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Organizzazione internazionale (Prof. D'Argenio) IULM – 3° Anno

Introduzione al corso

Le organizzazioni internazionali sono l’ultima evoluzione nel rapporto tra soggetti pubblici organizzati della vita internazionale (tra stato e stato, tra stato e organizzazione, tra organizzazione e organizzazione…) – il punto d’approdo di una storia che si tramanda da millenni e che conclude una tendenza che si stava affermando sin da prima delle guerre mondiali. Il corso mira a far comprendere quale tipo di giuridicizzazione sia stata data alle organizzazioni internazionali.

Il diritto internazionale è l’interazione tra le culture elevate a stati – da questa interazione si crea un patrimonio di principi, regole e norme che formano il diritto internazionale, una scienza non esatta tipicamente umanistica.

L’Unione Europea è l’esperimento di organizzazione internazionale più progredito che sia mai stato realizzato. Mentre all’interno dell’Europa ci si domandava se si dovesse davvero lanciare in questa integrazione, abbandonando prerogative tipiche dello stato sovrano per accomunarsi ad altri stati, o se non convenga riappropriarci di tradizioni e individualità di comunità territoriali, nel resto del mondo tali dilemmi sono stati superati con disinvoltura e si sono messe insieme organizzazioni a carattere regionale ispirate all’Unione Europea (America Meridionale, Africa, estremo oriente).

Affiancando punti di evoluzione a punti di arretratezza, si potrà comprendere come, anche in base a un criterio opportunistico e culturale, stia a noi decidere se cercare di proseguire nonostante le disarmonie o abbandonare questo progetto a lungo termine. Le organizzazioni hanno per propria natura una vita dinamica in continua evoluzione o involuzione. L’Unione Europea non fa eccezione: non è un’entità statica.

Dall’inesistenza dell’organizzazione internazionale, dal punto minimo di ogni comunità che vive per sé, al punto massimo di creazione di uno stato federale, con l’integrazione di più stati, esiste nel mezzo l’organizzazione internazionale. Esistono anche organizzazioni con carattere puramente tematico, senza portate così dinamiche (la coordinazione dei sistemi postali, le connessioni via cavo o telefoniche, il sistema meteorologico internazionale…): per quanto evolvano tecnologie e relazioni, lo scopo rimane uniforme e lo spettro d’azione circoscritto.

In questo momento l’Unione Europea sta cercando di avanzare anziché regredire, mantenendo un processo di ripensamento dei trattati che la reggono: la Commissione Europea ha aperto un procedimento di raccolta dei contributi da parte di qualunque soggetto pubblico o privato. Da un’organizzazione intergovernativa, l’Unione Europea potrebbe evolversi in un’organizzazione che prevede il rapporto diretto, non mediato dai governi, tra i rappresentanti dei popoli – i parlamenti.

Le organizzazioni internazionali e il diritto internazionale

Questa materia si riferisce allo sforzo costante fatto dai soggetti del diritto internazionale per darsi regole che disciplinino la propria esistenza, la convivenza e le relazioni. Di chi stiamo parlando, quando citiamo la vita internazionale? Ci riferiamo alla comunità internazionale, l’insieme degli enti che godono di soggettività giuridica e che si pongono tra loro in una posizione di formale eguaglianza (hanno cioè eguali diritti), pur possedendo diversa capacità di far valere suddetti diritti.

Il diritto internazionale pubblico si riferisce agli enti pubblici (enti muniti di soggettività giuridica internazionale pubblicistica, posseduta da stati, da alcune forme di aggregazione proto-statali assimilate a stati dalla politica, come i movimenti non insurrezionali che già hanno forma stabile di controllo di un territorio, ma da privati, ossia singole persone, società, nemmeno se multinazionali, ONG). L’insieme di regole, istanze e relazioni condivise tra le entità pubbliche rappresenta un patrimonio (non per la comunità internazionale l’organizzazione internazionale), che è detta anorganica: non ha un proprio apparato – non esiste un legislatore internazionale che detti regole universalmente valide.

All’interno di uno stato esistono strutture pubbliche che promulgano leggi che, entrate in vigore, devono essere rispettate dai cittadini. La comunità internazionale non risponde a una logica organica del tipo di “uno stato sopra gli altri stati” – la vita internazionale si autoregola, e con questa grande differenza di base rispetto all’ordinamento interno degli stati si è saputa dare regole a partire dall’interazione stessa, da secoli di un tessuto fittissimo di relazioni e aggregazioni umane in risposta ai principi più vari nel corso del tempo, ma comunque capaci di contribuire al patrimonio del cosiddetto diritto internazionale.

Tali regole si possono essenzialmente collocare, in linea di prima approssimazione, in due grandi tipologie:

  • Trattati, ossia accordi internazionali (corrispondenti ai contratti tra privati): forze giuridiche che si estrinsecano in una forza di volontà scambiata tra gli enti del diritto internazionale, con effetti giuridicamente vincolanti. Quando due stati si accordano tra loro per delimitare un confine il trattato avrà efficacia giuridica per entrambi: quando la Russia zarista vendette l’Alaska per sei milioni di dollari agli Stati Uniti a fine Ottocento, i due stati hanno concluso un trattato giuridicamente vincolante.
  • Quando, con un’Europa in macerie, furono gettati i semi dell’Unione Europea con la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), si scelsero le due materie prime per eccellenza utili a ricostruire città, vie di comunicazione e industrie e si realizzò un trattato comprendente sei stati fondatori che accettarono limitazioni alla propria sovranità e attribuirono potere ad un’organizzazione per perseguire un migliore interesse – l’utile avviene attraverso la condivisione e non la competizione, che è quantomeno traslata con la negoziazione.
  • L’interazione internazionale, sotto la spinta di tecnologie e globalizzazione, è diventata sempre più stretta: nessuno stato è un’entità autonoma e autosufficiente. Esistono casi, più che altro eccezioni, per cui i trattati si ripercuotono anche su terze parti – ma normalmente il trattato vincola solo gli stati che hanno manifestano la volontà di siglarlo. Questo primo grande “gruppo di regole”, perciò, è su base volontaria.
  • Consuetudini internazionali, definite a partire dall’osservazione da un numero sempre crescente di giuristi delle interazioni tra stati: con il passare del tempo alcuni comportamenti, anche se non cristallizzati in un trattato, erano comunque considerati e percepiti come obbligatori e vincolanti. Nel diritto internazionale del mondo moderno, perciò, a partire dalla seconda metà del ‘600 in poi, si può delineare e giuridicizzare la consuetudine: in alcuni contesti, gli stati, attraverso il consolidarsi di alcuni comportamenti, hanno iniziato a ritenerli come giuridicamente necessari.
  • Le consuetudini hanno due caratteri chiave: uno materiale (la diuturnitas, la ripetizione nel tempo di un comportamento) e uno psicologico (la opinio iuris, poi ampliato in un senso di doverosità giuridica del comportamento, che è tenuto non solo per etichetta diplomatica ma perché ritenuto giuridico e la cui violazione susciti un senso di trasgressione di un diritto, e perciò con un senso di necessità sociale da cui scaturisce la necessità giuridica).
  • Da un lato, perciò, il trattato è un accordo volontario e settoriale, limitante solo le parti accordatesi (efficacia inter partes), mentre dall’altro la consuetudine emerge da una ripetizione oggettiva e da un senso di doverosità soggettivo. Attraverso l’uso della consuetudine, difficoltosa e dolorosa in alcuni casi (nata da ideologie malate di soppressione, da sensi aggressivi di prevaricazione, ma anche da virtù e suscitante reazioni positive), si è ottenuta una reazione avversa nei casi di trasgressione di questi principi, validi per chiunque (efficacia erga omnes).

Il trattato e la consuetudine consentono alla comunità internazionale di creare un patrimonio di norme giuridiche oggi più ricco che mai. La vita internazionale va sempre più giuridicizzandosi a mano a mano che i soggetti protagonisti aumentano le proprie relazioni – e le relazioni tra stati non sono mai state intense quanto oggi, grazie alla globalizzazione. La politica di potenza del grande astro nascente della politica internazionale, la Cina, si sta sviluppando in questo senso attraverso una fitta rete di trattati internazionali essenzialmente bilaterali (principalmente la Belt Road Initiative, in italiano liberamente tradotta come “Via della seta”) nei quali la Cina può far valere il proprio peso.

La globalizzazione intensifica le relazioni, e le relazioni creano diritto. Ma cos’è la globalizzazione? Un motore che muove la vita internazionale e si ripercuote su diversi ingranaggi, tra cui quello del diritto – è un processo di crescente e generalizzata interdipendenza su larga scala. È una creazione di relazioni talmente articolate che creano dipendenza reciproca tra i vari artisti della vita internazionale.

La globalizzazione si pone nei confronti del diritto internazionale in una duplice posizione: da un lato la globalizzazione si è servita e si sta servendo del diritto internazionale per creare suddetta interdipendenza (il trattato è usato come strumento al servizio della globalizzazione); ma allo stesso tempo la globalizzazione ha nei confronti del diritto internazionale una forza propulsiva, perché nell’impiegarlo lo fa evolvere e stimola la sua creazione. Il diritto internazionale è utilizzato e stimolato nella sua crescita.

Il diritto è l’ombra dell’umanità: ne segue i progressi e le involuzioni, regola i nuovi approdi nelle relazioni internazionali e le rende ordinate e affidabili. Il diritto internazionale è una conquista moderna: prima era concepito come ius gentium, diritto delle genti e dei popoli, e in molte lingue moderne ancora lo è (droit des gens, Volksrecht). È una materia in sviluppo continuo e non lineare, con momenti di forti accelerazioni e progressioni notevoli alternati a periodi di regresso, caduta, fallimento plateale.

Il suo sviluppo può essere definito come ciclico – i picchi più elevati si sono registrati in occasioni delle uscite dalla guerra degli ultimi 400 anni (quando gli stati usciti dal conflitto, ancora sotto shock per le perdite, sia vinti sia vincitori, hanno avuto momenti di grande propulsione), mentre i cali peggiori si sono osservati in presenza delle guerre (persino in bello, tuttavia, il conflitto è stato giuridicizzato), seppur il diritto internazionale non sia mai scomparso. Con il cambiare delle esigenze e il susseguirsi delle generazioni, tuttavia, avviene spesso un discostarsi dalle regole istituite precedentemente, in seguito ad un conflitto – e con l’abbandono dei grandi proclami di pace che puntellano la storia europea si ebbero altre guerre.

Dopo l’ultima grande guerra internazionale, la Seconda Guerra Mondiale, la più sanguinosa e vasta della storia, si crearono principi che finora hanno retto, quantomeno a livello internazionale.

05/10/2021

La comunità internazionale è l’insieme di enti muniti di soggettività giuridica internazionale che si pongono tra loro in una posizione di formale uguaglianza. Esiste però diversa capacità di far valere i pari diritti.

Le comunità interne sono le aggregazioni umane che si trovano all’interno degli stati, regolate da ordinamenti strutturati e ben precisi, per certi aspetti anche piramidali – viceversa, nella comunità internazionale si riscontra un apparato anorganico, senza leggi o istituzioni che valgono per tutti. Si assiste tuttavia a un andamento di progressiva creazione di strutture internazionali e a un incremento delle leggi del diritto internazionale.

Attraverso una spinta interna, che viene dagli stati, si assiste a un’aggregazione degli stati stessi in organizzazioni – ma bisogna ricordare che le relazioni sono regolate dal diritto internazionale pubblico (il diritto internazionale privato si occupa invece dei rapporti tra soggetti privati connotati da profili internazionali, che non si esauriscono in un unico ordinamento giuridico: un’azienda italiana che stipula contratti con clienti esteri, perciò rapporti che coinvolgono più ordinamenti giuridici; un matrimonio tra un uomo brasiliano e una donna inglese).

Il diritto internazionale pubblico è la disciplina che si occupa invece dei rapporti tra soggetti pubblici, governativi. Dal secondo dopoguerra in poi si sono poi conosciute ipotesi mirate alla difesa dei diritti civili – si pensi ai processi da parte di corti internazionali dei responsabili di genocidi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità (la triade di reati considerati di ordine internazionale e perciò non giudicabili da corti nazionali).

Il diritto internazionale pubblico ha un andamento oscillante: conosce accelerazioni e processi di forti interazioni pacifiche tra stati, seguiti da periodi in cui viene trascurato o dimenticato, ritenuto superato. Tale andamento mette in luce una dicotomia che fa da sfondo al tema delle organizzazioni internazionali.

Lo stato tende sempre a perseguire il proprio migliore interesse; in base ai vertici politici che lo amministrano cercherà di far stare la popolazione il meglio possibile. In alcuni casi in questa cura per il benessere della popolazione esiste anche l’ambizione dei leader, che impongono sé stessi e la propria politica (e talvolta perseguono di più il proprio bene che non quello comune). Si ravvisa in questo senso la dicotomia dell’oscillazione: in alcuni momenti storici lo stato si muove singolarmente (uti singulo, con un’azione che può anche essere unilaterale, delineando e perseguendo politiche individuali – Trump è un esempio di unilateralista, con le sue uscite da accordi e organizzazioni internazionali), in altri persegue il proprio interesse attraverso un’azione uti universi, che vede lo stato muoversi in una dimensione aggregata (un esempio di multilateralista è il presidente canadese Trudeau).

Esiste naturalmente un compromesso, un’alternazione equilibrata tra le due visioni (su alcuni temi uno stato si muove in autonomia, su altri preferisce la collaborazione), ma esiste anche un approccio free rider di quei soggetti che si uniscono a un’aggregazione e ne traggono i relativi vantaggi senza però adempiere alle regole e ai limiti imposti. Se si ha una moneta unica e un mercato unico si hanno enormi possibilità – ma è anche necessario accettare i sacrifici e i contributi da dare.

I free rider si giovano invece della dimensione uti universi senza però dare alcun contributo, con ad esempio l’atteggiamento opportunistico del Regno Unito alla vita europea: ha frenato su tutti i momenti importanti di aggregazione europei, impedendoli o esercitando un opt out (escludendosi dalla moneta, da molti protocolli…).

Più spinta è l’aggregazione tra stati, e più ciascuno di essi deve limitarsi e concedere agli altri, comprendendo che può trarre tanto ma deve anche dare – a livello economico, di competenze (gli stati della zona Euro si sono spogliati della fetta di sovranità monetaria, che permetteva loro di battere moneta, diluire il debito pubblico, spingere sull’inflazione o ridurla ecc., conferendo invece tale prerogativa sovrana ad un’autorità centrale condivisa e rispettata da tutti per miglior perseguire un interesse comune).

Ha senso che un singolo stato limiti determinate tecnologie alle aziende? L’approccio individuale può non essere sufficiente, perché le aziende possono continuare a usarle fuori dai confini. Si pensi anche alle politiche sull’immigrazione, e alla scelta di uno stato di chiudere i propri confini quando gli altri stati membri della sua stessa organizzazione internazionale stanno adottando altre soluzioni.

Il fenomeno delle organizzazioni internazionali non si può però capire se non si capisce prima quello degli stati. Nel 1959, nel pieno della Guerra Fredda, gli stati riescono ad accordarsi e istituire uno status protetto per l’Antartide, insuscettibile di appropriazione territoriale – questo significa che quando ci si trova d’accordo sui fondamentali poi nuove soluzioni sono possibili.

Ma come si è arrivati all’unità di base del diritto internazionale, a un pianeta tutto diviso tra stati? E come mai anche le situazioni di confusione tendono ad andare a un modello di stato, che è arrivato a dominare il mondo intero? Come mai anche i popoli che si emancipavano dal dominio coloniale europeo si sono voluti dare una struttura statuale tipicamente europea? La comunità internazionale è sempre stata quella che è oggi?

L’origine delle comunità umane

Il concetto di comunità internazionale e di aggregazioni umane che interagiscono ha avuto un momento di nascita quando l’uomo si è sedentarizzato. È un fatto recente, la creazione di un rapporto stabile con un territorio: quando la nostra specie ha assunto una linea evolutiva autonoma rispetto alle altre specie della famiglia delle scimmie antropomorfe...

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Scienze giuridiche IUS/13 Diritto internazionale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ge19 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Organizzazione internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof D'Argenio Matteo.
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