L'informazione e l'idea di comunicazione
Definizione di informazione
Pochi di noi sono in grado di definire senza esitazioni la parola "informazione". Siamo alle prese con una delle questioni basilari delle scienze sociali: definire in modo sufficientemente univoco e preciso termini che sono già entrati da tempo, in modo non specialistico, nelle conversazioni quotidiane della gente comune.
In questo caso possiamo affrontare il problema proponendo una definizione semplice e concisa, ma sorprendentemente efficace: l'informazione come "la percezione di una differenza". Questa definizione proviene da un grande studioso della comunicazione, Gregory Bateson, che intendeva l'informazione come "una differenza che produce una differenza".
L'informazione non è però semplicemente sinonimo di differenza. Affinché vi sia informazione, la differenza deve anche essere percepita. L'albero della foresta non diventa informazione fino a quando qualcuno non lo vede o lo sente cadere.
L'unità minima di informazione è il binary digit (bit), che rappresenta la quantità di informazione contenuta in un evento o un oggetto con due soli stati possibili. Definire l'informazione come una "percezione di una differenza" consente non solo di utilizzare una definizione unica per l'informazione riferita a esseri umani, animali o macchine, ma anche di separare il concetto di informazione così concepito dai suoi possibili attributi qualitativi (giusta, sbagliata ecc.).
Informazione e significato sociologico
È solo l'incontro tra le aspettative del soggetto o il contesto in cui è inserito che le informazioni diventano per noi umani qualcosa di importante, qualcosa a cui conferiamo un significato che possiamo studiare da un punto di vista sociologico.
Studiare la comunicazione umana significa anche, in un modo o nell'altro, studiare la società. È questo ciò che giustifica l'esistenza di una sociologia della comunicazione.
Teoria matematica della comunicazione
Il primo passo verso una comprensione più articolata della comunicazione consiste nel considerarla come una trasmissione di informazione. Questa visione, estremamente semplice ed estremamente diffusa, è stata sistematizzata scientificamente intorno alla metà del secolo scorso in quella che ancora oggi è conosciuta con la generica denominazione di "teoria matematica della comunicazione" [Shannon e Weaver 1949].
Nel corso del tempo, numerosi modelli hanno cercato di rappresentare la comunicazione il più efficacemente possibile. Se l'apporto della cibernetica ha inserito un elemento di circolarità nel modello di Shannon attraverso la nozione di feedback e se i modelli semiotici hanno restituito al destinatario un ruolo attivo nel processo di interpretazione, è con il richiamo alle radici etimologiche della parola che la sociologia può immaginare un modo completamente diverso di pensare alla comunicazione.
Etimologia e reciprocità nella comunicazione
La parola "comunicazione" deriva da un'antichissima radice sanscrita (com, mettere in comune). Vi è dunque un elemento che richiama la reciprocità, il vincolo collettivo, in ultima analisi il sentimento fondativo del vivere sociale. Comunicare significa quindi anche condividere.
Intentionalità nella comunicazione
Un’ulteriore questione sulla quale riflettere è quella dell’intenzionalità. Dobbiamo considerare come comunicative solo quelle situazioni nelle quali è presente un’intenzione esplicita e consapevole di condividere un significato, oppure tale intenzione è solo una componente accessoria?
L'influente Scuola di Palo Alto, che dagli anni Sessanta ha affrontato il problema della comunicazione umana in una prospettiva interdisciplinare, equipara la comunicazione al "comportamento" e nega così il requisito dell’intenzionalità. Al contrario, il sociologo canadese Ervin Goffman distingue tra l’espressione "assunta intenzionalmente" e l’espressione "lasciata trasparire". Per Goffman va intesa come comunicazione in senso stretto solo la prima categoria di espressioni; tuttavia, è proprio sulle espressioni "lasciate trasparire" che si concentra la sua attenzione.
Definizione di comunicazione secondo Luigi Anolli
Una possibile definizione precisa della parola comunicazione è quella proposta dallo psicologo Luigi Anolli, secondo il quale la comunicazione è «uno scambio interattivo osservabile tra due o più partecipanti. Dotato di intenzionalità reciproca e di un certo livello di consapevolezza, in grado di far condividere un determinato significato sulla base di sistemi simbolici e convenzionali di significazione e di segnalazione».
Secondo questa definizione, la presenza dell’intenzionalità distingue lo scambio comunicativo da un semplice scambio informativo: una cravatta macchiata sarebbe l’esempio di comportamento non comunicativo in senso stretto, pur con una evidente funzione informativa.
Ai fini pratici, possiamo considerare operativamente la comunicazione come "un processo di costruzione collettiva e condivisa del significato, dotato di livelli diversi di formalizzazione, consapevolezza e intenzionalità".
La comunicazione animale
Può risultare utile, per concludere l’introduzione agli aspetti più generali dell’argomento, accennare anche alla comunicazione animale. Storicamente l’atteggiamento nei confronti della comunicazione animale è oscillato tra antropocentrismo e antropomorfismo. Nel primo caso si tende a considerare l’uomo come unico depositario del "dono" della comunicazione, escludendo qualsiasi parallelismo tra animali ed esseri umani. Nel secondo caso, al contrario, si tende a "umanizzare" gli altri animali attribuendo loro le stesse caratteristiche e dinamiche comunicative tipiche della nostra specie.
In definitiva, la comunicazione animale non è quasi mai narrazione di storie. Agli animali le parole non servono. Gli studi più recenti hanno però dimostrato che le generalizzazioni troppo rigide non reggono e che la comunicazione animale presenta caratteristiche estremamente diverse da specie a specie. Per esempio, se è vero che di solito gli animali non comunicano in modo referenziale, è altrettanto vero che alcune specie di primati sembrano farlo, sia pure in modo limitato rispetto all’uomo.
La comunicazione faccia a faccia
Attraverso la comunicazione noi costruiamo le nostre relazioni e i nostri ruoli sociali. In questo capitolo studieremo in che modo si possono "punteggiare" le successioni di eventi comunicativi, dando un senso soggettivo a quello che ci accade nello scorrere della nostra vita quotidiana.
Il linguaggio verbale e la sua comodità
Oltre a essere molto comodo, il linguaggio verbale permette di comunicare:
- Eventi accaduti lontano nello spazio e nel tempo;
- Argomenti complessi come sentimenti e tutto ciò che non ha un corrispettivo fisico immediato.
È possibile distinguere i linguaggi digitali (chiamati anche numerici) dai linguaggi analogici. La comunicazione numerica di tipo verbale rappresenta un momento evolutivo nella storia dell’uomo; tuttavia, è bene precisare che la comunicazione numerica non è sempre necessariamente preferibile a quella analogica.
Significante e significato
In linguistica si è soliti distinguere tra le due componenti di un segno: significante e significato. La semiotica suddivide ulteriormente i segni in indici, icone e simboli.
In sociologia è utile introdurre una ulteriore distinzione tra segnali e simboli. Nel primo caso (segnale) il significato è una certa quantità, finita e precisa, di informazione con poche possibilità di equivoci e di spazi interpretativi. Un simbolo, al contrario, è costituito da un significato dai contorni imprecisati, indeterminati, non interamente esplicitati e formalizzati. Il significato, in quest’ultimo caso, non è comprensibile senza un adeguato processo di apprendimento del sistema convenzionale utilizzato.
I simboli intesi in senso sociologico, quindi, costituiscono temi complessi e affascinanti che coinvolgono gli individui, la società e la cultura del momento in cui vengono proposti.
La comunicazione verbale
Il linguaggio verbale caratterizza l’uomo rispetto a tutte le altre specie animali, rendendo possibile la genesi di una civiltà e rappresentando la premessa per mezzi di comunicazione via via più sofisticati destinati ad accompagnare mutamenti sociali in rapida accelerazione.
L’idea di rapporto causale tra linguaggio e conoscenza, dove il primo determina la seconda, è stata formalizzata nella controversa "ipotesi della relatività linguistica" di Sapir-Whorf. Tale ipotesi afferma che i parlanti di lingue diverse sono orientati dalla loro lingua verso differenti tipi di osservazione e differenti valutazioni di eventi esterni simili: di conseguenza essi giungono, in qualche modo, a una differente visione del mondo.
Se nella sua versione più radicale l’ipotesi della relatività linguistica non sembra condurre molto lontano, in una interpretazione più morbida ci ricorda invece che la disponibilità e l’uso di determinate parole ci spingono a pensare in un modo piuttosto che in un altro. La sociologia si è occupata fin dalle sue origini delle relazioni che esistono tra linguaggio, conoscenza e struttura sociale.
Il risultato è stata la scoperta di una fitta trama di interconnessioni che non è possibile riassumere in un’unica direzione causale. Quello che è certo è che le forme e i contenuti della conoscenza umana non possono più essere considerati come valori assoluti, che crescono cumulativamente attraverso la storia, ma sono invece relativi e validi limitatamente al contesto storico-sociale in cui si sviluppano. In questo faticoso processo di costruzione sociale della conoscenza, il linguaggio svolge un ruolo fondamentale in quanto costituisce il materiale di base con cui la conoscenza viene edificata.
Valore politico delle parole
Se è vero che la conoscenza non è mai neutrale e incarna sempre un punto di vista, le parole con cui la conoscenza viene espressa possiedono un valore politico. Decidere chi nomina e come nominare le cose rappresenta una forma importante di potere. Coerente con questa prospettiva pragmatica della comunicazione verbale, la teoria degli atti linguistici riassume i propri principi nell’idea che dire è sempre anche fare.
Tale teoria distingue negli atti linguistici tre diversi livelli:
- Atti locutori, rappresentati dalla semplice azione di pronunciare qualcosa;
- Atti perlocutori, comprendono le conseguenze dell’atto linguistico negli ascoltatori;
- Atti illocutori, costituiscono azioni che si compiono per il fatto stesso di pronunciare determinate parole (la frase del matrimonio).
Lingua e identità collettiva
Quando l’analisi del linguaggio verbale viene svolta sul piano psicologico, più che la struttura interna della lingua si considera il suo rapporto con la comunità che la parla, con il territorio, con le altre forme di collettività, talvolta in conflitto tra loro.
La condivisione di una lingua è spesso infatti un fattore primario per il mantenimento e il rafforzamento di un’identità collettiva (che sia essa di piccolo o ampio raggio).
In un’epoca come la nostra di mutamenti sociali in rapida accelerazione, ci accorgiamo talvolta di non possedere parole adeguate a descrivere ciò che viviamo. Il rinnovamento del linguaggio avviene, oltre che sulla spinta delle grandi trasformazioni sociali, anche attraverso il semplice utilizzo quotidiano individuale.
Ferdinand de Saussure (1916) ha identificato nella coppia di concetti "langue" e "parole" lo scambio circolare che avviene continuamente tra la forma codificata di una lingua e le sue molteplici esecuzioni individuali.
Questa relazione circolare ci interessa in quanto rispecchia la stessa relazione che lega l’individuo alla società. Anche in questo caso, infatti, possiamo osservare che ognuno di noi è fortemente condizionato dalla società (processo di socializzazione) mentre a sua volta la società assume le sue forme oggettive e istituzionalizzate grazie alle azioni degli individui che la costituiscono.
La comunicazione non verbale
Il senso comune considera la comunicazione non verbale come qualcosa di più spontaneo, più naturale e in un certo senso più semplice rispetto alle parole. Nonostante questa visione, da un punto di vista scientifico sembra più corretto affrontare il tema della comunicazione non verbale come frutto di una interdipendenza tra natura e cultura. Per comprendere l’inaspettata ricchezza della comunicazione non verbale, si può iniziare a studiarla nelle sue diverse componenti.
Il sistema paralinguistico, chiamato anche sistema vocale non verbale, è costituito da tutti i suoni che emettiamo a prescindere dal significato delle parole. Si tratta in primo luogo del tono e della frequenza della voce, entrambi legati a fattori fisiologici, ma anche alla posizione sociale di chi parla.
Un’ulteriore variabile della comunicazione paralinguistica è relativa al ritmo, in particolare alla velocità delle frasi e all’impiego delle pause. Anche il silenzio (pausa vuota), paradossalmente può parlare più delle parole.
Si tratta tuttavia di un significato ambivalente che dipende in larghissima misura dal contesto in cui il silenzio è inserito. Il silenzio è spesso a sua volta associato a una distribuzione asimmetrica del potere, tanto che in genere chi gode di una posizione sociale superiore può permettersi di attendere che siano gli altri a parlare.
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