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La relazione genitore-bambino - Tra adeguatezza e rischio

La comunicazione affettiva nella prima infanzia tra intersoggettività e attaccamento

Proviamo ad osservare una coppia madre-bambino a 3 mesi in un momento di interazione tranquilla (non legata ai bisogni fisiologici di fame e sete). Vediamo entrambi che sorridono, imitandosi reciprocamente con le espressioni facciali e i gesti. Come possiamo interpretare i loro gesti e i loro sorrisi? In primo luogo possiamo affermare che si tratta di una comunicazione affettiva che coinvolge reciprocamente entrambi i partner, basata sulle competenze comunicative.

In seconda battuta potremmo interpretare tale comunicazione in almeno due modi. Da una parte possiamo considerarla come una condivisione di stati affettivi positivi, centrata sulla coordinazione complessa di attenzione, sguardi, mimica e vocalizzazioni, riconducibili ad una forma di interazione di tipo intersoggettivo. Dall’altra parte possiamo anche considerare tale comunicazione come l’espressione di una regolazione emotiva riuscita tra madre e bambino: il bambino prova sicurezza e benessere grazie al ruolo di conforto svolto dalla madre. Tale forma di comunicazione è collegabile a una diversa forma di interazione riconducibile alla relazione di attaccamento, volta a garantire protezione fisica e regolazione emotiva al bambino.

L’osservazione del bambino nel primo anno ha evidenziato che la comunicazione affettiva è finalizzata sia all’attivazione di legami di attaccamento, sia alla costruzione di forme di intersoggettività, volte nel primo semestre alla condivisione di stati emotivi e successivamente alla condivisione di significati preverbali e verbali.

La relazione che il bambino costruisce nel primo anno di vita è animata da differenti sistemi motivazionali, l’uno volto a garantire al bambino la sopravvivenza fisica ed emotiva attraverso i legami di attaccamento, l’altro alla condivisione di stati affettivi e mentali sulla base di forme comunicative finalizzate all’interazione con l’altre.

Questa duplice tendenza presente nella comunicazione affettiva del bambino si mantiene costante nel corso del suo successivo sviluppo ed è rintracciabile nella vita adulta. La tendenza alla condivisione di stati emotivi determina nei bambini più grandi la spinta a narrare ai genitori, fratelli e amici episodi e stati emotivi appena sperimentati ed esercita un ruolo importante anche nella vita adulta; la maggioranza dei soggetti adulti tende a condividere con i propri interlocutori gli episodi emotivi salienti, a valenza positiva e negativa.

Allo stesso modo le competenze di autoregolazione emotiva che il soggetto acquisisce nel corso del suo sviluppo si alternano nella vita adulta con quelle di coregolazione attraverso le quali anche l’adulto ricorre in situazioni di particolare disagio all’aiuto e al sostegno dell’altro.

Passiamo ora a esaminare più approfonditamente come questa duplice tendenza si sviluppa nelle prime fasi, considerandola insieme all’altro sistema comunicativo, finalizzato alla condivisione delle informazioni.

Lo sviluppo della regolazione emotiva tra auto e coregolazione

Il raggiungimento di un’adeguata regolazione emotiva è considerato uno degli obiettivi di maggiore rilievo dello sviluppo infantile. Tale raggiungimento appare ripercuotersi sulla strutturazione della personalità del bambino, influenzandone competenze sociali ed emotive e delineandosi un fattore protettivo rispetto all’emergenza di disagi psichici.

Gli stili di regolazione emotiva che il bambino costruisce appaiono al contempo il frutto dell’interazione reciproca tra le sue caratteristiche neurobiologiche e temperamentali (la reattività agli stimoli, il grado di emozionalità negativa) e quelle delle figure di attaccamento e della loro qualità di caregiving.

Il costrutto della regolazione emotiva si lega a quello di attaccamento; i pattern di attaccamento che il bambino forma nei primi due anni di vita possono essere infatti considerati forme di regolazione diadica che il bambino sperimenta rispetto alla disponibilità emotiva fornita dai caregiver.

Come è stato dimostrato dalle ricerche basate sullo Still Face, il bambino fin dai primi mesi di vita dispone di strategie comportamentali che gli permettono di regolare l’intensità delle emozioni positive e negative che inizia a sperimentare, tra le principali: distogliere lo sguardo dallo stimolo stressante e l’autoconsolarsi, toccando parti del proprio corpo (dito in bocca, manipolazione di orecchie, capelli). A fronte del volto inespressivo della madre, il bambino ricorre a condotte sia autoregolatorio di tipo automanipolatorio sia centrate sul distoglimento dello sguardo dal volto materno, per diminuire il distress.

Egli utilizza strategie di tipo autoregolatorio non solo di fronte a stimoli che suscitano disagio, ma anche in relazione a emozioni positive.

Queste modalità tuttavia non appaiono in grado di garantire al bambino un’adeguata regolazione emotiva per tempi lunghi; per ottenerla ricorre nel primo anno di vita a modalità di comunicazione di tipo eteroregolatorio, rivolte a genitori e caregiver, finalizzate a mobilitare il loro intervento.

Fin dai primi mesi di vita il bambino è infatti in grado di esprimere configurazioni emotive specifiche basate sull’espressione del volto, la tonalità della voce, lo sguardo e la gestualità, tra le quali il coinvolgimento sociale, in cui il neonato sorride, guarda la madre ed emette vocalizzazioni positive, protesta attiva, in cui piange e si distanzia da lei con un’espressione di rabbia, ritiro, infine interesse e curiosità verso l’ambiente inanimato.

Attraverso di esse egli comunica il suo stato affettivo al caregiver, il quale gli risponde sintonizzandosi e fungendo da regolatore rispetto a tali stati, si creano in questo modo stati affettivi coordinati (match) tra bambino e adulto (il bambino sorride, la madre sorride), ma anche stati affettivi non coordinati (mismatch: il bambino piange, la madre continua a sorridere non comprendendo il mutamento dello stato affettivo del bambino) in cui la comunicazione si rompe per poi essere velocemente ripristinata (la madre consola il bambino che torna a sorridere).

In condizioni normali la comunicazione madre-bambino appare caratterizzata da processi di sintonizzazione di stati affettivi, rotture della comunicazione e processi di riparazione nell’ambito dei quali principalmente la madre, ma anche lo stesso bambino, riescono a risintonizzarsi producendo nuovi stati di match.

Anche la comunicazione giocosa è descrivibile attraverso il fenomeno della sincronica; essa è intesa come il grado in cui ciascun partner modifica il proprio stato emotivo in relazione a quello dell’altro: ad esempio quando un bambino passa da uno stato neutro a uno stato di interesse verso un oggetto (aumento del suo coinvolgimento positivo) e il genitore risponde passando da uno stato di attenzione neutra a uno stato positivo di interesse verso il bambino.

Tale sincronizzazione è differente a seconda del genere del genitore: tra madre e bambino emerge gradualmente soprattutto nel gioco faccia a faccia ed è resa possibile dalla condivisione di sguardi ed espressioni; tra padre e bambino è caratterizzata da picchi elevati e si manifesta attraverso giochi fisici esuberanti e risate.

In uno studio svolto a 4 mesi di vita del bambino (Riva Crugnola, Caprin e Spinelli, 2008) è emerso come le interazioni padre-bambino fossero caratterizzate da maggiore coinvolgimento fisico accompagnato da emozioni positive, mentre in quelle madre-bambino il coinvolgimento positivo era mediato dalla proposta e dall’esplorazione degli oggetti.

Lo sperimentare match affettivi positivo e trasformazioni degli affetti negativi in positivi è un processo fondamentale per lo sviluppo della personalità, perché permette al bambino di vedere il suo sé come efficace a livello comunicativo. Per contro, vivere rotture della comunicazione e riparazioni fallite, come accade ai bambini di madri depresse, può portare al bambino a costruire un nucleo affettivo negativo di sé, caratterizzato da rabbia e tristezza e fondato sulla rappresentazione di un sé inefficace e della madre come non disponibile.

Regolazione emotiva e differenze di genere

Nella mutua regolazione tra madre e bambino emergono differenze legate al genere. Negli esperimenti che utilizzano il paradigma del volto immobile, i maschi si rivelano più vulnerabili delle femmine rispetto al disagio suscitato dall’inespressività materna, dimostrandosi meno capaci di mantenere la propria regolazione emotiva e rivolgendo, in presenza dalla madre, maggiori richieste di regolazione e dimostrandosi più dipendenti dal suo input regolatorio.

Le figlie femmine rilevano una maggiore competenza autoregolatoria durante l’episodio dell’inespressività materna, dimostrandosi inoltre, presente la madre, meno orientata verso di lei rispetto ai maschi e orientate verso gli oggetti e la loro esplorazione.

Per parte loro le madri dei bambini maschi, per sopperire alla maggiore difficoltà regolatoria dei figli, esercitano una maggiore attività di monitoraggio, rilevando un adattamento intuitivo alle richieste regolatorie. Le interazioni madri-figlio appaiono caratterizzate da un maggiore coordinamento rispetto a quelle con le figlie femmine.

La differenza di regolazione emotiva legata al genere si delinea decisiva nel caso in cui le interazioni siano tra madri depresse e i loro figli. Le maggiori problematiche sono riscontrate nei maschi con mamme depresse che hanno difficoltà a fornire il sostegno regolatorio di cui hanno bisogni i figli. Le figlie femmine sembrano reagire alla depressione materna con atteggiamenti di maggiore ritiro.

Come ipotizza Tronick le differenze di regolazione possono avere effetti a lungo termine sullo sviluppo socioemotivo: i maschi avrebbero maggiori probabilità di manifestare disturbi comportamentali e reazioni di rabbia di tipo esternalizzato, mentre le femmine avrebbero forme improntate al ritiro e ai sentimenti depressivi di tipo internalizzante.

Regolazione emotiva e sistema ludico

La regolazione delle emozioni non riguarda solo le emozioni di base di breve durata (gioia, tristezza, collera) ma anche stati affettivi più prolungati di segno positivo e negativo (mood). Gli stati emotivi del bambino si delineano organizzatori fondamentali delle sue esperienze relazionali, in grado di guidare la continuità del suo comportamento, svolgendo una funzione anticipatoria rispetto alle esperienze future.

Tali stati sono influenzati dalle circostanze esterne, in particolare dalla responsività dei caregiver. Se ad esempio una madre è depressa, può influenzare lo stato affettivo del bambino, il quale assorbe nella relazione con lei la sua rabbia o la sua tristezza; tale stato tende poi a stabilizzarsi. In questo modo egli tenderà a trasferire anche nell’interazione con altri partner gli stessi stati affettivi condivisi con la madre. A questo punto si possono creare veri e propri disordini affettivi.

Nel caso di genitori adeguati, essi appaiono intuitivamente consapevoli dell’importanza degli stati d’animo infantili e della loro persistenza.

La comunicazione affettiva che il bambino rivolge all’adulto nel primo anno di vita appare finalizzata per un’ampia parte della costruzione di un sistema di regolazione emotivo diadico che può assumere aspetti adattivi o disfunzionali.

In questa prospettiva il sistema diadico che si va formando nel primo anno di vita appare di fatto coincidere con i legami di attaccamento che si creano con le figure di attaccamento e alla loro disponibilità emotiva. La formazione dei legami di attaccamento, resa possibile dall’incentivazione della prossimità e del contatto protettivo da parte dei caregiver, è finalizzata a garantire la sopravvivenza fisica ma anche quella emotiva.

È importante notare che le competenze di regolazione emotiva si sviluppano nel bambino in sinergia con il suo sviluppo cerebrale. Il sistema nervoso è influenzato dalle prime esperienze sociali vissute dal bambino, configurandosi come un “cervello sociale”. La connessione emotiva mediata da sorrisi, sguardi e da stimolazioni tattili che caratterizza le interazioni e il gioco faccia a faccia e l’attenzione condivisa, inducono nel bambino la produzione di sostanze biochimiche (betaendorfine e dopamina), che, fungendo da neuromodulatori, svolgono un ruolo determinante nella crescita neurale e delle connessioni sinaptiche, contribuendo a incrementare lo sviluppo del sistema limbico.

Attaccamento e strategie di regolazione emotiva nella prima infanzia

Le interazioni che contraddistinguono la relazione bambino-caregiver nel primo anno di vita svolgono dunque la funzione di costruire specifici stili di regolazione emotiva connessi ai pattern di attaccamento che si vanno consolidando in tale periodo.

L’attaccamento sicuro appare correlato alla possibilità sperimentata del bambino di comunicare emozioni positive e negative al caregiver percepito come emotivamente disponibile ed efficace nella regolazione emotiva.

L’attaccamento insicuro-evitante sembra implicare la parziale deattivazione del sistema di attaccamento, accompagnata dalla riduzione della comunicazione delle emozioni, soprattutto di quelle negative (percepite come rifiutate e non validate dal genitore) e dall’investimento dell’ambiente.

L’attaccamento insicuro ambivalente appare basarsi sulla massimizzazione del sistema di attaccamento espressa attraverso le intense richieste eteroregolatorie rivolte al genitore percepito come non responsivo, con la finalità di catturarne l’attenzione, a cui si correla il disinvestimento della realtà circostante.

Con l’obiettivo di approfondire la relazione tra modalità di regolazione emotiva e qualità dell’attaccamento, è stata effettuata una ricerca con 37 bambini (20 sicuri, 10 insicuri evitanti, 7 insicuri ambivalenti), osservandone le strategie regolatorie nella Strange Situation.

La Strange Situation espone il bambino (12-18 mesi) a condizioni stressanti per l’attaccamento costituite da otto episodi della durata di circa tre minuti, centrati sull’alternanza della presenza e dell’assenza, della figura di attaccamento e di un osservatore sconosciuto, permettendo di valutare l’attaccamento.

Lo studio ha analizzato gli episodi tranne il primo, considerato non abbastanza stressante, differenziando le strategie regolatorie in strategie eteroregolatorie, volte cioè a sollecitare l’intervento regolatorio dell’adulto e regolatorie, centrate sull’esplorazione dell’ambiente e degli oggetti.

I risultati raggruppano gli episodi di preseparazione, di separazione e di riunione e hanno evidenziato come i bambini adottassero differenti stili di regolazione nelle diverse tipologie di episodi a seconda della qualità dell’attaccamento.

I bambini insicuri ambivalenti utilizzavano strategie eteroregolatorie rivolte all’adulto centrate sull’espressione delle emozioni negative (pianto, vocalizzazioni negative) in misura maggiore rispetto agli altri due gruppi; tali strategie erano soprattutto negli episodi di separazione.

Essi ricorrevano in misura minore agli altri, alle strategie basate sull’esplorazione; questo conferma l’ipotesi secondo la quale i bambini ambivalenti massimizzano i loro segnali di attaccamento con finalità di attivare la madre e minimizzando l’esplorazione.

Le mamme dei bambini ambivalenti sono responsive in modo intermittente e allo stesso tempo interferiscono con la loro attività esploratoria, generando in loro comportamenti di ipervigilanza nei propri confronti e influenzando negativamente le loro competenze di esplorazione.

I bambini evitanti usavano invece strategie regolatorie centrate sull’orientamento agli oggetti, in particolare negli episodi di separazione dalla madre. Essi ricorrevano a strategie eteroregolatorie rivolte all’adulto, di tipo sia positivo sia negativo, in misura minore dei bambini ambivalenti e di quelli sicuri.

I bambini evitanti nelle condizioni di stress rappresentate dagli episodi di separazione tendono a non attivare maggiormente le strategie eteroregolatorie finalizzate a richiamare l’attenzione dell’adulto, ma regolano le proprie emozioni ricorrendo principalmente alle proprie risorse, attraverso l’orientamento verso gli oggetti.

I bambini evitanti del nostro studio privilegiano le strategie rivolte all’ambiente, avendo inibito l’espressione delle loro emozioni a fronte dell’esperienza di una madre vissuta come non disponibile emotivamente rispetto alle proprie comunicazioni.

Per parte loro i bambini sicuri utilizzavano le strategie regolatorie centrate sugli oggetti e quelle eteroregolatorie rivolte agli adulti in una modalità che si collocava a livello intermedio rispetto agli altri due gruppi. Inoltre essi mostravano di adattarsi ai diversi livelli di stress, adottando strategie centrate sul coinvolgimento negativo, in particolare negli episodi di separazione, mentre l’uso di tali strategie decresceva nei momenti di riunione.

Nell’insieme i bambini sicuri mostravano un’attitudine mentale aperta e flessibile sia verso le emozioni positive sia verso quelle negative. I bambini sicuri erano anche capaci di esprimere attraverso il pianto e la protesta le loro richieste all’adulto negli episodi più stressanti di separazione. Tale abilità può essere collegata all’esperienza vissuta da parte di questi bambini di una madre disponibile rispetto alle proprie richieste di regolazione emotiva.

I risultati della nostra ricerca confermano l’ipotesi formulata all’interno della teoria dell’attaccamento, secondo la quale i pattern di attaccamento che il bambino costruisce con genitori e caregiver riflettono...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cristinacf di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodi di valutazione in contesti relazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Miragoli Sarah.
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