Estratto del documento

Che genere di violenza

Maria Luisa Bonura

Capitolo 1: Genere e violenza

Per nominare la violenza maschile contro le donne è possibile utilizzare espressioni diverse ormai di uso comune tanto nel linguaggio quotidiano quanto nella letteratura sul tema. Questi termini sono:

  • Violenza domestica: fa riferimento alle donne che subiscono abusi soprattutto tra le mura di casa, ossia in quello che nel sentire comune è invece il più protettivo e sicuro dei contesti.
  • Violenza nelle relazioni di intimità: deriva dall’espressione “intimate partner violence”, che oggi viene preferita a domestic violence, in quanto mette maggiormente in evidenza il fatto che le donne subiscono violenza soprattutto all’interno di relazioni di coppia, da parte del partner o ex partner.

La nozione di violenza domestica è in realtà molto ampia e include anche l’abuso sessuale o l’abuso di mezzi di correzione nei confronti di minori o fra minori (violenza tra fratelli) e quindi si tratta anche di quelle forme di maltrattamento che si verificano fra persone che, pur avendo un legame affettivo, non condividono la stessa residenza. L’espressione violenza nelle relazioni di intimità, a sua volta, può designare tanto il maltrattamento di uomini nei confronti di donne quanto quello di donne nei confronti di uomini o tra partner dello stesso sesso.

  • Violenza di genere: offre un’inquadratura più ampia rispetto alle precedenti. Sebbene anche questa espressione non indichi esclusivamente la violenza di uomini contro donne (ma tutte le forme di maltrattamento fondate sull’odio di genere e sulla discriminazione sessista, come per esempio quelle compiute nei confronti di persone LGBT e motivate da omofobia e trans-fobia) essa ha il vantaggio e il merito di sottendere le motivazioni culturali e la dinamica relazionale specifica delle più diffuse forme di violenza maschile contro le donne.

L’inclusione del concetto di genere nelle definizioni internazionali di violenza contro le donne è il frutto di un percorso storico e rappresenta un’importante acquisizione la cui espressione culminante è rappresentata dalla Convenzione di Istanbul, un documento che stabilisce degli standard internazionali per la prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e che è stato adottato dal Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011. Nella Convenzione di Istanbul (ratificata nel giugno 2013 anche in Italia) il Comitato dei Ministri definisce la violenza contro le donne una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata.

Come evidenziato dalla Raccomandazione generale n.19 CEDAW nel 1992, la violenza compromette o nullifica il godimento da parte delle donne dei diritti e delle libertà fondamentali conformemente ai principi generali di diritto internazionale o alle convenzioni sui diritti umani che comprendono:

  • Il diritto alla vita
  • Il diritto a non essere sottoposte a tortura né a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti
  • Il diritto alla libertà e alla sicurezza della propria persona
  • Il diritto a una pari protezione da parte della legge
  • Il diritto alla parità nella famiglia
  • Il diritto al più alto livello possibile di salute fisica e mentale
  • Il diritto a condizioni di lavoro giuste e favorevoli

Oggi la violenza maschile contro le donne viene dunque riconosciuta a livello internazionale come una multiforme e diffusa violazione di diritti umani fondamentali, che trova radici nella cultura, nonché nell’immaginario collettivo socialmente condiviso e trasmesso quotidianamente attraverso i processi educativi e di comunicazione.

In questa cornice, altrettanto rilevante è l’uso di un termine specifico per definire l’uccisione di una donna in quanto donna da parte di un uomo, ovvero la parola femminicidio che include tutte le forme di violenza misogina in grado di provocare l’annientamento fisico o psichico della donna.

L’approccio di genere è un’ottica metodologica che nelle più diverse discipline consente di osservare e analizzare la realtà rendendo visibili le differenze e le disparità sociali tra i generi. Mentre il sesso ha a che fare con il dato biologico al momento della nascita, il termine genere si riferisce invece a un processo, ossia al modo in cui costruiamo il nostro essere donne e uomini mediante l’educazione e la convivenza sociale, aderendo con gradi diversi di libertà e rigidità a modelli del maschile e del femminile che la nostra cultura di appartenenza ci trasmette quotidianamente.

Molte caratteristiche (atteggiamenti, attitudini, aspirazioni, desideri, capacità, ecc.) che si è soliti considerare femminili o maschili per natura sono in realtà dei costrutti sociali che però sono così potenti e radicati da essere dati per scontati e utilizzati sia come modelli organizzativi in società e in famiglia, sia come mappe mentali che guidano le scelte soggettive e danno perfino forma ai desideri. Su questa illusione di naturalità si fondano gli stereotipi di genere: definizioni culturali rigide sui ruoli di uomini e donne sia nella sfera pubblica che in quella privata. Le prescrizioni culturali relative al maschile e al femminile (se non riconosciute e messe in questione) condizionano i percorsi di vita individuale e le relazioni sociali, rappresentano delle potenziali "gabbie" per tutti/e e tendono a irretire le potenzialità individuali delle donne quanto degli uomini, scoraggiandone la libera espressione.

Diversi ricercatori hanno cercato di individuare caratteristiche neurobiologiche in grado di spiegare le differenze comportamentali e attitudinali tra uomini e donne, ma la validità scientifica di questi lavori è stata confutata da studiose/i che ne hanno evidenziato la debolezza metodologica. Tra loro, Cordelia Fine analizza e denuncia un vero e proprio pregiudizio scientifico, definendolo neurosessismo. Per lei gli studi che ipotizzano differenze immutabili e astoriche si basano su una premessa erronea perché totalmente in contrasto con un’evidenza che la ricerca neuroscientifica degli ultimi anni ha ampiamente documentato: il cervello umano è un organo estremamente plastico e capace di adattamento ai contesti e agli ambienti più differenti.

Assumere la differenza di genere come una variabile centrale permette di svelare disparità in diversi ambiti (economico, politico, mediatico, culturale, ecc.). Ciò permette di osservare l’impatto che un determinato fenomeno ha sulle donne e sugli uomini, rilevando differenze ed eventuali disuguaglianze. Per esempio, nel 2008 Lorella Zanardo pubblicò in rete il documentario “Il corpo delle donne”. Il lavoro evidenzia come la televisione italiana rappresenti la donna, infatti attraverso l’analisi di video pubblicitari, programmi di intrattenimento e di informazione emerge un filo rosso che accomuna i diversi prodotti, ovvero la riproposizione massiccia e continua di un corpo femminile mercificato, ridotto a oggetto e scrutato dalle telecamere con riprese dal basso verso l’alto che insistono su alcune forme del corpo perfino quando la donna protagonista del video sta facendo informazione o sta esprimendo un’opinione politica.

Volpato cita numerose altre evidenze empiriche che hanno dimostrato l’alta correlazione tra la massiccia esposizione a modelli idealizzati e irraggiungibili del corpo femminile e danni al benessere psicofisico quali: disturbi alimentari o depressivi, abbassamento del livello d’autostima, riduzione della partecipazione alla vita sociale. Uno dei costi più alti dell’oggettivazione femminile è l’aumento delle esperienze emozionali negative legate al corpo e una riduzione delle capacità di individuare e interpretare correttamente i propri stati interni e le esperienze fisiche a causa di un’eccessiva preoccupazione per il giudizio sull’aspetto esteriore che assorbe le energie mentali, lasciando poche risorse per l’altro.

Esiste una continuità tra gli stereotipi di genere e la violenza maschile nei confronti delle donne. La valenza normativa dei modelli relativi ai ruoli di genere ha delle inevitabili ricadute sulla libertà individuale e sulla definizione di sé e dell’altro come soggetto di valore o meno. Gli stereotipi di genere contribuiscono anche a definire ciò che è ritenuto plausibile o, al contrario, intollerabile nei rapporti uomo-donne. C’è quindi, ad esempio, una correlazione tra la tolleranza della violenza maschile e le diverse forme di oggettivazione della donna nei media. Oggettivare vuol dire pensare una persona essenzialmente come strumento e in quanto tale ritenerla priva di emozioni e sentimenti simili ai propri. L’oppressore viene così sollevato da ogni implicazione morale e, soprattutto, dalla possibilità di sperimentare empatia per la vittima.

Le spiegazioni essenzialiste secondo cui gli uomini sarebbero costituzionalmente più inclini alla violenza si sono rilevate prive di qualsiasi fondamento scientifico. Come suggerisce Burgio, la violenza maschile è, piuttosto, il danno collaterale di una certa concezione della virilità basata, almeno a partire dai Greci, con Eracle, sulla figura dell’eroe guerriero, un modello di virilità costituito attraverso una serie di narrazioni di gesta di violente conquiste territoriali, sessuali. Per la psicoanalista Hirigoyen, il nesso fra esasperazione degli stereotipi di genere e violenza è da rintracciarsi in quella potenza appresa che caratterizza l’esperienza dei maschi fin da piccoli, quando apprendono che l’essere di sesso maschile ha più valore e imparano a poco a poco a pensare il femminile come tutto ciò che non è maschile e che, in quanto tale, è da tenere lontano della rappresentazione del sé. Tutto ciò può tradursi in diffidenza per le donne, temute e combattute ogni volta che non rispecchiano (confermandola) la potenza maschile.

La diffusione della violenza maschile sarebbe dunque la conseguenza di processi educativi che conducono a riconoscersi appartenenti di diritto al genere maschile solo attraverso la negazione e l’espulsione progressiva di parti di sé rifiutate perché sentite minacciose, in quanto associate storicamente a un femminile disprezzato o ai maschi che deviano dagli standard della virilità. Il prezzo del privilegio maschile consiste nel dovere di dimostrare costantemente la propria virilità: il rovescio del vantaggio è un radicale impoverimento dell’esperienza umana. Così, mentre le espressioni di rabbia e determinazione sono consentite e valorizzate, buona parte della vasta gamma dei sentimenti umani rimane poco dicibile e poco attraversabile perché ne viene scoraggiata fin dall’infanzia l’espressione.

E se per gli uomini il principale prezzo di un’educazione stereotipata è la rimozione della propria capacità di cura e la fobia della paura e della vulnerabilità, per le donne il costo maggiore è la rimozione dell’aggressività e delle proprie capacità assertive. Per le donne i più comuni prodotti di questo addestramento sociale sono l’ipoaggressività e, in alcuni fenomeni, l’iperaggessività, sovente nella forma dell’autoaggressione, manifestazioni somatiche di uno stesso problema, la difficoltà ad affermare e a proteggere la propria identità e il proprio progetto di vita.

La violenza contro le donne non è dunque un tema tipicamente femminile, ma una questione innanzitutto maschile: una problematica che riguarda il modo in cui pensiamo e viviamo la differenza e le relazioni tra i generi. Diventa quindi urgente educare innanzitutto a una maschilità non restrittiva e plurale.

Capitolo 2: Luoghi comuni e stereotipi sulla violenza maschile contro le donne

Affrontare la violenza di genere vuol dire confrontarsi con luoghi comuni e stereotipi fortemente radicati che distorcono la visione del problema e delle possibili soluzioni.

Stereotipi sul fenomeno

“È un fenomeno che riguarda classi sociali svantaggiate, coppie in difficoltà economica e tradizioni culturali arretrate”

I dati internazionali mostrano che la violenza di genere è un fenomeno trasversale a tutte le culture, le classi sociali, le etnie e le religioni. Vi è un’incidenza della violenza sessista proprio laddove le donne hanno livelli più elevati di autonomia e partecipazione attiva alla vita economica e politica che rivela che il fenomeno non ha a che fare con specifiche tradizioni e vecchi retaggi culturali, ma con un’intolleranza ancora ampiamente diffusa della libertà femminile.

“È un problema di sicurezza pubblica superabile solo con una maggiore prudenza da parte delle donne e pene più severe”

Il senso comune suggerisce che una donna corra un rischio maggiore di subire violenza in luoghi isolati o malfamati e nelle ore serali, ma le statistiche dicono che non è così. In Italia il 62,7% degli stupri è compiuto da un partner attuale o precedente, mentre gli stupri commessi da sconosciuto sono lo 0,9% (il 3,6% per i tentati stupri). Invitare le donne a una maggiore prudenza, oltre a essere una soluzione illusoria, ha come implicazione un’ulteriore limitazione della libertà femminile (di movimento, di espressione, ecc.) e sposta il focus della responsabilità ancora una volta sulla vittima.

Al contempo, sebbene sia indispensabile la certezza della pena per gli autori di violenza, le sole misure repressive o di sicurezza pubblica, nonostante gli ampi costi economici, non incidono sulle radici culturali del problema e non prevengono possibili recidive. Di qui la necessità di potenziare e diffondere interventi di prevenzione nei più diversi contesti educativi e sociali. Inoltre l’ONU e il Consiglio d’Europa da tempo hanno invitato gli Stati a promuovere iniziative di rieducazione per i maltrattanti che promuovano innanzitutto il riconoscimento dell’abuso e l’assunzione di responsabilità. La Convenzione di Istanbul ha poi stabilito la necessità di adottare precise misure legislative finalizzate alla realizzazione di interventi rivolti agli uomini da attuarsi in stretto coordinamento con i servizi specializzati nel sostegno alle vittime per aumentare la sicurezza promuovendo cambiamenti culturali.

“Riguarda il rapporto tra i partner e va quindi affrontato con un intervento terapeutico di coppia o un percorso di mediazione familiare”

Gli interventi di consulenza o terapia rivolti alla coppia e di mediazione familiare risultano assolutamente sconsigliabili nei casi di violenza di genere per diverse ragioni:

  • Il messaggio implicito connesso alla proposta di un percorso di coppia è che entrambi i partner hanno parte in causa rispetto al problema e uguale responsabilità e possibilità di azione in ordine al cambiamento.
  • Il processo di mediazione richiede come premessa l’interruzione dei contenziosi giudiziari, ciò può di fatto impedire concretamente alla vittima di sporgere denuncia e chiedere tutele giuridiche.
  • La mediazione si concentra sul presente e sul futuro della coppia in fase di separazione e può occultare al mediatore fatti e indicatori che consentirebbero di identificare la violenza. Nel setting della mediazione il maltrattante può scoraggiare la vittima dal parlare delle proprie preoccupazioni e della propria sicurezza, in questo modo l’intervento può rivelarsi involontariamente collusivo con l’occultamento della violenza da parte del maltrattante.
  • Il setting di una mediazione familiare (ma anche quello del counselling e della terapia di coppia) può diventare l’ennesimo scenario nel quale viene reiterata la violenza psicologica nei confronti della vittima per via dell’atteggiamento manipolativo e colpevolizzante da parte del maltrattante.

Per quanto riguarda nello specifico la mediazione familiare, la Convenzione di Istanbul fa esplicito riferimento all’obbligo per i Paesi firmatari di vietarne l’uso nelle situazioni di violenza.

“La violenza non ha genere, quindi non è giusto parlare di violenza maschile sulle donne perché ci sono tante donne che maltrattano i propri partner quanti uomini violenti nei confronti delle donne”

Parlare di violenza maschile contro le donne non vuol dire negare che una donna possa avere dei comportamenti violenti nei confronti del proprio partner. I dati internazionali mostrano tuttavia una evidente sproporzione tra i due fenomeni. L’OMS rivela a livello internazionale una sproporzione considerevole tra il numero di femminicidi compiuti da partner uomini (il 38,6%) e il numero di uomini uccisi da partner donne (il 6,3%).

Mentre la violenza maschile nella coppia si alimenta di rinforzi e radici culturali che la giustificano o minimizzano, i casi di violenza femminile nei confronti del partner sono oggetto di condanna immediata da parte della società proprio perché non sono sostenuti dalla cultura e vengono riconosciuti, senza dubbio, come una forma di devianza sociale inaccettabile.

Stereotipi sulle donne che subiscono violenza

“Sono soprattutto donne fragili, inclini alla dipendenza o in condizioni di difficoltà psicologica e sociale”

Non esiste una tipologia specifica di donne vulnerabili alla violenza. I dati italiani mostrano che le vittime di violenza sono in prevalenza donne laureate, diploma...

Anteprima
Vedrai una selezione di 10 pagine su 43
Riassunto esame Psicologia della violenza di genere, Prof. Milani Luca, libro consigliato Che genere di violenza, Maria Luisa Bonura Pag. 1 Riassunto esame Psicologia della violenza di genere, Prof. Milani Luca, libro consigliato Che genere di violenza, Maria Luisa Bonura Pag. 2
Anteprima di 10 pagg. su 43.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia della violenza di genere, Prof. Milani Luca, libro consigliato Che genere di violenza, Maria Luisa Bonura Pag. 6
Anteprima di 10 pagg. su 43.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia della violenza di genere, Prof. Milani Luca, libro consigliato Che genere di violenza, Maria Luisa Bonura Pag. 11
Anteprima di 10 pagg. su 43.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia della violenza di genere, Prof. Milani Luca, libro consigliato Che genere di violenza, Maria Luisa Bonura Pag. 16
Anteprima di 10 pagg. su 43.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia della violenza di genere, Prof. Milani Luca, libro consigliato Che genere di violenza, Maria Luisa Bonura Pag. 21
Anteprima di 10 pagg. su 43.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia della violenza di genere, Prof. Milani Luca, libro consigliato Che genere di violenza, Maria Luisa Bonura Pag. 26
Anteprima di 10 pagg. su 43.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia della violenza di genere, Prof. Milani Luca, libro consigliato Che genere di violenza, Maria Luisa Bonura Pag. 31
Anteprima di 10 pagg. su 43.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia della violenza di genere, Prof. Milani Luca, libro consigliato Che genere di violenza, Maria Luisa Bonura Pag. 36
Anteprima di 10 pagg. su 43.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia della violenza di genere, Prof. Milani Luca, libro consigliato Che genere di violenza, Maria Luisa Bonura Pag. 41
1 su 43
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cristinacf di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della violenza di genere e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Milani Luca.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community