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Grandi rivoluzioni che segnano l’ingresso all’età moderna

Grandi rivoluzioni che segnano l’ingresso all’età moderna: rivoluzione industriale, scientifica e francese: sconvolgimenti sociali, produttivi e della conoscenza -> nasce la sociologia e la scienza moderna.

1887 cattedra a Durkheim che segna la nascita della sociologia nelle accademie ma anche segnata dall’impronta positivista e dalla teoria marxista -> Marx si afferma su altri modi di intendere il cambiamento perché pretende un approccio scientifico perché si ancora al materialismo storico.

Anche la sociologia ha bisogno di ancorarsi a qualcosa il più possibile materiale per affermarsi. Su questo influsso si insedia una sorta di dualismo tra l’aspetto relazionale, relazioni sociali tra classe proletaria e classe capitalista, e dall’altra parte gli aspetti espressivi che farebbero più riferimento alla cultura.

Questo dualismo è ora superato ma si prende in considerazione, ma si prendono in considerazione le relazioni che sussistono tra società e cultura.

Norme sociali riguardano il comportamento -> come le persone si comportano.

Credenze -> modo in cui le persone credono che funzioni il mondo.

Simbolo -> significato dato alle cose ma che rimanda ad idee più ampie.

Introduzione: che cos’è la sociologia della cultura

L’istituzionalizzazione della sociologia come disciplina avviene lentamente, a partire dagli studi di Auguste Comte, il primo ad usare tale termine, e Herbert Spencer, già verso la metà del XIX secolo.

La sociologia nasce come disciplina accademica solo nel 1887 quando a Émile Durkheim viene assegnata la cattedra di «Scienze Sociali e pedagogia» all’Università di Bordeaux, in Francia.

In ottemperanza al positivismo che caratterizzava i primi autori e sotto l’influenza del successivo materialismo storico, di derivazione marxista, la pretesa scientificità di tale disciplina tendeva ad ancorarsi tanto al metodo, empirismo logico, quanto all’analisi della struttura sociale e delle conseguenze materiali.

Per lungo tempo, quindi si venne a registrare una sorta di “dualismo” nella disciplina, tra aspetti per così dire «relazionali», relazioni sociali, ed «espressivi», alias “culturali”.

Nella convinzione che la sociologia si dovesse occupare primariamente e principalmente «della società», per lungo tempo si tese a prediligere la dimensione «sociale», strutturale, su quella cosiddetta «espressivo-culturale».

Oggi, tuttavia, tale dualismo appare, almeno in gran parte, superato e la sociologia guarda al contempo tanto alla dimensione strutturale/relazionale che a quella espressivo/culturale… Ma soprattutto a come queste due dimensioni si influenzano a vicenda!

Quando i sociologi parlano di società, in genere fanno riferimento ad aspetti come «la struttura sociale», ovvero la «base materiale» delle relazioni di riproduzione sociale, i rapporti di classe/di produzione tra gruppi umani, le «funzioni» di determinate istituzioni sociali, ecc.

Quando invece parlano di cultura «essi solitamente intendono una di queste quattro cose: norme, valori, credenze o simboli espressivi …»: le norme sono il modo con cui la gente si comporta in una data società, i valori sono ciò a cui essi tengono, le credenze sono il modo in cui essi pensano che il mondo funzioni, e simboli espressivi sono rappresentazioni, spesso delle stesse norme sociali, dei valori e delle credenze.

La Sociologia della cultura può essere intesa, generalmente, come quella branca della sociologia che osserva i fenomeni culturali da una prospettiva sociologica. Ovvero che guarda le reciproche influenze di aspetti sociali e culturali, ai due aspetti dell’esperienza umana, relazionale ed espressiva, ma soprattutto alle loro reciproche influenze, dalla prospettiva analitica propria delle scienze sociali.

Importante sottolineare che non esiste qualcosa come la cultura o la società nel mondo reale. Ci sono soltanto persone che lavorano, scherzano, crescono bambini, pensano, amano, credono e agiscono in una grande varietà di modi. Parlare di cultura da una parte e di società dall’altra significa fare una distinzione analitica tra due diversi aspetti dell’esperienza umana».

Libro sociologia della cultura

Che cos’è la cultura e cosa si intende, quindi, per cultura?

Bauman e la «cultura come prassi»…

Il grande sociologo polacco identificava almeno tre grandi filoni, o «universi di discorso», riguardanti il termine cultura:

  • Nozione «gerarchica» che rimanda al significato etimologico, coltivare: si tratta della visione umanistica di cultura, al singolare, intesa come cultura alta, cultura legittima.
  • Nozione «differenziale» di cultura, che intende render conto della diversità tra persone collocate in contesti temporali, geografici e sociali differenti, concezione antropologica, relativistica e plurale.
  • Nozione «generica» di cultura, non gerarchizzante e non differenziante, bensì piuttosto accomunante il genere umano: cultura come «attributo universale dell’umanità» e capacità di strutturare il mondo, umano.

Cultura alta: l’idea che esista viene dalla tradizione umanistica che ha a che fare soprattutto con il dibattito che si esprime intorno al 19 secolo tra cultura e civilizzazione, processo di modernizzazione. Cultura vista come da preservare.

Tradizione umanistica

Le prospettive accademiche sulla cultura possono essere raccolte in due scuole di pensiero: discipline umanistiche e scienze sociali.

Nell'uso comune il termine cultura è spesso riferito alle Belle Arti e allo spettacolo, in questa accezione viene chiamata cultura alta e implica uno Status Sociale elevato. L'equazione fra cultura e Arti è il risultato di una linea di pensiero diffusa nelle discipline umanistiche, in cui la cultura viene considerata una sfera di valore superiore e universale.

Si sviluppa l’idea di cultura come qualcosa da coltivare, coltivazione dello spirito. Cultura come studio della perfezione, cultura capace di restituire all’umanità bellezza e luce.

Nella tradizione umanistica la cultura viene quindi intesa come quanto di meglio è stato pensato e conosciuto.

Si sviluppa a partire dal dibattito tra “Cultura e Civilizzazione”, Kultur vs Zivilization, sorto nel XIX secolo e che trova la sua espressione più radicale nel il tramonto dell'Occidente, 1918-21, di O. Spengler e nelle Considerazioni di un impolitico, 1919, di T. Mann: opere in cui si ravvisa nella Zivilisation il momento culminante, ma anche irrigidito, artificioso e prossimo alla decadenza di un ciclo di Kultur.

Opposizione tra Cultura e società = cultura e civiltà. Il termine civiltà indicava i progressi tecnologici della rivoluzione industriale e le trasformazioni sociali che accompagnavano l'industrializzazione.

Oppure cultura e civiltà significava protestare contro il pensiero illuminista, contro la credenza che il progresso fosse necessariamente benefico. Essi vedevano la cultura come la salvezza degli esseri umani Ultracivilizzati.

La cultura è qui intesa come “studio della perfezione”, Arnold M., capace di restituire all’umanità “dolcezza e luce”, ovvero, bellezza e saggezza:

«La cultura non è un fine in se stesso, ma un mezzo per un fine. Essa può curare le malattie sociali causate dal materialismo sfrenato e dal filisteismo autocompiacente insegnando alla gente come vivere e apportando idee morali».

Arnold criticò infatti duramente l'Inghilterra Vittoriana per il suo materialismo, per il culto delle macchine e della libertà a prescindere dai fini a cui potevano essere indirizzati.

Egli ricavò le idee di dolcezza e luce dalla parabola di Swift su ragni e api: tutti pensano che i ragni siano molto industriosi ma di fatto essi lavorano solo per se stessi, per catturare le loro cene, Le api sono più ammirevoli, perché producono non egoisticamente benefici per altri. Arnold, nella sua definizione di cultura, si appropriò di quella più socialmente produttiva delle due creature di Swift.

Come il miele e le candele prodotte dalle api, la bellezza e la saggezza prodotti della cultura derivano:

  • Da ciò che di meglio è stato pensato e conosciuto.
  • Da una ragione giusta.

Arnold concepiva la cultura nei termini del suo potenziale educativo. Egli sosteneva che la cultura metteva le persone in grado di connettere la coscienza. La civiltà ha potenzialmente un rapporto armonioso con il sapere, la bellezza, il comportamento e le relazioni sociali e la cultura poteva fornire questa armonia. La cultura può curare le malattie sociali causate dal materialismo sfrenato.

Le principali linee di questo approccio, umanitario, possono essere così riassunte:

  • Approccio elitario: alcune opere culturali sono migliori di altre. La cultura ha a che fare con la perfezione e la coltivazione della mente, la radice della parola richiama appunto il coltivare. La cultura occidentale tende ad essere esaltata.
  • Cultura come qualcosa di opposto all’ordine sociale prevalente, visto ormai come decadente.
  • Cultura come qualcosa di fragile e da preservare, museificazione -> chiudere e tutelare.
  • Cultura come qualcosa di “sacro” e ineffabile, che stacca dal profano.

È importante riconoscere che questo punto di vista tradizionale delle discipline umanistiche è un'idealtipo. Ciononostante, questo modo di intendere la cultura è profondamente radicato nella maggior parte delle persone.

La tradizione umanistica si lega fondamentalmente alla tradizione gerarchica ma può anche fare riferimento alla concezione universale di cultura. Il rischio è di gerarchizzazione ma è vista come coltivare. Weber > la scienza è assurda perché non risponde a “che dobbiamo fare” e “come dobbiamo vivere”.

Tradizione sociologica

Nel corso del XIX secolo, le nuove discipline dell'antropologia e della Sociologia si posero il problema di definire un modo di pensare la cultura diverso da quello di Arnold.

Una prima espressione di questa posizione giunse da J. Gottfried Herder, filosofo tedesco. Per lui tutti gli uomini erano in grado di “produrre” cultura, per cui la pretesa che la cultura, intesa come kultur, come “ciò che di meglio è stato pensato e conosciuto”, potesse essere soltanto appannaggio delle classi superiori era considerato semplicemente ridicolo e pretenzioso.

Si sarebbe più propriamente dovuto parlare di “culture”, al plurale, proprio per evidenziare la molteplicità delle espressioni culturali. Si tratta di un approccio ampio, ripreso dall’antropologia, che vede la cultura “semplicemente” come «il modo di vita di una determinata società».

E.B. Tylor: «La cultura o civiltà, presa nel suo più ampio significato etnografico, è quell’insieme complesso che include il sapere, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume, e ogni altra competenza e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società.»

P. Berger: la cultura è intesa come «la totalità dei prodotti dell’uomo» sia materiali che immateriali.

La cultura, in questa seconda accezione presenta almeno 3 caratteristiche:

  • È acquisita, e non ascritta. Appartiene alla cultura tutto ciò che è frutto di apprendimento e non di risposta geneticamente programmata, tratti fisici, bisogni e comportamenti di tipo biologico e dunque innati.
  • Esiste ovunque, non esistono popoli senza cultura, e ne esiste una per ogni società, variabilità dei costumi umani.
  • È un «insieme complesso» di elementi che si esprimono nel diritto, nella tecnologia, nella morale, ecc.

Adottando questo tipo di definizioni si evita certamente l’etnocentrismo e l’elitismo che contraddistingue l’approccio umanistico, tuttavia si rischia di perdere la dovuta precisione analitica.

Wuthnow & Witten propongono una distinzione analitica tra «cultura esplicita» e «cultura implicita».

Cultura esplicita: espressa in termini tangibili “una specie di bene o merce simbolica che viene esplicitamente prodotta” -> sociologia della cultura?)

Cultura implicita: “caratteristica implicita della vita sociale una prefigurazione o una base per la relazioni sociali” -> sociologia culturale?)

Nell’approccio sociologico, la cultura generalmente non si oppone all’ordine sociale.

«Assunto della “forte congruenza”»:

  • Funzionalismo: «identifica la cultura con i valori che orientano i livelli, sottosistemi nrd, sociali, politici ed economici di un sistema sociale».

Per il sociologo Robert Merton quando i valori di una data società non sono proporzionati ai mezzi si esprimono comportamenti devianti: valori e mezzi sono in armonia in ogni società che funzioni bene.

  • Anche per i marxisti struttura sociale e cultura sono fortemente correlate. In particolare la prima influenza fortemente e direttamente la seconda.
  • Secondo la visione della cultura di Berger, gli uomini interagiscono col mondo secondo un ciclo di «esternalizzazione», «oggettivazione» e «interiorizzazione». Questo processo «culturalizza» la realtà oggettiva, la riveste di significati che a loro volta retroagiscono sulla realtà attraverso la cultura stessa: cultura e realtà sociale sono fortemente correlate.

Tradizione sociologica

In tale concezione la cultura appare:

  • Strettamente legata alla società, armonia tra cultura e struttura sociale = assunto della forte congruenza.
  • Circoscritta a ciò che ha significato pubblico e condiviso.
  • Avalutativa e relativa.
  • Persistente e durevole, piuttosto che fragile, qualcosa da trasmettere e alimentare, invece che conservare.
  • Un prodotto dell’attività umana che può essere studiato empiricamente, da cosa «sacra» ad agire sociale.

Approccio umanistico

  • Approccio elitario.
  • Cultura in opposto all’ordine sociale.
  • Cultura come qualcosa di fragile.
  • Cultura come qualcosa di sacro.

Slide verso una definizione operativa di cultura IMPORTANTE CHIEDE ALL’ESAME.

Tradizione “sociologica”

Una definizione autorevole è quella dell’antropologo Clifford Geertz:

«La cultura è un modello di significati trasmesso storicamente, significati incarnati in simboli, un sistema di concezioni ereditate espresse in forme simboliche per mezzo delle quali gli uomini comunicano, perpetuano e sviluppano la loro conoscenza e i loro atteggiamenti verso la vita».

Questa definizione cattura ciò che la maggior parte dei sociologi comunemente intende usando la parola cultura.

Una definizione autorevole è quella offerta dalla Griswold:

“La cultura si riferisce al lato espressivo della vita umana- comportamenti, oggetti e idee che possono essere visti come esprimenti o rappresentanti qualcos’altro”.

Questa definizione vale sia per la cultura implicita sia per quella esplicita. Una tale definizione operativa non è valutativa, non si focalizza sul “meglio”, ma non è nemmeno la più estesa definizione possibile dal momento che restringe la cultura a ciò che ha significato simbolico.

L’oggetto culturale

Per la Griswold, il punto di partenza di uno studio sociologico sulla cultura è l’oggetto culturale. Esso è un significato condiviso incorporato in una forma.

Oggetto culturale: significato condiviso incorporato in una forma.

  • Un oggetto culturale è un’espressione significativa che è udibile, visibile, tangibile, o articolata, e che ci «racconta una storia».
  • Ha un significato condiviso: gli è stato attribuito un senso che è appunto condiviso da coloro i quali si riconoscono in quella cultura.
  • Non è qualcosa di intrinseco all’oggetto, bensì «il risultato di una decisione analitica che noi compiamo in quanto osservatori».

L’oggetto culturale e la sua analisi

«Specificare un oggetto culturale significa prendere una qualche parte del più ampio sistema che chiamiamo cultura e trattenere quella parte per l’analisi».

Cominciamo, pertanto, col prestare un’attenzione privilegiata all'oggetto culturale stesso. Questo non implica un rifiuto del mondo esterno e della sua influenza sull’oggetto culturale, ma significa che prendiamo innanzitutto l'oggetto culturale come testimonianza di se stesso. Per esempio oggi il pane non è considerato semplicemente come cibo, ma come un oggetto culturale: il pane non solo può essere espressivo, ma un attimo di riflessione ci fa ricordare che esso è immerso nella storia. Nella tradizione Europea il pane significa sicurezza, amore, frugalità, famiglia e vita stessa. Il pane appartiene ad un sistema culturale ed è chiaramente un oggetto culturale.

Il diamante culturale

Per studiare sociologicamente gli oggetti e i processi culturali, le connessioni, i legami tra culture e società, Wendy Griswold propone lo schema del «diamante culturale».

Possiamo considerare tutti gli oggetti culturali come prodotti di creatori umani. Un particolare oggetto può avere un singolo creatore o più creatori. Naturalmente, altre persone oltre ai loro creatori fanno esperienza di oggetti culturali. È solo quando questi oggetti diventano pubblici che essi entrano a far parte della Cultura e diventano oggetti culturali. Pertanto, tutti gli oggetti culturali devono avere gente che li riceva, li ascolti, li legga, li comprenda, lì pensi, li pubblichi, partecipi ad essi, li ricordi. Chiamare queste persone il pubblic

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilarb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Morara Pier Luigi.
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