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Introduzione

A Eric Hobsbawm non piaceva il nazionalismo; nel suo discorso egli rimase dell’insolita forse ancora opinione di disapprovare e temere il nazionalismo ovunque esso esista (più negli anni '70), ma allo stesso tempo ne riconosceva l’enorme forza. Affermando anche che non si poteva permettere alla destra di avere il monopolio della bandiera, egli voleva collegarsi al fatto che alcune cose potevano essere ottenute mobilitando sentimenti nazionalisti.

Il suo antinazionalismo non ci deve però sorprendere: egli era un ebreo però contrario al sionismo (che lui critica fortemente). Cresciuto tra Vienna e Berlino, da bambino era stato testimone dell’ascesa al potere dei nazisti, un’esperienza che lo segnò moltissimo e che lo influenzò verso una scelta politica propriamente marxista e comunista (un progetto politico che, riconosceva, era completamente fallito).

Contributi storici di Hobsbawn

In questa raccolta di scritti sul nazionalismo, troviamo alcuni dei suoi fondamentali contributi storici su questo argomento controverso, oggi più che mai rilevante perché ci troviamo sulla soglia di un’epoca in cui l’internet e la globalizzazione del capitale minacciano di spazzare via molti confini nazionali e il nazionalismo sembra riemergere con rinnovata forza.

Le opinioni di Hobsbawn

Hobsbawn riteneva che:

  • Gli storici migliori sono da sempre consapevoli di quanto sia pericolosa la creazione dei miti.
  • La storia avesse un grande potere e peso.

Hobsbawn amava anche ripetere che c’era stato un tempo in cui pensava che gli storici, a differenza degli architetti o gli ingegneri civili, non potessero causare disastri. In seguito, però, egli avrebbe riconosciuto che la storia, nelle mani dei nazionalisti, può uccidere più gente di quelle due categorie professionali e da qui Hobsbawn ha ammesso che lo storico è un grande responsabile: “la storia è la materia prima per le ideologie nazionalistiche, così come i papaveri sono la materia prima per la produzione di eroina”.

Hobsbawn credeva anche che fosse proprio il passato (che è costruito dagli storici, da qui la loro grande responsabilità a legittimare e giustificare una nazione, perché una nazione senza passato è di per sé una contraddizione. [La professione dello storico diventa quindi una componente essenziale del nazionalismo, dove quest’ultimo e il patriottismo, per Hobsbawn, non sono dei concetti assurdi]

La visione di Hobsbawn sul nazionalismo nel Regno Unito

Al tempo, molti esponenti della sinistra rimasero sconvolti e persino sorpresi da questa esplosione del nazionalismo nel Regno Unito, ma non Hobsbawn che, come storico, ricordava ai suoi lettori che il patriottismo non va trascurato e che esso non andrebbe lasciato alla destra non approvare qualcosa non ci legittima a non provare a comprenderlo.

La costruzione del nazionalismo

Il punto di partenza di Hobsbawn fu la costruzione relativamente recente del nazionalismo e l’idea di nazione, che egli riteneva come un fenomeno soprattutto europeo:

  • Nel XIX sec. c’era poco nazionalismo in America Latina e quel poco si doveva alle élite patrizie, poiché le masse cattoliche mantennero un atteggiamento passivo, quasi come le popolazioni indigene. Non si può infatti parlare di una coscienza nazionale nella prima metà del XIX sec. e probabilmente non fino al XX sec.
  • In Giappone, invece, la Restaurazione Meiji del 1868 era il segno che il problema nazionale aveva raggiunto l’Estremo Oriente, sebbene anche qui fosse opera delle élite.
  • Negli USA il discorso è diverso, perché la guerra civile fu combattuta per preservare l’unità nazionale.

[In larga parte, il nazionalismo al di fuori dell’Europa fu una conseguenza del potere imperale europeo]

In Europa, il nazionalismo fu il risultato della duplice rivoluzione:

  • La rivoluzione francese
  • La rivoluzione industriale

L'evoluzione del nazionalismo

Qualcuno faceva risalire la sua invenzione ai pensatori dell’Illuminismo tedesco. L’identità tedesca, però, in questo caso era culturale e linguistica; infatti, la moderna identità tedesca si sviluppò sotto Bismarck come conseguenza delle guerre contro altri popoli e l’instaurazione del Reich tedesco. Secondo Hobsbawn, dunque, la nascita del nazionalismo tedesco era in realtà un evento recente; una situazione anche non troppo diversa dai cittadini americani, molti dei quali alla fine del XIX sec. non avevano un’identità nazionale comune come in Germania, vennero perciò americanizzati con un processo simile a quello tedesco (gli vennero inculcati dei riti, che avevano come fine la celebrazione del passato di quello stato).

[Le idee nazionaliste, tuttavia, acquisirono forza nei decenni successivi alla rivoluzione francese (non fu neanche necessario un movimento rivoluzionario)].

Le varie fasi del nazionalismo

  • Per gran parte del XIX sec., però, il nazionalismo fu solitamente indentificato con il liberalismo.
  • Poi venne principalmente associato alla destra patriottica.
  • Nel secolo successivo fu molto più un vessillo dell’estrema destra (fascismo e nazismo sono gli esempi più ovvi), per quanto anche i comunisti nella Spagna e nella Francia degli anni ’30 sventolassero la bandiera nazionale.
  • Nel corso della Seconda guerra mondiale, la resistenza combatteva gli invasori stranieri nel nome della nazione e trattava i traditori come tutti coloro che collaboravano con i nazisti.
  • L’assenza di un’ideologia nazionalista stabile continuò dopo il 1945 con i movimenti di decolonizzazione che potevano essere sia patriottici che socialisti.

Nell’Europa del XIX sec., le fasce più tradizionali, più retrograde o le più povere della popolazione (le ultime ad essere conquistate dal nazionalismo) venivano ridestate. Di solito classi colte e borghesi quelle che crearono il nazionalismo: proprio dalle. Di solito quest’ultimo precedeva la nazione o uno stato reale, MA esso aveva bisogno di un criterio ideologico e, nell’Europa di metà Ottocento, questo tendeva a essere radicale, liberale, democratico e persino rivoluzionario, e, proprio in questo, la lingua era importante.

Il problema principale era che si sentivano vittime che incolpavano l’altro, per la situazione difficile in cui versavano, qualunque essa fosse. La speranza che li accomunava era la convinzione che le cose sarebbero migliorate se solo fossero stati separati, autonomi, più indipendenti (questi sentimenti, oggi possiamo farci un’idea di quanto siano riaffiorati nel 2016 con il referendum sulla Brexit nel Regno Unito).

I nazionalisti europei della metà del XIX sec. ambivano a essere progressisti e moderni, ma spesso erano appassionati di miti e canti popolari. Italia e Germania non erano mai esistiti in quanto stati, ma i nazionalisti italiani e tedeschi sentivano che per essere moderni, per assomigliare alle nazioni che invidiavano avevano bisogno di un proprio paese. Per questo Hobsbawn distingueva tra l’ideologia del nazionalismo e i modi in cui questa ideologia veniva reclutata per una finalità politica ovvero la costruzione di uno stato. Tali costruzioni avrebbero successivamente richiesto quegli strumenti delle istituzioni statali che potessero imporre un’uniformità nazionale: pubblico impiego, scuole statali che insegnassero la lingua nazionale, una storia nazionale e, spesso, una leva obbligatoria a livello nazionale.

MA, il ruolo più importante nella costruzione del nazionalismo fu svolto dall’istruzione primaria: ad esempio, in Svezia il numero dei maestri elementari triplicò, mentre il numero dei bambini che frequentavano le scuole primarie nei Paesi Bassi raddoppiò, negli UK triplicò e in Francia, l’istruzione primaria fu resa persino obbligatoria dal 1882. La sua funzione non era solo quella di insegnare le varie materie scolastiche, ma anche di inculcare i valori nazionali: “siate orgogliosi del vostro paese” era il fondamento educativo delle scuole primarie.

La costruzione della nazione

La nazione, tuttavia, non viene costruita esclusivamente dall’alto, ma si sviluppa in modo NON uniforme tra le classi e i ceti sociali, entrando anche in sintonia con i popoli che hanno qualcosa in comune. Hobsbawn era restio a tracciare un percorso rigido, ma suggerì che spesso c’era una fase iniziale “culturale-letteraria-folcloristica”, in cui gli intellettuali romantici svolgevano un ruolo di primo piano. Costoro erano poi seguiti da un piccolo gruppo di nazionalisti entusiasti con uno specifico programma politico per la costruzione di una nazione.

[Negli anni ’90 del XIX sec., si assiste allo sviluppo di movimenti separatisti nazionali anche negli stati già consolidati, come il movimento del Giovane Galles promosso da Lloyd George o il partito nazionalista basco]

Paradossalmente, al tempo della sua costruzione (XIX sec.), ci sono pochissime opere teoriche sul nazionalismo, MA una possibile eccezione è rappresentata da Mill, che nelle sue “Considerazioni sul governo rappresentativo” egli cercò di offrire una definizione del nazionalismo: “Una nazione si forma quando i soggetti sono uniti da comuni vincoli di simpatia che li distinguono da altre collettività. Questi comuni sentimenti spingono chi li prova ad agire insieme per gli stessi obiettivi, a voler vivere sotto la stessa autorità e a desiderare che il governo sia solo nelle loro mani”.

Mill aggiunge poi che il sentimento di nazionalità può avere cause diverse, come la razza, la cultura, la lingua, la religione, un territorio o un nemico comune quindi “è opportuno in generale che le istituzioni di governo coincidono con una nazione”. Il fatto che un nazionalista fosse qualcuno che pensava di essere parte di una nazione era evidente per Mill, ma secondo Hobsbawn questo concetto era “nebuloso”, poiché fornisce soltanto una guida a posteriori di ciò che è una nazione: “un nucleo di persone sufficientemente ampio che si ritengano membri della stessa nazione” e se ciò accade, abbiamo una nazione.

Fin qui, la posizione di Hobsbawn è molto simile a quella di Mill, ma quest’ultimo aggiunge che “il fondamento più vivo è comunque l’identità del destino politico, la presenza di una comune storia nazionale”. Per Hobsbawn, una storia nazionale non è un dato di fatto: le persone possono identificarsi come membri di una nazione anche se non vivono nello stesso territorio, non parlano la stessa lingua o non condividono la stessa cultura.

L’altro grande pensatore inglese del XIX sec. che affronta la questione del nazionalismo fu Lord Acton, uno storico che era in disaccordo con quei nazionalisti che cercavano di fare del principio del nazionalismo il fondamento della costruzione degli stati. In passato, spiegò, i disordini sociali erano finalizzati al ritorno di un precedente status quo, MA dopo la rivoluzione francese le masse volevano qualcosa di nuovo e questo era pericoloso.

[Il principio di nazionalità aveva “convertito un diritto dormiente in un sentimento in un’aspirazione e un sentimento in una rivendicazione politica”, diventando “la più potente alleata della rivoluzione”]

L’unico teorico dell’‘800 con cui Hobsbawn si identificava era Renan, che in una conferenza definì una nazione come una “grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici che si son fatti [in passato] e di quelli che si è disposti ancora a fare”. Ma questo passato è spesso costruito, poiché presuppone l’oblio e anche l’errore storico, due fattori essenziali per la creazione di una nazione.

Per Renan, inoltre, “l’esistenza di una nazione è un plebiscito di tutti i giorni”, nell’unità nazionale va costantemente costruita e ricostruita nel senso che. E dunque, anche se la nazione è un’opera di élite, senza il sostegno popolare sarebbe di fatto impossibile costruirla e sviluppare una vasta coscienza nazionale. Naturalmente, i nazionalisti non volevano solo celebrare una nazione, ma anche la sua trasmutazione in uno stato sovrano: l’idea era infatti che lo stato incarnasse il popolo, qualcosa di molto diverso dagli stati del passato, che invece erano incarnati nella figura del sovrano.

Sentimenti di appartenenza nazionalista

Il fatto che il nazionalismo nel XIX sec. fosse la prerogativa delle classi colte non impediva, secondo Hobsbawn, che in alcuni casi anche tra i ceti popolari potessero esistere sentimenti di appartenenza a qualcosa che si potrebbe definire nazione. Quest’identità, tuttavia, dovevano molto al territorio, alla religione o alla lingua. A parte la religione, l’identità principale, nelle società preindustriali, era in gran parte limitata ai villaggi e alle regioni (dove le persone parlavano un dialetto simile); inoltre, l’emigrazione, che aumentò drasticamente nel XIX sec., era ancora vista come uno sradicamento dalla propria città, NON DAL PROPRIO PAESE.

[E dunque, i nostri veneti sarebbero diventati più “italiani” all’estero che a casa loro, anche se in questo caso la coscienza nazionale appena acquisita non sarebbe stata ispirata o costruita dai nazionalisti, ma dagli altri]

Altro aspetto fondamentale, è il fatto che avere un nemico comune agevola fortemente i nazionalisti: le rivolte dei contadini contro la dominazione straniera non potevano essere definite nazionaliste quando coloro che si battevano erano accomunati soltanto dalla consapevolezza dell’oppressione, dalla xenofobia e da un attaccamento a un’antica tradizione. Secondo Hobsbawn, i greci, forse, con la loro lotta per l’indipendenza negli anni Venti del XIX sec. rappresentarono l’eccezione alla regola.

[I contadini potevano essere mobilitati contro le tasse, i proprietari terrieri, gli ebrei, MA NON A FAVORE della patria]

In quella che è considerata l’era del nazionalismo (che Hobsbawn fisse tra il 1870 e il 1914) nacquero relativamente pochi stati: Germania, Italia, Montenegro, Bulgaria, Serbia, Romania e Norvegia (nessuno di questi stati è nato a causa di una rivolta popolare o di un movimento nazionalista di massa).

Oltre a Stalin e al suo libro, dove egli elencava i tratti caratteristici di una nazione, in generale, la sinistra fu “internazionalista” solo quando sosteneva coloro che lottavano per una causa che essa approvava. Altre organizzazioni, come la Seconda Internazionale e l’Internazionale Comunista erano fondate sugli stati. Anche la Russia rivoluzionaria riconobbe le nazioni e il diritto dei popoli di staccarsi da quello che era stato l’impero zarista e di formare stati separati.

L’uso del termine “nazionalismo” crebbe nel corso del XX sec., stabilizzandosi momentaneamente durante la Seconda guerra mondiale, che Hobsbawn definì “l’apogeo del nazionalismo”. Scrivendo nel 1990, e quindi prima dell’esplosione di questo termine, Hobsbawn credeva che il nazionalismo avesse perso di importanza, come lo era stato nel XIX sec., che gli stati-nazione fossero in declino e che il fenomeno del nazionalismo avesse superato il suo apice. Certamente nel 1970 egli non immaginava che il nazionalismo gallese e quello scozzese, da lui trattati con una certa sufficienza, avrebbero assunto tanta importanza a distanza di qualche decennio.

AL CONTRARIO, invece, negli ultimi 20 anni l’uso del termine nazionalismo è aumentata vertiginosamente a causa della crescente ondata di partiti nazionalisti, poiché: “il paradosso del nazionalismo era che, nel costruire la propria nazione, esso creava automaticamente il contronazionalismo di coloro ai quali imponeva la scelta fra assimilazione e inferiorità”.

Nel XIX sec., l’obiettivo del nazionalismo consisteva nell’unificare le regioni in stati più vasti chiamati nazioni, mentre nel XX sec. (in particolare, dopo il 1945), i tipici movimenti nazionalisti non erano più a favore dell’unificazione, ma erano sempre più orientati verso la secessione.

[Il movimento secessionista ebbe inizio con il disfacimento degli imperi ottocenteschi]

Nel XIX anche tra i nazionalisti c’era un pregiudizio contro la polverizzazione degli stati in mini-nazione. I minuscoli principati tedeschi o le microscopiche repubbliche dell’America Centrale erano barzellette, mentre la “balcanizzazione” era un termine offensivo. OGGI, AL CONTRARIO, anche gli stati più piccoli sono considerati vitali.

Hobsbawn fece anche sue le parole di Benedict Anderson che, nel suo libro “Comunità immaginate”, definisce una nazione come: “una comunità politica immaginata. È immaginata in quanto gli abitanti della più piccola nazione non conosceranno mai la maggior parte dei loro compatrioti, né li incontreranno o li sentiranno mai parlare, eppure nella mente di ognuno vive l’immagine del loro essere comunità. In fin dei conti, è stata questa fraternità ad aver consentito a tanti milioni di persone di morire in nome di queste immaginazioni così limitate”.

Hobsbawn si servì delle parole di Anderson per definire quegli stati moderni in cui gli abitanti si sono immaginati legati tra loro, poiché accomunati dalla lingua, la cultura, l’appartenenza etnica, come una comunità omogenea un invito permanente a “sbarazzarsi” degli altri attraverso la “pulizia etnica”.

[Una lingua nazionale comune diventa significativa solo quando i cittadini comuni assumono...]

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher TommasoCap di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Nazioni e processi nazionali in età contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Tolomelli Marica.
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