Cultura delle differenze e sessualità
Capitolo 1 – Sesso, genere e identità
L’identità personale è contrassegnata in prima istanza dall’appartenenza sessuale, relativa al binarismo maschio/femmina (ad eccezione delle persone intersessuali). Questi due termini fanno riferimento a caratteristiche biologiche e genetiche, mentre, per indicare aspetti che prescindono da questa base, e che fanno riferimento al contesto sociale, politico e socio-culturale, si utilizzano le parole “uomo” e “donna”.
Intorno ai 4/5 anni si struttura la consapevolezza della stabilità di genere, legata all’acquisizione che il sesso di una persona rimane invariato per tutta la vita, mentre intorno ai 6/7 anni si definisce la costanza di genere, interiorizzazione del fatto che il genere di un individuo rimane lo stesso, senza essere influenzato da variazioni esterne. Il termine genere è utilizzato per indicare un processo di costruzione personale e sociale riferito all’insieme delle caratteristiche dei comportamenti che ci si aspetta siano legati ai maschi e alle femmine.
Capitolo 2 - Approccio biologico e sessualità
Il sesso come antecedente fondativo della differenza
La biologizzazione della differenza consente di individuare alla base della distinzione maschio-femmina/uomo-donna un nesso causale tra componenti organiche e caratterizzazioni maschili e femminili (modi di essere e sentire, schemi comportamentali, abilità ecc.). Da ciò deriva una strutturazione sociale dei rapporti tra maschi-femmine/uomini-donne basata su principi “naturali” che definiscono specifiche connotazioni di femminilità e mascolinità e che non consentono apertura al cambiamento secondo altri parametri.
Se tutto ciò che riguarda la realtà sessuale è condotto alla biologia, quando si parla di orientamento sessuale si arriva a considerare l’eterosessualità come definita dalla natura, con conseguente concezione di omosessualità come malattia, devianza, perversione. Anche il tentativo di rispondere alla domanda “omosessuali si nasce o si diventa?” si fonda su un bias di partenza legato al voler cercare una causa biologica dell’omosessualità, mascherando nell’intento eziologico (ricerca di cause prime) il reale intento eziopatogenetico (ricerca di cause di ciò che rientra nell’ambito della patologia).
Dalla concezione dell’eterosessualità come unico orientamento sessuale naturale derivano una specifica idea di coppia e configurazione del sistema famiglia, ossia la famiglia nucleare eterosessuale formata da figli/e e genitori eterosessuali, al cui interno vi è un’organizzazione sociale dei ruoli di stampo patriarcale, che vede l’uomo orientato alla sfera professionale e la donna al ruolo di madre e moglie.
A rinforzare tali argomentazioni, studi in campo biomedico o genetico dimostrano che la differenza di comportamenti riscontrabili in uomini e donne sia da ricondurre a differenze nel corpo calloso, affermando inoltre che l’omosessualità sia il sintomo di una disfunzione genetica o l’effetto di una differenza rispetto alle dimensioni dell’ipotalamo che è possibile rilevare confrontando individui omosessuali ed eterosessuali.
Ricerche sperimentali comparative che hanno coinvolto persone trans e cisgender dimostrano che la differenziazione sessuale cerebrale esistente tra uomini e donne cisgender è invertita nel caso di individui trans, nel senso che il cervello di donne transessuali dal punto di vista delle dimensioni rientra nella media femminile, e viceversa; anche il conteggio dei neuroni delle donne trans rientra nella media femminile, mentre quello degli uomini trans in quella maschile. L’assunzione di ormoni di uno o dell’altro sesso causa cambiamenti in direzione del modello corrispondente di funzioni cognitive.
Quando identità di genere e ruolo di genere vengono ricondotti al sesso biologicamente determinato, si lascia agli individui solo la possibilità di collocarsi all’interno di una rigida caratterizzazione di tipo duale.
Teorie biologico/genetiche
Le teorie biologico/genetiche si basano sui seguenti assunti epistemologici:
- Essenzialismo, poiché dimostra che l’impossibilità di definire in modo differente alcune condizioni di base o specifiche correlazioni (come la derivazione biologica dei comportamenti legati all’identità di genere) costituisca l’essenza immutabile di determinate dimensioni (maschile e femminile);
- Determinismo, poiché organizza un sistema di rappresentazioni sulla base di rigidi nessi causali che sono il risultato di condizioni antecedenti e concomitanti;
- Riduzionismo, poiché riduce a un unico livello aspetti che necessiterebbero di approcci multidimensionali che tengano conto della multifattorialità dei fenomeni trattati.
Prendendo in considerazione le teorizzazioni di Dunn e Plomin, riguardanti l’ambito della genetica comportamentale e gli studi su gemelli eterozigoti e omozigoti, è possibile rilevare che le differenze genetiche possono spiegare percentuali non elevate di variabilità della diversità comportamentale: 40/50% nel caso di gemelli omozigoti e 20% per quelli eterozigoti, rispetto a quella spiegabile da fattori ambientali, contestuali, socio-culturali.
Studi riguardanti gli individui che al momento della nascita presentano organi sessuali non definibili come maschili o femminili (intersessualità) hanno dimostrato che l’attribuzione chirurgica del sesso ha una ricaduta fortissima su ciò che accade in seguito nella vita di tali persone, poiché condizionato da schemi connessi a consolidati stereotipi inerenti modalità di interazione riferibili al femminile e al maschile. Da ciò emerge che nella determinazione del sesso/genere, la formula cromosomica non è in grado di avere un effetto determinante senza il rimando ad una serie di pratiche di socializzazione che riguardano significati, rappresentazioni e prefigurazioni di ruolo in cui l’individuo è inserito al momento del suo ingresso in società.
L’ipotesi sociobiologica sostiene che ogni espressione comportamentale sia geneticamente determinata; il gene è considerato un elemento invariante che influenza il comportamento di un individuo in modo significativo.
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