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Politica economica: domande lezioni 1-3

Modelli economici positivi e normativi: relazioni e natura

I modelli economici si distinguono in positivi e normativi. Quelli positivi vengono utilizzati per descrivere il funzionamento del sistema economico, mentre quelli normativi per studiare quali decisioni il policy maker deve prendere per raggiungere l’obiettivo prefissato. Entrambi i modelli rappresentano la realtà in modo semplificato attraverso un insieme di equazioni che esprimono le relazioni tra variabili, esogene ed endogene, e parametri.

Le variabili endogene sono le incognite il cui valore è determinato all’interno del modello. Includono le variabili obiettivo e le variabili irrilevanti. Le variabili esogene sono quelle il cui valore è fissato all’esterno del modello e non viene spiegato, distinguibili in variabili predeterminate e variabili che indicano fenomeni rilevanti extra-economici. Le variabili esogene si possono inoltre distinguere in esogene strumentali, se manovrate dal policy maker, o esogene date, come i prezzi nel modello IS-LM.

Inoltre, la forma ridotta del modello positivo, che è un’equazione con una variabile endogena che dipende da una variabile esogena (regola di Tinbergen rispettata: il numero di equazioni è minore o uguale al numero di incognite), permette di effettuare simulazioni sul modello e di passare al modello normativo, invertendo le variabili.

Obiettivo fisso e obiettivo flessibile in un problema di politica economica

Per obiettivo si intende un fine dell’azione dell’Autorità di politica economica e può essere: fisso o flessibile. Abbiamo a che fare con un obiettivo fisso quando l’Autorità di politica economica mira a raggiungere un valore puntuale di una certa variabile, per esempio: vogliamo un tasso di disoccupazione del 2,5%; si parla di obiettivo flessibile (o ottimo) quando l’autorità di politica economica mira a raggiungere un valore massimo o minimo, per esempio: minimizzare i costi o minimizzare il benessere sociale.

Obiettivi e strumenti della politica economica

Gli obiettivi di politica economica corrispondono al fine dell'azione dell'autorità di politica economica. Questi si distinguono in finali, ovvero le macro-variabili che il policy maker vuole modificare o tenere sotto controllo (alcuni esempi sono la produzione, il livello dei prezzi, il tasso di disoccupazione) e intermedi, ovvero le macro-variabili connesse con l'obiettivo finale e abbastanza controllabili (alcuni esempi sono il livello medio dei tassi di interesse e lo stock complessivo di moneta).

Gli strumenti di politica economica, invece, sono le variabili utilizzate per raggiungere l’obiettivo e che possono essere controllate dal policy maker. La variabile è controllabile, perché isolata dall’influenza di elementi fuori dal controllo delle autorità ed è efficace rispetto agli obiettivi.

Gli strumenti possono essere classificati in: strumenti quantitativi, strumenti qualitativi o politiche di riforma. Tra gli strumenti di politica economica abbiamo: la politica fiscale, la politica monetaria, le riforme strutturali, la negoziazione con altri paesi, la regolazione dei mercati.

La funzione di perdita e le preferenze del policy maker

Nella realtà, situazioni in cui è possibile attribuire uno o più strumenti a ciascun obiettivo sono molto rare. Per questo possiamo immaginare che il policy maker decida di convogliare in un’unica funzione obiettivo i valori delle diverse variabili di interesse. In pratica, ci si pone il problema di minimizzare quella che viene definita «funzione di perdita», la quale dà una misura di quanto il valore realizzato da ciascuna variabile si allontana da quello ritenuto ottimale dall’autorità di politica economica. Tali scostamenti, che rappresentano delle disutilità, possono essere misurati in valore assoluto oppure considerandone il quadrato. Inoltre, poiché i vari obiettivi potrebbero non avere tutti la stessa rilevanza per il policy maker, si moltiplica ogni scostamento per il relativo coefficiente di ponderazione.

La funzione di perdita (o curva di indifferenza) rappresenta esattamente le preferenze del policy maker ed ha le seguenti caratteristiche: l’origine degli assi rappresenta una situazione di perdita nulla (bliss-point); è decrescente e concava verso l’alto; quanto più si trova in alto, maggiore è la perdita ad essa associata; meno è inclinata, più conservatore è il policy maker che attribuisce un peso maggiore all’inflazione rispetto alla disoccupazione, mentre curve più ripide indicano policy makers più accomodanti che danno più importanza alla disoccupazione.

La critica di Lucas e le sue implicazioni per il ruolo della politica economica

Nel 1976 l’economista Lucas criticò l’idea per la quale la politica economica potesse, tramite la risoluzione di sistemi di equazioni, raggiungere i suoi obiettivi. Secondo il premio Nobel, infatti, nel momento in cui si decide di mettere in atto una politica economica, gli individui, vedendo modificarsi i parametri su cui gli stessi basano le loro decisioni, cambieranno i loro comportamenti. Tale cambiamento indotto dall’attività di politica economica è imprevedibile e non può essere ricostruito nemmeno facendo affidamento su osservazioni del passato. Per questo motivo, Lucas giunge alla conclusione che la scelta più saggia per il policy maker sia quella di astenersi da qualunque intervento attivo. Le implicazioni di policy derivanti da ciò sono, appunto, o la scelta di non agire, oppure l’adozione di regole fisse al posto di decisioni del tutto discrezionali.

I teoremi fondamentali dell’economia del benessere e implicazioni di politica economica

L’economia del benessere è la branca della scienza economica che si occupa di fornire criteri per valutare socialmente (cioè ordinare) allocazioni alternative. In base all’impostazione utilitarista, si rappresenta il benessere sociale attraverso una funzione di utilità collettiva, assumendo che sia possibile misurare e confrontare le utilità dei diversi individui della collettività. Questa ipotesi venne criticata dall’economista Pareto, il quale propose un metodo diverso per valutare stati sociali alternativi. Un’allocazione si definisce Pareto-efficiente quando non è possibile individuare un’allocazione alternativa in cui almeno un individuo stia strettamente meglio e ciascuno degli altri stia non peggio. Da ciò deriva il primo teorema fondamentale dell’economia del benessere: ogni allocazione di equilibrio economico generale di perfetta concorrenza è un ottimo paretiano.

Tale teorema vuole dunque dirci che il libero mercato produce allocazioni Pareto-efficienti in maniera autonoma, sotto determinate condizioni: assenza di potere di mercato (imprese price-taker), assenza di esternalità, diritti di proprietà chiaramente definiti, completezza dei mercati e completezza di informazione. Se il primo teorema ci consente di raggiungere l’efficienza, il secondo teorema persegue l’obiettivo dell’equità: ogni allocazione Pareto-efficiente, nella quale si consumano e producono quantità positive di tutti i beni e in presenza di preferenze e tecnologie ben conformate, può essere raggiunta da un’economia di libero scambio, a patto di redistribuire appropriatamente le dotazioni iniziali. Ciò significa che se l’economia di mercato raggiunge un esito molto iniquo, ciò non è imputabile al funzionamento del libero mercato, ma alla distribuzione iniziale delle risorse. È quindi necessario un intervento allocativo da parte dello Stato.

Economia del benessere: l’impostazione utilitarista

L’impostazione utilitarista intende fornire una soluzione razionale e moralmente fondata al problema del conflitto di interessi personali. Rappresentiamo il benessere sociale attraverso una funzione di utilità collettiva, partendo dalle utilità degli individui, assumendo che sia possibile misurare e confrontare le utilità dei diversi individui della collettività. La funzione di benessere sociale (SW) dipende dalle utilità dei componenti della collettività. SW=f(U1,U2,…, Un).

La SW assume che i guadagni e le perdite di un dato mutamento sociale possano essere confrontati tra loro. L'ipotesi è che la valutazione sociale incorporata in SW dipenda unicamente dal benessere dei singoli individui, valga l’ipotesi di piena confrontabilità interpersonale delle utilità che queste ultime siano misurabili.

Funzione di benessere sociale: Bentham e Rawls a confronto

Secondo Bentham il benessere della collettività dipende dalla somma del benessere dei singoli individui. Secondo questo criterio di valutazione sociale è preferibile l’allocazione che genera un incremento della somma delle utilità individuali in modo che la funzione del benessere sociale risulti maggiore. Ipotizzando una società composta da 2 individui, l’utilità dell’individuo 1 risulta perfetto sostituto dell’utilità dell’individuo 2. L'obiettivo è quello di massimizzare il benessere complessivo trascurando completamente il modo in cui esso è distribuito tra gli individui. In quest’ottica il benessere sociale aumenta se tutti stanno meglio, ma anche se aumenta solo il benessere del più ricco purché il suo miglioramento sia maggiore dell’eventuale danno inflitto agli altri membri della società, in termini di perdita di utilità. Ciò implica curve di isobenessere lineari.

Secondo Rawls un ordinamento sociale è giusto quando è equo, ovvero quando offre le stesse opportunità a tutti gli individui. È un caso estremo dell’ipotesi secondo cui meritano maggiore attenzione gli individui che stanno peggio. Il livello dell’indicatore del benessere sociale da massimizzare coincide con il minimo valore delle utilità dei singoli individui, cioè con il livello di utilità dell’individuo che sta peggio. Il benessere collettivo aumenta solo se viene migliorata la condizione del più povero. La funzione SW dipende unicamente dall’utilità dell’individuo che sta peggio, ciò significa che non vi è sostituibilità tra la soddisfazione di un individuo e l’altro.

Il criterio paretiano di valutazione sociale

Pareto contesta la visione utilitarista, suggerendo un criterio alternativo per valutare stati sociali differenti: criterio paretiano. Secondo Pareto, l’utilità non è una grandezza misurabile e quindi non è confrontabile tra diversi individui. Da ciò deriva l’impossibilità di costruire funzioni del benessere sociale. Secondo il criterio paretiano, una configurazione X è preferibile a una configurazione Y, se tutti i soggetti nello stato X stanno almeno non peggio che nello stato Y e almeno un soggetto sta strettamente meglio. Quindi un’allocazione si dice pareto-efficiente quando è impossibile trovare un’allocazione differente in cui almeno un individuo sta strettamente meglio e ciascuno degli altri stia almeno non-peggio.

Esiste una relazione (corrispondenza) tra gli equilibri concorrenziali e le allocazioni Pareto efficienti; tale corrispondenza è spiegata dai teoremi fondamentali dell’economia del benessere.

Primo teorema fondamentale dell’economia del benessere e implicazioni di policy

Il primo teorema fondamentale dell’economia del benessere afferma che ogni allocazione di equilibrio economico generale di perfetta concorrenza è un ottimo Paretiano. Il meccanismo del libero mercato produce un’allocazione di equilibrio efficiente. Un intervento esterno del governo inteso a modificare l’allocazione raggiunta dal libero scambio danneggerebbe almeno una persona. La concorrenza è una forza latente che spinge le imprese a produrre in modo sempre più efficiente le merci che i consumatori desiderano e questo garantisce il massimo benessere per tutti e crescita economica. Ogni allocazione di equilibrio economico generale di concorrenza perfetta è un ottimo paretiano. Infatti, il meccanismo del libero mercato produce un’allocazione di equilibrio Pareto-efficiente. Le condizioni sono:

  • Concorrenza perfetta: Ciascun soggetto non può, con il proprio comportamento, modificare i prezzi. Ciascun individuo si comporta come price-taker.
  • Assenza di esternalità: L'utilità di ciascun individuo deve dipendere unicamente dai livelli dei suoi consumi. Escludiamo che le decisioni di consumo di un individuo incidano sull’attività degli altri.
  • Beni privati: Devono essere definiti i diritti di proprietà dei beni.
  • Completezza dei mercati: Devono esistere mercati per tutti i beni.
  • L'informazione deve essere completa e simmetrica.

Sotto queste condizioni un intervento esterno del governo inteso a modificare l’allocazione raggiunta dal libero scambio danneggerebbe almeno una persona. Il venir meno di queste condizioni comporterebbe un fallimento del mercato.

Secondo teorema fondamentale dell’economia del benessere e implicazioni di policy

Il secondo teorema dell’economia del benessere afferma che se l’economia di mercato raggiunge un esito molto iniquo, ciò non è imputabile al funzionamento del libero mercato ma alla distribuzione iniziale delle risorse. Il libero mercato può essere corretto con un’appropriata redistribuzione delle dotazioni iniziali di risorse per prevenire ad un una allocazione equa, oltre che pareto-efficiente. In poche parole il secondo teorema afferma che la responsabilità dell’iniquità distributiva non è imputabile al meccanismo del libero scambio ma all’allocazione iniziale delle risorse.

Il limite principale del criterio paretiano è che esso fornisce un ordinamento parziale ossia non completo, delle preferenze sociali: non tutte le alternative sono confrontabili. Supponiamo che esista un ottimo paretiano, associato ad un equilibrio competitivo. Può esistere una pluralità di ottimi paretiani, uno per ogni dotazione iniziale di risorse a disposizione dei soggetti. Infatti, nella configurazione di EEG le quantità consumate dai consumatori, e quindi i loro livelli di benessere, dipendono da questo dato iniziale. Non abbiamo un criterio per confrontare i diversi ottimi paretiani e valutare quale sia preferibile. Quindi il problema della formulazione delle scelte sociali non è di efficienza ma di giustizia distributiva.

Lezioni 3-6

Le finalità della politica economica: obiettivi microeconomici, macroeconomici e redistributivi

Le tre finalità principali, individuate dall’economista Musgrave, della politica economica sono: l’allocazione efficiente delle risorse (intervento microeconmico), la redistribuzione del reddito e della ricchezza (intervento redistributivo) e la stabilizzazione del sistema macroeconomico. Con riferimento alla prima, il decisore pubblico si serve di politiche economiche strutturali, microeconomiche o d’offerta, le quali influenzano la curva AS. In questo caso, le principali aree di intervento sono rappresentate da politiche industriali, per la concorrenza, del lavoro, di formazione del capitale umano, di innovazione e ricerca e sviluppo. Con riferimento alla seconda, invece, si attuano politiche redistributive volte a modificare la distribuzione del reddito e della ricchezza con finalità di equità e giustizia sociale. Infine, con l’obiettivo di stabilizzare il reddito e l’occupazione, si utilizzano politiche macroeconomiche di controllo della domanda aggregata, le quali appunto influenzano la curva AD. Tali politiche, dette anticicliche o anticongiunturali, comprendono tra le altre la politica fiscale e la politica monetaria.

Fallimenti di mercato e intervento allocativo

I fallimenti di mercato rappresentano inefficienze che si verificano perché i prezzi di mercato non rispecchiano costi e benefici sociali delle risorse. Vari fattori possono dare origine a situazioni di questo tipo. Tra questi, figura sicuramente il caso in cui le imprese dispongono di potere di mercato, come succede in situazioni di monopolio (imprese price-maker); lo Stato, dunque, interviene con politiche di fissazione delle quantità o degli standard qualitativi, nonché di regolamentazione dei prezzi. Ulteriore causa è rappresentata dall’esistenza di esternalità, le quali portano a conflitti tra ottimo sociale e ottimo individuale. Lo Stato in questo caso agisce ricorrendo a tasse o sussidi al fine di far combaciare nuovamente i due ottimi.

I fallimenti di mercato possono essere infine generati da asimmetrie informative, per contrastare le quali si ricorre all’introduzione di certificazioni obbligatorie di vario genere, e da incompletezze dei mercati, le quali incentivano comportamenti di free-riding e vengono combattute tramite l’imposizione di prelievi coattivi da parte dello Stato.

Spiegate le azioni di politica economica in presenza di monopolio e mercati imperfettamente concorrenziali

Il legislatore risponde al problema del monopolio in uno di questi modi:

  • Non tollera i monopoli: liberalizza.
  • Trasformando alcuni monopoli privati in imprese pubbliche (nazionalizzazione).
  • Stimolando la concorrenza nei settori monopolistici (politiche della concorrenza, ex post).
  • Regolamentando il comportamento delle imprese monopolistiche, su quantità, prezzo e qualità.
  • Restando inattivo quando si ritiene che i fallimenti dello Stato siano più costosi dei fallimenti del mercato.
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Scienze economiche e statistiche SECS-P/02 Politica economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sara000 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica Economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Scarlato Margherita.
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