Le comunità per minori: modelli di formazione e supervisione clinica
Testo di P. Bastianoni e A. Taurino
1. Le comunità per minori: il dibattito attuale
Il processo internazionale di deistituzionalizzazione
Per lungo tempo, i minori abbandonati o orfani venivano inseriti all’interno di orfanatrofi o di Istituti da parte della società civile e delle comunità locali. Si riteneva che attraverso questa pratica di istituzionalizzazione, si potesse garantire un’assistenza primaria in grado di soddisfare i bisogni essenziali.
Dopo la fine della 2 guerra mondiale, sono stati evidenziati gli effetti negativi della pratica dell’istituzionalizzazione sullo sviluppo psicologico e sociale dei minori. Gli studi di René Spitz, di John Bowlby e di Bronfenbrenner, hanno evidenziato come la separazione precoce e prolungata dalla madre nei primi mesi di vita costituisca un danno sullo sviluppo del bambino, soprattutto in assenza di un sostituto adeguato che non poteva essere offerto né dagli istituti, per il clima poco affettivizzato, né dai manicomi, luoghi di potenziali abusi e maltrattamenti.
Negli anni seguenti, altri studi e ricerche hanno permesso di dimostrare come l’internamento in istituto dei minori producesse degli effetti negativi sullo sviluppo. Di conseguenza, in quel periodo, sono stati progettati e realizzati i primi sistemi alternativi di assistenza e di accoglienza per minori abbandonati o orfani.
Negli Stati Uniti, l’Orthogenic School e la Pioneer School sono nate come primi tentativi di superare il custodialismo e creare contesti di cura residenziale dedicati in modo specifico a bambini e adolescenti con disturbi psichiatrici o condotte antisociali. Anche in Europa, sono state avviate numerose sperimentazioni secondo modelli differenziati fra loro, tanto che ancora oggi permangono diversi orientamenti.
Negli anni 80, in ambito europeo, sono stati avviati interventi politici e legislativi volti a promuovere il superamento dell’istituzionalizzazione dei minori. Queste iniziative politiche e legislative erano volte, allo stesso tempo, a favorire nuove forme di progettualità: in particolare, vengono promossi gli istituti dell’affido e dell’adozione e le comunità familiari.…
In Italia la legge del 1983, n. 184, ha rappresentato un importante punto di svolta in ambito legislativo, poiché è stata una delle prime leggi in Europa ad affermare la necessità di superare l’istituzionalizzazione per promuovere alternative quali l’adozione e l’affidamento familiare. Legge che è stata successivamente integrata dall’approvazione della legge 149/2001, che stabilisce che ogni bambino ha diritto di crescere come figlio e che, in presenza dell’incapacità della sua famiglia naturale a prendersene cura, ha diritto a una famiglia alternativa oppure all’inserimento in una struttura di tipo familiare. Questa ha permesso la chiusura di alcuni Istituti nel nostro paese.
È molto importante ricordare che questo processo di deistituzionalizzazione dei minori si inserisce in un periodo, quello tra gli anni 70 e 80, di cambiamento politico culturale. In quel 1 periodo si assiste, nell’area sanitaria, alla chiusura dei manicomi e alla nascita dei Servizi di Igiene Mentale pubblici, del Servizio Sanitario Nazionale e dei Consultori familiari.
L’accoglienza residenziale dei minori oggi: “ultima spiaggia” o “anello di una catena”?
L’accoglienza residenziale dei minori è pratica che tutt’oggi è concepita in due modalità diverse. Da una parte, l’assistenza residenziale viene considerata come “ultima spiaggia”, e pertanto scoraggiata. L’inserimento nelle comunità per minori viene visto come un intervento che si può assimilare all’istituzionalizzazione.
Le comunità educative vengono considerate l’ultima spiaggia, o l’ultima risorsa sulla quale poter contare nei casi in cui non è possibile l’adozione o l’affidamento familiare. D’altra parte, invece, l’accoglienza residenziale viene considerata come l’anello di una catena, nel senso che l’accoglienza, e quindi il servizio offerto ai minori, non deve essere considerato come un “progetto” che inizia e si conclude all’interno della struttura residenziale.
È importante occuparsi invece attivamente ed efficacemente della fase precedente all’inserimento, di quella immediatamente successiva alla dimissione e di tutto il sistema di relazioni che influenza la vita del soggetto preso in carico. In quest’ottica, il lavoro riabilitativo/terapeutico nei confronti dei minori viene visto come parte di un intervento più ampio di sostegno, cura e riparazione dei sistemi familiari in crisi.
Quando si parla di anello di una catena ci si riferisce a una realtà in cui ogni anello è indispensabile, ed è fondamentale per tutti gli altri nella direzione dell’obiettivo condiviso. Diversi sono gli studi recenti che mettono in evidenza l’efficacia degli interventi di tipo residenziale, i quali consentono di determinare un cambiamento e di ridurre alcune criticità, in particolare le problematiche di tipo comportamentale.
In particolare è emerso che gli interventi residenziali ottengono effetti più significativi quando includono nei loro progetti la famiglia. Sempre a livello europeo, la raccomandazione Rec, afferma alcuni principi fondamentali rispetto ai diritti dei minori che vivono in strutture residenziali.
Innanzitutto, viene evidenziata l’importanza di attuare interventi di supporto e di sostegno alla famiglia d’origine; inoltre, laddove è possibile, la famiglia dovrebbe essere coinvolta nella pianificazione e organizzazione del collocamento in una struttura residenziale del proprio bambino; quando le circostanze lo permettono si dovrebbe cercare di far sì che il bambino sia inserito in un contesto ambientale il più vicino possibile a quello di origine, per mantenere una relazione genitoriale.
Nella raccomandazione europea, si stabiliscono poi 3 importanti principi che debbono stare alla base di qualsiasi intervento a tutela dei minori: il principio della multidisciplinarietà dell’intervento, che stabilisce la necessità di agire considerando il bambino in base alle diverse esigenze e ai diversi bisogni che esprime; il principio della personalizzazione dell’intervento, che stabilisce la necessità di agire in riferimento alla specifica situazione, e il principio della continuità dell’intervento, che riconosce che solo un intervento che possa protrarsi nel tempo può dare risultati duraturi.
Lavoro in Olanda
Alcuni studiosi hanno descritto il lavoro che si sta consolidando in Olanda, paese nel quale è stato avviato un metodo di intervento di tipo “contestuale” chiamato JIC. Questo programma pone al centro dell’intervento il minore e la sua famiglia, implementando percorsi di riparazione a favore dell’intero sistema familiare.
In una prospettiva di “rete”, l’operatore 2 coinvolge direttamente la famiglia nelle scelte e nelle decisioni relative al minore e si occupa di sostenere la famiglia stessa nel recupero delle proprie funzioni genitoriali.
Si tratta però di un lavoro di “rete” inteso, per così dire, in modo tradizionale, nel senso che ogni organizzazione si concentra sempre più sulle proprie prestazioni prodotte, senza tener conto della necessità di sviluppare interventi “relazionali”, che è invece la base per fronteggiare in maniera condivisa e partecipata le problematiche sociali.
Secondo la teoria dello sviluppo umano di Bronfenbrenner è possibile pensare al microsistema “comunità per minori” come al “nodo centrale” di una “rete sociale”, in un’ottica che va oltre la comunità come “anello di una catena” descritta prima. Microsistema che collabora con gli altri soggetti e servizi del territorio per realizzare un intervento di rete.
Un lavoro di rete in cui l’operatore, assistente sociale e/o operatore di comunità, svolge con professionalità il proprio ruolo e si stacca dalla sua prestazione specifica compiendo un lavoro in più, senza ostacolare quello degli altri. Un lavoro di rete inteso non come una tecnica di lavoro sociale, ma come una forma mentis.
Un lavoro di rete in cui l’elemento centrale da considerare è l’azione relazione e non la patologia; un’azione dove le persone coinvolte inter-agiscono in vista di scopi comuni, condivisi. L’operatore/educatore, pertanto, sarà un facilitatore di relazioni, un mediatore relazionale.
L’accoglienza dei minori in comunità in Italia
In Italia, una legge importante è la legge 184 del 1983, dove si afferma che in presenza di un ambiente familiare non idoneo è previsto l’affidamento ad altra famiglia, a persona singola, a comunità di tipo familiare, chiamate comunità alloggio. I gruppi appartamento e le comunità alloggio, tuttavia, si erano dimostrati un “fallimento”, in quanto gli educatori si trovarono impreparati di fronte alla complessità delle problematiche comportamentali dei minori.
Dunque non si ottennero dei risultati soddisfacenti e d’altra parte, molti istituti erano ancora attivi. Insieme ad alcune nazioni occidentali, quali Belgio, Olanda e Australia, dove sono stati avviati programmi di assistenza multi sistemica con approccio di rete, anche l’Italia sostiene l’idea di comunità per minori come “anello di una catena”.
Importante è stata l’approvazione della legge 149/2001 che ha stabilito la chiusura definitiva degli istituti entro il 2006. Essa riconosce i limiti degli istituti tradizionali e afferma che il minore ha diritto a vivere in un ambiente familiare e che le comunità per minori possono soddisfare tale parametro. Esse vengono definite strutture residenziali che accolgono bambini e adolescenti allontanati dalla famiglia d’origine e la cui presa in carico richiede l’attuazione di interventi complessi in grado di attivare dei percorsi di cambiamento.
Il caso dell’Emilia Romagna
L’Emilia Romagna rappresenta da tempo il territorio in cui l’impegno e le iniziative a favore dell’accoglienza residenziale dei minori hanno garantito notevoli progressi. Gli enti locali di alcune province dell’Emilia Romagna si sono prestati per favorire interventi di deistituzionalizzazione e di realizzazione di alternative agli stessi, i gruppi appartamento; alloggi in normali condomini della città, in cui si accoglievano 5 o 6 minori assistiti da 2 o 3 educatori.
Queste prime alternative all’istituzionalizzazione hanno dimostrato dei limiti derivanti dalle 3 notevoli difficoltà di contenimento delle manifestazioni aggressive e/o depressive di forte impatto emotivo agite dai bambini e dagli adolescenti dimessi dagli istituti.
Nonostante questi primi fallimenti, l’esperienza di collaborazione diretta tra enti locali e Università ha permesso di creare le basi sufficienti per considerarla un passo importante nella direzione di un approccio di “rete” nei confronti dell’intervento con i minori in difficoltà. L’appoggio economico e politico degli enti locali e il contributo scientifico dell’Università di Bologna hanno permesso di realizzare un percorso di sperimentazione monitorato fin dall’inizio e concretamente descritto e valutato nei suoi risultati.
Pochi anni dopo, infatti, un’amministrazione comunale della provincia di Bologna ha chiesto all’Università di collaborare per realizzare un nuovo progetto, simile a quello dei gruppi appartamento, ma organizzato in maniera innovativa. L’impostazione di fondo si focalizzava su 3 elementi chiave:
- Una teoria dello sviluppo che ha considerato centrali la qualità delle azioni quotidiane, delle interazioni e delle relazioni interpersonali;
- L’organizzazione della comunità basata su figure adulte stabili capaci di garantire continuità durante l’arco della settimana;
- La valutazione e verifica empirica degli obiettivi fissati nel progetto.
Tra le iniziative più importanti, ricordiamo la direttiva approvata nel 2007 dall’assemblea legislativa dell’Emilia Romagna, che rappresenta un documento in cui si descrivono gli interventi di accoglienza dei bambini che non possono contare per un certo periodo della loro vita sull’appoggio della famiglia d’origine.
La direttiva sostiene l’idea di “comunità competente”, dove il coordinatore si occupa di favorire relazioni per aiutare l’educatore e gli altri attori, inclusa la famiglia attuale, a rafforzare le loro capacità di far fronte alle avversità e alle difficoltà che caratterizzano i processi di cura.
2. La comunità per minori: il modello ATG
La comunità in una prospettiva ecologica
La comunità viene osservata in una prospettiva ecologica; in particolare, si fa riferimento alla teoria ecologica dello sviluppo di Bronfenbrenner, che studia l’essere umano in relazione alle situazioni e al contesto in cui è coinvolto. L’uomo è al centro di una serie di anelli concentrici, ovvero di situazioni che esercitano un’influenza bidirezionale su di esso, ambiente ecologico.
Il cerchio concentrico più esterno rappresenta i valori della società e della cultura, macrosistema, quello più interno, microsistema, indica le situazioni in cui la persona è coinvolta in interazioni dirette, ad esempio la famiglia, gli amici, i vicini, la scuola.
Le interazioni tra i diversi microsistemi che una persona sperimenta durante la sua vita quotidiana costituiscono il mesosistema, mentre l’esosistema include tutte quelle situazioni che lo influenzano indirettamente anche se egli non vi è a contatto diretto, per un bambino, l’esosistema può essere rappresentato dall’ambiente di lavoro dei genitori e dalle loro amicizie.
L’individuo, muovendosi all’interno di questi 4 sistemi, si trova costantemente coinvolto in processi dinamici, transizioni ecologiche, che, richiedendo un cambiamento costante di ruolo e d’attività, necessitano di una costante ristrutturazione della sua posizione nelle diverse situazioni ambientali. Sono esempi di “transizioni ecologiche” la nascita di un figlio, di un fratello, il primo giorno di scuola, il primo giorno di lavoro, il licenziamento, la morte di un familiare, il cambiamento di città ecc.
In riferimento a questa teoria, la comunità è solo uno degli ambienti in cui i minori trascorrono il loro tempo; accanto a essa, la scuola, la famiglia d’origine, e altri spazi ancora costituiscono contesti rilevanti nell’esperienza di bambini e adolescenti. L’intervento di comunità dunque non può prescindere dal prendere in considerazione l’intero sistema di relazioni che coinvolge un minore.
È importante che siano 4 numerosi ed eterogenei i setting ambientali, questo favorisce lo sviluppo di una persona, purché essi siano connessi tra loro in termini di stretta partecipazione, possibilità di comunicazione ed esistenza di informazioni reciproche; il valore di una comunità residenziale sta allora non solo nella capacità di offrire ai minori nuove occasioni sociali e relazionali, ma anche nel saperli accompagnare in quelle che Bronfenbrenner definisce “transizioni ecologiche”. Un mesosistema che non è ben collegato non favorisce lo sviluppo.
Mesosistema
All’interno del mesosistema, un aspetto particolarmente complesso e delicato riguarda i rapporti tra la comunità e la famiglia d’origine dei minori. Fruggeri individua 5 modelli che descrivono il modo in cui gli operatori di un qualsiasi servizio si rapportano alle famiglie degli utenti.
Nel “modello della famiglia assente”, tipico del settore biomedico, il rapporto che il paziente-utente intrattiene con i propri cari è del tutto ignorato o considerato irrilevante rispetto al problema affrontato.
Nel “modello della contiguità separata”, invece, l’operatore concepisce sé stesso e la famiglia come soggetti significativi per la persona, ma in ambiti diversi e paralleli; in questo approccio, riscontrabile nelle istituzioni scolastiche, l’intervento dell’operatore è visto come aggiuntivo o giustapposto rispetto a quello della famiglia, senza tenere in considerazione le influenze reciproche.
Vi sono poi situazioni nelle quali l’operatore, si avvale delle azioni familiari utilizzandole come possibili risorse per potenziare la propria azione. È il “modello della collaborazione unilaterale”, riscontrabile negli interventi di riabilitazione.
Nel “modello della sostituzione”, infine, la famiglia non è giudicata una risorsa quanto, piuttosto, un agente inadeguato o addirittura dannoso da contrastare. Questo caso è riscontrabile nelle situazioni di affido dei minori. La sostituzione della famiglia può avvenire sia su iniziativa dell’operatore, sia a seguito di una delega familiare quando, ad es., i genitori si dichiarano incapaci di far fronte alle difficoltà manifestate dal figlio e demandano ai servizi l’onere di occuparsene.
Il 5 modello è il modello che viene definito “coevolutivo”, in cui l’operatore tiene conto del fatto che l’utente è membro di un sistema familiare. L’operatore, all’interno di questo modello, è consapevole che il significato del suo intervento si costruisce all’interno del sistema di relazioni di cui l’utente è parte.
L’operatore, all’interno di una prospettiva sociocostruzionista, riconosce che qualsiasi intervento attuato da un servizio, anche se a favore di una singola persona, oltre a produrre degli effetti su di essa avrà implicazioni sui suoi legami significativi, è un intervento che inevitabilmente influenza il nucleo familiare nel suo complesso.
L&rs
-
Riassunto esame psicodinamica del setting, prof. Giannone, libro consigliato Le comunità per minori
-
Riassunto esame psicodinamica del setting, prof. Giannone, libro consigliato Le comunità terapeutiche Psicotici, bo…
-
Riassunto esame psicodinamica del setting, prof. Giannone, libro consigliato Le interazioni madre bambino, Stern
-
Riassunto esame psicodinamica del setting, prof. Giannone, libro consigliato Infant Research