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Fare la differenza

Educazione di genere dalla prima infanzia all'età adulta

Introduzione: Nel 2009 una mamma chiede sul noto sito Alfemminile.com se ci sia qualcosa di sbagliato nella predilezione per le “cose da femmina” di suo figlio di 4 anni. Vuole sapere se ciò sia indicatore della necessità di portarlo da uno psicologo per risolvere il problema. Una domanda sicuramente mossa, nella sua ingenuità, da una scarsa informazione e una buona dose di pregiudizio, che rivela un rifiuto della (possibile o presunta) omosessualità del figlio. I commenti che seguono il post vanno tutti nella direzione della rassicurazione, del “non vuol dire quello”, dando per scontato che quello sia un orizzonte di eventi da scongiurare.

Quando si parla di “genere in educazione” si può far riferimento a due cose molto diverse, in relazione tra loro: da una parte, alle differenze che esistono tra ragazzi e ragazze nei percorsi formativi; dall’altra, ad un’attività consapevolmente intrapresa per sollecitare competenze, offrire risorse, mediare la conoscenza in un’ottica di genere. L’educazione di genere si occupa di differenza per disfare la disuguaglianza, su vari fronti: lavoro e gerarchie lavorative, il potere e la violenza (predominio padre sulla figlia e marito sulla moglie), gestione delle emozioni (es: un maschio non dovrebbe piangere) e la maschilità e femminilità nella cultura e nel pensiero comune.

È possibile individuare tre principali linee d’azione dell’educazione di genere: partire da sé, portare alla luce il rimosso e rompere le catene dell’ovvietà. Secondo alcuni, il genere dovrebbe rimanere fuori dalle mura scolastiche, ma la scuola come istituzione ha la missione specifica di offrire gli strumenti per costruire una società più egualitaria e inclusiva.

Capitolo 1 – Il genere si può insegnare?

Il gioco del travestimento, da sempre praticato negli asili nido perché sviluppa il gioco simbolico e sollecita i bambini a giocare con la propria immagine e la propria identità, inscenando le proprie emozioni e prendendone le distanze, ha portato un padre ad accusare le educatrici di un nido di “star facendo diventare gay” il proprio figlio, il quale aveva scelto una gonna per travestirsi. È il risultato della disinformazione e della confusione nei termini (sesso, genere e orientamento sessuale).

Maschio o femmina?

È il primo elemento che utilizziamo per definire noi stessi. La connotazione sessuale è fondativa della nostra identità, rappresenta la prima differenza su cui si innestano tutte le altre. Il sesso di una persona è una base biologica: maschi e femmine hanno due corpi differenti dal punto di vista cromosomico (delle 23 coppie di cromosomi, una differisce: XX – come tutte le altre – femmina, XY maschio).

Il genere, invece, è l’elaborazione culturale del dato biologico, che prevede la trasmissione di significati, aspettative, comportamenti e gusti associati alla maschilità e alla femminilità. Il genere non sarebbe che l’esito dell’organizzazione sociale della differenza sessuale, ma in realtà pare che sia proprio il nostro approccio culturale del genere a farci vedere la realtà dei corpi in un certo modo e a suddividerli in due sole categorie, tralasciando una quota non trascurabile di persone intersessuali (nati con caratteristiche sessuali ambigue) e transessuali (coloro che intervengono con la medicina per cambiare le proprie caratteristiche sessuali).

Secondo le argomentazioni più recenti, il genere è una prassi, è quello che le persone “fanno” e non qualcosa che “sono” (il che non significa che ci si sveglia la mattina e si sceglie di quale genere essere, questo non è mai stato sostenuto nemmeno dalle tesi più radicali, come la queer theory). Il genere dunque presenta tutti i vincoli di una struttura sociale che agisce a più livelli (individuale, interazionale e istituzionale) ed è dunque fortemente resistente al cambiamento, né si ribalta con singoli atti di volontà.

Socializzazione di genere:

La socializzazione è il processo che fa di un nuovo arrivato (o una nuova arrivata) un membro a pieno titolo di una società o di un gruppo, fornendo indicazioni su come ci si aspetta che si comporti e imponendo sanzioni se devia dal percorso assegnatogli. L’esito del processo di socializzazione è l’interiorizzazione da parte dell’individuo di norme, valori e patrimonio culturale della società in cui è inserito. È un percorso a cui contribuiscono varie agenzie (scuola, famiglia, gruppo dei pari, mass media…) che possono avere pesi variabili e impartire ideali contrastanti o contraddittori (tra agenzie diverse o all’interno di una stessa agenzia).

Critica a questa lettura: il soggetto non è un fruitore passivo dei messaggi, ma li elabora e li ricodifica (fa attività di riproduzione interpretativa). La socializzazione, dunque, è il percorso che istruisce fin dalla nascita un individuo su ciò che la società si aspetta da lui (o da lei) a seconda del suo sesso.

Le pubblicità televisive di giocattoli sono differenziate a seconda che si rivolgano a bambini o a bambine, per sollecitarne i desideri e veicolare ciò che è normale desiderare e fare. Ai maschi vengono proposti giochi di competizione o avventura, armi o elementi da costruire, con colori che variano dal rosso al verde, al nero. Alle femmine vengono proposte bambole da accudire o accessori da indossare, tutto sui toni del rosa. Le pubblicità sfruttano una pluralità di codici (iconico, sonoro e linguistico) e una stratificazione complessa di significati per costruire il genere.

Alcune ricerche hanno mostrato come nelle pubblicità le bambine siano numericamente meno rappresentate, le voci fuoricampo siano più frequentemente maschili, i bambini siano chiamati alla competizione (“prova!”, “combatti!”) e le bambine siano rassicurate (“è facile!”, “è fashion!”), mentre per i giochi neutri rispetto al genere (puzzle, carte…) si ha un’ambivalenza che tende a far confluire il neutro nel maschile, più che nel femminile. Tuttavia, i bambini non interiorizzano passivamente i messaggi delle pubblicità, ma già dai 7-8 anni sanno prendere le distanze da quanto esse propongono.

L’orientamento sessuale:

Gran parte delle polemiche sul gender ruota in maniera più o meno velata intorno alla questione della possibilità di deviazione dall’eterosessualità verso la comunità lgbtqi (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, queer e intersex). L’orientamento sessuale è la direzione verso cui si indirizza l’attrazione sessuo-affettiva di un individuo, anche se spesso gli orientamenti nelle varie dimensioni dell’attrazione e delle fantasie sessuali, dell’innamoramento, dell’identificazione, ecc… non convergono in un’unica direzione.

Siamo ancora lontani dal capire quale sia l’origine dell’orientamento sessuale, se si definisca già durante lo sviluppo intrauterino o se invece si sviluppi in relazione a stimoli esterni, tuttavia è ben chiaro l’effetto negativo di un ambiente omofobo sugli individui. Crescere in un ambiente che sanziona e stigmatizza la pluralità, anche di orientamenti sessuali, non solo comporta sofferenza per chi non si riconosce (o non viene riconosciuto) nella categoria conforme alla norma, ma depaupera il capitale sociale del gruppo stesso. L’omofobia fa male a tutti, anche agli eterosessuali.

Un uomo, inoltre, può provare attrazione per gli uomini ma non per questo sentirsi donna o essere “effemminato” e lo stesso vale per le donne. L’idea dell’inversione sessuale viene dal passato, quando c’era bisogno di assumere il genere opposto a causa della cogenza normativa posseduta dal binarismo di genere (e per questo può anche essere condivisa da molte persone gay e lesbiche).

Molti genitori cercano nel comportamento dei figli degli indizi che possano confermare la loro adesione all’identità di genere, mossi dalla paura che essi possano deviare dall’eterosessualità (con la giustificazione del “non sono omofobo, è la società che lo è”). I segnali comportamentali dell’identità e del ruolo di genere emergono presto (2-4 anni) per poi consolidarsi, mentre l’orientamento sessuale viene preso in considerazione dopo la pubertà (“fase di latenza”).

Ci sono almeno tre modelli sulla relazione tra comportamento tipizzato nell’infanzia e il successivo orientamento sessuale:

  • Il primo modello ipotizza che ci sia una sequenza evolutiva: prima si sviluppa l’identità di genere (domanda: “chi sono io, maschio o femmina?”), poi il ruolo di genere (“cosa la società si aspetta da me in quanto maschio o in quanto femmina?”) e infine l’orientamento sessuale (“chi mi piace?”);
  • Un altro modello ribalta questa sequenza evolutiva, postulando che l’orientamento sessuale emerga precocemente nello sviluppo in modo da influenzare l’espressione del comportamento di genere;
  • Il terzo modello sottolinea la possibilità che entrambe siano influenzate dagli stessi fattori.

La ricerca psicosociale si è basata su due tipi di studi, prospettici e retrospettivi, per formulare questi modelli di sequenza, pur con notevoli dubbi sull’attendibilità delle ricerche. Un segnale inequivocabile è l’aver subito sanzioni negative (bullismo fisico o emotivo) per aver svolto attività non tradizionali rispetto al genere durante l’infanzia; ciò porta spesso a soffrire di depressione o ansia da adulti. Gli adulti che interagiscono con i bambini, dunque, sono chiamati a creare un ambiente favorevole all’accettazione di comportamenti non conformi al genere.

Educazione di genere:

L’educazione di genere, a differenza della socializzazione, è un processo consapevolmente intrapreso. Distinguiamo educazione formale (data da istituzioni formali, come la scuola), non formale (data da famiglia, parrocchia, associazioni…) e informale (ad esempio, quella fornita dai mass media). La scuola dovrebbe lavorare sia sul suo curriculum esplicito (i programmi e i contenuti trasmessi), sia su quello nascosto (lo stile comunicativo tra insegnanti e alunni, il linguaggio utilizzato, i valori impliciti, la conformazione degli spazi…). Tutto dipende da cosa si vuole fare con la differenza.

Capitolo 2 – Perché serve l’educazione di genere?

È ormai chiaro che le donne non sono inferiori rispetto agli uomini, ma hanno possibilità educative inferiori. Se l’educazione di uomini e donne seguisse i medesimi metodi e principi e fosse diretta all’uso sobrio della ragione, le donne avrebbero l’opportunità di arrivare agli stessi livelli degli uomini.

Il diverso peso dato alla distinzione tra base biologica e apprendimento culturale riguardo a corpo e genere hanno portato a distinguere due approcci:

  • Approcci innatisti: donne e uomini si nasce. Fanno riferimento a differenze biologiche, determinate alla nascita. Essi generalmente attribuiscono atteggiamenti e comportamenti differenziati ad una differenziazione che risponde alle esigenze della specie e che, pertanto, ha validità universale;
  • Approcci costruttivisti: donne e uomini si diventa. Attenzione all’apprendimento sociale, che è teatro di processi che hanno portato a naturalizzare ex-post, e dunque a legittimare, i comportamenti differenziati a seconda del genere.

In ogni caso, la socializzazione, e in generale l’ambiente esterno, intervengono in tutti i processi biologici ed è difficile isolarne i singoli effetti. Gli individui sviluppano le qualità connesse ai giochi e alle esperienze che la società, in quanto maschi o femmine, si aspettano che facciano. Se si vuole contrastare la disuguaglianza, bisogna lavorare sul modo in cui la differenza si rivela disuguaglianza e la disuguaglianza si giustifica con la differenza.

Le aspettative di ruolo, dunque, sono le aspettative che una società costruisce intorno al maschile e al femminile, i quali, secondo la psicologa Sandra Bem, sono gli estremi di un continuum in cui le persone si pongono in posizioni intermedie. Ella costruì a tal proposito un test, divenuto noto come Bsri (Bem Sex Role Inventory), che mirava a far valutare a uomini e donne la desiderabilità di alcuni tratti psicologici. Ne emerse, così come dagli studi successivi, che siamo portati a ricondurre alla maschilità qualità come l’indipendenza, la forza, la competitività, l’attitudine al comando, la predilezione per la scienza e la tecnica, una maggiore tendenza alla violenza fisica, all’uso della ragione, a proteggere gli altri, a dare meno peso all’aspetto esteriore… viceversa, siamo portati ad associare alla femminilità qualità come la propensione alla cura degli altri, il bisogno di protezione, l’attitudine all’obbedienza, la paura, la sensibilità, la dolcezza, l’istinto, la vanità e, in generale, un rapporto più diretto con il corpo, con la natura e con le tradizioni.

Tuttavia, è bene sottolineare che la complementarietà non è l’unico modo per pensare alla differenza, anzi concorre ad agire come disuguaglianza. Se operassimo un’inversione delle attribuzioni, infatti, ci accorgeremmo dell’asimmetria: un uomo che cura l’aspetto esteriore e che dipende dagli altri non verrebbe visto di buon grado nella società odierna; al contrario, una donna intraprendente e con ampie aspirazioni per il futuro guadagnerebbe prestigio e ammirazione. Questa asimmetria è stata storicamente accettata grazie ad un processo di naturalizzazione, ovvero rintracciandone le ragioni entro un’origine essenziale e presociale, che viene costantemente mantenuta.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cchiarabb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Problemi di sociologia della scuola e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Ottaviano Cristiana.
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