Semantica
La parte della linguistica che si occupa del piano del significato è la semantica. Questa branca della linguistica è stata perlopiù trascurata linguistica del XIX secolo, e tale disinteresse relativo è durato sino alla metà del XX secolo. Per spiegarlo è necessario citare una serie di motivazioni, di natura metodologica ed epistemologica:
- Assenza di “materialità” nei fenomeni semantici, e difficile inquadramento nei termini di una disciplina scientifica “positiva”;
- Assenza di una precisa delimitazione della porzione linguistica del significato, ed eccessiva polisemia del termine che assume specifiche accezioni gnoseologiche, filosofiche, psicologiche etc.
- Carattere intrinsecamente problematico del livello semantico nell’ambito della struttura linguistica, per la sua reale o apparente natura di “interfaccia” tra linguaggio e realtà extralinguistica;
- Avversione e rifiuto degli approcci “psicologisti” ai fenomeni linguistici, e conseguente difficoltà nell’affrontare un ambito di studio caratterizzato a lungo da una impostazione individualistica e/o psicologista;
Il primo problema con cui si riscontra la semantica è la definizione stessa del significato: è semplice definire il significato di significante, la parte materiale dei segni linguistici, su cosa sia il significato, la parte immateriale dei segni linguistici, le idee e le cose sono molto meno chiare. Il significato non è “visibile”, ed è il punto di sutura fra la lingua, la mente e il mondo esterno.
Quindi della semantica, è “Che cos’è il significato” rinvia dunque logicamente a un’altra domanda, ossia “Cos’è il segno?”.
Se la definizione di significato implica quella di segno, la definizione di segno implica, a sua volta, quella di significato. Non sappiamo cos’è il significato se non sappiamo cos’è il segno; ma non possiamo stabilire che cos’è il segno se non sappiamo già cos’è il significato.
L’errore che accomuna tutto il pensiero linguistico, con ben poche e isolate eccezioni, fino alle soglie del Novecento consiste in un eccesso di fiducia nelle virtù semantiche delle forme linguistiche e del linguaggio.
In realtà le forme linguistiche non hanno alcuna intrinseca capacità semantica: esse sono strumenti, espedienti, più o meno ingegnosi, senza vita e valore fuori dalle mani dell’uomo. In altri termini, l’errore sta nell’affermare e nel credere che le parole o le frasi significhino qualche cosa. Non nelle forme linguistiche in se stesse, ma nelle società che le adoperano sta la garanzia del significare e del comunicare.
Significato
Definire e analizzare il significato è insomma estremamente difficile e problematico, anche solo dal mero punto di vista della linguistica in senso stretto: possiamo però dire che esistono due modi fondamentali di concepirlo, all’interno dei quali si possono trovare diversi filoni definitori e diversi approcci teorici.
Vi è anzitutto una concezione referenziale, o concettuale del significato: il significato è in questo caso visto come un concetto, un’immagine mentale, un’idea o operazione creata dalla nostra mente, corrispondente a qualcosa che esiste al di fuori di una lingua.
In un’altra prospettiva, vi è una concezione operazionale, contestuale, in fondo comportamentista, del significato secondo cui esso è funzione dell’uso che si fa dei segni, vale a dire ciò che accomuna i contesti di impiego di un segno e ne permette l’uso appropriato. Per segno si intende quindi il significato contestuale, vale a dire la specificazione e concretizzazione che il contenuto di un termine assume ogni volta che viene effettivamente usato in una produzione linguistica in un certo contesto.
Ciascuna delle due definizioni presenta problemi anche se sembra preferibile attenersi a quella del significato come concetto.
Significazione e valore vs designazione
La significazione è un concetto relazionale. Essa definisce il rapporto tra espressione e contenuto che forma il segno come unità, ma individua anche le relazioni pure sul piano del contenuto.
La designazione è invece il rapporto tra segni linguistici e “oggetti” della realtà extralinguistica che in un’ottica semiotica non si danno mai come tali, ma sono il risultato dell’attività formativa della lingua e della semiosi percettiva che costruisce il mondo naturale.
Nei testi-discorsi osserviamo immediatamente la denotazione o designazione ma essa non è costante, al contrario dei rapporti di significazione che sono un fatto di langue o di sistema: possiamo avere denotazioni multiple di una stessa entità extralinguistica, e anche denotazioni metaforiche. Inoltre, la designazione va distinta dal concreto atto di riferimento: la prima è di natura lessicale, si designa una classe concettuale, mentre il secondo fa riferimento ad oggetti concreti in ogni singola enunciazione contestualizzata.
Denotazione vs connotazione
Sebbene spesso si pensi alle “associazioni” o “connotazioni” come a componenti soggettive o affettive del significato, Hjemslev ha formulato una nozione formale del termine di connotazione che ha un valore normativo sociale poiché comprende fra l’altro:
- Forme stilistiche e valori espressivi
- Valori di stile
- Messi
- Registri e idiomi → vernacoli, lingue nazionali, lingue regionali, fisionomie
Il significato connotativo è frutto di apprezzamenti collettivi, è il significato per così dire soggettivo, connesso alle sensazioni suscitate da un segno e alle associazioni a cui esso dà luogo e da queste inferibile.
Il significato denotativo è quello inteso nel senso oggettivo, di ciò che il segno descrive e rappresenta, corrisponde cioè al valore di identificazione di un elemento della realtà esterna, un referente.
Es → Gatto = significato denotativo → felino domestico di piccole dimensioni significato connotativo → animale grazioso, furbo, pigro, indipendente
Metafora, metonimia e presupposizione
Ogni lingua prevede potenziali processi di “estensione” del significato di elementi lessicali che fanno appello a procedimenti retorico-culturali come:
- Metonimia → mano per giro di carte, fondata sulla contiguità concettuale
- Metafora → leone come individuo coraggioso, fondata sulla somiglianza concettuale
La semantica interpretativa, che fonda il suo approccio su una concezione semiologica della lingua come insieme vago e flessibile, registra come parte del significato contestuale dei termini lessicali anche i cosiddetti fenomeni di presupposizione, in ambito lessicale in cui es → pulire presuppone che la stanza fosse precedentemente sporca, come dimostra il test di negazione che non elimina la presupposizione.
Vi sono casi che sembrano resistere al test di negazione, ad esempio il verbo farcela in:
Giovanni ce l’ha fatta a prendere il treno, presuppone che l’abbia preso, mentre:
Giovanni non ce l’ha fatta a prendere il treno presuppone che non l’abbia preso.
Ma in questo caso la presupposizione è relativa solo all’intenzione di compiere qualcosa di difficile, come ad esempio una madre che dice al proprio figlio “Ce l’ha fatta a rompere la finestra”, presuppone il valore dell’intenzionalità. Secondo Eco, così, alla base della felicità pragmatica di un atto linguistico bisogna porre condizioni di liceità fondate su basi semantiche di natura enciclopedica e inferenziale.
La presupposizione si configura in conclusione come ciò che in un enunciato il parlante assume come vero o noto nell’ascoltatore, e quindi assodato, indiscutibile, al momento di produrre tale enunciato. Ogni volta che diciamo qualcosa, poniamo sempre delle presupposizioni, che riteniamo condivise dal destinatario del nostro messaggio. Le presupposizioni e il loro trattamento da parte dei parlanti fanno parte di una ampia serie di principi di interpretazione messi in opera nell’attività verbale, che permettono di costruire ciò che il parlante intende precisamente trasmettere nell’interscambio comunicativo in atto in un dato contesto situazionale.
Nella normale interazione comunicativa di carattere cooperativo il destinatario accetta le presupposizioni poste dall’emittente, ma può anche ignorarle o rifiutarle esplicitamente. In tal caso, però viene violato il principio di cooperazione e quindi l’interazione può facilmente sfociare in fraintendimenti o in litigi
Teorie sulla natura del significato: semantica referenziale nel corso dell’ultimo secolo
In ambito linguistico, filosofico, logico e psicologico sono state elaborate diverse teorie sulla natura del significato linguistico, nozione come si è visto estremamente complessa e articolata, in quanto il significato linguistico è il significato che un termine ha in quanto elemento di un sistema linguistico codificante una rappresentazione mentale, che si differenzia dal significato sociale che è quello che può avere un segno in relazione ai rapporti fra parlanti. Per ciò che attiene al significato delle parole o semantica lessicale, ma tutte le ipotesi trovano anche un’applicazione al livello superiore ovvero la semantica della frase, si può individuare anzitutto:
- Una teoria referenziale → di impianto logico-filosofico, formulata da alcuni logici e filosofi quali Carnap, Frege e Wittgenstein. Questa concezione si basa sul principio del riferimento, nella modalità della denotazione e della designazione, e ha un orient
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Riassunto esame Linguistica generale , Prof. Banti Giorgio, libro consigliato La linguistica: un corso introduttivo…
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