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Capitolo I. Prefazione

La comunicazione verbale o linguistica vocale compare in Homo sapiens sapiens verosimilmente solo attorno al 50.000 a.C ed è il prodotto di un’evoluzione filogenetica. Di questo percorso è utile considerare le seguenti tappe:

Il rapporto individuo-ambiente

Tale rapporto consentiva comunque di conoscere il mondo (l’ambiente) e di agire su di esso, mediante una serie di processi pilotati dal genoma. Strutture e funzioni cognitive, esecutive e di processamento interno hanno subito nel corso della filogenesi un enorme sviluppo. I presupposti teleologici di questo sviluppo permangono come i più importanti fino ai giorni nostri e fino all’uomo adulto.

Il rapporto individuale

Di cui la comunicazione (non verbale) costituisce un elemento fondamentale. Tale comunicazione può definirsi al momento come scambio d’informazioni fra due o più individui.

Con la comparsa dei vertebrati, la comunicazione verbale

Più evoluta può disporre:

  • Di una serie piuttosto ampia di sensori periferici, rilevatori dei supporti fisico-chimici delle informazioni e dei messaggi
  • Di apparati effettuatori periferici, capaci di mettere su un supporto fisico-chimico i contenuti delle informazioni e dei messaggi, nonché di sistemi processatori (prassie)
  • Di un sistema nervoso

Attorno al 50.000 a.C, con la comparsa di Homo sapiens, appare la comunicazione verbale o linguistica.

Il contenente o significante

Può essere di tipo:

  • Vocale, basato sui foni o qualsivoglia sonorità comunque prodotta dall’individuo (fonetica), e fonemi (o unità elementari discontinue caratteristiche di ogni singola parlata, fonologia)
  • Alfabetico, basato sui grafi o qualsivoglia traccia grafico-plastico producibile (grafia), e grafemi (lettere o caratteri alfabetici, non ideografici)
  • Segnico, basato sui gesti (dinema) e segni

Il contenuto o significato

Può essere legato a:

  • Un’enciclopedia di concetti o patrimonio semantico
  • Un’enciclopedia di parole (o lemmi)

Le varianti e gli assemblaggi possono essere riassunte in:

  • Una grammatica di parole, o morfologia
  • Una grammatica di frasi, o sintassi

Il contesto situazionale spazio-temporale definisce la pragmatica. A questo punto è possibile tentare una definizione di comunicazione umana verbale e non verbale come scambio. Questo scambio si presenta:

  • Multimodale e multicanale; impiega cioè non solo i più noti canali uditivo-vocale-orale, visivo-grafico-plastico, visivo-mimico-gestuale, ma tutti i collegamenti fra qualsiasi uscita espressiva
  • Di vario grado di sofisticazione: da uno stadio molto elementare, a stadi molto complessi quali si possono avere solo in soggetti a determinati livelli evolutivi e attentivi
  • Realizzato mediante una serie di segni arbitrari liberamente sceglibili in modo diretto o indiretto dai partner comunicativi
  • Dettato da necessità o per desiderio in un determinato contesto spazio-temporale

Linguaggio, lingua, dialetto e varietà linguistica

1.1 Lingue, linguaggio, varietà linguistiche, dialetti

In linguistica generale si suole attribuire alla parola linguaggio il significato di capacità specifica degli esseri umani d’imparare a comunicare usando una o più lingue. Sono quindi lingue tutti i sistemi di comunicazione verbale che le diverse comunità umane usano per trasmettersi e scambiarsi informazioni. Le lingue possono esser studiate come codici, cioè sistemi organizzati di elementi di comunicazione, di elementi sonori e di regole. Le caratteristiche di ciascuna di queste sono soggette a una certa evoluzione temporale: non bisogna infatti pensare che ad ogni varietà linguistica corrisponda un confine netto con le altre varietà; così come non bisogna pensare che a ogni stato nazionale corrisponda una sola lingua ufficiale.

S’inserisce la definizione di dialetto, come varietà di una lingua con caratteristiche distinte dalle altre. Le differenze tra queste varietà possono essere fonetiche, lessicali, e/o grammaticali, ma possono talvolta definirsi anche in termini d’uso e di valutazione socio-culturale.

1.2 Bilinguismo e diglossia, bidialettismo e dilalia

Normalmente per bilinguismo s’intende la capacità di una persona di comunicare in due lingue. Di solito si è in presenza di una lingua madre e di una o più lingue padroneggiate con minor sicurezza: in alcune comunità possono verificarsi casi di “bilinguismo sociale” in cui, ad esempio, due gruppi diversi si servono prevalentemente di una diversa lingua all’interno del gruppo pur disponendo di una competenza passiva della lingua dell’altro gruppo.

In sociolinguistica si distingue tra bilinguismo che indica la situazione in cui ciascuno dei membri della comunità può usare indifferentemente una delle due lingue parlate all’interno della comunità, e diglossìa in quelle situazioni in cui alle diverse lingue si attribuiscono diversi livelli di prestigio, per cui si possono distinguere varietà alte (acroletti) o basse (basiletti). Qualcuno preferisce parlare di bidialettalismo. Alcuni linguisti hanno introdotto anche un concetto di biglottismo per riferirsi alla condizione di un bilingue che abbia acquisito le sue due lingue in tempi diversi.

Nei casi di diglossia, la lingua A è utilizzata negli ambiti più formali, mentre la lingua B in quelli meno formali. Nei casi detti invece di dilalìa, la lingua A può essere usata anche in ambiti informali, mentre la lingua B è limitata soltanto agli ambiti informali. Secondo alcuni queste opposizioni rappresentano una riformulazione dei concetti tradizionali in cui si distingue un bilinguismo individuale e un bilinguismo collettivo. In molti casi ci troviamo di fronte a un continuum tra diversi poli: gli usi linguistici variati osservabili fanno parte di un repertorio verbale che un individuo possiede in proprio.

1.3 Variazione linguistica geografica e sociale

È nel quadro di un “repertorio linguistico” che si organizzano le conoscenze linguistiche di un individuo e che si stabiliscono le relazioni tra le lingue di una comunità. Ad esempio, nel caso italiano, il repertorio può includere una varietà detta standard, altre lingue dette minoritarie e alcuni dialetti diffusi sul territorio. Ovviamente stiamo parlando di dialetti storici, cioè di parlate romanze diffuse sul territorio italiano con continuità storica per evoluzione dei volgari originati dal latino (per variazione diacronica).

Dello studio di questi temi, si occupano la dialettologia e la sociolinguistica, osservando rispettivamente dialetti territoriali e sociali. Accanto a queste vi è poi la sociologia del linguaggio che rivolge le sue attenzioni alla società, più che alle caratteristiche strutturali delle lingue in essa presenti: oggetto di studio è tuttavia, proprio l’atteggiamento che la società assume nei riguardi delle lingue.

Nell’ambito della sociologia del linguaggio, si è poi affermata la necessità di occuparsi delle strategie di politica linguistica adottate dagli organi di amministrazione di comunità locali e del complesso dei problemi sollevati dalla pianificazione linguistica. Piuttosto aliena da queste ultime preoccupazioni è invece l’etnografia della comunicazione, una branca della sociolinguistica maggiormente dedicata all’analisi degli specifici risvolti socio-culturali di determinate scelte linguistiche: alcuni esempi dei suoi argomenti d’interesse sono solitamente offerti dall’uso, in una particolare comunità, dei pronomi di cortesia oppure delle espressioni di saluto o dei segnali linguistici che si danno quando si cede o si prende il turno in una conversazione, argomenti questi ultimi cui serba una certa attenzione anche la pragmalinguistica.

Dei dialetti o lingue locali si cura la dialettologia, descrivendo quelle varietà linguistiche che presentano caratteristiche comuni all’interno di ciascuna delle aree geografiche in cui sono tradizionalmente delimitate. I dialetti d’Italia, presentano una relativa variabilità sociolinguistica (diastratica), conservando forti contrasti su scala geografica (diatopica).

È in parte solo in seguito allo stabilirsi di questa convivenza che la lingua nazionale ha raggiunto gli strati popolari, definendo registri meno controllati, d’uso familiare o colloquiale, e registri più sorvegliati, in contesti più formali o ufficiali (variazione diafasica). Ma è in parte imputabile anche a questo contatto una separazione più nitida tra varietà di lingua differenziate in base al mezzo attraverso il quale avviene la comunicazione (variazione diamesica).

1.4 Famiglie e gruppi linguistici

A seconda dell’origine di ciascuna lingua, possiamo talvolta riconoscere un certo numero di elementi lessicali, morfologici o fonetici, che ne rivelano la parentela con altre. È sulla base di un rigoroso quadro di valutazione che sono state stabilite un certo numero di relazioni genealogiche tra le varietà linguistiche meglio note e che sono ricostruite alcune ascendenze comuni per altre meno note, come ad esempio quella che lega le lingue neo-latine e tutti i dialetti romanzi in uno stesso gruppo linguistico. Tutti questi gruppi, insieme a gruppi minori costituiti da altre lingue d’Europa risalirebbero a un bacino linguistico comune che ha generato anche numerosi e ben rappresentati gruppi di lingue diffuse in Asia e che viene per questo definito indo-europeo. Si delinea quindi una famiglia, che in questo caso, è stata definita indo-europea.

Se dunque le lingue romanze discendono dal latino, quelle slave da un ipotetico antenato slavo, è lecito presupporre che queste varietà, per via degli elementi linguistici che le accomunano, fossero apparentate tra loro e che si siano differenziate da un insieme di una lingua comune indo-europea. Queste includono ad esempio le famiglie delle lingue Caucasiche e delle lingue Dravidiche, la famiglia Uralo-altaica, quella Nilo-sahariana, Niger-kordofoniana, Khoisan, delle Americhe (Sud-amerindiana, Nord-amerindiana, Nadene), Eskimo-aleutina, Paleo-siberiana, Sino-tibetana, Austro-thai, Austro-asiatica, Austronesiana, Indo-pacifica, Australiana.

Due ipotesi principali si sono fatte strada negli ultimi decenni:

  • Ipotesi della sostituzione: Assume la diffusione di comunità di ominidi evoluti e il conseguente confinamento di gruppi meno evoluti.
  • Ipotesi multiregionale: Che presuppone un’integrazione di ulteriori ondate colonizzatrici di ominidi evoluti, che integrandosi con altre comunità già disperse, portarono elementi di comunicazione più progrediti a innestarsi su matrici ancora prelinguistiche distintamente caratterizzate.

1.5 Gerghi, pidgin e creoli

All’interno delle stesse comunità possono esistere lingue convenzionali, si tratta dei cosiddetti gerghi. Dall’incontro di comunità di lingua diversa e da situazioni di prolungata convivenza nascono invece, lingue comuni che possono interagire tra loro e dar luogo a varietà ibride rudimentali e instabili definite pidgin. Se le generazioni successive di una comunità che assume il pidgin come lingua ausiliaria non si separano etnicamente e contribuiscono ad arricchire progressivamente la lingua sul piano lessicale e strutturale, questa assume allora una morfologia e una sintassi e si definisce con i tratti di un creolo.

1.6 Proprietà generali delle lingue

Di qualunque codice di comunicazione linguistica si stia trattando, si è comunque sempre in presenza di un sistema con le stesse caratteristiche di base: una fonologia, una morfologia, una sintassi e un lessico sono in grado di assicurare al parlante la possibilità di impostare o risolvere problemi, si tratta della cosiddetta plurifunzionalità delle lingue.

Oltre a questa flessibilità, tutti i sistemi di comunicazione linguistica osservabili nelle diverse comunità umane sparse per il pianeta si caratterizzano per la condivisione di un certo numero di proprietà.

  • L’universalità: Non esiste un gruppo umano che non usi un sistema di comunicazione verbale.
  • Priorità del parlato: Soltanto un numero limitato di comunità linguistiche possiede anche un codice di comunicazione scritta.
  • Trasportabilità del mezzo: Per queste lingue è sempre possibile trasporre la produzione verbale ricorrendo ad altri codici.

Dappertutto la comunicazione parlata si basa su un sistema di segni linguistici arbitrari e intenzionali che consentono la produzione di messaggi costituiti da elementi discreti e organizzati linearmente. Con questi mezzi è possibile disporre di un sistema che consente la generazione di un numero teoricamente illimitato di enunciati (produttività), dalla complessità crescente (ricorsività), che quindi possono dare luogo a produzioni ai limiti dell’ambiguità o equivocità.

Rispetto agli eventi comunicativi delle altre specie animali, le produzioni linguistiche degli esseri umani si possono inoltre presentare svincolate dagli stimoli ambientali. Questa proprietà, nota come libertà di stimoli, è quella che ci permette di parlare con i nostri simili di cose non presenti nello spazio fisico in cui avviene la comunicazione, oppure cronologicamente distanti rispetto al momento dello scambio linguistico. Unitamente a questa si menziona di solito anche la trasmissibilità culturale.

Come si vedrà, altre due proprietà sono:

  • Biplanarità del segno linguistico
  • Dualità di strutturazione del significante

L’argomento dell’arbitrarietà è centrale nell’ambito delle moderne teorie della linguistica, ma è attenuato in sezioni marginali, del lessico delle lingue, per la presenza di onomatopee, ideòfoni o fonosimboli. L’arbitrarietà va ovviamente vista in sincronia; in diacronia infatti la quasi totalità degli elementi linguistici di una lingua può essere giustificata in termini evolutivi, ricostruendo l’etimologia della parola.

Capitolo II. La struttura dei messaggi linguistici

II.1 Biplanarità del segno linguistico: significante e significato

Un punto di partenza fondante è legato a una maggior attenzione che rivolgiamo alle lingue parlate (studiate in sincronia). Le lingue indipendentemente dalla presenza di una loro forma scritta, possono essere studiate come sistemi organizzati di elementi di comunicazione per la creazione di messaggi strutturati. Questo riferimento produce la rottura che si era verificata alla fine di un periodo durante il quale lo studio delle lingue era stato prevalentemente svolto in prospettiva diacronica. Un atteggiamento dominante oggi è invece quello detto pancronico, rivolto all’osservazione di costanti universali delle lingue, indipendentemente dalla loro collocazione spazio-temporale. Nella seconda metà del ‘900 si afferma invece progressivamente un’attenzione per le strutture. La prospettiva è descrittiva e non prescrittiva.

Uno dei più importanti capisaldi del Cours Linguistique Générale di De Saussure è la ben nota posizione tra Langue e Parole. Mentre la Parole è l’insieme degli atti linguistici individuali e concreti attraverso i quali i parlanti di una lingua dispongono di questa per formulare un messaggio, per Langue s’intende proprio il corpo complessivo di conoscenze linguistiche condivise dall’intera comunità linguistica e a disposizione di ogni individuo.

Un’altra distinzione fondamentale introdotta del Cours è quella legata alla definizione di segno linguistico. Nel segno si trovano associate due diverse facce: un lato più materiale (significante) e un lato più sfuggente che rimanda agli aspetti concettuali dell’informazione che si vuole trasmettere (significato). La biplanarità del segno linguistico rappresenta una base su cui far poggiare la dimostrazione dell’esistenza di diversi tipi di arbitrarietà linguistica. A questa biplanarità hanno affiancato altre distinzioni, come quella tra forma e sostanza. È importante ricordare che la dicotomia saussuriana significante-significato è stata in seguito riproposta all’interno di uno schema ampliato, noto come triangolo semiotico nel quale viene dato maggior risalto alla nozione di referente.

II.2 Dualità di strutturazione del significante

A partire dalle riflessioni di André Martinet, questi livelli sono stati formalizzati in un’ottica funzionalista, ereditando e contribuendo a rafforzare alcuni metodi di analisi e rappresentazione delle scuole strutturalista. Sul piano del significante, che costituisce l’aspetto concreto con cui si manifestano i “segni” presenti in un’unità portatrici del significato. Queste unità in una prospettiva metodologica più generale sono state fatte corrispondenti ai morfemi. I morfemi rappresentano la prima unità di strutturazione del significante e si materializzano in quei segmenti cui può essere associato un significato o una funzione grammaticale. Un secondo livello di strutturazione è infatti quello dei fonemi, unità che non hanno di per sé alcuna funzione semantica ma che sono fondamentali per la distinzione dei significati.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sarahnicolosi2002 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Romano Antonio.
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