Incontri dietro le quinte.
Imprese e professionisti nel settore dello spettacolo
(Luciano A., Bertolini S.)
Capitolo 1: Le metamorfosi nello spettacolo: Teatro e
Danza
1.1. Il grande attore e il mattatore
Nel corso del diciannovesimo secolo (Ottocento), il teatro italiano era dominato
da un modello produttivo e artistico radicalmente diverso da quello attuale,
fondato sulla figura egemone del Grande Attore (spesso evolutosi poi nel
fenomeno del "mattatore"). Per comprendere questo paragrafo ai fini
dell'esame, devi tenere a mente tre concetti cardine: la struttura della
compagnia, il codice di recitazione e l'assenza della regia.
1. La struttura e l'organizzazione della Compagnia Capocomicale
Nell'Ottocento non esistevano i teatri stabili o i finanziamenti pubblici
strutturati. Il teatro era un'impresa nomade ed itinerante.
Il Capocomico: La compagnia faceva capo al capocomico, che era
contemporaneamente l'attore principale, il direttore artistico e
l'imprenditore economico. Era lui a farsi carico dei rischi finanziari, a
scegliere i testi e a pagare le scritture degli altri attori.
I Ruoli Fissi: L'organizzazione interna si basava su una gerarchia
rigidissima basata sui "ruoli". Ogni attore veniva scritturato per
interpretare esclusivamente una specifica tipologia di personaggio per
Primo Attore,
tutta la durata della sua carriera o della stagione (es. il la
Prima Attrice, Brillante, Padre Nobile, Caratterista, l'Amoroso).
il il la
2. Il codice recitativo e la centralità assoluta della performance
Il testo evidenzia come il fulcro dello spettacolo non fosse il testo
drammaturgico (l'opera scritta dall'autore), bensì la performance fisica e
vocale dell'attore.
La riscrittura del testo: I testi teatrali stranieri o classici venivano
pesantemente manipolati, tagliati e riadattati dal capocomico al solo
scopo di valorizzare le doti declamatorie del Grande Attore o della Prima
Attrice. Le battute degli attori secondari venivano ridotte al minimo.
Scenografia e costumi subordinati: Non esisteva un'idea visiva
unitaria. Le scene erano generiche (spesso tele dipinte riutilizzate per
decine di drammi diversi) e l'illuminazione serviva unicamente a mettere
in luce il volto del protagonista. Spesso i Grandi Attori si compravano i
propri costumi personali, che non c'entravano nulla con l'epoca storica
del dramma o con i costumi degli altri membri della compagnia, pur di
apparire sontuosi agli occhi del pubblico.
3. Il passaggio al "Mattatismo"
Verso la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, questo sistema esaspera
ulteriormente le proprie caratteristiche dando vita al fenomeno del
mattatismo. Il "mattatore" (figure storiche come Vittorio Gassman in epoche
successive o i grandi interpreti dell'Ottocento come Tommaso Salvini o Adelaide
Ristori) è l'attore-centauro che fagocita l'intero spettacolo. La messinscena
diventa un pretesto per il suo virtuosismo individuale; il pubblico non andava a
come il Grande
teatro per vedere l'Amleto di Shakespeare, ma per vedere
Attore interpretava l'Amleto.
Perché questo paragrafo è fondamentale per il resto del libro?
Il testo analizza questa fase storica per creare un forte contrasto sociologico
con il presente: nell'epoca del Grande Attore, il "dietro le quinte" tecnico o
manageriale era quasi inesistente o totalmente subordinato. Il lavoro era
artigianale, gerarchico, ma ruotava attorno a un'unica figura. Capire
l'autonomia assoluta del mattatore ti serve per comprendere l'impatto
devastante (e rivoluzionario) che avrà l'introduzione della figura del regista nel
Novecento, che sposterà il potere economico e artistico dall'attore alla
macchina organizzativa e progettuale.
1.2. Il Novecento e l’avvento della regia
Se l'Ottocento era stato il secolo del Grande Attore e del capocomicalismo, il
Novecento rappresenta una rivoluzione strutturale e copernicana per il
teatro italiano ed europeo. Il perno di questa rivoluzione è la nascita di una
nuova figura professionale e intellettuale: il regista.
Per l'esame, devi comprendere questo passaggio non solo come un
cambiamento artistico, ma come una radicale trasformazione
dell'organizzazione del lavoro e dell'economia dello spettacolo.
1. La crisi del sistema dei ruoli e la nascita della "Scrittura Scenica"
Con l'avvento della regia, il vecchio sistema ottocentesco dei "ruoli fissi" (il
Primo Attore, la Prima Attrice, ecc.) crolla definitivamente.
La fine dei ruoli: Il regista non accetta più che un attore reciti sempre lo
stesso tipo di personaggio basandosi su stereotipi o tecniche
preimpostate. Gli attori vengono ora scelti in base alle specifiche
esigenze psicologiche e fisiche del personaggio all'interno di quella
singola opera.
Il concetto di Spettacolo Unitario: Nasce l'idea che lo spettacolo
debba essere un'opera d'arte unitaria e armonica. Il testo drammaturgico
non è più un pretesto per i virtuosismi del mattatore, ma una traccia da
interpretare fedelmente o da reinventare attraverso la scrittura
scenica. Tutto deve essere coordinato: parole, movimenti, luci, scene e
costumi.
2. La centralità del Regista come coordinatore e datore di lavoro
Il regista assume un duplice ruolo che cambia per sempre la sociologia del
teatro:
L'autorità artistica: È l'unico responsabile della visione globale dello
spettacolo. Gli attori perdono la loro totale autonomia decisionale e
diventano elementi di un disegno complessivo orchestrato dal regista.
La nascita del "Dietro le Quinte" moderno: Per realizzare la visione
unitaria del regista, i comparti tecnici (scenografi, costumisti, tecnici
delle luci, macchinisti) non sono più fornitori di tele dipinte generiche, ma
diventano co-autori dell'opera visiva. Il "dietro le quinte" si popola di
professionisti specializzati che devono dialogare costantemente tra loro.
3. L'evoluzione istituzionale: Dai Teatri di Scrittura ai Teatri Stabili
In Italia, l'avvento della regia si intreccia con una profonda trasformazione
istituzionale e geografica. Il teatro cessa di essere esclusivamente nomade e si
radica sul territorio.
I Teatri Stabili: Nel secondo dopoguerra (l'esempio cardine è la
Piccolo Teatro di Milano
fondazione del nel 1947 da parte di Giorgio
Strehler e Paolo Grassi), nascono i Teatri Stabili. Il teatro viene inteso
come un servizio pubblico essenziale per la cittadinanza, fortemente
sostenuto dal finanziamento pubblico (statale e locale).
La stabilità della compagnia: Nei Teatri Stabili le produzioni non
nascono più per girare l'Italia su carri improvvisati in cerca di profitto
immediato. Gli attori e i tecnici vengono contrattualizzati per intere
stagioni all'interno di una struttura solida. Ciò permette prove più lunghe,
una ricerca artistica rigorosa e una maggiore sicurezza contrattuale
(seppur limitata nel tempo).
L'avvento della regia e la nascita dei Teatri Stabili segnano il passaggio
dall'artigianato nomade all'industria culturale. L'introduzione di una
nuova figura (il regista) ridefinisce la divisione del lavoro: il potere si sposta dal
palco (l'attore) alla cabina di regia e agli uffici di produzione, strutturando quel
mercato del lavoro complesso, fatto di imprese, fornitori e professionisti.
1.3. La decentralizzazione e la frammentazione dello
spettacolo contemporaneo
Dopo aver analizzato l'Ottocento del Grande Attore e la rivoluzione del
Novecento guidata dall'avvento della regia e dai Teatri Stabili, il testo affronta
l'evoluzione più recente del settore. Questo terzo snodo storico e sociologico
descrive la transizione verso la contemporaneità, evidenziando come il
sistema teatrale e coreutico italiano sia passato da un modello centralizzato a
uno fortemente parcellizzato.
1. La decentralizzazione culturale e il moltiplicarsi dei soggetti
Se nel secondo dopoguerra il fulcro produttivo era rigidamente concentrato
nelle grandi istituzioni pubbliche (i Teatri Stabili nelle grandi città), a partire
dagli ultimi decenni del Novecento si assiste a una forte spinta alla
decentralizzazione.
La proliferazione delle compagnie: Nascono capillarmente sul
territorio una miriade di nuove compagnie indipendenti, festival locali,
teatri di ricerca e spazi "off".
Il ruolo degli enti locali: Le Regioni e i Comuni acquisiscono un peso
crescente nel finanziamento e nel patrocinio delle attività culturali,
affiancandosi allo Stato (FUS - Fondo Unico per lo Spettacolo). Questo
fenomeno genera una democratizzazione dell'accesso alla cultura, ma
anche un'estrema dispersione delle risorse economiche disponibili.
2. La frammentazione organizzativa e il "Lavoro per Progetti"
Il testo evidenzia l'impatto sociologico di questa moltiplicazione dei soggetti. Il
mercato del lavoro dello spettacolo si frammenta in modo irreversibile,
diventando l'emblema della flessibilità:
La fine della continuità contrattuale: Crolla quasi del tutto l'idea
della stabilità stagionale garantita dai grandi enti. Le produzioni si
accorciano, i budget si riducono e la norma diventa il contratto a
termine legato al singolo progetto o alla singola replica.
L'individualizzazione del rischio: Il rischio economico dell'evento
culturale non è più ammortizzato interamente dall'istituzione teatrale, ma
si scarica sulle spalle dei singoli professionisti e delle micro-compagnie,
che devono costantemente auto-promuoversi per saltare da una scrittura
all'altra.
3. La convergenza tra i comparti: Il caso della Danza e del Teatro di
Ricerca
Il paragrafo dedica una riflessione specifica a come la frammentazione abbia
ridefinito i confini tra i generi artistici, colpendo in particolar modo la danza
contemporanea.
La massima precarietà coreutica: Mentre i corpi di ballo delle grandi
fondazioni liriche subiscono tagli drastici e chiusure repentine, la danza si
rifugia nel circuito indipendente. I danzatori contemporanei vivono una
condizione di precarietà persino più acuta rispetto agli attori di prosa.
Ibridazione dei linguaggi: Per sopravvivere a questa scarsità di
risorse, le nuove generazioni di artisti abbattono gli steccati tradizionali.
Nascono performance multidisciplinari in cui il confine tra attore,
danzatore, performer e tecnico si fa fluido. Spesso lo stesso artista è
costretto a ricoprire più ruoli contemporaneamente (regista, interprete,
amministratore e tecnico delle luci della propria stessa compagnia).
Capitolo 2. Diventare artisti: il ruolo della formazione
accademica e specialistica
2.1. L'evoluzione e l'istituzionalizzazione del sistema
formativo artistico
Questo paragrafo affronta le modalità attraverso cui lo Stato italiano ha
regolamentato e standardizzato i percorsi di studio per chi aspira a lavorare nel
settore dello spettacolo. Per l'esame, devi assimilare questo tema attraverso
tre concetti sociologici ed economici fondamentali:
1. Il ritardo storico e la Legge di Riforma 508/1999
Il testo evidenzia come la formazione artistica e musicale in Italia abbia sofferto
per decenni di un forte isolamento istituzionale rispetto al resto del sistema
universitario tradizionale.
La situazione pre-riforma: Prima della fine degli anni '90, i diplomi
rilasciati dai Conservatori di musica e dalle Accademie d'arte non
avevano un valore legale formalmente equiparato alla laurea
universitaria, penalizzando i diplomati nei concorsi pubblici o nella
mobilità internazionale.
La svolta dell'AFAM: La svolta avviene con la Legge 21 dicembre
1999, n. 508, che istituisce formalmente il comparto dell'Alta
Formazione Artistica, Musicale e Coreutica. Questa legge equipara i titoli
di studio rilasciati da Conservatori, Accademie di Belle Arti e Accademie
Nazionali (di Danza e d'Arte Drammatica) alle lauree universitarie
(suddividendoli nei cicli di Diploma accademico di 1° e 2° livello, analoghi
a Triennale e Magistrale).
2. Il paradosso tra vocazione e standardizzazione burocratica
Un nodo teorico centrale del paragrafo è il conflitto interno alla sociologia
dell'educazione quando applicata alle professioni creative:
Il talento non si standardizza: Tradizionalmente, le carriere artistiche
poggiano sul mito del "talento innato", della vocazione o del carisma
personale.
La spinta alla formalizzazione: Con la nascita dell'AFAM si assiste a un
processo di progressiva accademizzazione. Per sopravvivere nel mercato,
ai