Organizzare la cultura. Imprenditoria, istituzioni e beni
culturali
(Paul DiMaggio)
Introduzione. Paul DiMaggio e la sociologia dei processi e
delle istituzioni culturali (a cura di Marco Santoro)
L’Introduzione curata da Marco Santoro non è una semplice vetrina per
presentare il libro, ma un vero e proprio saggio che ci offre le chiavi di lettura
per smontare un’idea radicata: quella secondo cui la cultura sia un’entità
astratta, figlia solo dell'ispirazione artistica o del gusto innato delle persone. Al
contrario, il nucleo del pensiero di Paul DiMaggio è che la cultura è un
prodotto collettivo profondamente modellato dalle istituzioni, dai
mercati e dalle organizzazioni. Non possiamo capire l'arte se non capiamo
come viene finanziata, distribuita e gestita.
Per comprendere a fondo questo approccio, il testo ci accompagna attraverso
quattro grandi tappe teoriche e storiche.
La prima tappa riguarda il modo in cui le strutture di mercato influenzano
la creatività e i prodotti culturali. DiMaggio analizza i settori dell'industria
culturale notando come il livello di diversità artistica dipenda dalla concorrenza.
Quando un mercato è fortemente centralizzato e dominato da pochi grandi
attori (un oligopolio), la produzione tende a standardizzarsi: si preferisce
rischiare poco e produrre contenuti omogenei per la massa. Al contrario, i
mercati aperti e concorrenziali favoriscono l'innovazione. Tuttavia, questo
dinamismo non è fisso: le grandi multinazionali della cultura tendono
ciclicamente a inglobare le novità nate dal basso, controllando la distribuzione
piuttosto che la produzione originaria.
La seconda tappa, che rappresenta il vero cuore storico del libro, spiega come
sia nata la distinzione tra "alta cultura" e "cultura popolare". DiMaggio dimostra
che questa divisione non ha nulla di naturale, ma è il risultato di un preciso
processo di "sacralizzazione" dell'arte avvenuto nella Boston di fine
Ottocento. In quel periodo, la classe capitalista urbana dominante – la
cosiddetta élite dei "Bramini" – si trovò minacciata dall'arrivo massiccio di
immigrati e dalle trasformazioni sociali. Per marcare la propria distanza e
superiorità, questa élite decise di isolare alcune forme d'arte (come la musica
Museum of
classica o le belle arti), fondando istituzioni private no-profit come il
Fine Arts Boston Symphony Orchestra.
e la Attraverso il meccanismo del
framing (inquadramento), l'arte venne letteralmente separata dal resto della
vita quotidiana: si imposero regole rigide, come l'obbligo del silenzio, il divieto
di consumare alcolici e prezzi dei biglietti elevati. In questo modo, spettacoli
prima fruiti da tutte le classi sociali vennero "purificati" e trasformati in rituali
esclusivi accessibili solo a chi possedeva gli strumenti per capirli.
Da qui si sviluppa la terza tappa del saggio, che mette in luce il dialogo
critico tra DiMaggio e Pierre Bourdieu sul concetto di capitale
culturale. Bourdieu vedeva il capitale culturale (le competenze e i gusti
trasmessi dalla famiglia) come un meccanismo rigido di riproduzione delle
disuguaglianze: la scuola premia la cultura delle classi alte, condannando le
classi svantaggiate a rimanere ai margini. DiMaggio, pur partendo dalle stesse
basi, propone una visione più fluida e ottimista. Per l'autore americano, il
capitale culturale è una risorsa spendibile in modo dinamico e può trasformarsi
in un formidabile strumento di mobilità sociale. I giovani delle classi popolari,
acquisendo queste competenze a scuola o in altri contesti professionali,
possono usarle per cambiare la propria posizione e navigare all'interno di
diversi contesti sociali.
Infine, l'introduzione affronta la prospettiva del neo-istituzionalismo,
applicata alle organizzazioni culturali. DiMaggio introduce il concetto di
isomorfismo, spiegando come e perché i musei, i teatri e le fondazioni tendano
col tempo a somigliarsi tutti, adottando le stesse strutture e procedure. Questo
non accade solo per motivi economici, ma a causa di pressioni di legge, della
tendenza a imitare i modelli di successo nei momenti di incertezza e,
soprattutto, a causa della standardizzazione dei percorsi formativi dei manager
culturali, che studiano nelle stesse università e applicano ovunque gli stessi
criteri tecnici.
In definitiva, questo testo introduttivo ci consegna un'immagine della cultura
tutt'altro che immobile: i confini che separano ciò che è considerato "colto" da
ciò che è "popolare" non sono scritti sulla pietra, ma vengono continuamente
tracciati, difesi e ridiscussi dalle istituzioni e dalle dinamiche sociali.
Capitolo 1. Struttura di mercato, processo creativo e
«popular culture»
1.1. Il declino delle culture popolari e la teoria della società
di massa
La transizione dalle culture tradizionali e locali alle forme moderne di
espressione prodotte dai mezzi di comunicazione di massa costituisce uno dei
nodi storici centrali per la comprensione della società contemporanea. Per
lungo tempo, la sociologia ha interpretato questo passaggio attraverso le lenti
della teoria della società di massa, una prospettiva incline a una lettura
nostalgica e fortemente pessimista delle trasformazioni in atto. Secondo tale
impostazione, i processi macro-sociali di urbanizzazione e industrializzazione
avrebbero sradicato gli individui dalle loro comunità organiche, distruggendo la
vecchia cultura popolare autentica, spontanea e generata direttamente dal
basso. Al suo posto, si sarebbe costituito un pubblico atomizzato, passivo e
indifeso di fronte a un'industria culturale capace di imporre dall'alto prodotti
standardizzati e omologati.
Questa interpretazione riduzionista manca di cogliere le reali leve del
cambiamento, poiché considera il declino delle culture locali come un esito
automatico e quasi biologico della modernità tecnologica. L'omogeneità della
cultura contemporanea non è la conseguenza fatale del progresso tecnico o di
un improvviso inaridimento delle facoltà estetiche dei consumatori. Al
contrario, tale mutamento è l'esito storicamente determinato di specifiche
trasformazioni economiche e organizzative.
Il declino delle espressioni culturali tradizionali a favore di una cultura
commerciale centralizzata coincide con il momento in cui le grandi imprese
industriali acquisiscono il monopolio dei canali di distribuzione. La tecnologia
non modella la cultura in virtù di una sua forza intrinseca, ma in ragione delle
strutture di mercato entro cui viene inserita. Quando il controllo distributivo
delle stazioni radiofoniche, delle catene cinematografiche o dei circuiti editoriali
si concentra nelle mani di pochi oligopoli, l'omologazione dei contenuti diviene
una necessità organizzativa primaria, finalizzata a ridurre al minimo i rischi
finanziari inerenti all'investimento culturale su larga scala.
L'analisi dell'assetto dei mercati culturali ci conduce direttamente a esaminare
la relazione sistematica tra il livello di concentrazione industriale e il grado di
innovazione e diversità dei beni prodotti. Le fluttuazioni della creatività
all'interno dei settori culturali non rispondono a cicli casuali di ispirazione
artistica, ma riflettono le variazioni nella struttura della concorrenza
economica.
I settori culturali oscillano storicamente tra due configurazioni idealtipiche: i
mercati ad alta concentrazione (oligopoli) e i mercati a bassa concentrazione
(concorrenziali). Nelle fasi in cui il mercato è dominato da un ristretto numero
di grandi corporazioni integrate verticalmente, la diversità culturale subisce
una drastica contrazione. La necessità di massimizzare i profitti su scala
globale spinge queste organizzazioni a standardizzare i formati, a replicare i
modelli di successo già collaudati e a evitare ogni sperimentazione che possa
alienare il pubblico di massa. L'innovazione viene percepita come un costo e un
pericolo per la stabilità finanziaria dell'impresa.
Al contrario, le fasi di frammentazione del mercato, caratterizzate dall'ingresso
di numerosi piccoli produttori indipendenti, innescano una forte spinta alla
diversificazione e alla rottura dei canali estetici tradizionali. Non dovendo
sostenere gli enormi costi fissi delle grandi burocrazie, le imprese indipendenti
possono intercettare le subculture e i gusti di nicchia, introducendo nel sistema
elementi di novità radicale.
Tuttavia, questa dinamica concorrenziale non rimane stabile nel tempo. Il
sistema manifesta una tendenza ciclica alla riconcentrazione: non appena le
novità introdotte dai produttori indipendenti dimostrano di avere un potenziale
commerciale di massa, le grandi corporazioni intervengono per riassorbire
l'anomalia. Esse non cercano necessariamente di controllare la fase iniziale
della creazione artistica, ma si muovono per acquisire le etichette indipendenti
o per blindare i canali strategici della grande distribuzione e del marketing. In
questo modo, il mercato culturale si configura come un campo in perenne
tensione tra la spinta all'omologazione oligopolistica e la continua emersione di
nicchie di innovazione periferica.
1.2. L'organizzazione della produzione artistica nella cultura
di massa
La produzione culturale di massa deve necessariamente risolvere una
contraddizione strutturale di fondo: coniugare l'esigenza di standardizzazione
tipica di ogni processo industriale con l'intrinseca imprevedibilità del talento
artistico e del gusto del pubblico. A differenza dei settori manifatturieri
tradizionali, dove le specifiche del prodotto e la domanda sono ampiamente
pianificabili, le industrie della cultura operano in condizioni di perenne
incertezza. Non è possibile stabilire con criteri puramente razionali se un film,
un libro o un brano musicale incontreranno il favore del mercato.
Per amministrare questa indeterminatezza, le grandi organizzazioni non
potendo controllare la domanda scelgono di governare l'offerta attraverso una
duplice strategia: la sovraproduzione sistematica e l'impiego di filtri
organizzativi. Le aziende immettono sul mercato una quantità sovrabbondante
di beni creativi, partendo dal presupposto statistico che la stragrande
maggioranza di essi si rivelerà un fallimento commerciale. Sarà quell'esigua
blockbuster hit)
minoranza di prodotti di enorme successo (i cosiddetti o a
generare profitti sufficienti per coprire le perdite complessive e finanziare
l'intero sistema.
In questo meccanismo, il legame tra il creatore e il pubblico non è mai diretto,
ma è interamente mediato da una complessa burocrazia di professionisti che
gatekeepers.
agiscono come guardiani dei confini, o Questa rete, composta da
talent scout, editori, direttori artistici, manager e programmatori, svolge una
funzione cruciale di selezione e addomesticamento. L'arte grezza e
l'innovazione potenziale vengono filtrate e modellate per rispondere a precisi
formati industriali prima ancora di raggiungere i canali distributivi.
Ciò non significa che l'industria culturale riduca l'artista a un mero operaio della
catena di montaggio. Una standardizzazione totale rischierebbe di saturare e
annoiare il mercato, esaurendo la spinta alla novità. Le organizzazioni di
successo scelgono quindi di concedere ai creativi una forma di "semi-
autonomia". Il processo di ideazione viene delegato a piccoli team autonomi o
a specialisti esterni, ma l'impresa madre mantiene un controllo centralizzato e
rigoroso sulle fasi economicamente decisive della catena del valore: il
marketing, la promozione su larga scala e il monopolio delle reti di grande
distribuzione.
1.3. Struttura di mercato e innovazione nei settori culturali
L'analisi dei settori culturali rivela una relazione sistematica e causale tra la
struttura macroeconomica del mercato e il grado di diversità o innovazione
estetica dei prodotti distribuiti al pubblico. Le variazioni e i cicli della creatività
non possono essere spiegati attraverso la psicologia degli artisti o le
fluttuazioni casuali dell'ispirazione; essi riflettono, invece, il livello di
concentrazione o di frammentazione industriale che caratterizza un
determinato campo in un preciso momento storico.
I mercati culturali oscillano storicamente tra due configurazioni strutturali
opposte, ciascuna delle quali esercita un impatto determinante sui contenuti
artistici:
Nelle fasi caratterizzate da un'alta concentrazione di mercato — ovvero quando
un ristretto oligopolio di grandi corporazioni integrate verticalmente controlla la
quasi totalità della produzione e della distribuzione — la diversità culturale
subisce una drastica contrazione. In questo scenario, le organizzazioni tendono
a minimizzare i rischi finanziari uniformando i formati e sovvenzionando
esclusivamente prodotti ad alto potenziale di massa. L'innovazione viene
percepita come una minaccia alla stabilità economica; di conseguenza, le
grandi burocrazie culturali preferiscono replicare formule estetiche già
ampiamente collaudate e favorire l'omologazione su larga scala.
Al contrario, le fasi di bassa concentrazione, definite da un mercato
frammentato e aperto alla concorrenza di numerosi piccoli produttori
indipendenti, fungono da catalizzatori per l'innovazione e la diversificazione. Le
imprese indipendenti, non dovendo sostenere gli elevati costi fissi tipici delle
grandi strutture aziendali, possono permettersi di esplorare mercati di nicchia e
di intercettare le subculture emergenti. È in questi periodi di apertura del
mercato che penetrano nel sistema generi musicali inediti, stili letterari
d'avanguardia o formati cinematografici sperimentali.
Questa dinamica, tuttavia, non si stabilizza mai in un equilibrio permanente,
ma si sviluppa attraverso un andamento ciclico. Non appena le novità
introdotte dai produttori indipendenti dimostrano una chiara profittabilità
commerciale, le grandi corporazioni oligopolistiche intervengono per riassorbire
l'anomalia. Tale controllo non si esercita necessariamente reprimendo la
creatività alla fonte, bensì acquisendo le etichette indipendenti o blindando i
canali strategici del marketing e della grande distribuzione. Il campo della
cultura si configura così come uno spazio in perenne tensione tra la spinta
all'omologazione standardizzata dei grandi monopoli e la continua emersione di
spinte innovative provenienti dalla periferia del sistema economico.
1.4. Conclusioni
L’esame dei meccanismi organizzativi e delle strutture di mercato permette di
trarre alcune fondamentali conclusioni teoriche, che ridefiniscono lo statuto
stesso della sociologia della cultura e superano definitivamente i vecchi
approcci deterministici.
In primo luogo, emerge con chiarezza che i prodotti culturali non possono più
essere considerati come il mero riflesso speculare della struttura sociale o della
coscienza di classe, né come l'esito di un'ispirazione artistica individuale e
isolata. Gli oggetti culturali — siano essi canzoni, film, libri o generi artistici nel
loro complesso — sono costantemente plasmati, filtrati e mediati dal sistema di
produzione e di distribuzione entro cui vengono generati. L'estetica e la forma
stessa della cultura pop o della cultura folk dipendono, in ultima istanza, dalla
natura delle organizzazioni che ne governano l'accesso al mercato.
In secondo luogo, il capitolo dimostra che l'omogeneità o la diversità
dell'offerta culturale non derivano dal mutamento delle facoltà psicologiche dei
consumatori o da una loro intrinseca passività, bensì dalla configurazione
macroeconomica del settore. Esiste un nesso causale e ciclico tra il livello di
concentrazione industriale e l'innovazione: gli oligopoli integrati verticalmente
generano standardizzazione e conservazione estetica per l'esigenza di
massimizzare i profitti e minimizzare l'incertezza finanziaria, mentre i mercati
frammentati e concorrenziali agiscono come incubatori di novità e
diversificazione, intercettando le subculture periferiche.
Infine, le grandi burocrazie dell'industria culturale rivelano una sorprendente
plasticità organizzativa. Esse non reprimono l'innovazione in modo assoluto,
ma la governano strutturalmente attraverso la strategia della sovraproduzione,
gatekeepers
la mediazione della rete di e la concessione di una "semi-
autonomia" controllata ai creativi. La dinamica complessiva del campo
culturale si rivela dunque come un ciclo perpetuo e instabile: un movimento
ondulatorio in cui le spinte innovative nate nelle nicchie concorrenziali
indipendenti vengono ciclicamente riassorbite, addomesticate e monetizzate
dalle grandi corporazioni centrali attraverso il controllo monopolistico dei canali
di distribuzione.
Capitolo 2. L'imprenditoria culturale nella Boston di fine
Ottocento: la creazione di una base organizzativa per
l'alta cultura in America
2.1. I predecessori: modelli organizzativi prima dell'età
dorata
Verso la fine della guerra civile, Boston si profilava già come il fulcro della vita
intellettuale e artistica americana, eppure la distinzione tra ciò che oggi
definiamo "arte colta" e "intrattenimento di massa" appariva estremamente
vaga e fluida. L'alta cultura, intesa come un dominio estetico separato, protetto
e dotato di un proprio prestigio autonomo, non era ancora riuscita a
istituzionalizzarsi. Questa mancata definizione non dipendeva dall'assenza di
un pubblico potenziale o dalla carenza di talenti, ma dall'intrinseca
inadeguatezza dei modelli organizzativi fino ad allora utilizzati per diffondere e
sostenere le arti. Prima dell'avvento dell
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