Linguaggio, lingua, dialetto, varietà linguistica
Il linguaggio è la capacità di tutti gli esseri umani di comunicare usando almeno una o più lingue. Dai linguisti non è più visto come un “organo mentale”, ma come un insieme di attività cognitive, comunicative e sociali.
Le lingue sono sistemi di comunicazione verbali che gli individui usano per trasmettersi e scambiarsi informazioni. Sono studiate come codici, cioè sistemi organizzati di elementi di comunicazione (unità di significato), elementi sonori e regole per la creazione di messaggi strutturati.
Le lingue (da due a seimila) sono soggette a un’evoluzione temporale: ci sono varietà linguistiche non riconosciute come lingue e certi Stati apparentemente monolingui presentano varianti dialettali o più lingue ufficiali e regionali. La prospettiva è descrittiva e non prescrittiva: vengono descritte in base al loro reale funzionamento (come i parlanti le usano) e non in base ad atteggiamenti puristici (corretti o sbagliati).
Il dialetto è una varietà di una lingua che si distingue per caratteristiche linguistiche (fonetiche, lessicali e grammaticali) e/o extra linguistiche (termini d’uso, cioè scritto/orale, e valutazione socio-culturale). Lingua e dialetto hanno pari dignità, ma la lingua ha maggior estensione d’uso e prestigio sociale e culturale.
Si distinguono diverse “branche” della linguistica: la sociologia del linguaggio, che studia l’atteggiamento della società nei riguardi della lingua; la politica linguistica, che studia le strategie adottate dalle istituzioni per fronteggiare questioni riguardo la scelta delle lingue ufficiali; la geografia della comunicazione, che si dedica all’analisi dei cambiamenti linguistici in relazione ai contesti socio-culturali.
Il bilinguismo è la capacità di un individuo di comunicare in due lingue (una lingua madre e una padroneggiata con minor sicurezza). Quando un bilingue ha acquisito le due lingue in tempi diversi si parla di biglottismo. Per bilinguismo sociale si intende la compresenza di più lingue nella stessa comunità.
Si ha una situazione di diglossia quando le due lingue hanno diversi livelli di prestigio (lingua A, acroletto, formale, e lingua B, basiletto, informale). Si applica anche al concetto di bidialettismo (varietà di una stessa lingua). Nella situazione di dilalia la lingua A può essere usata anche in ambiti informali, ma non viceversa.
Si hanno anche situazioni di diglossia senza bilinguismo quando una comunità possiede più codici linguistici che però non sono conosciuti da tutti. Non esiste una separazione netta tra dialetto e lingua, ma un continuum.
Il repertorio linguistico è l’insieme delle conoscenze linguistiche di un individuo. Nel caso italiano il repertorio medio può includere una varietà standard, lingue minoritarie e dialetti; le contaminazioni reciproche tra questi codici hanno portato alla creazione di un italiano regionale.
La dialettologia studia i dialetti storici, parlate romanze diffuse in Italia con continuità storica per evoluzione dei volgari originati dal latino, e descrive le varietà linguistiche con caratteristiche comuni delimitate in certe aree geografiche.
Le diverse varietà di una lingua dipendono da una serie di fattori non casuali:
- Il tempo determina una variazione diacronica (diacronia);
- Lo spazio determina una variazione diatopica (diatopia);
- La condizione sociale determina una variazione diastratica (diastratia);
- La situazione comunicativa determina una variazione diafasica (diafasia), in base all'interlocutore;
- Il mezzo fisico-ambientale determina una variazione diamesica (diamesia), oralità e scrittura.
Le varietà linguistiche sono soggette a diversi tipi di variazione e a un’evoluzione diacronica (ad es. una lingua parlata da una comunità può dialettalizzarsi e creare lingue diverse, o una lingua maggioritaria adottata da gruppi minoritari viene dialettizzata). A seconda dell’origine di ciascuna lingua si possono riconoscere elementi lessicali, morfologici o fonetici che rivelano una parentela.
Sono state stabilite delle relazioni genealogiche tra le varietà linguistiche. Ad es. le lingue neolatine, slave, germaniche, altre minori diffuse in Europa e Asia deriverebbero da una famiglia Indo-europea. Applicando lo stesso principio si riconoscono la famiglia delle lingue Caucasiche e Dravidiche (penisola indiana), Uralo-altaica (Urali e est asiatico), lingue precolombiane delle Americhe (Sud / Nord-amerindiana), Indo-pacifica e Australiana.
Il gergo è una varietà di italiano o dialetto che ha un insieme di parole specifiche, proprie solo di alcuni gruppi, usate per comunicare tra loro senza essere compresi (funzione criptica). Il gergo si colloca come principale sottocodice linguistico di gruppo.
I pidgin sono varietà ibride e instabili nate dall’incontro di comunità di lingua diversa. Alla base c’è una lingua coloniale europea o indigena che fa da serbatoio lessicale. Se le generazioni successive di una comunità che assume il pidgin arricchiscono la lingua sul piano lessicale e strutturale questa assume una morfologia e sintassi più stabile e si definisce un creolo, lingua nativa della comunità.
Le lingue hanno delle proprietà comuni:
- Plurifunzionalità, cioè hanno una fonologia, morfologia, sintassi e un lessico che si prestano agli usi più svariati (risolvere problemi, instaurare rapporti sociali, esprimere emozioni, ordini, idee), incluso parlare di se stessi (proprietà metalinguistica);
- Universalità del linguaggio, si ha una lingua parlata per scambiarsi informazioni (priorità del parlato) ed è sempre possibile la trasponibilità di mezzo (nello scritto);
- Arbitrarietà, la comunicazione orale si basa su un sistema di segni linguistici arbitrari (convenzionali) e intenzionali che producono messaggi costituiti da elementi discreti organizzati linearmente;
- Produttività, con questi mezzi si genera un numero illimitato di enunciati, dalla complessità crescente (ricorsività), con produzioni ai limiti dell’ambiguità o equivocità;
- Libertà da stimoli o distanziamento, possiamo parlare con i nostri simili di cose non presenti nello spazio fisico in cui avviene la conversazione o cronologicamente distanti;
- Trasmissibilità culturale, la trasmissione di una lingua di generazione in generazione.
La struttura dei messaggi linguistici
Lo studio delle lingue parlate in sincronia (determinato periodo storico) ha determinato la rottura di un periodo in cui lo studio era diacronico; oggi lo studio è pancronico (osservazioni di costanti universali delle lingue).
Uno dei capisaldi del Cours de Linguistique Générale di Ferdinand De Saussure (glottologo svizzero) è la contrapposizione tra Parole, l'insieme degli atti linguistici individuali e concreti utili a formulare un messaggio, e Langue, le conoscenze linguistiche condivise dall'intera comunità linguistica e a disposizione di ogni individuo.
Il singolo parlante quando riflette sulla sua lingua si trova nell'ambito della Langue, quando produce un enunciato concretizza le sue conoscenze si trova nell’ambito della Parole.
Il segno linguistico è l'elemento che due interlocutori si scambiano durante un evento comunicativo. Ha due diverse facce: il significante, l'insieme delle parole 'fisiche' che i parlanti si trasmettono, e il significato, il concetto che l’informazione vuole trasmettere. Dalla rappresentazione convenzionale del significante si può risalire al significato.
La biplanarità del segno linguistico dimostra i diversi tipi di arbitrarietà linguistica:
- Arbitrarietà del significante rispetto al significato (es. albero scritto diversamente in altre lingue);
- Arbitrarietà nella definizione dei significati (es. legna, legno e bosco in italiano vs. wood in inglese; time e weather in inglese vs tempo in italiano).
La scuola glossematica ha introdotto la distinzione tra forma e sostanza (o tra espressione e contenuto). Si distinguono i fonemi, suoni "intenzionali" e funzionali tra //, e foni, suoni realmente articolati dai parlanti, tra [].
La dicotomia saussuriana significante-significato è stata riproposta all'interno di uno schema ampliato, noto come triangolo semiotico, nel quale viene dato maggiore risalto alla nozione di referente, che è il terzo vertice, l'oggetto non linguistico (concreto o astratto) a cui si riferisce il segno.
Sul piano segmentale tutti i messaggi linguistici si costruiscono su due livelli principali di concatenazione di unità elementari. A partire dalle riflessioni di André Martinet (linguista francese che ha definito questa proprietà doppia articolazione del significante), si individuano morfemi e fonemi.
I morfemi rappresentano la prima unità di strutturazione del significante, sono dei segmenti cui può essere associato un significato o una funzione grammaticale, ad es. il verbo partirò (part- informazione semantica, ir-tempo (parziale, futuro o condizionale) dell’azione, -ò soggetto).
I fonemi costituiscono il secondo livello di strutturazione del significante e sono i segmenti in cui è possibile suddividere i morfemi. Non hanno alcuna funzione. Nel verbo partirò il terzo morfema -ò è monofonematico (falsa impressione che a un fonema possa essere associata una funzione di primo livello).
Si costruiscono dei messaggi combinando, secondo le regole, le unità selezionate da inventari finiti di elementi. Al primo livello di strutturazione, costruiamo il significante dei messaggi, attingendo all’inventario di forme lessicali e grammaticali della nostra lingua (es. morfemi associati a part-, ma anche -ire).
I segmenti morfologici part- e -ire intrattengono una relazione sintagmatica quando si uniscono per formare partire. Un altro esempio di relazione sintagmatica riguarda le regole di accordo (es. questo/a bambino/a). I morfemi part- e toss- intrattengono una relazione paradigmatica quando si uniscono alla stessa desinenza per formare significanti e significati diversi (es. partire / tossire). Il morfema libero non è legato ad alcuna desinenza (es. can-e dove -e è il morfema flessionale che indica genere e numero).
Al secondo livello di strutturazione i morfemi si ottengono da un piccolo inventario di elementi fonologici, foni / fonemi (es. /p/, /a/, /r/, /t/). I fonemi si legano tra loro (per creare i morfemi) secondo regole fonotattiche (sequenze con un ordine specifico) e di assimilazione.
Es. solo disponendo nella sequenza /k/+/o/+/n/ si ottiene con (impossibilità di altri morfemi). Commutando /o/ con /a/ otteniamo /k/+/a/+/n/, un altro morfema, perciò /o/ e /a/ sono in rapporto paradigmatico in quel determinato contesto. Hanno un rapporto sintagmatico quando si trovano sullo stesso asse sintagmatico (es. boato, o anche non a contatto in gola).
Le relazioni che i fonemi intrattengono sull'asse paradigmatico permettono di operare una prova di commutazione utile per valutare la funzione che due unità sonore possono avere in una data posizione.
Una coppia minima è una coppia di parole di diverso significato in cui si alternano, nella stessa posizione, due fonemi diversi (es. /kan/ ~ /kon/, can e con). Nella coppia minima torta ~ corta (parole polimorfematiche) il morfema flessionale -a nel primo caso si può commutare con -e (nome), mentre nel secondo anche con -i, -o (aggettivo), quindi la commutazione è più ampia.
Non tutti i suoni possibili nelle lingue del mondo hanno la stessa funzione nei vari codici linguistici (es. opposizione tra /a/ e /ɨ/). In italiano standard si ha l’opposizione tra /o/ e /ɔ/ che porta alla distinzione tra [ˈkol.to] (istruito) e [ˈkɔl.to] (raccolto), quindi a una coppia minima.
Ciò permette di estendere lo statuto fonematico di questi due suoni a numerose altre posizioni, definendo una distribuzione vasta. Le coppie minime ad alto rendimento funzionale sono molto frequenti e facili da trovare con la prova di commutazione (es. /i/ e /a/, spiro-sparo), al contrario di quelle a basso rendimento funzionale, poiché le opposizioni sono meno frequenti (inglese /θ/ e /ð/ e italiano /ts/ e /dz/).
La neutralizzazione dell’opposizione si ha quando due fonemi non si oppongono allo spostarsi dell’accento (es. /o/ e /ɔ/, pòsta e postino). Nei casi di mancata distinzione tra fonemi si ha un arcifonema (italiano /s/ ~ /z/, [ˈkjəːse] e [ˈkjəːze]).
A volte quelli che in alcune lingue rappresentano fonemi distinti, in altre rappresentano varianti di un unico fonema (es. /i/ e /ɪ/ in inglese, ma non in italiano).
Quando due suoni possono ricorrere nelle medesime posizioni e modificano il significato della parola, allora rappresentano due realizzazioni fonetiche naturali di due fonemi diversi.
Quando due suoni possono comparire nelle medesime posizioni e non varia il significato della parola, allora rappresentano due realizzazioni fonetiche (allofoni o varianti libere) di uno stesso fonema. Es. il fonema /r/ in base alle caratteristiche del parlante.
Quando due suoni di una lingua che mostrano affinità articolatorie non ricorrono mai nelle stesse posizioni, allora rappresentano due realizzazioni fonetiche (tassofoni o varianti combinatorie) di uno stesso fonema. Es. di distribuzione complementare in spagnolo i fonemi /r/ e /ɾ/ in posizione intervocalica. Es. in italiano le varianti di nasale preconsonantica come ['kampo] in seguito all’applicazione di regole combinatorie (fenomeni di contatto).
Si ottengono due definizioni di fonema: una più diretta, come unità di secondo livello, e una più indiretta, che definisce un fonema come l'insieme delle sue varianti.
I fonemi nasali dell'italiano, /m/, /n/ e /ɲ/, sono indistinguibili in posizione preconsonantica (arcifonema). Es. la preposizione con termina con il fonema nasale /n/, ma concatenandola con una parola a iniziale bilabiale (passione) si ha una resa come [m] ([kom pa's:jo:ne]), e con una parola con iniziale velare (calma) si ha una resa come [ŋ] [koŋ 'kalma]). Anche son e siam seguiti da /p/ o /b/ assumono [m] finale, mentre assumono [ŋ] se seguiti da una /k/ o una /g/.
/lj/ è un nesso tautosillabico (gli elementi appartengono alla stessa sillaba), /ʎʎ/ è un nesso eterosillabico (gli elementi appartengono a due sillabe diverse). Risulta rilevante il riferimento al tipo sillabico: il contrasto tra due fonemi deve essere valutato in base alla posizione da essi occupata in rapporto ai costituenti sillabici.
La definizione di sillaba (o), come aggregazione di segmenti con minore sonorità vocalica e maggiore forza consonantica attorno a un nucleo di maggiore sonorità, porta a distinguere una posizione nucleare (N), dalle due posizioni periferiche di attacco (A, precede il nucleo) e di coda (C, segue il nucleo, aggregandosi a esso per formare la rima, R).
Una sillaba è aperta quando nessun altro elemento consonantico segue il nucleo. Una sillaba è chiusa quando uno o più segmenti consonantici seguono il nucleo.
La coppia fata ~ fatta sarebbe minima se ipotizzassimo la monofonematicità di /tt/, ma questo non permetterebbe di considerare minima la coppia gamba ~ gamma; parte ~ arte è una coppia minima imperfetta poiché si fanno contrastare tipi sillabici distinti e catene con un numero di segmenti diverso (fonema nullo iniziale). acre ~ acne non è una coppia minima poiché si distinguono una sillaba aperta e una chiusa.
Esempi di opposizioni fonologiche:
- Fill /fil/ ~ feel /fi:l/ (vocalismo);
- Fin /fin/ ~ thin /θin/ (consonantismo);
- Àncora e ancóra / ‘present e pre’sent (omografi).
La rappresentazione fonetica e fonologica degli elementi sonori di una lingua
Sottoporre un enunciato a un'analisi linguistica vuol dire osservare le sue modalità di costruzione e la sua codifica ai vari livelli. Il modello della comunicazione audio-verbale di Roman Jakobson permette d'individuare gli elementi grazie ai quali avviene la trasmissione dei messaggi linguistici.
La comunicazione linguistica consiste in uno scambio di informazioni tra due individui appartenenti a uno stesso universo reale o concettuale.
- Referente (R): l’elemento presente nell’universo in cui si svolge la comunicazione, se così non fosse dev’essere “conquistato”;
- Messaggio: l’informazione trasmessa;
- Canale: mezzo su cui transita il messaggio;
- Sorgente (S): l’emittente del messaggio;
- Destinatario (D): il ricevente del messaggio, può coincidere con S se si rivolge a se stesso o possono essere molteplici;
- Codice (C): condiviso dagli interlocutori, per codificare e decodificare l’informazione del messaggio. Se S e D non hanno lo stesso codice la comunicazione fallisce. C1 dipende dalla lingua di produzione del messaggio, mentre C2 è universale.
Meccanismo della Sorgente: quando il parlante concettualizza il referente genera un significato (Rs), rappresentato con una ‘nuvola’ (poiché sfuggevole). Nel modulo /F/ (processore fonologico) si associano significato e significante e si producono sequenze di unità elementari di tipo fonologico, attingendo quindi all’inventario fonologico e alle regole fonologiche di C1.
I fonemi ottenuti definiscono i morfemi individuati dalla prima articolazione del significante. In /F/ (processore fonetico) si ha un’ultima conversione affidata al canale, che permette diverse possibilità di realizzazione fonetica in base alle caratteristiche del parlante.
Meccanismo del Destinatario: il messaggio così strutturato transita sul canale e giunge al destinatario, che disponendo dei codici C2 e C1 rigenera una rappresentazione fonologica dalla quale risale alle componenti morfologiche e ricostruisce il significato Rd che, se uguale a Rs rinvia al referente comune.
Il “clock” indica i fenomeni sovrasegmentali del parlato, ossia l’enunciazione. Influisce fortemente
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