Introduzione
Tre fronti principali dell’orientamento:
- Il fronte della scelta e dell’autodeterminazione di persone e gruppi, soprattutto se vulnerabili e a rischio di emarginazione: orientamento come strumento di aiuto, di supporto e di counseling.
- Il fronte della promozione di visioni del lavoro e dello sviluppo che siano condivisibili da tutti gli attori coinvolti, cioè rispettose della qualità della vita delle persone e dei loro contesti di vita: orientamento come strumento di affermazione di uno sviluppo sostenibile.
- Il fronte della lotta alle disuguaglianze che compromettono il diritto all’autodeterminazione e alla partecipazione sociale: orientamento come strumento di giustizia, anche stimolando forme di attivismo sociale.
Capitolo primo: L’orientamento: dalle origini ai tempi di crisi
Le origini
L’origine dell’orientamento viene generalmente fatta risalire ai primi anni del Novecento, quando si sperimentò, soprattutto negli Stati Uniti, un periodo di prosperità e di progresso socioeconomico trainato soprattutto dal settore automobilistico, che fece da volano per la crescita di altri settori (industria metallurgica, della gomma, trasporti, edilizia). Le grandi imprese e le industrie si trovavano nella necessità di impiegare tanta manodopera in grado di svolgere compiti lavorativi che non richiedevano numerose ed elevate competenze e qualifiche professionali.
Vi furono in questi anni delle massicce migrazioni verso gli Stati Uniti: coloro che sbarcavano nel nuovo continente solitamente non erano scolarizzati, provenivano da contesti socioculturali decisamente poveri e necessitavano di aiuto per trovare un’occupazione e quanto necessario alla loro sistemazione e al loro inserimento. Fu in questo contesto che l’orientamento fece i suoi primi passi, grazie ad un ingegnere americano, Frank Parsons, che in quegli anni aprì a Boston il Vocational Bureau, che può essere considerato il primo “centro per l’impiego” della storia, con il primo “servizio di orientamento”, che si proponeva di abbinare tra loro le persone e i posti di lavoro disponibili.
Alla base di questa visione c’era il convincimento che fosse possibile descrivere le persone, e in particolare quelle alle quali si rivolgeva Parsons (immigrati e non che lasciavano un lavoro agricolo per andare alla ricerca di un’occupazione nelle fabbriche metropolitane), tenendo presenti le attività lavorative che avrebbero dovuto svolgere. L’idea di Parsons si diffuse già dal primo decennio del Novecento, e si basava su alcune linee guida che egli riassunse nel primo “manuale di orientamento”, alla stregua di un “mansionario”, Choosing a Vocation, pensato al quale gli operatori erano invitati ad attenersi per svolgere in modo adeguato il loro compito.
Il manuale elencava i “principi di riferimento”, le procedure, le tecniche e gli strumenti da utilizzare (al pari di ciò che in Italia è arrivato cento anni dopo con il “tavolo tecnico” per la definizione di standard minimi dei servizi e delle competenze professionali degli operatori con riferimento alle funzioni e ai servizi di orientamento attualmente in essere nei diversi contesti territoriali e nei sistemi dell’Istruzione, della Formazione e del Lavoro, fatti propri e diffusi dalla Conferenza stato-regioni nel 2014).
Per ottenere “un’approfondita conoscenza” dell’individuo, Parsons suggerisce di intervistare inizialmente “il candidato” al fine di stimolare un’autodescrizione, e di procedere, se necessario, con approfondimenti “personalizzati”, ricorrendo anche a questionari e a test standardizzati per avere stime e valutazioni a proposito dei tempi di reazione delle persone, delle loro capacità percettive, di memoria, di attenzione, di rapidità ecc., importanti per lo svolgimento di molti dei compiti lavorativi di cui necessitavano le industrie dell’epoca.
Il modo di procedere di Parsons era semplice, lineare, pratico, privo di quelle riflessioni e sottolineature che oggi associamo a una scelta che ha notevoli ripercussioni sul benessere delle persone e sul valore sociale del lavoro. Questo modo di concepire l’orientamento ebbe molto successo, sia negli Stati Uniti che nei paesi occidentali più industrializzati, stimolando l’ideazione di test psicoattitudinali, alcuni dei quali ancora oggi utilizzati, e portando ai primi tentativi di cogliere ed enfatizzare relazioni il più possibile lineari tra alcune caratteristiche delle persone e le professioni (matching e profiling).
Nel frattempo, gli avanzamenti che si andavano registrando nell’ambito delle discipline psicometriche favorirono l’utilizzo di metodi di analisi psicoattitudinale sempre più precisi, facilitando di fatto la selezione dell’homo adaptus per un certo tipo di lavoro e il coinvolgimento sempre più consistente di operatori e operatrici specificamente formati in tecniche del colloquio di orientamento e in attività di “psicotecnica”.
Al loro ingresso nella Prima guerra mondiale (1917) gli Stati Uniti dovettero scegliere velocemente un gran numero di soldati da arruolare nelle American Expeditionary Forces (AEF) che avrebbero affiancato in Europa le forze della Triplice Intesa contro l’impero tedesco. Questo compito venne affidato all’American Psychological Association (APA), creata nel 1892 da G. Stanley Hall, che agiva per tutelare e promuovere il ruolo e le applicazioni della psicologia in diversi ambiti.
Sotto la guida del suo presidente di allora, Robert Yerkes, venne istituita una commissione che mettesse a punto un test di gruppo con il quale scegliere 1 milione e 750 mila uomini. Al raggiungimento di questo obiettivo lavorò intensamente anche Arthur Sinton Otis, il quale, dopo un riesame dei test di intelligenza allora disponibili, propose i famosi Army Alpha (per le aspiranti reclute che comprendevano e leggevano l’inglese), otto subtest comprendenti prove di vocabolario, di ragionamento aritmetico, di analogie ecc. e Army Beta (per i candidati analfabeti o di origine straniera), ritenuto un test culture free, libero cioè da influenze di tipo culturale e scolastico, articolato in una serie di subtest comprendenti labirinti, cifrai, completamenti di figure ecc.
Il tema della valutazione dell’idoneità allo svolgimento di un compito e quello della valutazione dell’intelligenza suscitarono ben presto un grande interesse, dato che, dopo la Prima guerra mondiale, i test vennero utilizzati senza alcuna resistenza anche per scopi civili, nel mondo del lavoro, della formazione, dell’educazione e della salute. Negli anni Venti vennero pubblicati i primi veri e propri test attitudinali, grazie anche al diffondersi dell’analisi fattoriale, considerata in grado di agevolare lo studio di tematiche complesse come quelle associate all’adattamento al lavoro e alla salute mentale.
All’inizio della Seconda guerra mondiale saranno questi nuovi e più avanzati strumenti, meglio in grado di cogliere le diverse sfaccettature delle prestazioni umane (come quei famosi di Thurstone), a sostituire i vecchi Army Alpha e Army Beta. Con l’esercito americano questi nuovi test, forti dei vantaggi diagnostici e predittivi che promettevano, sbarcarono anche in Italia e già nell’immediato dopoguerra cominciarono a entrare nelle scuole, negli ospedali, e nelle industrie per l’orientamento e la selezione del personale.
Per quanto riguarda specificamente l’economia, dopo la Prima guerra mondiale si era verificata una progressiva sovrapproduzione, specialmente nell’agricoltura, che aveva provocato un generale calo dei prezzi e, di conseguenza, un ritorno al protezionismo; nel 1929, poi, il crollo di Wall Street aveva messo in difficoltà le economie di tutto l’Occidente, inaugurando la “Grande depressione”. Le ripercussioni erano state di particolare gravità in Germania, dove al peggioramento economico si era unita una grave crisi istituzionale che aveva travolto la debole Repubblica di Weimar, portando al potere i nazionalsocialisti di Hitler. La recessione aveva spinto vari paesi a imboccare la via del protezionismo, accentuando le conflittualità, sia economiche sia militari, che sarebbero poi divenute le premesse della Seconda guerra mondiale.
Alla fine della Seconda guerra mondiale cominciò a registrarsi un miglioramento nella speranza di vita delle persone, il che portò a un maggiore invecchiamento della popolazione e a una significativa crescita nella richiesta di servizi sociali e di previdenza sociosanitaria. Al contempo, le difficoltà economiche di molte persone e le disuguaglianze percepite determinarono una sorta di delegittimazione del capitalismo e delle sue capacità di prevenire la disoccupazione.
Aumentarono i dubbi sul suo valore, pur nella difficoltà di concepire qualcosa di diverso. Ci si rese via via conto che il capitalismo, aumentando la produttività e diminuendo i salari, generava disuguaglianze, riduceva le capacità di consumo delle persone e creava un eccesso di beni senza mercato. In effetti già negli anni Trenta gli economisti, guidati da Keynes, avevano iniziato a sostenere l’adozione di forme di regolamentazione del capitalismo: in particolare di interventi statali per ridurre la disoccupazione, aumentare i salari e stimolare la domanda di beni da parte dei consumatori, al fine di garantire una crescita economica continua e benessere sociale, dando vita, in tal modo, a una sorta di compromesso di classe tra capitale e lavoro.
Per quanto riguarda la scuola e i servizi di orientamento, che cominciavano ad affiancare la formazione tecnica e professionale, vennero loro riconosciute due importanti finalità: favorire l’ascesa sociale delle classi meno abbienti e preparare una forza lavoro qualificata. Per la prima volta la scuola viene considerata uno strumento di politica sociale volto a far superare, più che a confermare, le divisioni sociali esistenti. In Italia tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta il sistema formativo riuscì a preparare una forza lavoro qualificata costituita da “oltre 700.000 laureati, quasi 3 milioni di tecnici intermedi, oltre 6 milioni di tecnici subalterni e personale qualificato, senza i quali lo sviluppo economico si sarebbe bloccato o comunque sarebbe stato danneggiato irreparabilmente” (Ricuperati 1995, 732).
Da un punto di vista normativo, tutto questo venne favorito dall’emanazione di leggi come quelle che sancivano l’obbligo scolastico fino ai 14 anni e l’istituzione della scuola media unica (1962) e la liberalizzazione dell’università (1969): leggi che sposavano di fatto una “visione socialista”, in base alla quale spetta allo stato, e non al mercato, favorire il raggiungimento di una serie articolata e variegata di obiettivi, comprendente la piena occupazione, la crescita economica e il benessere dei cittadini.
Nasce così lo stato sociale (welfare state), volto a realizzare politiche capaci di proteggere gli individui dai cosiddetti “cinque giganti” (miseria, malattia, ignoranza, squallore, ozio) tramite la creazione di un sistema sanitario nazionale, un’istruzione pubblica e un’edilizia popolare e il raggiungimento del pieno impiego. Con il passare degli anni, i cittadini diventano via via più istruiti, più capaci di scegliere se inserirsi in un percorso lavorativo o in un altro; cresce l’attenzione alle istanze individuali e alla realizzazione professionale, mentre il concetto di “carriera” entra nelle riflessioni sulle scelte occupazionali.
Anche i processi di orientamento, in sintonia con l’avanzamento degli studi psicologici, pedagogici e delle scienze sociali, iniziano a prestare attenzione agli interessi delle persone, non più considerati alla stregua di semplici preferenze, bensì come veri e propri tratti di personalità che, se “appagati” nei contesti lavorativi, favoriscono la soddisfazione professionale dei lavoratori così come la loro produttività.
Giungiamo così ai “tempi d’oro dell’orientamento”: gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, nel corso dei quali si diffusero in pressoché tutto l’Occidente, compresa l’Italia, i contributi di tre grandi studiosi, veri e propri giganti per chi si occupa di questo tema: Frank Parsons, universalmente riconosciuto come il fondatore dell’orientamento; John L. Holland (1919-2008), il quale più di chiunque sostenne la necessità di conciliare le caratteristiche delle persone e le richieste e le aspettative dei contesti lavorativi; Donald Super (1910-1994), convinto sostenitore dell’importanza di porre in relazione il lavoro con gli altri aspetti della vita delle persone nel corso della loro intera vita.
John Lewis Holland
Il fulcro della teoria di John Holland è posto nella possibilità di individuare una stretta relazione adattiva tra l’individuo e il suo ambiente di vita e di lavoro. La persona che si trova a volere/dovere compiere una scelta professionale “cerca” le situazioni che meglio soddisfano le sue aspettative e la sua “gerarchia di orientamenti”. Alla base di questa idea vi è l’assunto secondo il quale la persona presenta caratteristiche relativamente stabili nel tempo, suscettibili di modificazione solamente quanto l’adattamento al luogo di lavoro non risulta più ottimale o soddisfacente.
Nello studiare la relazione tra la persona e l’ambiente, Holland suggerisce di procedere ricordando che:
- Nella cultura occidentale è possibile ascrivere la maggior parte degli individui a una delle seguenti tipologie: Realistico, Investigativo, Artistico, Sociale, Intraprendente e Convenzionale.
- Ricorrendo alle stesse tipologie, è possibile anche descrivere e differenziare gli ambienti lavorativi.
- Le persone tendono a ricercare quegli ambienti che permettono loro di esercitare le proprie attitudini e i propri valori, di ricoprire ruoli e di svolgere attività per loro interessanti e piacevoli.
- Il comportamento delle persone è determinato dall’interazione tra la personalità e l’ambiente.
Sono gli interessi a differenziare e a caratterizzare gli individui e gli ambienti: essi avrebbero una base ereditaria e determinerebbero la propensione delle persone ad agire secondo modalità tutto sommato prevedibili. Gli interessi variano a seconda del tipo di personalità degli individui, i quali dovrebbero scegliere ambienti lavorativi classificabili nel loro stesso ambito RIASEC: infatti, se così accade, potranno sperimentare elevati livelli di congruenza, ovvero un elevato adattamento tra la loro personalità e il tipo di ambiente lavorativo in cui si trovano inseriti, in grado di favorire una maggiore soddisfazione professionale e performance lavorative ottimali.
Per analizzare le relazioni che sussistono tra la persona e l’ambiente, sono necessari quattro indicatori:
- Congruenza: è una misura di adattamento tra la personalità di un individuo e il tipo di ambiente lavorativo, ed è considerata il principale predittore di una vasta gamma di risultati professionali positivi.
- Coerenza: è una misura della concordanza interna dei punteggi di tipo individuale o ambientale, ed è calcolabile analizzando la posizione delle prime due lettere del codice a tre lettere dell’esagono di Holland. Più vicina risulta questa posizione, più coerente è il codice dell’individuo considerato.
- Differenziazione: è una misura della “cristallizzazione degli interessi”, ovvero il grado in cui una persona manifesta propensione verso un solo tipo e non altri, e riflette una maggiore chiarezza rispetto alle scelte professionali.
- Identità: è un indice del grado di chiarezza “degli scopi, degli interessi e delle doti di una persona” ed è fortemente correlata alla differenziazione. Per le persone che presentano elevati punteggi di identità, congruenza, coerenza e differenziazione si possono generalmente avanzare ipotesi di un loro positivo inserimento lavorativo.
Il modello RIASEC prende nome dalla prima lettera di ciascuno dei sei tipi di personalità in lingua inglese.
- Il realista. Preferisce attività che prevedono l’utilizzo di oggetti, attrezzi e macchinari. Possiede competenze di tipo tecnico-meccanico e agricolo e a livello di autovalutazione si considera schietto, deciso, spontaneo, pratico.
- L’investigativo. È interessato all’osservazione della realtà ricorrendo anche a procedure scientifiche di analisi e verifica. È portato a riflettere sui problemi; è generalmente considerato analitico, critico, metodico, razionale, riservato.
- L’artistico. Preferisce produrre qualcosa di nuovo in ambiti diversi (verbali, musicali, espressivi ecc.). Si percepisce, e così viene anche generalmente ritenuto, complesso, emotivo, idealista, impulsivo e originale.
- Il sociale. Preferisce le attività che richiedono il contatto con le altre persone al fine di assisterle, educarle, informarle o curarle. È spesso considerato (e si percepisce) generoso, gentile, socievole e comprensivo.
- L’intraprendente. Interessato a esercitare influenza sugli altri al fine di ricavarne vantaggi personali, viene per lo più ritenuto ambizioso, esibizionista, sicuro di sé e loquace.
- Il convenzionale. Preferisce le attività sistematiche, come l’elaborazione e l’archiviazione di dati. Si ritiene e viene ritenuto coscienzioso e ordinato, ubbidiente ed efficiente.
Donald Super
Donald Super iniziò a interessarsi alle problematiche associate all’occupazione professionale attorno agli anni Trenta, mentre svolgeva l’attività di consulente del lavoro a Cleveland, in Ohio. Le sue riflessioni a proposito di questa esperienza
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