione del lavoro di fabbrica che causa la modifica del modo di produzione familiare: i membri delle famiglie urbane e contadine diventano operai nelle fabbriche e l’organizzazione capitalista sostituisce l’autorità familiare appropriandosi del controllo della forza-lavoro dei minori, per cui avvengono le prime ribellioni contro l’introduzione delle macchine che distruggono i mestieri e anche contro le leggi sul lavoro minorile.

In particolare, in Europa a seguito dell’industrializzazione ci sono stati 3 fenomeni che hanno modificato l’organizzazione familiare:

  • Il primo fenomeno riguarda la diffusione dell’economia familiare salariata (Tilly e Scott), per cui anche se le famiglie non sono più unità produttive continuano a essere delle unità economiche in cui tutti i membri contribuiscono; tuttavia, l’introduzione del lavoro in fabbrica ha modificato la divisione del lavoro familiare in quanto solo i maschi adulti e i giovani di entrambi i sessi possono lavorare in fabbrica, mentre le donne adulte, i bambini e gli anziani svolgono l’attività domestica o lavorano a domicilio: dunque, l’uomo aveva il ruolo di procacciatore di risorse (breadwinner) e la donna si occupava del lavoro domestico e familiare (homemaking), così nascono le figure della casalinga e dell’operaio. Proprio a causa della nuova divisione del lavoro avviene la separazione delle attività riproduttive all’interno dello spazio domestico dalle attività produttive all’interno dello spazio lavorativo che nella famiglia-unità produttiva erano unite.
  • Il secondo fenomeno riguarda i rapporti tra le generazioni nella famiglia, ovvero anche se il salario individuale ha favorito l’individualizzazione e la separazione, rimane forte la solidarietà economica familiare poiché le risorse erano sufficienti solo se si dividevano le spese e si condividevano i salari.
  • Il terzo fenomeno riguarda la transizione demografica, ovvero il passaggio dal tasso alto di mortalità e di fecondità nelle società preindustriali al tasso basso di mortalità grazie ai miglioramenti delle condizioni igieniche-sanitarie e al tasso alto di fecondità dovuto a un aumento dei matrimoni e alla riduzione del controllo familiare sulla vita sessuale dei giovani nelle società industriali.

Strutture familiari nelle società occidentali contemporanee

A differenza del passato, nell’epoca contemporanea possediamo un’ampia quantità di dati di tipo statistico sulla famiglia, grazie ai censimenti periodici e alle indagini campionarie; tuttavia, i dati oggi disponibili anche se coprono grandi aree e popolazioni rischiano di far perdere la concretezza e la specificità delle singole famiglie e delle diverse realtà locali, per cui c’è una maggiore quantità dei dati ma una minore qualità descrittiva rispetto alle fonti parrocchiali del passato.

In Italia l’Istat ha adottato una quadripartizione delle strutture familiari, per cui le famiglie sono classificate come: unipersonali, coppie senza figli, coppie o singoli con figli, estese. Per definire la famiglia si utilizza la definizione anagrafica che ha subito vari cambiamenti, essa è rimasta stabile solo tra il 1951 e il 1981, periodo in cui definiva che gli elementi di fondo della famiglia erano la relazione di parentela, affinità o affettività, la coabitazione e il bilancio in comune: tuttavia, questi sono indicatori parziali poiché non necessariamente la famiglia corrisponde all’aggregato che vive sotto lo stesso tetto (ex. coniugi con residenze separate per lavoro, figli di separati che vivono in case diverse) e l’unità del bilancio non esclude scambi con l’esterno (ex. genitori aiutano economicamente i figli che vivono altrove); dunque, a metà degli anni ’80 è stata modificata la definizione anagrafica eliminando il requisito del bilancio comune come identificante una famiglia, privilegiando l'abitualità del domicilio e l'esistenza di rapporti affettivi.

Tuttavia, ci sono difficoltà comparative in uno stesso paese e soprattutto tra paesi diversi poiché è difficile definire in modo specifico i confini della famiglia e i criteri in base ai quali farlo che possono essere criteri spaziali, relazionali o di condivisione di risorse, anche se l’ONU e l’Eurostat negli ultimi anni hanno effettuato dei tentativi di omogeneizzazione delle definizioni statistiche della famiglia.

Tendenze attuali

Le tendenze attuali, ovvero la crescita del numero delle famiglie superiore alla crescita della popolazione a causa della significativa riduzione del tasso di fecondità, la diminuzione del tasso di nuzialità con l’aumento dell’instabilità coniugale e la crescita delle aspettative di vita con l’invecchiamento della popolazione hanno causato l’aumento delle famiglie nucleari, unipersonali e monogenitoriali e la diminuzione delle famiglie estese e multiple.

L'instabilità coniugale, dovuta a separazioni e divorzi, è uno dei fattori responsabili della diversificazione delle strutture familiari nelle società contemporanee: famiglie nucleari coniugali si dividono formando famiglie monogenitoriali da un lato e unipersonali dall’altro, le quali possono formare famiglie ricostituite insieme a nuovi partner ed eventuali ulteriori figli, oppure famiglie estese mediante il ritorno del figlio adulto nella famiglia di origine: in questo caso si parla di ricoabitazione per indicare persone che dopo un periodo che hanno vissuto separatamente sono tornate ad abitare insieme, anche dette “famiglie a fisarmonica” che si aprono e si chiudono a seconda del bisogno.

L’allungamento della durata della vita e l’invecchiamento della popolazione hanno favorito l’aumento di famiglie unipersonali poiché è aumentato il numero degli anziani che vivono da soli dopo che i figli sono andati via di casa e dopo che il coniuge è deceduto, ma hanno favorito anche una ripresa delle famiglie estese in quanto gli anziani fragili o vedovi spesso vengono ospitati nella famiglia dei figli. Inoltre, mentre in passato la formazione di una nuova coppia trasformava la famiglia di uno dei due partner in famiglia estesa, ora i figli escono dalla casa di origine per convivere in coppia formando famiglie nucleari.

Dunque, la famiglia nucleare è un modello molto diffuso ma, allo stesso tempo, le indagini statistiche segnalano una costante diminuzione delle stesse: la coppia coniugale con figli rappresenta una fase della vita che riguarda la maggioranza delle persone, ma le vicende del ciclo di vita ne riducono sempre di più la durata.

La diminuzione delle famiglie con figli non ha avuto la stessa intensità in tutti i paesi a causa delle differenze nell'età di uscita dei giovani dalla famiglia di origine e nelle modalità di formazione della famiglia: in Italia nella fascia di età 25-34 è diminuita del 15% la quota di coloro che hanno figli ed è aumentata del 9% quella di coloro che vivono ancora con i genitori, nello specifico circa il 40% di giovani tra 25-34 anni vive ancora con i genitori e questo mostra un forte ritardo nell’uscita dalla famiglia di origine tanto che si è parlato di “famiglia lunga del giovane adulto”, soprattutto a causa dell’insicurezza economica che ha colpito le generazioni più giovani ma anche per mutua convenienza e affettività; tuttavia, una parte di queste lunghe convivenze dei figli in famiglia nasconde fenomeni più complessi, in quanto ci sono giovani che mantengono la propria residenza presso la casa dei genitori ma vivono altrove e altri che trascorrono periodi più o meno lunghi in altre città come studenti o lavoratori pendolari.

Inoltre, in Italia sono in aumento le famiglie unipersonali con anziani soli, soprattutto al nord, di cui una quota consistente sono donne, infatti, quasi il 50% delle donne di 75+ anni vive da sola a confronto con circa il 20% degli uomini.

La famiglia nella parentela

La parentela è sempre stato l’oggetto di studio principale degli antropologi, mentre veniva sottovalutata dagli stori

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

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