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Attaccamento e perdita: La perdita della madre

Volume 3

John Bowlby

Capitolo 22: Effetti del suicidio di un genitore

Statistica dei suicidi dei genitori

La morte di un genitore per suicidio non è infrequente. Per figli nati da persone che hanno tra i 20 e i 30 anni, raggiunge l'1 su 15 per i padri e l'1 su 17 per le madri. A questi dati si associa un'elevata probabilità da parte dei bambini di sviluppare una psicopatologia in queste circostanze, plausibilmente a causa delle circostanze che circondano il fatto.

Dati provenienti da ricerche su campioni estesi

Hilgard, Newman e Fisk nel 1960 condussero una ricerca mettendo a confronto due campioni. Un gruppo di controllo di soggetti che avevano perso un genitore nell'infanzia, ma che adesso conducevano una vita normale, e un campione di pazienti psichiatrici. Ne emerse che nel gruppo di controllo nessuno aveva perso il genitore per suicidio, mentre l'incidenza saliva al 6,3% nel gruppo di pazienti psichiatrici.

Arthur e Kemme nel 1964 condussero uno studio che coinvolse 83 tra bambini e adolescenti con disturbi psichiatrici e ne emerse che il 12% aveva perso il genitore per suicidio.

Una terza ricerca, precisamente un follow-up condotto da Shepherd e Barraclough (vedi cap.10), coinvolse 44 coniugi di persone morte suicide. Tra questi vi erano 13 madri di 28 bambini e 5 padri di 8 bambini che al tempo del suicidio avevano tra i 2 e i 17 anni (14 maschi e 22 femmine). Vennero svolti 2 colloqui con il genitore, uno subito dopo il suicidio, uno tra i 5 e i 7 anni dopo. La valutazione dei bambini al follow-up venne stilata basandosi su scuola, lavoro, rapporto con il genitore, famiglia stabile. Ne emerse che 15 su 36 mostravano un buon adattamento, 16 mostravano un cattivo adattamento, 5 riportarono problemi psichiatrici dopo il suicidio e 1 riferiva problemi psichiatrici già da prima della morte del genitore. In definitiva, il tasso di problemi psichiatrici raggiungeva il 15%.

Tali dati furono messi a confronto con un gruppo di controllo. La sintomatologia riportata consisteva in comportamenti disadattati con talora segnalazioni alla polizia e persistenti stati d'ansia quali la preoccupazione per la salute del genitore. Alcuni accusavano il genitore rimasto del suicidio del coniuge, altri, se stessi. In metà dei casi il suicidio era stato tenuto nascosto, anche se 6 erano venuti a saperlo.

I due gruppi vennero confrontati per età, sesso, classe sociale, dimensioni della famiglia, sesso del genitore defunto e condizioni anteriori al suicidio. Solo per quest'ultima variabile fu evidenziata una differenza, per cui i genitori dei bambini appartenenti al gruppo con peggiore adattamento fossero separati o avessero manifestato personalità disturbate. Limite di questa ricerca fu che i dati ricavati fossero riportati dai genitori e non osservati nei ragazzi.

Dati provenienti dalla clinica

Cain e Fast nel 1972 condussero una ricerca su un gruppo di 45 soggetti tra i 4 e i 14 anni che avevano perso un genitore per suicidio e avevano sviluppato disturbi psichiatrici. Il 60% dei bambini rientrava in una delle seguenti categorie:

  • Tristi, con sensi di colpa, chiusi, paurosi, inibiti
  • Rabbiosi, arroganti, violenti, aggressivi, disorganizzati

La gravità dei sintomi era variabile. Le psicosi incidevano con 11 casi, tasso molto elevato. Tale incidenza era, a detta degli autori, causata dall'impatto e dalle conseguenze del suicidio e dall'essere cresciuti in una famiglia disturbata. In particolare notarono che i bambini che presentavano una sintomatologia erano esposti a comunicazioni gravemente distorte e a situazioni che causavano sensi di colpa, esacerbate nei casi in cui il litigio era avvenuto in prossimità del suicidio, se era data al bambino la responsabilità di sorvegliare il genitore, o se, esasperato, il bambino avesse desiderato in maniera conscia che il genitore mettesse in atto le sue minacce di suicidio.

Arthur nel 1972 descrive il caso di Dan. Dan era il maggiore di 6 fratelli, il padre aveva perso suo padre da bambino, la madre era stata allevata dagli zii. Entrambi avevano avuto un'infanzia infelice. Si sposarono presto e ricercarono nell'altro la stabilità. Ben presto la madre sentì il peso della famiglia e ricercò maggiori attenzioni dal marito che non sapeva dargliele ed era fuori tutto il giorno. Iniziarono i litigi con episodi di violenza domestica. Durante questi litigi si minacciava il divorzio e veniva chiesto ai bambini con chi preferissero stare. Durante l'ultima lite tutti i fratelli tranne Dan espressero il desiderio di stare con la madre. Poco tempo dopo, la notte del loro anniversario, la madre collegò il tubo di scappamento dell'auto alla casa e tutti i fratelli e la madre morirono, tranne Dan che venne svegliato dal padre che telefonava. Accortosi delle morti si recò dai vicini, ma per il resto della famiglia non c'era più speranza.

Dopo la morte andarono ad abitare da alcuni zii, ma alcuni malesseri fisici che non avevano basi organiche allarmarono i medici che lo indirizzarono verso un trattamento psichiatrico. In terapia inizialmente vi era il rifiuto ad accettare la morte dei parenti, in seguito emersero forti sensi di colpa della scelta che fece durante quel litigio, giustificando in questo modo la sua sopravvivenza. I suoi fratelli che avevano scelto la madre adesso erano con lei, mentre lui che aveva scelto il padre era stato separato dalla madre. I sensi di colpa coinvolgevano sé stesso, avendo dato un irrimediabile dispiacere alla madre, il padre, e altre figure esterne, quali ad esempio l'impiegato del gas. Il padre si recò alla clinica solo per i dati essenziali, da questi incontri alternava elogi verso la moglie a critiche. In questo caso il trattamento non giovò, il padre infatti iniziò a minacciare il suicidio e ad avere eccessi di aggressività, finché un giorno non sparì portando con sé Dan.

Commento

Punto cruciale del caso sono i sensi di colpa di Dan per aver effettuato quella scelta durante il litigio. Plausibilmente covava una forte rabbia nei confronti dei genitori, che, non potendo riversare su di loro, indirizzava a sé stesso. Del padre aveva evidentemente paura, sia della sua aggressività, sia delle minacce di suicidio. Si ipotizza per il ragazzo un lutto cronico, con prognosi sfavorevole.

Nei casi di comunicazione gravemente distorta annoveriamo episodi in cui al bambino viene negato di parlare del genitore, e nei casi in cui abbia assistito al suicidio del genitore, viene negata la sua percezione e vengono inventate storie circa la morte (malattie, incidenti...ecc.). In terapia emerse che questi bambini erano in balia di due sistemi incompatibili di idee.

Cain e Fast riportano la storia di Bob, caratterizzato dall'avere 3 diversi sistemi di idee. Secondo il primo sistema, suo padre era morto di attacco di cuore, ciò gli causò ipocondria e il desiderio di diventare dottore per poter operare di urgenza. Inoltre, si sentiva in colpa per il suo atteggiamento chiassoso, attribuendogli la causa dell'infarto.

Secondo il secondo sistema era morto in un incidente automobilistico. Addebitabili a questo sistema erano incubi e la tendenza a fare cose pericolose e a ferirsi.

Secondo il terzo sistema suo padre si era ucciso. A questo sistema appartenevano il ritenersi responsabile della sua morte, il rifiuto dell'autorità maschile e l'odio per lui e per sé stesso.

Vivamente presente in questi bambini è la volontà o la credenza ineluttabile di un loro futuro suicidio. Una ragazza di 18 anni morì in maniera identica alla madre, affogata nella stessa spiaggia. Un ragazzo morì, a distanza di 21 anni dal padre, precipitando con l'automobile dallo stesso burrone in cui morì il padre. Inevitabile è parlare di identificazione ed emulazione, anche al fine di ricongiungersi con il genitore, come testimonia una ragazza che proclamò che avrebbe seguito il pifferaio magico (suo padre) fin dentro l'acqua, per poi uccidersi lasciando solo un biglietto privo di spiegazioni.

Capitolo 23: Reazioni alla perdita nel terzo e quarto anno di vita

Problemi aperti

La reazione al lutto di bambini e adolescenti non sembra differire da quella degli adulti, se non fosse che presentano una maggiore sensibilità alle circostanze che precedono, accompagnano e seguono il lutto. In questo capitolo si analizzeranno le reazioni di bambini di 3-4 anni, in particolare riferimento alle differenze con i bambini e adolescenti più grandi.

Reazioni in condizioni favorevoli

In condizioni favorevoli sembra che anche i bambini molto piccoli riescano in una sana elaborazione del lutto, mantenendo il ricordo della persona cara e riuscendo a vivere la tristezza che segue la perdita, riuscendo a instaurare nuove, profonde, relazioni affettive, distinguendo i sentimenti per la persona perduta da quelli indirizzati alla nuova figura di accudimento. Ciò purché vengano accolte domande e indagini dei bimbi.

Winnie elabora il lutto per la mamma

In un resoconto del 1964 di Marion J. Barnes viene riportata l'elaborazione del lutto della piccola Winnie, sorella di Wendy (vedi cap.16) di soli due anni e mezzo. La madre era morta di sclerosi multipla e successivamente si presero cura di lei il padre e la nonna materna.

Prima del lutto Winnie risultava una bambina serena e solare, molto avanti per la sua età. E seguito del lutto il padre spiegò alle bambine che la mamma era morta e non avrebbe più fatto ritorno. La piccola sembrò aver interiorizzato la cosa, come ci dimostrano alcune sue affermazioni. Tuttavia nei tempi seguenti iniziò ad essere triste e rassegnata, non prendeva mai l'argomento della madre e più di una volta si rivolse alla madre chiamandola o preparando per lei dei regali. Manifestò anche dei sintomi comportamentali, quali il tenere maggiormente vicino la sua copertina e prese l'abitudine di tirarsi l'orecchio destro, fino a farlo gonfiare. Perse peso e appetito, divenne compiacente e iniziò a giocare sola rassegnatamente.

Il terapeuta consigliò alla famiglia di circondarla maggiormente di cure e affetto, anche riproponendo abitudini che aveva con la madre e spiegandole che ora che madre non c'era più poteva svolgere quelle attività con loro. I sintomi regredirono e iniziò a ricercare attivamente le figure di attaccamento. Sette mesi dopo iniziò a parlare della madre, a lungo e in maniera intensa, preoccupandosi inoltre della salute dei familiari e della sua. La spiegazione della terapeuta fu che soltanto quando la figura sostitutiva della nonna riuscì a manifestare il suo dolore, anche Winnie riuscì ad esprimere il suo. Ulteriori circostanze furono una festività e l'inizio della scuola materna. Il confronto con gli altri bambini la portò a dover ripetere più volte che la madre era morta e quando la maestra era assente o Wendy stava poco bene cadeva in stati ansiosi o depressivi. Un giorno che il padre ebbe un diverbio con la domestica Winnie non riuscì ad andare a scuola, per paura di non trovare la domestica al suo ritorno. A distanza di un anno sembrava avere una buona funzionalità, sebbene allontanamenti di lunga durata le causassero facilmente sintomi somatici.

Commento

Da questo resoconto emerge che anche un bambino molto piccolo è in grado, seppur con tempi prolungati, di elaborare il lutto in maniera tipica anche di adulti o bambini più grandi. Il lasso di tempo che intercorse tra la morte e l'espressione aperta del dolore si imputa alla mancata manifestazione di dolore da parte della nonna. Le cause del miglioramento sono da ricercare plausibilmente nell'intensificazione delle cure. Risulta interessante la "fobia scolastica" manifestata dalla piccola in seguito alla lite tra padre e domestica, fobia tipica dei bambini di 3 anni.

A causa di assenza di dati è impossibile affermare che le reazioni di Winnie siano o meno comuni. Sembrano invece sovrapporsi alle reazioni di bambini allontanati per un periodo dai genitori, di cui riportiamo due casi. Thomas e Kate erano due bambini di rispettivamente 2 anni e 4 mesi e 2 anni e 6 mesi che James e Joyce Robertson avevano preso momentaneamente in affidamento poiché le loro madri stavano per dare alla luce un bambino. Thomas rimase con loro per 10 giorni, mentre Kate per 27.

Thomas era un bambino vivace e sicuro, i genitori accoglienti e affettuosi. Il bambino aveva già conosciuto i Robertson durante alcune visite ed era a suo agio con loro. Quando fu lasciato, inizialmente partecipava alle attività proposte, dopo un paio di giorni iniziò ad essere triste e a manifestare rabbia. Stringeva la foto della mamma e ripensava con malinconia al suo cavalluccio. Rifiutava le cure della madre sostitutiva ricercando la madre. Possiamo intuire come abbia in sé ben chiara la differenziazione tra le figure della madre biologica e di quella sostitutiva, che manifesterà anche in sede di ricongiungimento con la famiglia, restando attaccato alla madre e ignorando la presenza della Robertson, mantenendo uno stato di allarme. I Robertson osservarono come il piccolo poté manifestare i sentimenti di ansia e tristezza con gli adulti che gli erano accanto durante la separazione.

Diversamente accadde per la piccola Kate, sebbene anche lei provenisse da una famiglia stabile e affettuosa. Kate ricevette un'educazione severa, talora riceveva schiaffi e spesso proibizioni impartite con tono calmo ma minaccioso. Ciò portò Kate a sviluppare un alto autocontrollo. Durante la separazione risultava tranquilla e partecipativa, sebbene non mancassero gli episodi di tristezza e rimprovero verso i genitori. Spesso la si poteva sentire ripetersi le istruzioni impartitele dai genitori. Solo dopo 6 giorni, in un ambiente sconosciuto, con persone sconosciute e la madre sostitutiva, scoppiò a piangere. Durante la seconda settimana sviluppò la paura di perdersi, e mantenne un'estrema vicinanza agli adulti. Un giorno mormorò: "Cosa cerca Kate?" sintomo che stava perdendo la presa sull'identità della madre.

Durante la terza e quarta settimana il rapporto con la madre sostitutiva si intensificò, pur persistendo la ricerca della madre e il rancore a lei indirizzato, misto al timore di essere stata abbandonata e di non essere più amata dalla madre. Il giorno del ritorno a casa Kate negava la cosa, era iperattiva e canticchiava canzoni senza senso.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Cromo3x3 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Ardito Rita.
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